SULLA TOMBA.

Quel pittore singolare faceva dei singolari quadri. Il suo grande pregio

era l'energia del concetto vivamente spiegato nella forza del colore.

Non piacevano a tutti i suoi quadri; specialmente a coloro che si

compiacciono dei lavori leccati, verniciati e dipinti sino all'ultima

linea; specialmente non piacevano ai cultori delle figure eleganti e

pallide da acquarello, a quelli che vanno in estasi dinanzi ai toni

delicati di una oleografia. Coloro che avevano questi gusti graziosi,

gentili e meschini, trovavano i suoi quadri duri, troppo forti, troppo

pieni di cose: vi si respirava un'aria troppo carica di ossigeno pei

loro deboli polmoni. I paesaggi del pittore erano sempre contorti e

violenti, dalle linee spezzate; i suoi _Tramonti_ erano tragici, quasi

un carattere di passione si mettesse nel sangue aggrumato del sole senza

raggi. I suoi _Interni_ erano cupi, un fondo unito, senza concessioni di

forma, senza lenocinii d'artista poco coscenzioso che mette più in luce

un seggiolone intagliato, un grande caminetto che le figure del suo

quadro. Gli si addebitava anche una certa sprezzatura del disegno, un

bizzarro modo di contorcere lo scorcio dei suoi personaggi, una ricerca

dei soggetti gravi, e che fanno pensare. I suoi quadri avevano

carattere.

Il pittore era ancora giovane e robusto, malgrado otto o dieci anni di

travaglio continuo per farsi accettare in questa società in cui pare che

non tutti godano il diritto di vivere. Egli non aveva fatto che

lavorare, lavorare sempre, ed il successo era venuto lentamente, ma era

venuto. Aveva trentasei anni, ed era alto, fortissimo, con una testa

poderosa e leonina, un po' rigida di contorni, con certe spalle erculee

che reggevano ad ogni fatica. Quando la foga del dipingere se lo

prendeva, allora rimaneva dodici ore in piedi, innanzi al cavalletto,

senza provare un minuto di stanchezza, senza impallidire. Per ritrovare

un paesaggio camminava per ore ed ore, inerpicandosi sulle roccie,

scendendo nei burroni, salendo sugli alberi, scavalcando muri, nell'idea

ostinata di vedere quello che doveva dipingere. Era costante, tenace,

ferreo nella sua volontà.

A trent'anni aveva sposato una creatura piccola, bianca, snella e

bionda, quasi una bambina, tanto era gentilina, tutta graziette, tutta

soavità. In realtà, lui non avrebbe osato chiedere quella poesia bionda

e delicata, lui rude e colossale pittore. Gli pareva quasi di dovere

spezzare quel fiorellino gracile. Ma lei lo avvinse così bene con le sue

arie infantili e i trilli da uccellino della sua voce che lui ardì

chiederla. Gliela dettero. Era già un pittore eccellente, la critica si

occupava seriamente di lui, i suoi quadri si vendevano subito, non ad un

altissimo prezzo, ma tanto da procurargli una bella agiatezza. Lui si

sposò il suo bottoncino d'oro.

Egli era felicissimo in casa, poichè Bianca, la moglie, gliela faceva

trovare elegante, profumata dai fiori, ben calda l'inverno, ben fresca

l'estate: poichè egli nulla sapeva dell'amministrazione, delle seccature

mortali che affliggono la mente di un artista. Ma l'amore, il profondo

ed unico amore della sua vita era quella giovanetta svelta che girava

per la casa con la sua testa luminosa, coi grandi occhi sereni ed

innocenti. Lui l'amava come un amante, come un marito, come un fratello,

con un amore fatto di protezione e di adorazione.

Non si sa se lei avesse o no amato mai il pittore. Lo aveva sposato.

Tutte le lodi date al suo grand'artista l'avevano esaltata forse sino

all'amore; ma, dopo il matrimonio, ci si era abituata e le venivano

indifferenti. Naturalmente, come moltissime donne, non comprendeva punto

l'arte. Le sembrava una cosa di lusso ed inutile. Quando vedeva il

marito pensieroso, agitato, lei si stringeva nelle spalle con un piccolo

atto di disdegno. Lei comprendeva che i quadri davano denaro, ma le

parevano un po' folli coloro che li compravano. Quando il marito le

narrava un progetto di un quadro, lei ascoltava, nascondendo uno

sbadiglio dietro la manina. In ultimo, in mezzo all'entusiasmo

dell'artista creatore ella gettava queste domande inquiete:

--Credi che piacerà? E si venderà poi?

