CAP. LVI.

_Come i cristiani d’Europa cominciarono a venire al perdono._

Negli anni di Cristo della sua natività 1350, il dì di Natale, cominciò

la santa indulgenza a tutti coloro che andarono in pellegrinaggio a

Roma, facendo le vicitazioni ordinate per la santa Chiesa alla basilica

di santo Pietro, e di san Giovanni Laterano, e di santo Paolo fuori di

Roma: al quale perdono uomini e femmine d’ogni stato e dignità concorse

di cristiani, con maravigliosa e incredibile moltitudine, essendo di

poco tempo innanzi stata la generale mortalità, e ancora essendo in

diverse parti d’Europa tra’ fedeli cristiani; e con tanta devozione

e umilità seguivano il romeaggio, che con molta pazienza portavano

il disagio del tempo, ch’era uno smisurato freddo, e ghiacci e nevi

e acquazzoni, e le vie per tutto disordinate e rotte: e i cammini

pieni di dì e di notte d’alberghi, e le case sopra i cammini non erano

sofficienti a tenere i cavalli e gli uomini al coperto. Ma i Tedeschi e

gli Ungheri in gregge, e a turme grandissime, stavano la notte a campo

stretti insieme per lo freddo, atandosi con grandi fuochi. E per gli

ostellani non si potea rispondere, non che a dare il pane il vino e

la biada, ma di prendere i danari. E molte volte avvenne, che i romei

volendo seguire il loro cammino, lasciavano i danari del loro scotto

sopra le mense, loro viaggio seguendo: e non era de’ viandanti chi gli

togliesse, infino che dell’ostelliere venia chi gli togliesse.

Nel cammino non si facea riotte nè romori, ma comportava e aiutava

l’uno all’altro con pazienza e conforto. E cominciando alcuni ladroni

in Terra di Roma a rubare e a uccidere, dai romei medesimi erano

morti e presi, aiutando a soccorrere l’uno l’altro. I paesani faceano

guardare i cammini, e spaventavano i ladroni: sicchè secondo il

fatto, assai furono sicure le strade e’ cammini tutto quell’anno.

La moltitudine de’ cristiani ch’andavano a Roma era impossibile a

numerare: ma per stima di coloro ch’erano risedenti nella città, che

il dì di Natale, e de’ dì solenni appresso, e nella quaresima fino

alla pasqua della santa Resurrezione, al continovo fossono in Roma

romei dalle mille migliaia alle dodici centinaia di migliaia. E poi per

l’Ascensione e per la Pentecoste più di ottocento migliaia; essendo

pieni i cammini il dì e la notte, come detto è. Ma venendo la state

cominciò a mancare la gente per l’occupazione delle ricolte, e per

lo disordinato caldo; ma non sì, che quando v’ebbe meno romei, non

vi fossono continovamente ogni dì più di dugento migliaia d’uomini

forestieri. Le vicitazioni delle tre chiese, movendosi d’onde era

albergato catuno, e tornando a casa, furono undici miglia di via. Le

vie erano sì piene al continovo, che convenia a catuno seguitare la

turba a piede e a cavallo, che poco si poteva avanzare; e per tanto

era più malagevole. I romei ogni dì della visitazione offerivano a

catuna chiesa, chi poco, e chi assai, come gli parea. Il santo sudario

di Cristo si mostrava nella chiesa di san Pietro, per consolazione de’

romei, ogni domenica, e ogni dì di festa solenne; sicchè la maggior

parte de’ romei il poterono vedere. La pressa v’era al continovo

grande e indiscreta. Perchè più volte avvenne, che quando due, quando

quattro, quando sei, e tal’ora fu che dodici vi si trovarono morti

dalla stretta, e dallo scalpitamento delle genti. I Romani tutti erano

fatti albergatori, dando le sue case a’ romei a cavallo; togliendo per

cavallo il dì uno tornese grosso, e quando uno e mezzo, e talvolta due,

secondo il tempo; avendosi a comprare per la sua vita e del cavallo

ogni cosa il romeo, fuori che il cattivo letto. I Romani per guadagnare

disordinatamente, potendo lasciare avere abbondanza e buono mercato

d’ogni cosa da vivere a’ romei, mantennero carestia di pane, e di

vino e di carne tutto l’anno, facendo divieto, che i mercatanti non vi

conducessono vino forestiere, nè grano nè biada, per vendere più cara

la loro. Valsevi al continovo uno pane grande di dodici o diciotto

once a peso, danari dodici. E il vino soldi tre, quattro, e cinque il

pitetto, secondo ch’era migliore. Il biado costava il rugghio, ch’era

dodici profende comunali, a comperarlo in grosso, quasi tutto l’anno,

da lire quattro e soldi dieci in lire cinque: il fieno, la paglia,

le legne, il pesce, e l’erbaggio vi furono in grande carestia. Della

carne v’ebbe convenevole mercato, ma frodavano il macello, mescolando

e vendendo insieme, con sottili inganni, la mala carne colla buona. Il

fiorino dell’oro valeva soldi quaranta di quella moneta. Nell’ultimo

dell’anno, come nel cominciamento, v’abbondò la gente e poco meno. Ma

allora vi concorsono più signori, e grandi dame, e orrevoli uomini, e

femmine d’oltre a’ monti e di lontani paesi, ed eziandio d’Italia, che

nel cominciamento o nel mezzo del tempo: e ogni dì presso alla fine si

faceano delle dispensagioni, del vicitare le chiese, maggiori grazie.

E nell’ultimo, acciocchè niuno che fosse a Roma, e non avesse tempo

a potere fornire le visitazioni, rimanesse, senza la grazia, senza

indulgenzia de’ meriti della passione di Cristo, fu dispensato infino

all’ultimo dì, che catuno avesse pienamente la detta indulgenzia. E

così fu celebrato questo anno del santo giubbileo la dispensagione

de’ meriti della passione di Cristo, e di quelli della santa Chiesa, e

remissione de’ peccati de’ fedeli cristiani.

Cronica di Matteo Villani, vol. 1 A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna · 第 63 / 190 题