CAP. XCVII.

_Come i Fiorentini assediarono Pistoia ed ebbonla a’ comandamenti loro._

Quando i Fiorentini s’avvidono del pericolo, ove l’indebita impresa

de’ loro rettori gli aveva messi, di recare a partito i Pistolesi,

per la nuova ingiuria ricevuta, d’aiutarsi colla forza del vicino

tiranno: temendo che questo non avvenisse, non per animo di volere di

quella città alcuna giurisdizione fuori che la guardia, per gelosia

che al tiranno non pervenisse, di presente diliberarono che la città

si strignesse per forza e per amore tanto che la guardia solo se ne

avesse, per loro sicurtà, e del nostro comune, e altro non volea; e

senza indugio alla gente che andata v’era s’aggiunse cavalieri, quanti

allora il comune ne aveva, e fanti a piè. E per decreto del comune si

diè parola agli sbanditi che catuno facesse suo sforzo, e alle sue

spese menasse gente nell’oste in aiuto al comune di Firenze secondo

suo stato, e dopo il servigio fatto sarebbe ribandito d’ogni bando. Per

la qual cosa in tre dì furono intorno a Pistoia ottocento cavalieri e

dodicimila pedoni, e ristrinsonla d’ogni parte con più campi, sicchè

di loro contado nè da altra amistà dentro non poterono avere alcuno

soccorso o aiuto. E di Firenze vi s’aggiunse sedici pennoni, uno per

gonfalone, co’ quali andarono duemila cittadini quasi tutti armati come

cavalieri, e molti ve n’andarono a cavallo; e giunti nell’oste con

loro capitani, feciono dirizzare intorno alla città otto battifolli.

In Pistoia aveva a questo tempo millecinquecento cittadini, o poco

più, da potere con arme difendere la terra, oltre alle masnade a

cavallo e a piè che dentro v’erano a soldo de’ Fiorentini, i quali

si stavano senza fare novità dentro o guerra di fuori: per la qual

cosa al gran giro della città parea che così pochi cittadini non la

dovessono potere difendere. E per questa cagione i Fiorentini aveano

speranza di vincerla per forza, quando con loro non si potesse trovare

accordo. I Pistolesi d’entro, uomini coraggiosi e altieri, con dura

faccia intendeano dì e notte alla loro difesa: e perch’erano pochi a

tanta guardia quanta il dì e la notte convenia loro fare, uscirono

delle loro case, e vennono ad abitare intorno alle mura: e le mura

armarono di bertesche e di ventiere, e dentro uno largo corridore di

legname, e fornironlo di pietre e di legname e di pali da gittare,

e di travi sopra i merli: e feciono a piè delle mura intorno intorno

molti fornelli con caldaie, per apparecchiare acqua bollita per gittare

sopra coloro che combattessono: e apparecchiarono calcina viva in

polvere per gittare, e con ferma e aspra fronte mostravano volere

difendere la loro franchigia; la qual cosa era degna di molta lode,

se per antichi e nuovi e continovi esempli, della loro cittadinesca

discordia non fosse contaminata. E addurandosi di non volere prendere

accordo col comune di Firenze, soffersono il guasto di fuori de’ loro

campi; e vedendo i Fiorentini che più s’adduravano, diliberarono che

la terra si combattesse; e per levare loro la speranza del contradio,

comandarono a messer Andrea Salamoncelli, capitano e conestabile de’

cavalieri e de’ pedoni che dentro v’erano a soldo del nostro comune,

che ne dovesse uscire, e così fu fatto; per la qual cosa la nostra

oste s’accrebbe, e a loro mancò la speranza: e ordinati di fuori ponti

e grilli, e castella di legname e altri fornimenti da combattere le

mura, acciocchè con più sicurtà si potesse intendere alla battaglia,

cinsono di buono steccato dall’uno battifolle all’altro. I Pistolesi

vedendo la disposizione de’ Fiorentini, e pensando, eziandio che si

difendessono, non poteano bene rimanere, cominciarono più a temere.

In questo mezzo ambasciadori da Siena v’entrarono, mandati dal loro

comune per trovare accordo, e come che s’aoperassono conferendo colle

parti, manifesto fu che peggiorarono la condizione, e inacerbirono

gli animi e dentro e di fuori. E dato il dì della battaglia, e da ogni

parte apparecchiata, i guelfi di Pistoia, ch’erano la maggiore forza

della città, s’accolsono insieme con pochi ghibellini, ed essendo al

consiglio, ricercarono con l’animo più riposato il pericolo a che si

conducevano, per contrastare a’ padri loro, il comune di Firenze, la

guardia loro e della città, la quale doveano con istanza domandare

a’ Fiorentini che la prendessono, volendo mantenere la città a parte

guelfa, e in più sicuro e pacifico stato che non erano. E così parlato,

misono il partito a segreto squittino, e vinsero che la guardia della

città fosse messa liberamente nel comune di Firenze, e che dentro vi

mettesse gente e capitano alla guardia quanto al detto comune piacesse;

e che dentro alla città in su le mura si facesse un castello alle spese

de’ Fiorentini, per più sicura guardia, e che oltre a ciò avessono

la guardia di Seravalle e quella della Sambuca. E messi dentro de’

cittadini di Firenze in quel dì, ogni cosa di grande concordia si recò

in buona pace; e dentro vi misono il capitano e’ cavalieri e’ pedoni

che i nostri cittadini vollono, e presono la tenuta, e ordinarono

la guardia di Seravalle: e per fretta e mala provvidenza indugiarono

di mandare per la tenuta della Sambuca nel passo dell’alpe, la quale

quando poi vollono, senza difetto de’ Pistolesi, non poterono avere:

onde poi ne seguì cagione di grande pericolo a’ Pistoiesi e al nostro

comune, come leggendo per innanzi si potrà trovare. Fatta la detta

concordia, i Fiorentini levarono il campo e arsono i battifolli, e

ordinatamente con gran festa tornò tutta la bene avventurata oste nella

nostra città, all’uscita d’aprile, gli anni di Cristo 1351. E pochi dì

appresso vi mandò il comune di Firenze de’ suoi grandi cittadini con

pieno mandato, i quali riformassono al piacere de’ cittadini di Pistoia

lo stato e il reggimento di quello comune; e rimisonvi messer Ricciardo

Cancellieri e’ suoi, con pace de’ Panciatichi, fortificata e ferma con

più matrimoni dall’una famiglia all’altra.

Cronica di Matteo Villani, vol. 1 A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna · 第 104 / 190 题