PAOLO SPADA.

L'uomo di cui leggete il nome--nome poetico e predestinato--qui sopra,

era uno scrittore di novelle e di romanzi. Aveva trent'anni, era basso,

robusto, tarchiato, la fronte breve, gli occhi neri e lividi, le guancie

rosse, le labbra grosse e sensuali. Se pel romanziere vi è un tipo

stabilito che le fanciulle isteriche e le donne nervose hanno

immaginato--capelli neri e ondulati, fronte nobile, pallore arabo, occhi

pensosi, mustacchio soave, corpo snello--Paolo Spada non realizzava

questo ideale fantasioso. Egli dormiva profondamente per sette ore ogni

notte, faceva colazione con uova, bistecche, formaggio e vino,

passeggiava su e giù per le vie al sole, pranzava benissimo, ballava,

suonava il pianoforte, andava alla sala d'armi, pattinava, corteggiava

le signore--come ogni eccellente, forte e compito giovanotto può fare.

In quanto al suo umore, era quasi sempre allegro, con brevi accessi di

malinconia. Amava la buona compagnia, la conversazione arguta, la musica

di camera, le belle donne dalla testa greca; non aveva nè fedi, nè

dubbi: era indifferente. Ogni tanto cambiava d'innamorata.

Questo bravo galantuomo così somigliante ad un altro qualunque

galantuomo, era anche un novelliere, un romanziere. Aveva ingegno; non

quello che comunemente si chiama così in Italia e che tutti hanno a

ventidue anni, e per cui si scrivono odi libere d'ogni legge

grammaticale, novelle senza soggetto e tentativi di commedie senza

intreccio. Un ingegno vero, pulito, lucido, preciso, qualche cosa che

rassomigliasse naturalmente all'acciaio. Nessuna morbosità nella sua

intelligenza, nessuna nervosità malaticcia nella fantasia: una sanità

austera e franca, una robustezza quasi muscolare nella sostanza e nella

forma. Egli ammirava tutti gli scrittori il cui ingegno, per cause

misteriose, quasi sempre fisiologiche, diventa una malattia; egli era

pieno d'entusiasmo per le visioni paurose, lugubri, sanguinanti,

desolanti, che escono dai cervelli alcoolizzati per l'amore, per

l'acquavite o per l'arte. Ma era l'ammirazione di contrasto, di

opposizione, quella che l'avversario dà all'avversario, il saluto di

scherma, l'omaggio di giustizia reso al nemico. Poichè egli era sano di

mente e sano di corpo.

Così la sua qualità più alta era l'osservazione. Questo giovanotto

allegro e spensierato, che respirava l'aria ed i profumi dalle nari

frementi, che aveva la distrazione della gaiezza che passava da un

piacere ad un altro, da una impressione ad un'altra con una rapidità

giovanile, aveva il senso o l'intuito dell'osservazione. Quando

scriveva, pareva che ricordasse scene vissute o paesaggi visti. Nulla di

fantastico, nulla di creato, nulla che rassomigliasse ad uno sforzo

d'immaginazione. L'arte sua era potente, nella verità e nella

espressione. Ma non vi era poesia in quello che scriveva.

*

* *

Eppure questo Paolo Spada era il più grande sognatore che io abbia mai

conosciuto. Egli sapeva le segrete voluttà di quelle ore solitarie,

passate sopra una poltrona, lungo disteso, contemplando il soffitto

bianco su cui è dipinta una corona di rose. Sapeva le ondulazioni molli

di quelle lente passeggiate per la casa, innanzi ad un quadro, ad un

ritratto, presso il caminetto, dietro i vetri del balcone. Sapeva il

segreto di quelle passeggiate concitate, su e giù per le stanze, la

testa china, i pugni stretti nelle tasche, senza veder nulla, urtando

nei mobili, dicendo qualche parola ad alta voce. In quelle ore la sua

porta era chiusa: nè amico, nè donna, potevano entrare. Egli sognava! ed

era un sogno così poco vago, così poco fluttuante, così vivo, così vero,

così afferrabile che quasi stendeva le mani per pigliarlo. Tutti i

contorni di un sogno erano definiti, precisi, con una nettezza di linee

quasi troppo forte, con un risalto energico sul fondo. Il paesaggio gli

si rivelava nelle parti più intime, nei recessi più oscuri, nelle

vastità più sconfinate; egli lo vedeva come in un quadro, meglio che in

un quadro, come è la natura. La scena della novella egli la vedeva

svolgersi innanzi ai suoi occhi, coi personaggi che discorrevano,

agivano, si muovevano, si abbracciavano, si uccidevano, meglio che sul

palco scenico, come nella vita. Egli palpitava, fremeva, non osava

muoversi, non osava respirare; era commosso, febbricitante innanzi al

suo sogno che era vita.

