AMELIA CALANI

Ottimamente, secondo la opinione mia, certo filosofo antico rassomigliò

la buona memoria della vita passata al profumo che lascia nella casa

degli Dei il grano dello incenso arso nel turibolo; e come quanto più

dura la soavità del profumo, tanto maggiore si conosce essere stata la

eccellenza dell'olibano, così non senza ragione misurano la bontà dei

defunti dal desiderio che nei superstiti si conserva di quelli: per la

quale cosa, anzichè riuscirmi argomento di pudore giungere tardo a

scrivere della Signora Contessa Amelia Calani Carletti, nè meno lode,

parendo a me, che questo indugio abbia a ridondare in massima onoranza

di lei.

Entrando pertanto senz'altro proemio a favellare della donna egregia,

meco stesso delibero di non ricordare i natali illustri, nè gli anni

primi del vivere, e di quanta venustà di forme le fosse liberale natura;

molto meno dirò (chè sarebbe indiscreto) del padre suo, e quanto

scapestrato egli fosse; le angustie domestiche, i giorni pieni di

affanno, e l'arcano scomparire di punto in bianco di lui: rifuggirò dal

raccontare come la donzella gentile non vivesse, ma logorasse gli anni

dentro uno di cotesti ergastoli volontarii, che nome hanno di Conventi,

dove dai genitori o spietati, o ignoranti, e spesso amendue, si buttano

le care intelligenze, ed i corpi leggiadri; onde quelle corrompendo

corrompansi, questi miseramente si guastino; alla rovescia degli

Spartani, i quali gettavano nell'Apotete i parti sconci, affinchè

crescendo non venisse per essi ad alterarsi la gagliarda leggiadria dei

cittadini: tacerò chi prima ella condusse a marito, e quali e quanti da

quel connubio a lei ne venissero figliuoli; e come rimasta vedova

piegasse l'animo alle seconde nozze con Mario Conte Carletti, ed altri

di cotale guisa particolari. In questo proponimento mi hanno fermo due

ragioni, che paionmi buone; la prima è, che potrei dirne troppo o troppo

poco, e nell'un modo e nell'altro allo scopo del mio discorso non

farebbe caso, divisando io tenere proposito della parte che sopravviverà

unicamente nei posteri ai funerali della inclita donna; l'altra sta nel

considerare come molti scrittori di queste cose così partitamente e con

sì bel garbo ragionarono, che a me non avanzerebbe su quel campo nè

anche lo infelice mestiere dello spigolatore.

E nè gli affetti levino querimonia in queste carte, ch'essi pure non

sono punto nostri, ma estrinseci a noi, ed in balía della fortuna: ad

ogni modo, comecchè meritati, in capo ad una generazione o due cessano,

chè natura ordinò, che l'uomo senta per sè, non per via di

fideicommisso; ed ogni generazione ha il suo cómpito di lacrime pur

troppo!

Quello che importa e giova ai posteri, sta nel conoscere le opere

dell'ingegno del defunto scrittore: queste durano sempre vive dinanzi

alla mente di loro: non supplicano ricordo, bensì lo impongono; non

accattano ossequio, ma discrete consigliano, che a spregiarle se ne

acquista ignominia. Quindi i futuri venerano ed osservano i dettati

degl'ingegni divini, perchè conoscono, che ciò non facendo, oltre alla

vergogna, ne avrebbero il danno.

La egregia donna, che da noi si è partita, sacrificò nella primavera dei

suoi giorni alle Muse, e non poteva fare a meno, donzella tenera ed

italiana, venuta a noi, per dirla con un suo concetto,

« . . . . . . . . . come di stella

Raggio, che scenda tremolando a sera;»

e la poesia insomma altro non è, che un'onda di sangue giovenilmente

generoso spinta dal cuore contro il cervello, donde poi si riversa su le

carte in mille rivi fantastici, eppure appassionati, discordi, e non

pertanto armoniosi, splendidi sempre; ma indi a breve baciata la sua

Musa in fronte le disse: — vatti con Dio, i fati avversi dalle donne

italiane chiedono ben altro che canto.

E senza ambage interrogò il suo spirito con le solenni domande: Qual è

l'ufficio della donna nel mondo? Quali le impongono doveri la famiglia,

e la patria? La donna italiana di presente pensa e vive, può, vuole, o

sa satisfare a questo suo dovere? Ed ora, per quanto le basterà la vita,

irrequieto l'agiterà il pensiero di chiarire questi argomenti: se fie

che per colpa di malattia interrompa la indagine, state sicuri, che,

rimessa appena, la riassumerà più alacre che mai, nè la cesserà finchè

con le forze non le sia venuto meno lo spirito.

