NANNI. — Pretendereste forse che venissi in casa vostra ad offrirvela
io?
ANDR. — Neanche per sogno!
NANNI. — Oh! avrei voluto vedere anche questa!
ANDR. — Ma pretendo di più.
NANNI. — Pretendete di più? Ohe! a che gioco giochiamo?
FIOR. — Babbo, persuaditi che tutto quello che dirà il signor Andrea,
sarà per nostro bene...
NANNI. — Sentiamo, sentiamo adunque il signor Andrea!
ANDR. — È presto detto: Luigi ha un buon mestiere nelle mani, è
figliuolo unico, non è peggio degli altri, e può quindi chiamarsi un
discreto partito. Un momento: io vi dico subito che non conosco una
ragazza migliore della vostra Fiorenza, che bada ai fatti suoi, lavora e
non sta come le altre a fare ciance e pettegolezzi... Ed io sono
arcicontento che Luigi se la sposi, col vostro consenso, s'intende alla
prima. Ma Luigi, ai tempi che corrono, sarà gala che possa mantenere sè,
la moglie e i figliuoli che verranno.
NANNI. — O chi vorreste avesse da mantenere di più? Il mio gatto?
ANDR. — Voi, caro Nanni, ed è quello che per il vostro onore e per la
loro pace non voglio.
NANNI. — E perchè m'avrebbe a mantenere?
ANDR. — Perchè il primo giorno che la vostra moglie fosse malata e il
figliuolo non vendesse i giornali e gli zolfini, voi non sapreste dove
dare di capo per avere un tozzo di pane.
NANNI. — E chi v'ha dato ad intendere...?
ANDR. — Nanni, io so tutto, e poichè vi voglio bene, esigo che la
felicità di questi ragazzi dipenda da voi. Alle corte, questo matrimonio
non si fa finchè non avete dato prova di aver messo giudizio.
NANNI. — Non sono i ragazzi che debbono metter giudizio, è il babbo! _(a
Bobi)_ Il mondo alla rovescia!
FIOR. — Babbo...
NANNI. — Sta zitta tu... E, per esempio, che significa questo far
giudizio?
ANDR. — Sentite: noi abbiamo gli stessi anni, ed abbiamo cominciato a
lavorare assieme... Un giorno voi avete giuocato con altri al lotto e
vinto poche lire; ma da quel giorno maledetto vi siete messo in testa di
potervi arricchire, e così ogni settimana avete portato al botteghino
quanto io portavo invece alla Cassa di risparmio. Che cosa è successo in
questi trent'anni? Che io vivendo meglio di voi ho messo assieme un
gruzzolo di quattrinelli ed ho potuto avviare la mia industria, mentre
voi... oh il mio povero Nanni!... Ma già di qui non si scappa; è morale
aritmetica; due e due quattro, che nessuno al mondo può fare che siano
tre o cinque: morale facile, chiara e lampante, la quale però non
impedisce che se voi guadagnaste col lotto quanto ho guadagnato io col
lavoro e col risparmio, le due sole lotterie in cui si vinca ogni
settimana, sareste invidiato da mille e mille altri giuocatori... _(si
alza)_ imbecilli, che non sapete nemmeno che cosa sia il lotto!
NANNI. — Oh! sentite, che mi vogliate insegnare a lavorare, tiriamo via,
ma il lotto poi! _(si alzano tutti)_.
BOBI. — È un professore lui: sa la cabala a memoria!
ANDR. — Ma che professore, che cabala! Su, per diana, giuocatori marci
che giuocate tutte le settimane da venti a trent'anni, sapete quanti
terni, quante quaderne ci sono in novanta numeri?
NANNI. — Che importa? fossero anche mille!
ANDR. — Mille? Mille? Cento diciassette mila terni, due milioni e mezzo
di quaderne!