Ma dove il suo sogno arrivava al suo più alto punto di sogno e di

realtà, era nella creazione dei personaggi. Egli li _vedeva_; gli

apparivano, non come fantasmi, ma come persone vive, lo guardavano, gli

parlavano, vivevano con lui, col viso che lui aveva dato loro, con quel

corpo, con quei vestiti, con quello sguardo, con quella voce. Le donne

specialmente. Venivano a trovarlo, nelle sue ore di sogno, fanciulle

castane, dagli occhi pieni di luce e di bontà, dai sorrisi semplici,

donnine bionde e delicate, dalle movenze aggraziate, dalle labbra di

carminio, donne brune e splendide, dagli occhioni di baiadera, dalle

bocche provocanti e voluttuose, verginelle pallide e mistiche, dai volti

esangui e dai corpi magri, peccatrici dagli occhi tinti e dalle guance

biaccose. Venivano nei loro abiti di raso, di lana, di broccato, di

cenci, di teletta, di trine, tutte sfolgoranti di bellezza, sorridenti

di bontà, traspiranti malinconia, emanando il profumo del cielo o il

profumo della colpa. Esse venivano a lui, sedevano, gli narravano la

propria vita, piangevano, ridevano appoggiavano il capo sulle sue

ginocchia, canticchiavano una canzoncina, mormoravano dei versi pieni di

dolore, suonavano sopra l'arpa una tarantella, sfogliavano dei fiori,

poi, come Ophelia, partivano per ritornare. Lui le conosceva, le

chiamava per nome, sapeva la loro vita, Qualcuna, la più stranamente

bella, la più misteriosamente incantatrice, la più gaia o la più triste,

lo abbracciava e lo baciava, lievemente, sulla fronte, poichè egli

l'amava.

*

* *

Il suo primo libro di novelle, tutte inedite, che egli non aveva voluto

pubblicare prima pei giornali come è l'uso, fecero grande rumore e

sollevarono molte discussioni. Nessuno però poteva negare la potenza

dello scrittore, la forte virilità dell'arte sua, la purezza e la

semplicità dei mezzi artistici. Come in tutti i primi libri, vi era un

rigoglio d'idee, un bosco folto ed intralciato, tutto cespugli, tutto

farre, una condensazione di pensiero nutrita, polposa. Come in tutti i

primi libri, tutti i difetti di forma erano salvati dall'impeto che

trascina via tutto, dal calore che si comunica al lettore. Questo libro

robusto e virginale ebbe per sè il pubblico. Pure verso la fine di ogni

novella si notava nello scrittore, e si comunicava al lettore, un senso

di malessere, come un imbarazzo penoso, come un pensiero latente che

arriva a distrarre dai pensieri attivi. Poi le novelle finivano, come

troncate, senza conclusione, quasi gettate via con disdegno. Una

specialmente, sovra una monachella innamorata, terminava così

bruscamente, così male, che la critica nemica la notò come un difetto

serio. La critica amica rispose che quella era sprezzatura artistica--e

parve a molti così e tutti si tranquillarono, aspettando il primo

romanzo di Paolo Spada.

Fu invece un racconto di cent'ottanta pagine, interessante, acuto,

scritto con una profonda coscienza di novelliere. Mai s'era vista unita

tanta intensità e tanta leggiadria. Era un'opera pensata, ma fresca.

Verso il penultimo capitolo tutte queste qualità si perdevano

miseramente, svanivano. Regnava l'impaccio di un principiante che non sa

come liberarsi; nell'ultimo capitolo la protagonista doveva

_assolutamente_ morire: invece, non si sa come, non si sa perchè, non

moriva, stava bene e si sposava un personaggio qualunque. Era una

volgarità indegna di un artista. Dopo molte lodi al principio del

racconto, tutti biasimarono vivamente la fine.

