I MODERATI

Tu vedi, lettore, se i Moderati del 1848-49 sieno, ed in che

disformi ai Moderati del 1859-60.

Allora possiamo augurare bene della Libertà, quando almeno gli uomini

ardiscono aprire i labbri al vero; non protervo, non petulante, ma pure

dignitoso e schietto.

Noi non vediamo, e con dolore inestimabile il diciamo, che ai tempi

nostri si porga testimonianza alla verità. Alcuni piaggiando, una cosa

pensando ed un'altra manifestandone, si avvisano per virtù di arte

giungere al segno; altri si ravviluppano in cupissime ambagi, donde, non

che ad altri, a loro stessi non riuscirebbe poi ripescare il proprio

concetto.

Pessimo principio pei Popoli nuovi nel cammino della Libertà, che avendo

speranza rinvenire ingenua la forma ai concepiti istinti, consultano gli

scritti dei pubblicisti, e non vi trovando quello che cercavano,

smarrisconsi o sconfortati cadono nel dubbio, — il dubbio, verme

dell'anima!

Affermarono alcuni che le condizioni presenti mossero dai Monarchi;

questo è falso. — I Monarchi si valsero dei Popoli come leva a

rovesciare il temuto loro tiranno Napoleone. Non essi lo vinsero, ma la

Libertà che promisero ai Popoli; e poi li tradirono. La storia è lì per

provarlo a cui nega. I bisogni e i desiderii dei Popoli conoscevano

dunque di lunga mano i Principi; si erano eziandio obbligati a

soddisfarli, — leggete i proclami dei tempi. Come ai giuramenti

adempissero — leggetelo nei trattati di Vienna.

Immersi negli ozii deliziosi delle ville e dei palazzi sovente giunse a

sturbarli un suono lontano come di mare in burrasca, e domandarono ai

cortigiani: ch'è questo? I cortigiani risposero: Nulla; — è il rumore

del Popolo che piange....

Come le acque del diluvio crebbe il tesoro dell'odio del Popolo, e un

giorno venne fremente a battere alla soglia della Reggia, — Ch'è questo?

domandò il Re, e i Cortigiani: Sire, è il Popolo che minaccia. —

Minaccia? — Mandategli contro i miei fanti e i miei cavalieri,

stringetelo di catene, gittatelo nelle caverne, cacciatelo sotto terra a

scavare le mie miniere. — Sire, sotto i piedi del Popolo si vede una

massa informe di fango insanguinato, — cotesti sono i tuoi fanti e i

tuoi cavalieri. — Gittategli dunque i rilievi del mio festino reale, —

apritegli gli atrii e i giardini, — versategli vino, inebbriatelo.... —

Sire, il Popolo ha sete, ma non di vino; — il Popolo ha fame, ma non dei

tuoi rilievi.... — Or dunque che pretende egli? La mia corona forse?

Ebbene, a voi, ecco la mia corona, lanciatela fuori del balcone alla

furia del Popolo. — Sire, la tua corona non basta...!

Quando sotto la impressione del terrore si adempie in parte la

prepotente volontà altrui, — questo non si chiama concedere.

Il perdono del Papa non fu egli concessione? — Non fu concessione. I

Pontefici salendo al soglio costumano pubblicare indulto parziale o

generale dei colpevoli, ladri, grassatori, bestie feroci insomma. Come

se fosse soverchia la gioia che sentiva il popolo romano per

l'assunzione di un papa, scatenavano cotesto flagello, che in breve

faceva piangere; era acqua di dolore destinata a temperare il vino della

pazza esultanza. Mastai non perdonò, adempì dopo qualche esitanza un

dovere di cittadino e di cristiano. Se presso lui fosse stato delitto

amare la Patria, non avrebbe proseguito egli la tirannide di Gregorio?

La tirannide di Gregorio non poteva protrarsi più oltre: — dopo la

enciclica contro i cattolici, la Chiesa di Gregorio si era fatta con le

proprie mani uno sfregio sopra la faccia: — era caduta in ludibrio dei

popoli.

Per le mani del suo vicario Cristo un'altra volta con la corona di

spine, e lo scettro di canna, era stato esposto allo schiaffo delle

Genti.

Meglio per la Italia se non avessero concesso nulla: o non ci saremmo

levati a speranza, o ci saremmo levati più forti e più uniti. — Il

comune pericolo, le comuni ferite, i dolori comuni avrebbero accordato i

timidi e gli animosi: avrebbero chiuso il campo alla vanità, — _erba

parietaria che presto si appiglia, e presto copre le anime leggiere o

corrotte_.

