Egregio signor Cesare--La sua lettera m'ha fatto male. Passai tutta la
notte a interrogare la mia coscienza di donna onesta, per sapere che
atto, quale parola mia le abbiano permesso scrivermi quel che m'ha
scritto. Ella m'ama, signor Cesare, e vuole essere amato da me--da me
donna vincolata, malamente sì, ma vincolata. Quale idea ha ella della
donna, della virtù, dell'onestà? E in quale pessimo ambiente femminile
ha vissuto per creder pessime tutte le donne? E di sua madre, che fu
sicuramente una santa donna, se ne ricorda? Mi perdoni la vivacità di
queste parole. Fui offesa e se prendessi consiglio soltanto dalla
dignità, non le risponderei neppure. Ma la bontà rende mite il mio
cuore. Che io mi sappia, nel dolore così forte che lei mi descrive con
tanta sincerità di parole, io non ho colpa. Le usai quelle oneste
preferenze che si debbono a giovane intelligente e colto; m'intrattenni
con lei in quei piacevoli e sereni discorsi che elevano o purificano
l'anima, resa troppo volgare dalle materialità della vita; accolsi le
manifestazioni della sua stima, le ricambiai con quelle della mia. Tutto
era casto, tutto era candido fra noi--ed ecco che lei mi sgomenta con le
espressioni infuocate di un amore che non posso permettere in lei, che
non troverà mai--no, mai--corrispondenza in me. Ho marito, signor
Cesare. Lei pare che lo abbia dimenticato. Io non posso dimenticare.
D'altra parte lei è così solo, così soffocante, così affettuoso che io
non oso infierire contro lei. Io stessa, signor Cesare, sono molto sola,
molto infelice in questa dura e lunga vita che trascino a stento. Lei sa
quale e quante disillusioni ha avuta la mia gioventù. Tutte le mie balde
e azzurre speranze caddero come foglie inaridite da un albero decrepito.
Io nella vasta solitudine che ho intorno non sento voce amica, non vedo
uno sguardo luminoso che mi riscaldi. Il mio sogno è scomparso, l'amore
del mio cuore è distrutto. Non so di che popolare questo deserto. Ho
freddo nell'anima. E lei rabbrividisce allo stesso brivido. È lei capace
di un grande sagrificio, signor Cesare? Vuole ella rinunziare ad ogni
idea d'amore nel presente e nell'avvenire? Vuol ella dirmi sì, senza
condizioni, senza speranza?
Mi dica sì. Me lo dica quando sia perfettamente sicuro di sè, Allora
vedrà che io non sarò ingrata a questo abbandono immenso che ella farà
per amore di me. Io ho per quel tempo un bel progetto uno stupendo
progetto tutto spirituale, tutta fragranza d'anima. Se vuole, io sarò la
sua amica, la sua buona e servizievole amica; lei sarà il mio sincero
amico. L'amicizia è un affetto più grave e più serio di quel che pare.
Molti--i volgari--lo prendono alla leggera. Noi possiamo comprenderlo.
Lei ha un'anima coraggiosa: io sono temprata alla sventura. Ad ambedue
un profondo e segreto dolore disfiorò la gioventù: diamoci la mano.
Siamo fratello e sorella. Uniamo queste due lente sciagure e derivi da
questa unione, non l'amore--che non è possibile--ma almeno la pace ai
nostri cuori. Troverà in me il sentimento che non finisce mai, la parola
consolatrice, l'azione efficace; troverà me presente ad ogni
abnegazione, ad ogni sacrificio. Sarò per lei la madre, la sorella,
l'amica. E lei mi prometta di farmi trovare il consiglio saggio, la
parola leale, l'azione energica. Io conterò sempre sul suo fermo cuore,
lei conterà sul mio cuore affettuoso. Ci sosterremo a vicenda,
segretamente, per questa via spinosa e pietrosa. Nulla saprà il mondo,
nulla potrà dire di noi. Sarà un segreto altissimo. Sinchè al giorno
ultimo della vita, io potrò morire nelle sue braccia, soddisfatta,
stringendole mormorando: T'amai, non ho peccato, t'amo.
Solo allora. E mi scriva--Adriana.
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