Lui si sgomentava. Sua moglie non capiva, ma egli l'adorava. Quando

comprese che la seccava, narrandole le sue idee, non gliene parlò più.

Si tenne per sè i suoi sogni. Lei sola, a casa cominciava ad annoiarsi.

Voleva uscire; lui non poteva accompagnarla. Orribilmente e

taciturnamente geloso, la lasciò uscire sola. Fremeva dinanzi al quadro

che dipingeva, pensando a coloro che nella via guardavano sua moglie, le

dicevano qualche parolina di complimento, la seguivano forse. Sulla

tela, la sprazzata del colore diventava efficace e passionata; ma in

casa egli non domandava nulla, non faceva rimostranze. Le permise di

avere il suo giorno di ricevimento, come una gran dama; cioè il permesso

se lo prese lei, senza chiederlo. Lui vi faceva delle rapide comparse,

un po' distratto, impacciato. Lei, in collera per vedergli la cravatta

di traverso o le mani tinte di colore, mormorava, scuotendo la sua soave

testolina bionda:

--Questi artisti!

Poi la condusse anche al ballo. Lui ci si trovava disorientato, con le

sue spalle quadrate che sformavano la marsina, con la sua seria figura

su cui erano così scarsi i sorrisi. Lei restava sino all'alba, ballando

come solo le donnine gracili e delicate possono ballare. Lui la vedeva

passare dalle braccia di un elegante sciocco a quelle di un brutto e

cattivo soggetto, piena di buonumore, prodigando il suo spirito ed i

suoi vezzi ad una folla di indifferenti; ma non le diceva nulla, molto

felice quando poteva ravvolgerla nel bianco mantello ornato di piume e

portarsela. In carrozza lei sbadigliava, sonnecchiando. Se il marito le

dava un bacio timido e leggiero, lei rimaneva immobile, fingendo non

averlo inteso, per non renderlo. Sulle prime lei era andata ogni tanto a

fargli una gaia sorpresa allo studio, e lui era beato di queste visite

che gli irradiavano d'amore quello stanzone un po' cupo: ma la scala era

alta, lei si stancava, non andò più. Erano tanto lente le lunghe ore del

lavoro; lei non veniva mai a farle parere più brevi. Quell'uomo

fortissimo, quel grande artista, curvava il capo e pensava.

Un giorno o l'altro, non si sa bene quale, la moglie del pittore prese

un amante. Era quasi sempre sola, disoccupata, trascurata per quei

quattro palmi di tela dipinta--diceva lei. Poi questi grandi artisti non

sono nati per essere buoni mariti--soggiungeva lei. E lo tradiva

tranquillamente. L'amante veniva in casa, come tanti altri, sedeva al

desco di famiglia, s'interessava alle cose di casa. Il marito non aveva

sospetti. Stringeva la mano amichevolmente di colui che gli rubava la

moglie. Tutti lo sapevano, fuorchè lui. È la regola; è nell'ordine delle

cose. Lui, veramente solitario, veramente abbandonato, d'istinto

dipingeva quadri stupendi. Uno anzi, bellissimo, lo comprò l'amante per

dodicimila franchi. Questa vergogna si seppe; solo il marito non la

seppe. Quando il marito parlava della bontà del suo quadro, la moglie

sorrideva stranamente, quasi volesse dire:

--Se Carlo non mi amasse, non avrebbe comperata mai la sua tela dipinta.

Poi, il marito cominciò ad accorgersi di qualche cosa. La moglie usciva

ad ore indebite. Era stata vista entrare in una casa dove Carlo,

l'amante, aveva una zia. Il marito, malgrado la sua cieca fiducia, fu

scosso. Ne parlò a sua moglie. Lei gli rispose alteramente. Gli disse

che non tollerava osservazioni. Egli tacque. Un'altra volta, come

crescevano i sospetti, ella gli rispose piangendo. Egli tacque.

Finalmente quando il sospetto tremolava sulla soglia della certezza,

ella non gli rispose che questo: Se continui ad ingiuriarmi, ti lascio

per sempre, non mi vedrai più. Egli tacque. Mai più, mai più su questo

soggetto fu detta una parola fra loro. Egli temeva troppo vederla andar

via.

Fu allora che egli fece il suo maggior quadro di _Paolo_ e _Francesca_.