Tutti quelli, che da tempo antico sono usi a militare sotto la insegna

della Libertà, conobbero la Meretrice che ne assumeva la larva: per essi

non hanno virtù le arti magiche di Alcina: conoscono tutti

gl'incantesimi e i veleni della tirannide.

Le tanto allora vantate ed oggi irrise Riforme potevano paragonarsi al

mutare della pelle che fanno le serpi in primavera: — la pelle muta, la

serpe rimane.

Il dispotismo rimaneva sempre in trono come un idolo mostruoso degli

antichi Messicani; le Riforme pareano gli anelli, i monili, le borchie,

con le quali cotesti barbari reputando aggraziare lo idolo lo rendevano

più deforme che mai.

Ma alle Riforme crederono tre maniere di gente, gl'ignoranti, i timidi e

gli ambiziosi: questi si divisero dalla nostra schiera, mutandosi in

barbacane del cadente edifizio.

Il popolo lo ricordi bene; giorno e notte se lo ripeta: _cotesti

Sicofanti gli ribadirono le catene che era vicino a spezzare_.

Essi infusero nuovo olio nella lampada della Tirannide prossima ad

estinguersi.

Quello che fu scritto è scritto, — quello che fu fatto è fatto: — non

giova negarlo. Del passato non è padrone nè anche Dio.

Il meglio per voi sta in questo, che oscuri e inetti prima di morire i

vostri nomi saranno dati in oblio. La storia aborre raccogliere

immondezze.

Voleste instituire una forza per adoperarla ai vostri fini; e non vi

riuscì concepire uno scopo, nè determinarlo con una forma qualunque; nè

le mani vi bastarono a stringere cotesta forza; — voi fabbricaste un

patibolo, e per non esserne vittime, consentiste a diventare carnefici.

Voi sorgeste come una nebbia per adombrare il Dispotismo, ma appena ne

riceveste i raggi diventaste quasi una aureola di gloria intorno al capo

della Tirannide.

Fu allora che ostentando amore di Patria incominciaste il turpe

soffocamento degli spiriti generosi che voi non conosceste mai, e

spargevate paure di sopravvegnenti Austriaci; — come se una servitù non

valesse l'altra: come se la servitù conoscesse specie, o famiglie

diverse. La servitù è una come una è la Libertà, — come la vita e la

morte, — come lo inferno e il paradiso.

E poi, campisanti eravamo, cimiterii con voi rimanevamo: — hanno essi

paura i morti del sentirsi calpestati?

E un ministro, che forma tuttodì le delizie vostre, vi assicurava che

gli Austriaci non vi avrebbero mosso guerra, e prometteva ancora

un'altra cosa, che dove la guerra si rompesse egli e i figli suoi

sarebbero volati contro il nemico.

Non importava che costoro volassero, bastava andassero di passo. I

Tedeschi ci hanno rotto la guerra, o noi l'abbiamo rotta a loro. Dov'è

il ministro dai vanti superbi, dove sono i suoi figli? La Toscana lo sa.

Ma questo poco importa. Quello che importa si è che i popoli avevano un

concetto certo. I governi anch'essi lo avevano certo. I _Sicofanti_, gli

svelti, gli eterni trecconi delle rivoluzioni si cacciarono in mezzo per

imbrogliare.

Questi si fanno chiamare _moderati_, fingendo temperare gl'impeti del

popolo e dei principi: in sostanza — libidinosi d'imperio senza

possederne la capacità, vani di fama che si sentono disperati acquistare

gentile, sopra tutto stretti dal bisogno o dalla cupidigia di possedere

dovizie, si cacciano in mezzo per convertire la cosa pubblica in bottega

di vanità o di pecunia. A loro poco, anzi nulla importa che vada in

fiamme il mondo, purchè riescano a raccogliere qualche tizzo per

riscaldarsi le mani intirizzite: — del cuore non parliamo, — essi non

hanno cuore. Qualunque governo prevalga si studieranno sempre rimanere a

galla; quando vi riuscissero considerateli come gavitelli che indicano i

luoghi, dove giacciono le àncore: essi sopra una bugiarda superficie di

Libertà ammoniscono che quivi sotto covano sempre e infamia, e viltà, e

menzogna, e servaggio.

Il popolo intendeva dovesse essere Italia unita così che formasse stato

solo sotto principe solo.

Questo non talentava a nessun principe; essi voleano rimanere come

stavano; e proclamarono confederazione.

