Dopo le sette non venne più nessuno e il signor Barnaba poteva
ripromettersi qualche ora di quiete e riposare alquanto dalle sue
gravi fatiche. Rientrato in portineria, egli non era più l’uomo
dalla faccia decorosamente ossequiosa che i padroni e i visitatori
erano avvezzi a vedere; come per incanto la sua fronte s’aggrinziva,
le sue sopracciglia si corrugavano, le sue labbra prendevano
un’espressione amara e disgustata, e la sua voce di basso profondo
acquistava delle note stridule ed aspre. Gli è che il signor Barnaba,
intimamente convinto che la società non rendesse giustizia ai suoi
meriti, accumulava nella giornata una buona dose di fiele, ch’egli
poi distribuiva in equa misura tra quelli che avevano la fortuna
di avvicinarlo nell’intimità. Non che fosse proprio cattivo il
signor Barnaba, ma era un povero cervello in cui le più matte idee
cozzavano insieme. A volte pareva più aristocratico d’un Montmorency,
a volte, specie dopo la lettura dei giornali, diventava giacobino e
comunardo. In tutt’e due queste fasi, sua moglie, la mite e timida
siora Marianna, aveva le sue grandi tribolazioni. Perchè quando suo
marito faceva il demagogo ella temeva che le pazze sfuriate di lui
arrivassero all’orecchio dei padroni; quando invece egli s’atteggiava
a conservatore, a persona rispettosa delle regole gerarchiche, ell’era
sicura ch’egli avrebbe finito col trovar l’equilibrio del suo spirito
applicando una sua massima favorita: — La subordinazione è giusta, ma
bisogna rifarsi sui più deboli delle umiliazioni che ci tocca subir dai
più forti.
E il signor Barnaba si _rifaceva_ particolarmente sulla moglie e
sulla Ninetta, ch’era quella bimba di cui abbiamo parlato prima.
La Ninetta non era nè figlia nè parente del signor Barnaba e della
_siora_ Marianna: era una povera orfana, la quale veniva di mattina
e di sera a prestar dei piccoli servigi in portineria, ricevendone in
compenso la colazione e il desinare ch’ella portava nel suo tugurio e
divideva con uno zio, abile operaio, ma giuocatore e beone, il quale
l’avrebbe cacciata di casa s’ella gli si fosse presentata davanti
con le mani vuote. Non era una vita allegra quella della Ninetta,
palleggiata fra la brutalità dello zio e la pedanteria meticolosa e
loquace del signor Barnaba, ma ell’aveva indole buona e tranquilla e
sopportava la sua sorte disgraziata con infinita pazienza. Del resto,
i suoi umili uffici al palazzo Costi, oltre ai vantaggi economici le
procuravano anche qualche momento di svago. Già le tre camerette della
portineria, sebben piccole e scure, erano una reggia al paragone di
quella specie di magazzino umido ov’ella passava la notte. E poi c’era
la distrazione della gente che veniva a far visita, dei barcaiuoli
che apparecchiavano o sparecchiavano la gondola, dei padroni e delle
padroncine che uscivano di casa o rientravano lasciando dietro di sè
quel profumo acuto _che hanno i signori_, come la Ninetta soleva dire;
senza tener conto delle volte in cui per risparmiar la fatica al signor
Barnaba la bimba saliva lei stessa le scale e portava nel piano nobile
un’imbasciata, un pacco, una lettera. Allora, se le riusciva di dare
una capatina nelle stanze, ella ridiscendeva rossa rossa in viso con
l’impressione di esser stata in un soggiorno di fate.