La scena è bruna, è una stanza tappezzata di cordovano oscuro, senza

ornamenti, senza galanterie di tavole scolpite o di finestre binate. Un

lettuccio di velluto nero è in mezzo al quadro. Sul lettuccio distesa,

morta, con la faccia bianca e sorridente, che fa macchia sul velluto

nero, con le mani raggrinchiate, giace Francesca. Stramazzato a terra,

bianco, morto, con le spalle appoggiate al lettuccio, con la testa

vicina a quella di Francesca, è Paolo. Vi è sangue sulla veste di

Francesca, sangue sul giustacuore di Paolo, una pozza di sangue per

terra. Le due teste, ravvicinate, pare che si bacino ancora. Lanciotto

non vi è, ma è dappertutto. Quell'assenza è di un effetto artistico

eccezionale. Tutto è sobrio, tutto è severo, tutto è tragico, anche il

bacio, specialmente il bacio. Nessuna mimica, nessuna coreografia.

Aleggia nel quadro una fatalità greca, eschiliana.

Era la migliore sua opera. Il pubblico andò in estasi per l'artista; la

moglie sorrise, guardò bene, le piacque l'abito di Francesca e non

altro. Il pittore manifestò l'intenzione di non vendere il quadro. Ma la

volontà della moglie era che si vendesse. E fu venduto.

Nello stesso anno il pittore morì di una malattia di languore, come ne

muoiono gli uomini troppo robusti.

*

* *

Ieri l'altro sono passato presso la sua tomba. Un monumento candido,

nuovo, carico di corone. Sulla pietra, in versetti addolorati, due nomi,

due persone si dolgono ancora dell'immatura morte. E sono la moglie e

l'amante--e il tradimento è ancora là, scritto nel marmo, sotto la luce

del sole, sotto i cieli azzurri, tra i fiori; il tradimento pomposo e

sfacciato è sulle ossa dell'artista.

LA SETTIMANA DELLE NOVELLE.

(ANNIVERSARIO)

Francesco II, _Francischiello_, aveva data l'amnistia: gli emigrati

napoletani, a cui l'esilio era duplice dolore, ritornavano in patria,

incerti, dubbiosi della parola malfida di questo Borbone, ma vinti da

una irresistibile nostalgia. Il quindici di agosto, giorno

dell'Assunzione, era tornato in Napoli un emigrato di Terra di Lavoro,

partito studente, nel quarantotto; e da paesi assai lontani portava seco

la moglie giovane, straniera e una figliuolina di quattro anni. Ora, a

Napoli, egli prevedeva rivolgimenti, tumulti e sangue; e pensò a mettere

in sicuro la moglie e la bambina. Così le condusse in Terra di Lavoro, a

Ventaroli, nella casa paterna, le raccomandò ai suoi parenti e ripartì

per Napoli.

Nè voi troverete Ventaroli sulla carta geografica: Ventaroli è anche

meno di un villaggio, è un piccoletto borgo sulla collina, più vicino a

Sparanise che a Gaeta. Vi sono duecentocinquantasei anime, tre case di

signori, una chiesa tutta bianca e un cimitero tutto verde: vi è un

gobbo idiota, una vecchia pazza e un eremita in una cappelluccia, nella

campagna: il nome del paese è inciso grossolanamente sopra una pietra: i

protettori sono i SS. Filippo e Giacomo, la cui festa ricorre ai due di

maggio: la protettrice è la Madonna della Libera, che sta nella

cappelluccia dell'eremita. A Ventaroli ci si alza alle sei del mattino,

si mangia a mezzogiorno, si dorme, si passeggia, si cena alle sette e si

ridorme alle otto. Alla mattina vi è la messa; alla sera il vespro e il

rosario. Verso l'imbrunire è un gran grugnito di maialetti che ritornano

dal pascolo; e un mormorio di voci umane, strilli di donna e pianti di

fanciullietti. Il parroco, don Ottaviano, uomo bruno e segaligno, era

propriamente cugino dell'esiliato, e capo della prima famiglia del

paese.

*

* *

Ora, dopo tre giorni, la fortezza di Capua si chiuse e le comunicazioni

fra Napoli e la Terra di Lavoro furono interrotte. L'emigrato non seppe

più nulla della sua famiglia; e la moglie con la figliuolina restarono

nel villaggio, straniere, parlanti male l'italiano, fra parenti non

malevoli ma rustici. A Ventaroli arrivavano notizie vaghe, paurose: si

avanzavano i Garibaldini, si avanzavano i Piemontesi, ma le truppe

borboniche tenevano tutta la campagna. Il parroco, che era anche

consigliere comunale, cominciò a intimidirsi; la moglie dell'emigrato,

sua cognata, la dama straniera, Cariclea, dovette dargli coraggio, ogni

sera, nelle conversazioni dopo cena; ma ogni mattina ricominciavano i

terrori di don Ottaviano. Né aveva torto: verso i venti di settembre

s'intese nella valle un gran rumore di trombe, di cavalli, di soldati, e

un distaccamento di Svizzeri venne ad accamparsi in Ventaroli. Nel

cortile dell'unico palazzo, quello di don Ottaviano, accamparono

duecento fra soldati e ufficiali.