Alla recisa ella bandisce: le femmine adesso nulla sono; animali di

lusso, e neanche dei primi; arnesi di voluttà, messi su gli altari, o

imbrodolati nel pantano, meno per merito o per demerito proprio, che per

insana voltabilità dell'uzzolo altrui: e quando anche non la vada così

alla trista per loro, la donna o per difetto di educazione o per

educazione guasta, o per frivolezza di costume, o per agonía di lusso

stupido e corruttore, si mostrerà incapace di consiglio, di alti sensi,

e forse di affetti. E sì che le donne nascendo formano la metà del

genere umano, e vivendo la superano; imperciocchè, o sia che le

passioni, o le cure, o le fatiche logorino più gli uomini, o per

qualsivoglia altra causa, eglino vivono meno delle donne assai; onde non

avrebbe a parere strano che in parte almanco le cose di questo mondo si

governassero da coloro, che oltre alla metà lo popolano. Anzi fa conto,

che, o lo consentano o lo contrastino gli uomini, le donne arrivano

sempre a reggere non parte, ma la massima parte delle faccende mondiali,

ed eziandio di quelle nelle quali non dovrebbero entrare, così porgendo

o la necessità, o la superba scioperatezza degli uomini. Al punto in che

ne siamo, ognuno conosce a prova come la donna se per ordinario non fa

la roba, ella o la conserva lunga pezza in famiglia, o presto la manda a

male: però la buona massaia fu giudicata sempre in casa una vera

benedizione di Dio. Questa comunella poi partorita dal matrimonio gli è

mestiero che si distenda fuori di casa; imperciocchè le faccende possano

durare tra l'uomo e la donna divise fino al punto in cui l'uomo si

mantenga sano e stia presente; ma laddove egli caschi infermo, o i

negozii lo tengano in viaggio, o la patria richieda l'opera sua,

bisognerà pure, che allora gli sottentri la donna: in simili casi l'uomo

di consueto fida in qualche suo fattore o commesso; ma se questo sia

savio partito, e riesca sempre a bene, lascio che altri giudichi: ad

ogni modo rimarrà sempre vero, che di rado troverai fede pari a quella

di colei, che si giurò compagna alle tue fortune, ed ha da pascersi del

tuo pane, bevere del tuo vino, e posare il capo sul tuo medesimo

guanciale. Tuttavolta, anche ciò messo da un lato, l'uomo in ogni tempo

ed in ogni maniera di civiltà, appena uscito alla vita, si abbandona in

balía della donna, e da questa riceve le impressioni così morali come

intellettuali: quindi prime maestre le madri, e più dei padri assai;

conciossiachè i padri, ai figliuoli adulti, insieme con gli altri, che

con esso loro conversano, insegneranno morale; professori, deputati a

ciò, gli ammaestreranno nelle scolastiche discipline; mentre, finchè la

infanzia dura, la madre si trovi ad essere maestra di tutto sola. Certo,

le prime impressioni non si vogliono sostenere indelebili: può la

educazione successiva cancellarle; ma oltrechè riesce difficile sempre,

e i primi abiti quando meno te lo aspetti tornano a galla, il meglio che

vada gli è di rifare i passi con perdita di tempo, e sovente con perdita

della ingenua serenità dell'animo.

Se le belle donne procreano i bei garzoni senza saperlo, virtuosi non li

possono fare ignorandone l'arte. Di qui il bisogno di allevare bene le

donne, se pure vogliamo che a posta loro sappiano educare i nostri

figliuoli. Afferma la nostra filosofia le donne non avere ricevuto

convenevole educazione nè presso le civiltà antiche, e nè durante il

tempo che sogliamo appellare medio; e questa, a vero dire, parmi ricerca

ardua; anzi dubito forte, se, mettendocisi di proposito, si venisse a

capo di rinvenire la sua sentenza vera; infatti torna ostico a credere

che Lucrezia, Cornelia, e la vedova del magno Pompeo, ed Arria, ed

Eponima, e la moglie di Marco Bruto non fossero educate, nè capaci ad

educare presso i Romani. Rispetto a Cornelia, Plutarco, nella vita dei

Gracchi, racconta come dimorando ella nella sua vecchia età presso il

Miseno soleva mettere tavola, e trattenersi in quistioni convivali, dove

qualora cascava il taglio di favellare dei suoi figliuoli Tiberio e

Caio, sì il faceva come se parlato avesse di uomini e di cose di altra

età a lei remotissima; per lo che alcuni la giudicavano, a cagione degli

anni o della grandezza dei mali, svanita; ma Plutarco dice, e dice bene,

che insensati erano quei cotali, non sapendo quanto ai colpi di rea

fortuna giovi la educazione magnanima, e come la virtù, troppo spesso in

ogni altra cosa vinta, non può essere superata mai nella costanza. E a

cui basterebbe il cuore di negare, che bene educata fosse Arria, Arria

dico, la quale insegnò allo esitante marito come con morte si fugga

servaggio, sicchè cacciatosi nelle viscere il pugnale, ne lo cavava

fumante, e porgendolo al marito gli diceva: — _Pete, non dolet?_[1]

[1] Pete, non dolet. — _Svet._, in _Cl. Nerone_.

