_Come i Fiorentini assediarono Pistoia ed ebbonla a’ comandamenti loro._
Quando i Fiorentini s’avvidono del pericolo, ove l’indebita impresa
de’ loro rettori gli aveva messi, di recare a partito i Pistolesi,
per la nuova ingiuria ricevuta, d’aiutarsi colla forza del vicino
tiranno: temendo che questo non avvenisse, non per animo di volere di
quella città alcuna giurisdizione fuori che la guardia, per gelosia
che al tiranno non pervenisse, di presente diliberarono che la città
si strignesse per forza e per amore tanto che la guardia solo se ne
avesse, per loro sicurtà, e del nostro comune, e altro non volea; e
senza indugio alla gente che andata v’era s’aggiunse cavalieri, quanti
allora il comune ne aveva, e fanti a piè. E per decreto del comune si
diè parola agli sbanditi che catuno facesse suo sforzo, e alle sue
spese menasse gente nell’oste in aiuto al comune di Firenze secondo
suo stato, e dopo il servigio fatto sarebbe ribandito d’ogni bando. Per
la qual cosa in tre dì furono intorno a Pistoia ottocento cavalieri e
dodicimila pedoni, e ristrinsonla d’ogni parte con più campi, sicchè
di loro contado nè da altra amistà dentro non poterono avere alcuno
soccorso o aiuto. E di Firenze vi s’aggiunse sedici pennoni, uno per
gonfalone, co’ quali andarono duemila cittadini quasi tutti armati come
cavalieri, e molti ve n’andarono a cavallo; e giunti nell’oste con
loro capitani, feciono dirizzare intorno alla città otto battifolli.
In Pistoia aveva a questo tempo millecinquecento cittadini, o poco
più, da potere con arme difendere la terra, oltre alle masnade a
cavallo e a piè che dentro v’erano a soldo de’ Fiorentini, i quali
si stavano senza fare novità dentro o guerra di fuori: per la qual
cosa al gran giro della città parea che così pochi cittadini non la
dovessono potere difendere. E per questa cagione i Fiorentini aveano
speranza di vincerla per forza, quando con loro non si potesse trovare
accordo. I Pistolesi d’entro, uomini coraggiosi e altieri, con dura
faccia intendeano dì e notte alla loro difesa: e perch’erano pochi a
tanta guardia quanta il dì e la notte convenia loro fare, uscirono
delle loro case, e vennono ad abitare intorno alle mura: e le mura
armarono di bertesche e di ventiere, e dentro uno largo corridore di
legname, e fornironlo di pietre e di legname e di pali da gittare,
e di travi sopra i merli: e feciono a piè delle mura intorno intorno
molti fornelli con caldaie, per apparecchiare acqua bollita per gittare
sopra coloro che combattessono: e apparecchiarono calcina viva in
polvere per gittare, e con ferma e aspra fronte mostravano volere
difendere la loro franchigia; la qual cosa era degna di molta lode,
se per antichi e nuovi e continovi esempli, della loro cittadinesca
discordia non fosse contaminata. E addurandosi di non volere prendere
accordo col comune di Firenze, soffersono il guasto di fuori de’ loro
campi; e vedendo i Fiorentini che più s’adduravano, diliberarono che
la terra si combattesse; e per levare loro la speranza del contradio,
comandarono a messer Andrea Salamoncelli, capitano e conestabile de’
cavalieri e de’ pedoni che dentro v’erano a soldo del nostro comune,
che ne dovesse uscire, e così fu fatto; per la qual cosa la nostra
oste s’accrebbe, e a loro mancò la speranza: e ordinati di fuori ponti
e grilli, e castella di legname e altri fornimenti da combattere le
mura, acciocchè con più sicurtà si potesse intendere alla battaglia,
cinsono di buono steccato dall’uno battifolle all’altro. I Pistolesi
vedendo la disposizione de’ Fiorentini, e pensando, eziandio che si
difendessono, non poteano bene rimanere, cominciarono più a temere.
In questo mezzo ambasciadori da Siena v’entrarono, mandati dal loro
comune per trovare accordo, e come che s’aoperassono conferendo colle
parti, manifesto fu che peggiorarono la condizione, e inacerbirono
gli animi e dentro e di fuori. E dato il dì della battaglia, e da ogni
parte apparecchiata, i guelfi di Pistoia, ch’erano la maggiore forza
della città, s’accolsono insieme con pochi ghibellini, ed essendo al
consiglio, ricercarono con l’animo più riposato il pericolo a che si
conducevano, per contrastare a’ padri loro, il comune di Firenze, la
guardia loro e della città, la quale doveano con istanza domandare
a’ Fiorentini che la prendessono, volendo mantenere la città a parte
guelfa, e in più sicuro e pacifico stato che non erano. E così parlato,
misono il partito a segreto squittino, e vinsero che la guardia della
città fosse messa liberamente nel comune di Firenze, e che dentro vi
mettesse gente e capitano alla guardia quanto al detto comune piacesse;
e che dentro alla città in su le mura si facesse un castello alle spese
de’ Fiorentini, per più sicura guardia, e che oltre a ciò avessono
la guardia di Seravalle e quella della Sambuca. E messi dentro de’
cittadini di Firenze in quel dì, ogni cosa di grande concordia si recò
in buona pace; e dentro vi misono il capitano e’ cavalieri e’ pedoni
che i nostri cittadini vollono, e presono la tenuta, e ordinarono
la guardia di Seravalle: e per fretta e mala provvidenza indugiarono
di mandare per la tenuta della Sambuca nel passo dell’alpe, la quale
quando poi vollono, senza difetto de’ Pistolesi, non poterono avere:
onde poi ne seguì cagione di grande pericolo a’ Pistoiesi e al nostro
comune, come leggendo per innanzi si potrà trovare. Fatta la detta
concordia, i Fiorentini levarono il campo e arsono i battifolli, e
ordinatamente con gran festa tornò tutta la bene avventurata oste nella
nostra città, all’uscita d’aprile, gli anni di Cristo 1351. E pochi dì
appresso vi mandò il comune di Firenze de’ suoi grandi cittadini con
pieno mandato, i quali riformassono al piacere de’ cittadini di Pistoia
lo stato e il reggimento di quello comune; e rimisonvi messer Ricciardo
Cancellieri e’ suoi, con pace de’ Panciatichi, fortificata e ferma con
più matrimoni dall’una famiglia all’altra.