Furono ospiti terribili. Gli ufficiali svizzeri erano buoni e cortesi,

assuefatti oramai alla dolcezza della vita napoletana, avendo lasciato a

Napoli casa, famiglia, figliuoli, amici; addolorati di quella guerra che

sentivano inutile, addolorati per quella causa che sentivano perduta: ma

i soldati non tolleravano più freno di disciplina, erano diventati

ribelli a ogni ordine, si abbandonavano alla ubbriachezza, al gioco.

Dopo tre giorni avevan consumato tutto il vino, tutto l'olio, tutta la

farina di don Ottaviano: e chiedevano ancora, insolentemente, bastonando

i contadini, sgozzando le galline. Le vecchie zie, le donne antiche di

casa stavano chiuse nello stanzone di famiglia; tacevano, non osando

neppure di filare, pregando mentalmente. Le serve erano in cucina,

intorno a certi caldaioni dove cuocevano i maccheroni, che non bastavano

mai. Tutta la notte era un cantare, un urlare, un litigare: don

Ottaviano, chiuso nella sua stanzetta, leggeva ad alta voce i salmi

penitenziali, per quietarsi o per stordirsi, ma non poteva dormire, il

poveretto. Ma la più forte, sebbene la più minacciata, era la signora

Cariclea, la moglie dell'emigrato. Lo sapevano bene, i soldati, che era

la moglie di un cospiratore, di un nemico, di uno che aveva tolto Napoli

a _Francischiello_, e ogni volta che ella compariva sulla terrazza o

attraversava il cortile, vi era un mormorìo crescente di ostilità. Ella

passava, quieta, serena, come se niente fosse, e parea non udisse che la

chiamavano _moglie di brigante, moglie di assassino_. Se ne lagnava,

ella, con qualche ufficiale, specialmente con un maggiore, alto, biondo,

robusto, un colosso:

--Signora mia.--le diceva costui, in francese--io non so che farvi.

Badate alla vostra vita, io non posso garantirvela. Non garantisco

neppure la mia.

Ella non temeva per sè, temeva per la sua creaturina. La bimba aveva un

cappellino rotondo, chiamato allora alla _Garibaldi_, con un _pompon_

tricolore: e la bimba voleva portarlo sempre, questo pericoloso

cappellino. Quando i soldati la vedevano passare, tutta fiera di quel

pomo di seta tricolore, era come una rivolta:

--Tagliamogli la testa, a questa razza di briganti, tagliamo la testa di

questa creatura, così imparerà a portare il pomo tricolore!

La madre tirava un poco a sè la bambina e fingeva di sorridere, e quando

era sola, in camera sua, soltanto allora, abbracciava la bimba, con una

stretta frenetica. Don Ottaviano urlava:

--Ci farete ammazzar tutti, con quel vostro pomo tricolore!

Ma la bimba non voleva lasciarlo, gridava, gridava, glielo aveva dato il

suo papà, quel cappellino col pomo tricolore. Infine, i viveri

cominciando a mancare, i soldati diventarono più rabbiosi e chiesero

quattrini: il maggiore portò la imbasciata a don Ottaviano. Costui un

giorno dette ai soldati trenta ducati messi da parte per le feste di

Natale: ma di notte, aiutato dalla cognata donna Cariclea, dalla zia

Rachele e dalla serva Ottavia, seppellì, in un angolo dell'orto, il

_tesoro della Madonna_, collane di oro, anelli, orecchini, _ex-voto_ di

argento, pissidi, calici, candelabri, altri arredi sacri. L'altare

familiare, che era nel grande salone di famiglia, dedicato alla Vergine,

restò spoglio di ogni ornamento. Il seppellimento fu fatto

misteriosamente:

--Benedetto, benedetto--diceva don Ottaviano, baciando piamente ogni

arnese sacro, prima di sotterrarlo. E singhiozzava, il povero prete.