Nè inculte riputerò io nè altri le Lacedemonie, se consegnando ai

figliuoli lo scudo in procinto di combattere, superato ogni senso

imbelle, poterono ordinare: — Con questo torna, o dentro questo. — Rozza

a mio parere non fu la madre di Cleomene, la quale a verun patto

sofferse che, per francarla dalla servitù di Tolomeo, il figliuolo

stringesse lega con gli Achei; e meno di ogni altra quel fiore eterno di

gentilezza Cleonida, che, prevalendo il consorte Cleombroto nella

contenzione del regno, figlia pietosa seguitò consolando il padre

Leonida nello esilio; e quando poi i nemici di Cleombroto richiamato

Leonida da Tagea lo restituirono nel dominio e l'altro riparò nel tempio

di Nettuno sfidato, la valorosa donna mutando animo con la fortuna

conteneva il furore del padre cercante il genero a morte: alfine

ottenuto a Cleombroto lo esilio, pose nelle braccia di lui il figlio

primogenito, e l'altro pargoletto recatosi ella medesima in collo, dopo

adorato il Dio, tenne dietro ai passi del marito, invano il padre colle

braccia tese e singhiozzoso supplicando, che non lo abbandonasse. Narra

la fama lontana, che la divina donna a blandire l'ansio genitore non ci

adoperasse parole altre che queste: — _la parte della donna è quella dei

miseri._ — Plutarco, insegnatore stupendo di sensi magnanimi, questa

avventura raccontando considera, che se Cleombroto non fosse stato del

tutto guasto dalla superbia avrebbe creduto lo esilio, in compagnia di

tanta donna, fortuna troppo migliore del regno. Presso gli Ebrei doveva

farsi stima maravigliosa delle femmine, se Salomone, re di quella

sapienza che tutto il mondo conosce, ebbe a dire la donna valorosa

essere la corona della vita; e così pure tra gli Egizii, porgendo le

storie che un re dei loro, volendo mostrare ad un altro re le sue

ricchezze, ultimamente per la cosa più nobile che possedesse gli additò

la moglie, con assai acconci ragionamenti persuadendolo non potersi

trovare al mondo gemma, per quanto preziosa ella sia, che superi in

pregio la donna prudente. Nè fra gli antichi si reputi già che le

femmine di alto affare soltanto ci somministrino indizio di ammiranda

coltura, imperciocchè credendo questo andremmo errati: all'opposto per

quanto scenderai tra persone umili ed anco abiette non ti verranno meno

gli esempii; così troverai Frine cortigiana profferire la pecunia turpe

a rimettere in piede le mura di Tebe, e il collegio amplissimo delle

meretrici greche condursi a supplicare Diana in Corinto, affinchè la

patria invasa dai barbari liberasse, e liberata poi magnifici tempii in

Efeso e sul territorio di Abido le votarono.

In altre età, presso altra gente, io non temerei obiezione; ma qui

dubito, che non mi si opponga trattarsi negli esempii allegati piuttosto

di amore di patria che di coltura; al che risoluto rispondo, come il

fine di ogni disciplina, e di qualsivoglia istituto, anzi pure della

stessa famiglia, sia l'amore di patria, anzi pensiero e palpito di

questa umana creta finchè le si concede argomentare e sentire.

Neppure apparisce puntuale, che nei tempi mezzani fossero stimate le

donne materia pretta, e forse sembrerà piuttosto vera la contraria

sentenza, che le non ricevessero mai culto più fervente d'allora; e non

fie arduo chiarirsene pensando come, gli ordini del vivere civile

obliati od offesi, a contenere i feroci appetiti non avanzasse altro

freno che la mente della donna. Le virtù e le scienze più sante furono

simboleggiate con simulacri femminei; e Dante, che per lo Inferno e il

Purgatorio si contenta di Virgilio e di Stazio, in Cielo poi non patisce

altra scorta che di donna, la Beatrice sua, per la ragione espressa nei

dolci versi che incominciano:

«Donne che avete intelletto di amore.»

Vanno per le storie famose le Corti di amore di Guascogna, Narbona,

Fiandra, Sciampagna, e della regina Eleonora, dove un collegio di

femmine non giudicava solo i piati della gaia scienza, bensì quistioni

coniugali scabrosissime, quali appena ai dì nostri attenterebbonsi

decifrare dottori solenni _in jure_, come a mo' di esempio la sarebbe

questa. Sottoposto alla decisione della contessa di Sciampagna il

quesito se vero amore potesse fra marito e moglie durare, rispose: —

«Col tenore delle presenti facciamo sapere a cui spetta, che amore fra

gente maritata non regge, e ciò per causa che gli amanti l'uno l'altro

largisconsi quanto possiedono liberi e sciolti da qualsivoglia obbligo,

necessità, patto, e condizione, mentre all'opposto gli sposi sono

costretti a sopportarsi a vicenda e a darsi scambievolmente quello di

cui vengono richiesti. Questo giudizio da noi profferito con molta

ponderazione, e dietro avviso di molte e sapute gentildonne, di ora in

poi intendiamo e vogliamo che sia considerato come cosa ferma e non

soggetta a dubbio. Così deciso l'anno 1174, il terzo calen di maggio,

indizione VII». — E correndo la temperie propizia le donne non si

chiamarono contente alla parte di giudice, chè vollero altresì

sperimentare la dolcezza di comporre leggi; e le composero, chiudendole

dentro un codice di 33 ordinanze, le quali se te ne piglia talento

potrai leggere nelle opere di Andrea cappellano del re di Francia, e più

destramente nel libro di Enrico Beyle intorno all'amore. Il Don Chisotto

di Michele Cervantes non esagera punto la sperticata reverenza, che un

dì gli uomini professarono per le donne, e ce ne persuaderemo alla prima

quante volte pongasi mente a Santo Ignazio lojolita, il quale incominciò

la vita beata dichiarandosi cavaliere della Madonna, e facendo la veglia

d'avanti al suo altare con sacramento espresso di sostenere con lancia e

spada, a piedi e a cavallo, a primo transito, o a tutta oltranza l'onore

della sua dama contro qualunque

«Ebreo, Turco o Cristian rinnegato.»

Certo, non vuolsi mettere in oblio come Santo Ignazio, prima di

diventare quel gran santo che tutti sanno, avesse dato nei gerundii, ma

ciò non toglie niente alla verità del fatto, che le donne durante l'età

mezzane furono reputate assaissimo e forse d'avanzo.