I Moderati eccoli entrare fra mezzo, e inventare la parola Unione. Giani

dalla doppia faccia; ai popoli susurrano con una bocca dentro un

orecchio: — siamo intesi; tutti vogliamo la Unità, ma a poco per volta;

la Confederazione è un mezzo termine, una cosa transitoria per avviarci

alla Unità; — ai principi con l'altra bocca mormorano nell'orecchio: —

state fermi, egli è l'uragano dello Atlantico; ammainate le vele,

mettetevi in panna; nel suo passaggio vi romperà qualche albero, vi

strapperà il sartiame; col tempo e sartie e alberi voi rifarete più

belli.

Il popolo intendeva essere la Italia Indipendente, cosicchè non un solo

Tedesco rimanesse in Italia. I principi all'opposto per Indipendenza

tenevano essere liberi dallo aspetto, non già dal patrocinio imperante

dell'Austria. I Moderati si posero tra mezzo a immaginare la Guardia

Civica; e dire al popolo: «ecco, tu hai le armi, con queste difendi i

tuoi diritti e la tua patria;» e ai principi: «imponete a questa milizia

per capi uomini provati per lunga servitù, o uomini inetti e tristi,

falsi liberali, nostri amici, che noi vi garantiamo per capacissimi e

dispostissimi a sostenervi; vinceteli con qualche carezza; non fanno

mestieri le incantagioni di Circe per renderli vostri; già più che mezzo

tramutati essi sono... Istituitela per modo che al generoso faccia

imbarazzo il vano, o il tristo. I pochi prestanti stringete con la

organizzazione come dentro pastoie di ferro. Poi andate a casa della

Paura; è nostra amica anch'essa; v'insegneremo la strada; le scriveremo

commendatizie per voi perchè vi presti uno spauracchio terribile che non

ha forme e le assume tutte, vero Proteo della Paura; — ora ha sembianza

d'incendio, ora di saccheggio, ora di stupro, ora di sacrilegio, ora di

strage cittadina, — e dopo avere agghiacciato le anime di terrore,

irridendo va via a guisa di tristo fanciullo, che si diletta spaventare

per burla; — questo spauracchio ha nome ORDINE.»

Ahimè! madama Roland condotta al patibolo, inchinatasi davanti alla

statua della Libertà, esclamava: — O Libertà, quanti mai delitti vengono

commessi nel tuo nome santissimo! — A uguale ragione noi possiamo

gridare: O Ordine, quante infamie, quante turpitudini, quanta tirannide

si esercitano con lo spauracchio del tuo nome!

L'ordine sovente salva la Libertà, più sovente assai la perde. E qui tra

noi — fin qui — parve la camicia insanguinata di Cesare scossa da Marco

Antonio davanti agli occhi del popolo romano, onde perpetuargli la

servitù.

Così noi abbiamo armi, ma non per la Libertà; — abbiamo armi, ma non per

la Indipendenza.

E non le potevamo avere.

Perchè il principio che anima, o a meglio dire una volta animò i popoli,

discorda dal principio del governo.

Pei popoli la guerra doveva assumere indole nazionale e di offesa.

Pei governi di provinciale e di difesa.

I popoli sentono, o, a meglio dire, sentivano la necessità del

combattere la guerra comune, se comuni poi hanno da essere i benefizi e

i destini.

I governi concepirono la mancanza di tornaconto in guerra tale, ove

nulla guadagnano, molto scapitano. Il re di Napoli, come quello che

guadagna meno e scapita più degli altri, stravolto dal turbine popolare,

ha finto cedere. — La sua azione può rassomigliarsi a quella di

Damosseno siracusano, il quale nella lotta con Creugante da Durazzo

finse tirarsi indietro, ma il fece per percoterlo proditoriamente nel

fianco, e penetrargli nel corpo onde straziarne le viscere[20].

[20] Pausania. _In Arcad._ Canova ha scolpito le statue

colossali di Creugante e Damosseno.

Il papa non potè smentire il severo intelletto di Machiavello che lasciò

scritto ai Posteri: i papi essere stati sempre la rovina d'Italia.