Poi dette ai soldati altri venti ducati, che erano una dote da estrarsi,

il primo di novembre, per far maritare una zitella del paese: ma non

bastarono. Donna Cariclea dette loro venti marenghi d'oro che il marito

le aveva lasciati: ma non bastarono. Zia Rachele dette a questi svizzeri

furiosi quindici ducati di economie fatte, in molti anni, _a grano a

grano_: ma non bastarono. Ottavia, la serva, aveva diciotto _carlini_:

li dette. In breve, nel palazzo non ci fu più un soldo, nè un pizzico di

farina, nè una goccia di vino. Gli ufficiali svizzeri si vergognavano:

specialmente il maggiore, che era una persona assai gentile, chinava il

capo, offeso nel suo orgoglio di militare. Ora i soldati volevano il

_tesoro della Madonna_: lo volevano giuocare a carte.

--La Madonna non ha tesoro--diceva don Ottaviano.--Ditelo voi, donna

Cariclea.

--La Madonna non ha tesoro--ripeteva la coraggiosa signora.

Il maggiore andava e veniva, parlamentando fra i soldati e la famiglia.

--Se non ci dànno il tesoro, ammazziamo la bimba--mandavano a dire i

soldati.

--Raccomandiamoci alla Vergine, cognata mia--mormorava il prete.

Così, prevedendo imminente la morte, tutta la famiglia si raccolse nello

stanzone, innanzi all'altare denudato, e si mise a pregare. Don

Ottaviano aveva vestito i paramenti sacri, e stava inginocchiato sui

gradini dell'altare. Era una settimana, dieci giorni di accampamento:

nessuna notizia, nessun soccorso. Ora, l'umore degli Svizzeri era

cambiato. Chiedevano un banchetto; volevano che nel cortile s'imbandisse

una grande mensa, volevano li gnocchi, se no, mettevano fuoco alla casa.

Il parroco giurava di non aver nulla, nulla da dare, neppure un tozzo di

pane: il maggiore con le lagrime agli occhi lo scongiurava, che

cercasse, che mandasse, per pietà della vita di tutte quelle donne,

vecchie e giovani. Furono spediti corrieri a Carinola, a Casale, a

Cascano, per trovar farina. Ma intanto i soldati andarono nella legnaia,

ne cavarono fuori tutte le fascine e le disposero attorno alle mura del

palazzo. I corrieri che erano andati per farina tardavano assai: forse

erano stati arrestati, forse erano morti. Un mormorìo crescente saliva

dal grande cortile. Nel salone le donne dicevano le litanie,

salmodiando. L'ora passava, lenta.

--Se fra dieci minuti non arriva il corriere con la farina, i soldati

dànno fuoco--venne a dire il maggiore.

--Non potete fare più nulla per noi?--chiese donna Cariclea.

--Più nulla, signora.

--Portar via questa piccolina? Io non mi dolgo di morire: vorrei salvare

la bimba.

--Mi ucciderebbero con lei, signora,

--Che Dio ci assista dunque--mormorò donna Clariclea.

E Dio li assistette. Un corriere da Cascano ritornò. Portava farina:

poca, insufficiente, ma ne portava. Così le serve lasciaron di pregare e

scesero in cucina, a fare gli gnocchi per i soldati. Ma i soldati non

vollero togliere le fascine: e la morte parve solo ritardata di qualche

ora: si capiva che dopo il banchetto i soldati sarebbero diventati più

feroci: non avrebbero conosciuto più ragione. Essi, nel cortile,

tumultuavano: le povere serve, in cucina, manipolavano la pasta,

instupidite: su, nello stanzone, il parroco aveva confessato e dato

l'assoluzione a tutti i suoi parenti. La piccolina di donna Cariclea

spalancava gli occhi, spaventata: ma non piangeva.

A un tratto, il pesante martello del portone risuonò, tre volte,

sonoramente. Un silenzio profondo. Ma nessuno aprì. Tre altri colpi: e

il battito del piede ferrato di un cavallo risuonò, innanzi al portone.

--Chi va là?--chiese la sentinella, senz'aprire.

--Viva Francesco II!--gridò una voce affannosa.

--Viva, viva!--urlarono i soldati.

Era una staffetta: un soldato pallido e grondante sudore. Chiese del

colonnello, del maggiore, di un capo: non aveva che due parole da

dirgli. Il maggiore alto e biondo, il colosseo affettuoso e fiero,

accorse: la staffetta si rizzò, gli parlò all'orecchio. Il maggiore

restò imperterrito, assentì col capo: la staffetta ripartì,

precipitosamente. Il maggiore salì sul terrazzino interno che dava sul

cortile, fece suonare la tromba, due volte:

--Soldati--disse, con voce tonante--abbiamo innanzi a noi Garibaldi,

alle spalle arriva Vittorio Emanuele. Facciamo il nostro dovere. Viva

Francesco II!