Anzi, cosa non vista più mai prima nè dopo, Roma sacerdotale in cotesti

tempi ebbe viscere davanti lo spettacolo dello amore infinito di due

donne, e disse santo per loro quello che aveva predicato fin lì e

continuò poi a predicare per gli altri misfatto. Narra il reverendo

dottore Lorenzo Sterne come il conte di Gleichen, combattendo in Giudea,

venisse preso e mandato a lavorare nei giardini del Sultano: ora piacque

a Dio, che la figliuola di questo principe infedele avendo posto gli

occhi addosso al cavaliere, e parendole, come veramente egli era, di

signorili sembianze, e bello, si sentisse accesa forte di lui, sicchè

certo giorno, capitatole il destro, messo da parte ogni ritegno, gli

aperse il conceputo ardore, dandogli ad intendere sè essere disposta,

amante e sposa, a seguitarlo libero dalla catena a casa sua. Al conte

sembrò divino ricuperare la cara libertà; ma dall'altra parte riputando

diabolico tradire la fiduciosa trasse un lungo sospiro, e poi la chiarì

aspettarlo nel paterno castello una moglie amantissima e amata. La

Saracina sopra sè stette alquanto; poi rispose, che non faceva ostacolo,

come quella che per sua legge era assueta vedere più femmine mogli di

uno stesso marito. Allora senza porre tempo fra mezzo entrati in nave

dopo molte fortune arrivarono a salvamento a Venezia, dove ristoratisi

dei patiti travagli mossero uniti al castello di Gleichen. La Castellana

(tanto in lei poteva lo sviscerato affetto pel marito!) di leggeri

sofferse riacquistarlo a qualsivoglia patto, non rifinando di

abbracciare e baciare la Saracina, professandole grazie maravigliose pel

benefizio ricevuto. In seguito, essendo ella non meno religiosa che

magnanima, considerò che a rimanere insieme legittimamente uniti si

opponevano i sacri canoni; e a starsi in casa in tutto altro aspetto che

moglie dissuadeva la Saracina il senso di donnesca dignità destosi

alfine sotto lo influsso degli esempii gentili, e dei santi

comandamenti. Per la qual cosa la Castellana propose, e l'assentirono

gli altri, di recarsi a Roma di conserva, e quivi supplicare il Papa,

affinchè nella sua plenipotenza il duplice matrimonio al conte

acconsentisse. Sedeva allora su la cattedra di San Pietro Gregorio IX,

al quale parve da prima quella del conte una faccenda imbrogliata, ad

assettarsi impossibile; ma preso tempo a meditare, si sentì commosso

dalla fede della Saracina, dall'alto spirito della contessa, dalla bontà

del marito, dallo affetto di tutti; e poi bilanciò da un lato l'acquisto

di un'anima se concedeva, e dall'altro la perdita sicurissima di quella

se ricusava; onde in virtù della sua potestà permise il doppio vincolo,

a condizione che la Saracina si rendesse cristiana: il che fu fatto.

Così rimasero uniti: e la storia aggiunge, che la Saracina non avendo

generato figliuoli amò di amore materno quelli della rivale. Per molto

secolo si mostrava, a cui volle vederlo, il letto dove riposavano il

capo questi tre avventurati; e, come il letto, ebbero comune la tomba

nella chiesa dei Benedettini a Petersburgo di Allemagna. Il conte

superstite alle amate donne, prima di raggiungerle nel sepolcro, ci fece

scolpire sopra questo epitaffio di sua composizione:

«Qui dormono in pace due donne le quali si amarono come sorelle, e me

amarono del pari. Una abbandonò la legge di Maometto per seguitare il

suo sposo; l'altra tutta amore si strinse al seno colei che glielo

restituì. Uniti col vincolo dell'affezione e del matrimonio, avemmo

comune il letto in vita, e morti ci copre la medesima pietra.»

Qui però non giace il nodo; chè se in antiquo le femmine o no

ricevessero convenevole educazione, se poco se ne facesse conto o molto,

importa mediocremente indagare; di troppo maggiore portata è conoscere

se ai tempi che corrono l'abbiano o non l'abbiano, se meritino

reverenza, o vituperio. Se dovessi giudicare proprio di mio, ci penserei

due volte, e poi me ne asterrei; ma dacchè femmine di alto intendimento

lo confessano, ripeterò con loro, che la più parte delle nostre donne

compaiono d'ingegno ottuse, frivole di mortale fatuità, infaticate

cicale di cose inani, di cuore stupide, corrompitrici e corrotte, alla

patria danno, alla famiglia disdoro, maledizione ai figliuoli, delle

stesse discipline gentili maleaugurose guastatrici, avendo ridotto a

scusa d'imbelli ozii, ed arnese di turpitudine, ciò che una volta fu

carissimo ornato del vivere urbano, e quindi con lieve trapasso

diventano argute fabbre di servaggio, confederate di ogni maniera di

tirannide, fomentatrici di viltà; morte insomma della italiana virtù.