Meglio per Pio IX se non avesse mai mutato le orme dal sentiero dei suoi

predecessori. I popoli si sarebbero levati più tardi forse, ma più

animosi, e solo fidenti nel brando romano, non già nelle infule del

sacerdote. Roma ha da coprirsi il sacro capo dell'elmo, non già della

tiara; imbracciare lo scudo, — lo scudo risonante di guerra, non il

pastorale simbolo eterno di gregge, — e i popoli cessarono di essere

greggi. Oh! perchè mai, Pio IX, salisti tanto alto nello amore delle

genti, se ciò non doveva giovarti ad altro che a rendere più dolorosa la

tua caduta? O Stella mattutina, come sei presto sparita dai campi dei

cieli! Noi saremmo eternamente sconsolati, se al tuo venire meno non

subentrava la levata di un sole che non tramonterà più dallo emisfero

italiano, — il sole della Libertà. Invano il calcolo del mortale ti

fanno i tuoi consiglieri nascondere sotto il manto del sacerdote; i

preti re non trovano vantaggio in una guerra che non si combatte per

loro, ma forse per proprio danno, commecchè lontano. Se la veste

pontificale ha virtù di farti dimenticare i doveri di figlio, la pietà

di padre, l'amore di fratello, il furore di Patria; la veste che

indossasti, o Pio, potrebbe convertirsi in tappeto funerario del papato

temporale; — e gioverebbe che fosse così; dacchè vediamo con gli esempii

della storia che papi tristi riuscirono a bastanza prestanti re, i papi

eccellenti poi tristissimi re. Come potevano non mostrarsi vere le cose

sottilmente considerate da cotesti due fieri intelletti di Machiavello e

di Dante? Corrono già cinque secoli che questi cantava:

Dì oggimai, che la chiesa di Roma

Per confondere in sè due reggimenti

_Cade nel fango, e sè brutta e la soma_[21].

[21] Purg c. XVI.

Roma dei Papi per tradizione antica la Indipendenza non ama nè la

Libertà. E ve ne porgano testimonio Crescenzio, e Arnaldo, e Cola di

Renzo, i Franchi, i Bavari e i Tedeschi chiamati, e per lei non istette

se non venissero i Britanni, e barbari di ogni maniera. Alessandro per

un momento si legò co' popoli contro a Federigo, ma subito dopo renunziò

a cotesta lega come a cosa per lui snaturata. Ora via, italiani uomini,

_gentil sangue latino_, che cosa aspettate più? Dite pur franchi a

Samuele; _tu se' divenuto vecchio, — costituisci dunque sopra noi un re

che ci giudichi, come hanno tutte le altre nazioni_, e il Signore

ordinerà a Samuele: _acconsenti alla voce del popolo in tutto ciò

ch'egli ti dirà_[22].

[22] Samuele, c. 8, n. 5.

Di Toscana parlammo, e indarno. Come Timante dipinse Agamennone col velo

sopra gli occhi al sacrificio d'Ifigenia, ormai giova che tali ci

veliamo noi; principe abbiamo di animo mite ma appunto per la bontà sua,

per animo alieno a ingrandirsi, per la congiunzione alla casa che

dovrebbe combattere, pel nessuno vantaggio, anzi pel danno inestimabile

che risentirebbe a favorire uno stato, che amico lo rende vassallo,

nemico l'opprime, non deve desiderare la guerra. Chi lo circonda fa

quasi comparire sapienza la stupidezza di Claudio. Fra tanti tristi che

cosa può fare il solo principe nel punto in cui abbisognerebbe pel

maggiore scopo di uomini pronti e animosi? La discordanza del concetto

fra il governo e la Nazione basterebbe sola, quando non concorressero

come pur troppo concorrono altri semi pestiferi, a insinuare il languore

nelle imprese guerresche.

Vinceremo noi, o cadremo per non risorgere più mai? — Intendete, uomini

italiani, per non risorgere più mai! Le ossa degli antichi trapassati

fremono dolorose nelle secolari sepolture, e voi non vi commovete! Carlo

Alberto combatte solo. Noi non siamo amici di re, e meno di Carlo

Alberto, ma chi siete voi che in segreto lo coprite d'infamia, mentre in

palese, ginocchioni, a mani giunte come santo protettore lo supplicate?

Forza è però dirlo; senza lui, a questa ora il becco dell'Aquila

imperiale si pascerebbe delle nostre viscere.

L'Aquila di Savoia non si mostra Aquila generosa, — tutte le Aquile sono

_rapaci_.

Il re di Savoja procede gagliardo sopra la guerra, — perchè difende la

sua mercede; ella è troppo bella, perchè non si provi a tentare lo

estremo di sua forza per conservarla.

Della Libertà non favelliamo. Noi l'abbiamo velata di nero. Così avendo

mancato a noi stessi per colpa della maledetta stirpe dei codardi che

hanno nome di _Moderati_, vediamo: la _Unità_ della Italia allontanata,

la _Indipendenza_ in pericolo, le Libertà in procinto di tornare alla

beata sua sede, ch'è il cielo.

Amelia Calani ed altri scritti · 第 28 / 31 题