--Viva--disse qualche voce.

E lentamente si misero in tenuta di partire. Andavano fiacchi, lenti,

molli, attaccandosi la giberna, visitando i fucili: e il maggior loro

dolore, per quei mercenari brutali, era di non poter banchettare, di non

poter mangiare gli gnocchi che le povere serve facevano in cucina. Gli

ufficiali andavano, venivano, gridavano: ma inutilmente.

--Consolatevi, signora--disse il maggiore a donna Cariclea, entrando nel

salone--ora vengono i Garibaldini.

Ella non osò consolarsi. Stringeva la piccolina sul petto e non parlava.

Il parroco non levava la testa.

--Addio, signora, non ci vedremo più--disse il maggiore.--Noi andiamo

alla morte.

E non tremava la sua voce. Uscì, si pose alla testa dei soldati,

marziale, bellissimo a cavallo, camminando serenamente alla battaglia:

dietro di lui i soldati svizzeri andavano, come pecore, stretti stretti,

taciturni, torvi. Nessuno osò levare la voce, nel palazzo deserto,

devastato: per un'ora tutti tacquero, innanzi all'altare, subendo ancora

l'incubo di quell'assedio.

--Ora vengono i Garibaldini--disse, a un tratto, la bambina.

E vennero. Portavano la camicia rossa, ma erano coperti di polvere, con

le scarpe rotte, stanchi, sfiniti: volevano bere, volevano mangiare, non

ne potevano più.

--Che daremo loro?--diceva don Ottaviano, disperandosi.

I Garibaldini non credevano che non ci fosse nulla. Erano una

quarantina, estenuati: avevano trovato la devastazione dappertutto.

Dappertutto i Borbonici avevano mangiato tutto, bevuto tutto, non vi era

più nulla; come potevano dunque battersi? Un ufficiale, buonissimo,

parlamentava con donna Cariclea e col parroco: e era inutile, non vi era

nulla, nulla. Ma un clamore venne dal cortile: i Garibaldini avevano

scoperto la cucina e il caldaione degli gnocchi.

--Ah, Borbonici, canaglia! Avevate da mangiare e ce lo negavate!

Borbonici della malora, che vi porti via il diavolo!

Ma fra quelle voci irritate, furiose, una vocina sorse:

--Viva Garibaldi!

La piccolina, in mezzo ai Garibaldini, agitava il suo cappelluccio col

pomo di seta tricolore. Mentre la baciavano, levandola su, in trionfo,

ella strillava sempre. La madre piangeva.

*

* *

Il cannoneggiamento cominciò alle tre del pomeriggio. Ventaroli è sulla

collina, l'eco dei cannoni vi si ripercuoteva fortemente. Donna Cariclea

era salita sopra una torricella, donde si vedeva tutta la valle: ma

nulla si scorgeva. Dove si battevano? Con che esito? Era impossibile

saper nulla, I quaranta Garibaldini erano andati via, allegramente, dopo

aver pranzato, coi loro scarponi rotti, coi loro vecchi fucili: e tutte

le case di Ventaroli si erano chiuse, i portoni erano sbarrati. Quando

cominciò il cannone, Pasqualina Cresce, che aveva paura dei tuoni, si

era ficcata col capo sotto i cuscini; il vecchio Nicola Bonelli, che era

stato al fuoco, tendeva l'orecchio per sentire onde venisse: e la

sorella dell'emigrato, Rosina, una fiera donna, era venuta nello

stanzone e aveva accese due altre candele alla Vergine, per conto suo,

perchè vincessero i Garibaldini. Donna Cariclea fremeva: invano aguzzava

gli occhi, sulla torricella, ma non un'anima passava nella valle, non un

carro, non un contadino, un deserto, un paese morto. Il cannone si

arrestava, talvolta, per cinque minuti, ma dopo riprendeva con più

vigore. Stette tre ore, lassù, sino all'imbrunire. E sempre il cannone:

talvolta allegro, talvolta lungo e lugubre. Poi tacque. Era notte.

Nessuna notizia. Era perduta o salvata la patria?