Gravi carichi questi, e meritati, se non da tutte le donne, chè saría

temerario affermarlo, da molta parte di loro; e questo egli è doloroso

come vero pur troppo! L'anima spaventata raccapriccia a pensare come

parecchie femmine, nè tutte grossiere, ma talune di natali illustri, il

commercio degli abborriti oppressori nostri sofferissero, nè soltanto

soffersero, ma lo cercarono, e ambirono, e — lo dico, o lo taccio? — (Io

pur dirò, onde sia chiarito a prova, che il secolo vile ha vinto il

paragone col più vile metallo) — seco loro si mescolarono in

abbracciamenti, i quali non so se benedicessero i preti, usi sempre a

benedire chi gli atterrisce o li paga; questo altro ben so, che gli

maledissero tutti: anzi una perduta la casa disertata e il figliuolo, si

cacciò dietro ustolando al tedesco lurco, il quale indi a poco ristucco

la buttò via come calzare sdrucito, ed ella tornò per fare la gente

dubbia se fosse maggiore o la sfrontatezza sua riparando dentro le

religiose mura della Patria o la viltà dei cittadini patendo

ch'entrasse, ed entrata sopportandola. — Che se taluno statuisse

contrappormi essere stati cotesti accidenti radissimi, io vorrei pure

potere rispondergli: — Dio volesse! — Ma poche non furono per avventura

coteste matte e crudeli, che nulla memori del recente oltraggio della

occupazione straniera, nulla della perduta libertà affannose, nulla

curando l'angoscia di chi si consuma negli squallidi esilii, nulla la

strage menata di tante vite dal morbo asiatico, nulla l'altro flagello

della fame minacciante; nulla sbigottite o irate dal pensiero, che i

nomi stessi dei magnanimi morti in difesa della Patria svelti dalla

vista dei pietosi fossero posti in disonesta carcere; niente sospettando

di sdrucciolare sul sangue sparso per le pubbliche vie dagli assassini

tedeschi,... con piè irrequieto, la cervice alta, larvata la faccia come

chi commette misfatto, su per coteste vie menavano balli! La storia

piangerà nel registrare questa infamia nelle sue pagine, ma nè lacrime

nè sangue varranno a cancellarle giammai. Mercè vostra, o gentilissime

donne toscane, i posteri sputeranno in faccia a questo tempo come al

ladro esposto alla gogna!

E che presumete voi dire con cotesti labbri irrequieti, che mordendo

contenete appena? Lo so: tacete: infamia partecipata non iscema; e se

nel fallire vostro aveste complici gli uomini, io non mi rimuovo da

considerare la vostra colpa principale, però che a voi sopra ogni altra

creatura Dio commise la santa custodia degli affetti, il pudore nello

infortunio, ed il pio blandimento alle ferite dell'anima. Dove corre

maggiore obbligo, quivi eziandio la mancanza è più grave; e ragione

vuole, che ne conseguitino esasperati la rampogna, e il castigo.

Però qui cade in acconcio notare, che ogni educazione femminile verrà

manco se innanzi tratto gli uomini non attendono ad emendarsi, ed

educarsi davvero: se quali sono mantengonsi, egli è negozio spacciato,

chè qual coltello tal guaina si rimarranno pur sempre; e in ciò sta

tutto.

Inoltre considera, che il guaio della educazione parziale pareggia, se

pure non vince, quello del difetto assoluto di educazione. La prima

radice dei mali diuturni così intrinseci come estrinseci, che

travagliano i popoli, secondo il mio parere, deve cercarsi nella

disparità di scienza, d'istituti, di civiltà, e di possanza fra loro. Se

il male del precipitare innanzi di un popolo, o di un ordine di

cittadini, stesse unicamente nell'obbligo dei precorsi di attendere i

serotini, non meriterebbe la spesa di rammaricarcene troppo. Ma la non

va così: i precursori reputandosi da più degli altri retrogradano

riottosi per la dominazione, di che i serotini sbigottiti stornano a

posta loro, e a fine del conto per civanzo della classe o stirpe che

volle stracorrere tu trovi come le sieno andate tutte a ritroso.

Urge però, che la educazione sia universale, cioè compartita a tutti:

questo di prima côlta apparisce, non pure difficile, impossibile; attesa

la repugnanza delle generazioni, che sembrano benedette dalla natura con

un pugno sul capo; ma non ci si vede proprio motivo come la Tirannide

riesca a fare tante cose per forza a fine di male, mentre la Libertà o

non sa, o non vuole fare anch'ella qualche cosa per forza a fine di

bene; chè se per avventura fosse questo ch'io vado a dire, non

tornerebbe in onore agli uomini, che godono fama di liberi; tuttavolta

va detta. Il tiranno non dubita di mettersi allo sbaraglio in qualunque

cimento, perchè sa che guadagnando non partisce; mentre i liberali non

operando per sè, bensì per tutti, repugnano avventurare la posta grossa

sopra una carta di cui non possono mettersi in tasca la vincita. Di qui

nasce, che vediamo procedere gli ordinamenti per la Libertà dei popoli

ranchettando come i rachitici, mentre i tirannici vanno via di galoppo,

e dove mettono piè stampano l'orma. I governi assoluti hanno potuto

imporre, che la gente s'inocchiasse il vaiolo, e ciò perchè premesse

loro assaissimo avere uomini sani e gagliardi per trasformarli in

mastini, fidati e mordaci custodi del trono: importava ai governi liberi

inocchiare la ignoranza, affinchè i cittadini crescendo nella notizia

della dignità umana non potessero essere plasticati mai più in arnesi di

servitù, e non si attentarono a comandarlo. Base prima della educazione

sia pertanto la universalità, e dove non ti venga conseguita per amore,

tu conquistala a forza. Si capisce benissimo che di questa sorte

spedienti non si possono pigliare senzachè si scateni un remolino di

querele, di presagi sinistri, e di minaccie, che l'odierno vivere civile

tracollando giù sul lastrone empirà il mondo di ruine: non vi affannate,

di grazia; bene altri edifizii, che non è la bicocca della civiltà

nostra, cascarono, e le moriccie di quelli servirono a nuove fabbriche

più adattate ai gusti di cui le murò; e poi, che vale chiudersi le

orecchie? Tanto, la voce dei tempi si fa sentire ad ogni modo, la quale

avverte, che nonstante l'aborrimento degl'interessati nella immobilità,

e malgrado i rimedii proposti talora peggiori del male, l'attuale

civiltà ci traballa sotto i piedi: forse qualche subitaneo accidente

potrebbe accelerarne il moto già rapido; e se ciò fosse bene, Dio sa; ma

dove questo non avvenga, considera arguto e vedrai, che succederà

negl'istituti nostri quello che accade nel pregio dell'oro, voglio dire,

che ogni anno scapita l'uno circa per cento, sicchè andando innanzi di

questo passo nel volgere di un secolo gli scudi tanto svisceratamente

amati non avranno più valore. Ma sì! credere che ai tempi che corrono di

qui a cento anni non capiti una rivoluzione, egli è come sperare le more

a mezzo gennaio. Su via, giuochiamo a carte scoperte: senza dilungarci

dall'argomento delle donne, vi par egli che meriti andare conservato

questo consorzio dove il giudice stasera saluterà una femmina

prudentissima, e savissima, di dentro e di fuori divina, e non ardirà

contradirle, e domani le decreterà il curatore che l'assista a cagione

del _sesso imbecille_ nella vendita di un fienile? Bugiarde le leggi,

falsità nei costumi, magistrati ipocriti; e non si dice il peggio.

Queste forme sociali pur troppo hanno da cascare; e più presto sarà, fie

il meglio. Ad eccezione di pochi, mi pare sentire bociare dietro di loro

quello che disse la botta all'erpice.

Lo so per esperienza, che quando si tratta di rifare i panni ad un

popolo non è dato mica tagliare dalla pezza, bensì fa mestiere ire

innanzi a suono di toppe, e rabberciare alla meglio; però nel concetto

della educazione universale apparécchiati ad incontrare di molte maniere

inciampi, e prima di ogni altro questo, se la dovrà essere gratuita o

pagata: se pagata, il povero non potrà pagare per sè; e se gratuita,

l'avrà a pagare per sè e per altrui. Contradizione apparente, non vera,

laddove pensiamo, che i poveri formando la massima parte delle nostre

comunanze, mercè il fascio dei balzelli che portano verrebbero a

mantenere le scuole in preferenza degli abbienti, i quali sono i meno;

ma qui contrapponi, che si deve trovare qualche spediente, affinchè il

necessitoso di ogni cosa non paghi l'aggravio con un pezzo di vita,

mentre l'opulento lo paga con una scheggia del superfluo. Ai dì nostri

abbiamo veduto i signori procedere svisceratissimi delle pubbliche

libertà, finchè sperarono guadagnarci sopra, segnatamente risparmiando

le gravezze dei predii così rustici come urbani; ma accortisi poi, che

toccava a loro a pagare i sonatori cagliarono affatto, anzi parecchi non

rifuggirono da tramestare affinchè l'antico dispotismo si restaurasse

come meno costoso. In qual guisa al tirare della somma trovassero errato

il conto, e ci rimettessero il mosto e l'acquarello, ora non fa caso

ricordare: basti bene, che la faccenda andò quale si accenna.

Ancora, se non ti pare o che il cuore ti basti, o che i tempi te lo

comportino, di potere recidere con un colpo di accetta il male dalla

radice, rimanti, che diversamente getterai via ranno e sapone. Qui ci

bisogna davvero un atto di potenza simile a quello, che divise le

tenebre dalla luce. Dire per quante generazioni urga dividere i

figliuoli dai genitori, non torna facile; questo però è sicuro, che per

la prima bisogna separarli affatto: dura legge, ma impreteribile se ti

riprometti fare opera utile: in coscienza, che gioveranno le

raccomandazioni e gl'insegnamenti prodigati nel giorno, se la creatura

tornando a casa la sera senta le quotidiane turpezze, e veda i soliti

esempi di ribalderìa? Si rinnuoverà su l'anima umana la tela di

Penelope: nè darti a credere, che il male mescolando col bene sia per

uscirne una tal quale poltiglia nè buona nè cattiva, da potercisi

accomodare, chè le sarebbero grulleríe dei moderati. Così in morale che

in politica questa illepida gente cacciasi fra mezzo a coloro che

vogliono il sole e gli altri che chiamano la mezza notte, e ruminato un

pezzo immaginano avere scoperto l'America sentenziando: — orsù,

contentiamoci tutti del chiaro di luna, e viviamo d'accordo! — Aspetta

di trovarti attraversato dalla finta pietà, la quale armata di lamento

femminile dirà cose da farne strabiliare i cani circa alla ferocia di

svellere i figliuoli dal seno materno, privarli della carezza, e dei

baci. Dio vi perdoni! se frequentaste i casolari del povero, vedreste

voi che carezze, e che baci. Le madri impotenti a porgere alle creature

loro un latte, che scarso ed acquidoso non sia: la più parte del giorno

lascianle sole, chiamate dalle faccende altrove; e per paura che

caschino, le accovacciano su di un pagliericcio per terra, donde tanti

casi funesti di creature guaste, e sovente divorate dagli animali

domestici o salvatichi; e questo le buone: le cattive madri poi non

latte, ma busse danno ai pargoli, ovvero latte per acredine di umori

corrotti pestifero, per la qual cosa dall'universale quando coteste

creaturine muoiono non compíto l'anno si dice: — Provvidenza! — Quella

che dall'amore pei figliuoli si scompagna non è pietà; ora, volere

ch'essi stentino, intristiscano, di anima deteriorino e di corpo,

unicamente pel sollazzo di vederceli attorno, non si può chiamare

affetto, bensì bizza dispettosa di tenerci chiusi in mano i balocchi.

