_Come i cristiani d’Europa cominciarono a venire al perdono._
Negli anni di Cristo della sua natività 1350, il dì di Natale, cominciò
la santa indulgenza a tutti coloro che andarono in pellegrinaggio a
Roma, facendo le vicitazioni ordinate per la santa Chiesa alla basilica
di santo Pietro, e di san Giovanni Laterano, e di santo Paolo fuori di
Roma: al quale perdono uomini e femmine d’ogni stato e dignità concorse
di cristiani, con maravigliosa e incredibile moltitudine, essendo di
poco tempo innanzi stata la generale mortalità, e ancora essendo in
diverse parti d’Europa tra’ fedeli cristiani; e con tanta devozione
e umilità seguivano il romeaggio, che con molta pazienza portavano
il disagio del tempo, ch’era uno smisurato freddo, e ghiacci e nevi
e acquazzoni, e le vie per tutto disordinate e rotte: e i cammini
pieni di dì e di notte d’alberghi, e le case sopra i cammini non erano
sofficienti a tenere i cavalli e gli uomini al coperto. Ma i Tedeschi e
gli Ungheri in gregge, e a turme grandissime, stavano la notte a campo
stretti insieme per lo freddo, atandosi con grandi fuochi. E per gli
ostellani non si potea rispondere, non che a dare il pane il vino e
la biada, ma di prendere i danari. E molte volte avvenne, che i romei
volendo seguire il loro cammino, lasciavano i danari del loro scotto
sopra le mense, loro viaggio seguendo: e non era de’ viandanti chi gli
togliesse, infino che dell’ostelliere venia chi gli togliesse.
Nel cammino non si facea riotte nè romori, ma comportava e aiutava
l’uno all’altro con pazienza e conforto. E cominciando alcuni ladroni
in Terra di Roma a rubare e a uccidere, dai romei medesimi erano
morti e presi, aiutando a soccorrere l’uno l’altro. I paesani faceano
guardare i cammini, e spaventavano i ladroni: sicchè secondo il
fatto, assai furono sicure le strade e’ cammini tutto quell’anno.
La moltitudine de’ cristiani ch’andavano a Roma era impossibile a
numerare: ma per stima di coloro ch’erano risedenti nella città, che
il dì di Natale, e de’ dì solenni appresso, e nella quaresima fino
alla pasqua della santa Resurrezione, al continovo fossono in Roma
romei dalle mille migliaia alle dodici centinaia di migliaia. E poi per
l’Ascensione e per la Pentecoste più di ottocento migliaia; essendo
pieni i cammini il dì e la notte, come detto è. Ma venendo la state
cominciò a mancare la gente per l’occupazione delle ricolte, e per
lo disordinato caldo; ma non sì, che quando v’ebbe meno romei, non
vi fossono continovamente ogni dì più di dugento migliaia d’uomini
forestieri. Le vicitazioni delle tre chiese, movendosi d’onde era
albergato catuno, e tornando a casa, furono undici miglia di via. Le
vie erano sì piene al continovo, che convenia a catuno seguitare la
turba a piede e a cavallo, che poco si poteva avanzare; e per tanto
era più malagevole. I romei ogni dì della visitazione offerivano a
catuna chiesa, chi poco, e chi assai, come gli parea. Il santo sudario
di Cristo si mostrava nella chiesa di san Pietro, per consolazione de’
romei, ogni domenica, e ogni dì di festa solenne; sicchè la maggior
parte de’ romei il poterono vedere. La pressa v’era al continovo
grande e indiscreta. Perchè più volte avvenne, che quando due, quando
quattro, quando sei, e tal’ora fu che dodici vi si trovarono morti
dalla stretta, e dallo scalpitamento delle genti. I Romani tutti erano
fatti albergatori, dando le sue case a’ romei a cavallo; togliendo per
cavallo il dì uno tornese grosso, e quando uno e mezzo, e talvolta due,
secondo il tempo; avendosi a comprare per la sua vita e del cavallo
ogni cosa il romeo, fuori che il cattivo letto. I Romani per guadagnare
disordinatamente, potendo lasciare avere abbondanza e buono mercato
d’ogni cosa da vivere a’ romei, mantennero carestia di pane, e di
vino e di carne tutto l’anno, facendo divieto, che i mercatanti non vi
conducessono vino forestiere, nè grano nè biada, per vendere più cara
la loro. Valsevi al continovo uno pane grande di dodici o diciotto
once a peso, danari dodici. E il vino soldi tre, quattro, e cinque il
pitetto, secondo ch’era migliore. Il biado costava il rugghio, ch’era
dodici profende comunali, a comperarlo in grosso, quasi tutto l’anno,
da lire quattro e soldi dieci in lire cinque: il fieno, la paglia,
le legne, il pesce, e l’erbaggio vi furono in grande carestia. Della
carne v’ebbe convenevole mercato, ma frodavano il macello, mescolando
e vendendo insieme, con sottili inganni, la mala carne colla buona. Il
fiorino dell’oro valeva soldi quaranta di quella moneta. Nell’ultimo
dell’anno, come nel cominciamento, v’abbondò la gente e poco meno. Ma
allora vi concorsono più signori, e grandi dame, e orrevoli uomini, e
femmine d’oltre a’ monti e di lontani paesi, ed eziandio d’Italia, che
nel cominciamento o nel mezzo del tempo: e ogni dì presso alla fine si
faceano delle dispensagioni, del vicitare le chiese, maggiori grazie.
E nell’ultimo, acciocchè niuno che fosse a Roma, e non avesse tempo
a potere fornire le visitazioni, rimanesse, senza la grazia, senza
indulgenzia de’ meriti della passione di Cristo, fu dispensato infino
all’ultimo dì, che catuno avesse pienamente la detta indulgenzia. E
così fu celebrato questo anno del santo giubbileo la dispensagione
de’ meriti della passione di Cristo, e di quelli della santa Chiesa, e
remissione de’ peccati de’ fedeli cristiani.