Ma don Ottaviano, le vecchie zie, le giovani spose, le serve erano

stanche di quella tremenda giornata; e malgrado il terrore

dell'indomani, malgrado la suprema incertezza, che era anche un supremo

pericolo, andarono a dormire. Donna Cariclea si ritirò nella sua

stanzuccia, che era proprio sopra l'arco del portone. Aveva appena

appena congiunte le mani della piccolina per la preghiera della sera,

quando, nel silenzio profondo del villaggio, si udì un galoppo di

cavallo: veniva verso la casa. E subito dopo un fievole colpo di

martello risuonò. Donna Cariclea trasalì. Che doveva fare? Si affacciò

senza far rumore alla finestra: nell'ombra si vedeva un cavallo e un

cavaliere, ma non si distingueva altro. Erano immobili, aspettavano. Ma

passò qualche minuto: il cavaliere non suonò di nuovo, aspettando,

pazientemente.

--Chi sarà mai?--pensava donna Cariclea, tutta trepidante.

E richiuse la finestra, senza far rumore. Ma quel cavaliere, là, innanzi

al portone, nella notte, le dava tormento. Riaprì, domandò, sottovoce:

--Chi è?

--Sono io--disse una nota voce.

--Voi, maggiore?

--Aprite, signora, per carità!

Ella prese un lume, attraversò due o tre stanze, scese por le scale,

andò a tirare i grossi catenacci. Silenziosamente, il maggiore era

disceso da cavallo e se lo trasse dietro, nel cortile: lo legò a un

anello di ferro. La signora andava innanzi e il maggiore dietro: quando

furono nella stanzetta, il maggiore le fece cenno di chiudere la porta,

a chiave. La bimba, già a letto, guardava tutto questo con un par

d'occhioni spaventati.

--Signora--disse il maggiore--io sono nelle vostre mani.

Ella lo guardò, sgomenta. L'ufficiale svizzero era in uniforme, tutto

gallonato, tutto scintillante di oro: ma teneva il capo abbassato sul

petto.

--Che avete fatto?--chiese ella, duramente.

--Sono scappato, signora. Fuggo da tre ore: due ore siamo stati nascosti

in una macchia, il mio cavallo e io.

--Non avete preso parte alla battaglia?

--No, signora, vi dico che sono scappato.

--E perchè?--chiese ella a quel colosso.

--Perchè avevo paura--disse lui, semplicemente.

--Oh!--fece soltanto lei, celandosi il volto per ribrezzo.

--Avete ragione--disse lui, umilmente.--Ma la paura non si vince: sono

fuggito.

--Non vi vergognate, non vi vergognate?--chiese ella, tremando di

emozione.

Egli non rispose. Si vergognava, forse. Stava buttato sulla sedia,

grande corpo accasciato dalla viltà.

--E i vostri soldati?

--Chissà!--disse il maggiore, levando le spalle.

--Chi ha vinto, dunque?

--Non lo so. Avranno vinto gli Italiani, forse.

--E siete fuggito?

--Già. Vi ripeto, avevo paura. Che m'importa della battaglia? Voi dovete

salvarmi, signora.

--Io?

--Sì. Dovete farmi fuggire. Voglio ritornare a Napoli, in sicurezza. Ho

famiglia, io: ho figli io, che me ne importa di Francesco II? Salvatemi,

signora, ve ne scongiuro.

--E perchè dovrei farlo?

--Perchè siete donna, perchè siete buona, perchè anche voi avete una

figlia.... e capite...

--Siete un nemico, voi.

--V'ingannate, sono un disertore.

--Ebbene?

--Significa che io temo egualmente i Borbonici, come i Garibaldini. Se

mi trovano i vostri, sono un nemico, e mi fucilano: se mi trovano i

Borbonici, sono un disertore, e mi fucilano. Ecco perchè vi chieggo di

salvarmi.

--Se rientrate a Napoli, vi fucileranno.

--Garibaldi è buono--disse umilmente il maggiore svizzero.

--È una vergogna--ripetette lei, duramente.

--Lo so: ma che posso farci? Salvatemi voi.

--Stamane avreste lasciato morire la mia bambina.

--Che potevo fare?

--Eppure il re contava su voialtri! Che uomini siete, dunque?

--O signora mia, per carità, non ne parliamo: se avete viscere di madre,

trovatemi un mezzo per fuggire.

--Io non ne ho.

--Lasciatemi stare qua, in questa stanza.

--Se vi ci trovano, siamo perduti tutti.

--È vero--disse lui, dolorosamente.

La bambina aveva ascoltato tutto il discorso, guardando ora sua madre,

ora il maggiore. Adesso, ambedue tacevano. Egli era immerso nel più

profondo avvilimento: ella era combattuta da tanti sentimenti diversi.

--Ho anch'io un bimbo di questa età--mormorò il maggiore.--Non lo vedrò

più, forse.

--Aspettatemi qui--disse donna Cariclea, decidendosi.