Vergogna! Voi, madri, perfidiate a tenere i figliuoli in casa, come il

vostro uomo vuole il tabacco, per masticarselo oziando. Io per me

giudico, che non occorrerà persona, la quale non reputi troppo più

pietosa la madre, che si reca la domenica a godersi la figliuola bella,

sana, e bene allevata fuori di casa, dell'altra che s'incapona a

vedersela crescere in casa sozza, piangolosa, malescia, e fastidievole.

— Non ti muoverà meno cruda guerra la cupidigia dei padri, la quale

rivendicando il dominio del suo sangue ti dirà alla recisa, i figliuoli

essere il suo patrimonio, averci fatto il suo assegnamento sopra: la

roba sua avere ad essere ben sua, e volerne cavare quel migliore

partito, che Dio, la Natura, e le Leggi loro consentono. Notate bene

Dio, conciossiachè questi faceti mortali non abbiano anco smesso il mal

vezzo di mescolare nelle miserie e più spesso nelle tristizie loro Dio,

nè fanno le viste di volere smettere per ora. — Però tu risponderai alla

cupidigia, che chi ha fatto la legge la può disfare, che Dio non ha

potuto volere altro che il bene, e la Natura altresì, come quella che

nasce da lui; che Dio, la Natura, e la Legge non patiscono che il padre

vesta di mota il corpo del figliuolo, e l'anima di vituperio; che egli

non ha da sfruttarlo come la bestia da soma; e alla fine, che in verun

libro sta scritto potere togliere dal seno della Natura un ente per

renderlo alla società arnese da spedale, o da patibolo.

Se la esperienza non ce lo avesse chiarito a nostre spese, sembrerebbe

svarione solenne affermare che dei due mali, di avere popolo mezzo

educato, o ignorante affatto, il meglio sta nel tenercelo del tutto

ignorante: invero, la educazione compartita a spizzico cresce e perpetua

il danno ch'ella proponevasi sradicare, la disuguaglianza dei cittadini.

Gesù Cristo istituendo dodici Apostoli disse: — andate, e siate il sale

della terra; — e come disse furono, ma i pochi educati penetrano come

veleno dentro le moltitudini inculte; essendochè al manipolo

degl'istruiti paia avere diritto a mutare stato; così la paterna scure,

e l'ago, e la cazzuola recansi a tedio: per mediocre scienza prosuntuosi

sè reputano sovraumani intelletti condannati a morire del male del

tisico per astio di uomini crudeli; donde la nausea del lavoro, gli ozii

irrequieti, e per ultimo (dacchè il senso morale dell'anima, quasi trama

che sfilaccica sotto le dita, va di grado in grado sperperandosi fra le

mani della necessità) il falsare del conio, e delle scritture, perchè il

delitto ritenga quasi la impronta della funesta educazione che lo

partorì. Il male poi che di natura sua è fecondissimo (infatti il

diavolo si chiama legione), si allarga per guisa, che anco gli esclusi

dalla educazione sentono germogliarsi nel cuore l'odio contro coloro i

quali senza un merito al mondo furono privilegiati, e contro tutti gli

altri, che senza causa plausibile cotesti elessero, essi rigettarono.

Gli anfanatori dei nostri tempi a ciò non pensano; ma a che cosa pensano

eglino? Sbracciandosi eglino a tutto uomo per ispasimo di levare rumore,

e far sapere al mondo che ci erano, non fosse altro, come la polvere,

entrando negli occhi, educando il popolo parzialmente e male, ne hanno

reso pessimo lo stato, abbastanza già misero.