Ma dopo fu sempre così nei romanzi di Paolo Spada: le sue protagoniste

belle, buone, cattive, umane, simpatiche durante tutto il romanzo, alla

fine diventavano triviali e ridicole. Colei che si suicidava, non sapeva

suicidarsi abbastanza bene per morirne; quella che era distrutta da una

tisi al terzo grado, trovava una medicina miracolosa che la salvava, e

sposava il medico; quella che era presa dalla meningite, faceva una cura

violenta di chinino e si guariva; quella che per un amor tradito era

ridotta all'ultima disperazione ed al desiderio della morte, si

consolava senza una ragiono al mondo, borghesemente. Qualcuna poi, come

nelle prime novelle, scompariva improvvisamente e non se ne aveva più

notizia. Così un intiero e spasimante dramma psicologico si risolveva in

un matrimonio ed in una scampagnata. Così tutta l'opera d'arte era

guastata, rovinata da quella fine illogica, assurda, borghese. Così quel

tratto finale in cui tutta la valentìa dell'artista era perduta, perdeva

il libro. Fu detto di lui che era debole, che il suo ingegno aveva dei

lucidi intervalli, con alternative di tenebra. Fu detto di lui che

sapeva cominciare i suoi libri, ma non finirli. La leggenda rimase. E la

reputazione di romanziere di Paolo Spada si smarrì fra le infinite

mediocrità che affliggono l'arte.

*

* *

Io seppi il suo segreto. Una sera, in un'ora di espansione amichevole,

mentre io lo interrogava con gli occhi senza parlare, egli mi narrò,

lungamente e con frasi entusiaste, tutto un suo nuovo romanzo. Lo

lasciai dire, ammirando quella robusta fisonomia di uomo gagliardo che

si rischiarava.

--E la protagonista, come finisce?--domandai.

Ma mi pentii subito, poichè lo vidi impallidire.

--Non so,--rispose vagamente,--non so.

--Ascolta,--riprese dopo un silenzio penoso,--ascoltami, poichè ti dirò

quello che non dissi a nessuno. Ti spiegherò quale è il cruccio della

mia esistenza; quale è la rovina del mio ideale d'artista. Senti. Per me

il sogno di quello che scrivo, è così vero che è come la vita. Attorno a

me i miei eroi esistono. In me, con me, per me, esistono le mie donne.

Io le evoco, esse vengono. Le ho create io, sono vita mia, forma mia, mi

appartengono, mi vogliono bene, lo le amo senza confine, senza misura,

con la più cieca passione, io le amo. La mia innamorata non è Rosina che

tu conosci, è Fulvia di cui io sono il creatore ed io l'amante. Fulvia

figura ideale, più donna per me di Rosina. Io scrivo la loro storia,

preso da una emozione che mi affoga, come se narrassi la vita

dell'essere che adoro. Scrivo, scrivo, felice, entusiasmato di far

sapere al pubblico la loro bellezza ed il loro amore, esaltato all'idea

che queste divine creature faranno palpitare altri cuori. Altri come me

le ameranno, queste fanciulle celestiali ed amorose, queste donne

passionate. Io provo il piacere più profondo che sia dato provare allo

spirito umano. Ma quando la loro vita declina, un'angoscia sottile mi

vince; io le amo, non posso vederle declinare; quando sono prese dalla

malattia per cui debbono morire, io le amo e mi lascio invadere dalla

malinconia; quando esse precipitano alla catastrofe in cui debbono

perire, io sono assalito dalla disperazione, perchè le amo. Poi,

dovrebbero morire, mentre io le amo. Io, che le amo, dovrei ucciderle.

Brevemente o lungamente dovrei descrivere la loro agonia e poi

ammazzarle. Non posso. Il cuore mi si strazia e non posso. Mi par di

uccidere, a tradimento, una persona viva e sana; mi pare di affogare, in

un cantuccio oscuro, una donna senza difesa: mi pare di scannare, di

notte, un bambino. Non posso ucciderle. Perchè dovrei uccidere l'amante

che è bella, che è buona, che non m'ha tradito? Io non posso. Ho orrore

di me e non posso. Aspetto, penso, rifletto, mi torturo. L'arte mi dice:

Fulvia deve morire. Ed io le grido, piangendo: Non voglio che essa

muoia! L'arte mi dice: Uccidila. Ed io mi consumo di dolore, gridando:

Non posso, perchè l'amo. Io aspetto: aspettazione tormentosa. Nulla

appare. Allora io salvo la mia creatura agonizzante nel modo meno

artistico, più volgare che sia. Ella vive, io moro. Non è ridicolo ciò?

Ma è straziante. Queste adorate figure che io non so uccidere, uccidono

in me tutto: la felicità e la gloria. Io muoio della loro vita.

Fior di passione · 第 7 / 30 题