E uscì. Il maggiore si era inginocchiato vicino al letto e aveva baciata

la piccolina. Donna Cariclea tardava. Alla fine, muta, lieve come

un'ombra, ritornò. Portava un involto di panni:

--Smorzerò il lume--disse, con voce breve, superando ogni ritrosia di

donna--toglietevi l'uniforme e mettete questi abiti.

Così fece. Dopo pochi momenti ella riaccese il lume: il maggiore era

vestito da contadino e l'uniforme giaceva per terra. Egli se ne stava

tutto umile, tutto contrito.

--Bisogna nascondere quest'uniforme e questa spada--disse

lui:--trovandosi, sareste perduta.

--È vero--disse lei.--Spezzate dunque la spada.

Senza esitare, egli tentò di spezzare la spada sul ginocchio. Ma la

buona lama resisteva. Alla fine, con la tensione dei suoi muscoli

robusti, la spezzò.

--Scucite i galloni dall'uniforme--ordinò donna Cariclea.

Pazientemente, il maggiore strappò i galloni del suo uniforme. Ella

raccolse tutto.

--Andiamo a buttarli via.

Egli la seguì per le scale; essa lo guidava con un fioco cerino. Scesero

nel cortile: macchinalmente, ella buttò i frammenti della spada nel

profondo pozzo, che era in mezzo al cortile. Il maggiore sospirò di

sollievo. Poi passarono vicino alla conserva dell'olio: ella vi buttò

l'uniforme disadorno di galloni. Alla fine passando presso un mucchio di

letame, ella vi buttò i galloni, rivoltandoli con una pala, per farli

andare sotto.

--Dio mio, ti ringrazio!--esclamò il maggiore.--E il cavallo, che

facciamo del cavallo? Se lo trovano, siamo perduti.

--È vero--mormorò lui.--Bisogna farlo scomparire. Ora lo ammazzo.

--Con che?

--Non ho armi, è vero.

Andarono presso il cavallo. La buona bestia nitrì: il maggiore fremette

di paura. Poi, sciolse le redini dall'anello, trasse il cavallo fuori

del portone e richiuse il portone. Stettero a sentire, il maggiore e

donna Cariclea. Per un pezzo il cavallo scalpitò sulla soglia, battè col

capo contro il legno della porta: ma poi ne sentirono il galoppo furioso

e pazzo per la campagna.

--Domani la campagna sarà piena di cavalli fuggenti--mormorò il

disertore.

--Andiamo su--fece lei.

Risalirono. La bimba era sempre sveglia. Donna Cariclea si chinò e baciò

sulla guancia la sua figliuola. In atteggiamento confuso il maggiore

aspettava.

--Sentite--disse donna Cariclea.--Io ho svegliato Peppino, il boaro. È

una creatura bestiale, ostinata e fedele. Farà tutto quello che gli ho

detto. Ha messo una scala alla finestra del grande salone. Dà sull'orto.

Voi scenderete per quella scala: siete forte, mi pare?

--Fortissimo.

--Bene. Andrete a traverso i campi, ma senza affrettarvi, dovrete avere

il passo dei contadini che vanno al mercato. Parlate poco con Peppino, i

contadini non parlano. Avete i baffi di un signore e di un militare;

ecco le forbici, tagliateveli.

Egli eseguì senz'esitare.

--Bene. Anderete a passar il Garigliano verso Sora; è lontano, ci

arriverete in due giorni: a Sora ci è la scafa, passerete il fiume. Di

là siete al confine pontificio. Peppino vi lascerà, tornerà indietro,

non dirà mai una parola con nessuno. Noi, probabilmente, non

c'incontreremo più. Tanto meglio. Ma se ci dovessimo mai incontrare,

badate bene, non mi ringraziate, non mi tendete la mano, non mi

salutate, non mostrate di conoscermi. Se lo faceste, vi darei del

disertore sulla faccia. Addio, dunque, signore.

--Addio, signora.

E fece per accostarsi al letto, donde la bimba lo guardava, e voleva

baciarla.

--No--fece la madre opponendosi.

Egli uscì. Donna Cariclea lo sentì scambiare una parola con Peppino che

l'aspettava pazientemente, seduto nell'ombra dello stanzone: udì lo

scricchiolio della scala sotto quel corpo pesante: udì i due passi quasi

allontanarsi. Allora si accostò al letto della sua piccolina, si curvò

su lei.

--Pensa che questo sia un sogno, Caterina: dimentica, dimentica tutto,

piccolina mia. ............................................

Ma Caterina non ha potuto dimenticare.

Fior di passione · 第 8 / 30 题