Ciò fatto, e non sarebbe poco, la Filosofia nostra va indagando quello

che si vorria insegnare alla gioventù; e su questo non rimane punto

perplessa: giusta l'antica sentenza _ab Jove principium_, ella vuole che

lo ammaestramento incominci da Dio. Bene a ragione la illustre donna

così prescrive, imperciocchè vi abbia chi di Dio dubita, e chi lo nega,

ma tutti lo sentono. Ai tempi nostri le dottrine germaniche professate

dalla massima parte dei novatori superlativi, cui danno nome di

comunisti, procedono infeste alla nozione di Dio, affermando che da

amaro seme amaro frutto nasce, e lo vediamo a prova: avere la paura

creato Dio creatore, epperò ogni derivazione da quello andare ingombra

di sgomento e d'ingiuria; così vero che gli scellerati, i quali pestano

su i capi dei fratelli come su di uva matura, giurano desumerne il

diritto proprio da Dio, e sè soli millantano plasmati a similitudine di

lui. Di grazia mirate un po' come abbiano concio Dio; per mezzo ad ardua

solitudine inaccessibile, assoluto, implacabile, diaccio più delle cime

della Immalaja, e tuttavolta favellante co' fulmini: ministri al suo

trono la morte, la peste e gli altri tutti flagelli della Natura; le

sempiterne seti egli tempera alquanto con un sorso di sangue; con le

carni di vittime, sovente umane, attutate così di tratto in tratto le

fami, che non si saziano mai: alle immani froge divine odore solo

gradito salisce il leppo; delle colpe gravi assegna castigo eterno, il

fuoco; e delle lievi, anche il fuoco, comecchè a tempo; mette spavento

rammentarlo; l'uomo casca paralitico a udirlo; vederlo è morte: di amore

non si parla manco per ombra, bensì paura, e sempre e poi sempre paura

di Dio. Quanti popoli, e sto per dire uomini, tanti Dii; chi se lo

strappa da un lato, chi dall'altro; e perchè non si entri in troppe

parole, i Russi respingono dai baluardi di Malakoff i Francesi, e te,

Dio, lodano; più tardi i Francesi superano i contrastati terrapieni, e

lodano te, Dio; e gli uni e gli altri cristiani: croce contro croce.

Insomma chi dei due Dio? Quello dei Russi, o l'altro dei Francesi?

Comechè questo abbaruffare di Dio con le sciempiaggini sanguinose degli

uomini compaia, e sia, temerità grande, non è però la più brutta cosa

ch'eglino sappiano commettere, considerando il nome di Dio strascinato

in mezzo ad ogni loro frode, ipocrisia, slealtà, spergiuro, e ladronaia.

Cancellisi dunque dalla mente degli uomini una nozione, che legittimò la

tirannide, e fece il dispotismo sacrosanto: aboliscasi un ente il quale

si rivelò sempre col male: tregua una volta alla sperticata ammirazione

del creato: o che ci è egli da celebrare qui dentro? Sottile intendi, e

vedi da una parte avara crudeltà, come nel tardigrado cui furono negate

membra capaci a procurarsi senza grandissimo stento il cibo, e

dall'altra scandaloso sprecamento, come nello scarafaggio in cui la

notomía microscopica scoperse gli occhi composti con diciassettemila

occhi semplici, e duegentottantaquattro muscoli. Le stelle! esclama

Hegel stizzito, le stelle insomma che cosa elleno sono? Ve lo dirò io:

_la rogna dei cieli_. Predicano necessaria la nozione di Dio come quella

da cui deriva la speranza del premio, e il timore della pena, per la

virtù negletta, o per la colpa fortunata nel mondo. Che importa questo?

Chi vi assicura che il delitto nonostante le apparenze contrarie non sia

di sè stesso carnefice? Veruno impunemente è iniquo: nè uomo si sentì

mai lieto per misfatti; chè quando anco la coscienza taccia, la ingiuria

chiama la vendetta, e il reo lo sa, e trema: ed è per ciò, che Dionisio

tiranno di Siracusa non accoglie nel talamo la moglie se non frugata

prima, e per sospetto del ferro fa scorciarsi co' tizzoni i capelli. In

quanto a virtù, se la disposizione dell'animo a bene operare è mossa da

desiderio, o da speranza di premio, tu giudicala traffico, non virtù, e

ti apporrai. Orsù, che pretendete voi? (e questo pure dice Hegel), per

avventura la mancia nell'altro mondo per non avere tagliato la gola alla

signora baronessa vostra madre, o per esservi astenuto da ministrare

l'acquetta al signor conte vostro fratello? La virtù di sè ha da

piacersi, di sè soddisfarsi; se no, muti nome, e vada a iscriversi alla

_Borsa_ accanto al quattro e mezzo per cento.

Non si può mica contrastare in coscienza, che qui dentro non covi

qualche parte di vero; e lo sarebbe anco tutto, se non fosse venuto al

mondo Cristo, il quale ci rivelò Dio essere padre degli afflitti, Dio

avere creato gli uomini liberi, uguali, e volerli felici; piuttosto essi

straccherebbonsi a offenderlo, ch'egli a perdonare; bastargli per tutta

preghiera un sospiro; il saluto, che meglio gli tornerebbe accetto,

essere: _padre delle misericordie_; sola una progenie aborrita in

sempiterno da lui, quella dei tiranni. — Gesù Cristo (canta il vescovo

Isaia Tegner nel poema della prima Comunione), ha insegnato la voce di

Dio non favellarci nel terremoto, o nel fuoco, o nella procella, bensì

venire a noi col mormorio delle brezze vespertine: amore essere origine

della creazione, e sostanza di Dio: infiniti mondi riposare come pargoli

sopra le sue sante braccia. Per amare, e perchè lo amassero, egli soffiò

il suo alito sopra la polvere assopita, ed ella sorse, e postasi la

destra sul cuore se lo sentì infiammato di fuoco celeste; bada, che

questo fuoco non si estingua dentro di te, ch'egli è l'anima dell'anima

tua: l'amore genera la vita, l'odio la morte. —

Senonchè, vedete, a simili concetti i filosofi tentennano sghignazzando

il capo, e bisbigliano: — poesie! — e poi aggiungono: — fatto sta, che

il cristianesimo sovvertiva l'impero romano, snervò gli spiriti

guerrieri, e dispose i popoli alla mollezza vile, che fu invito alla

ingiuria, donde poi da una parte oppressione, dall'altra rancore, e la

alterna vicenda di offese e di vendette, che travagliarono e travagliano

parecchi popoli, massime italiani. Anche Cristo sta co' battaglioni più

numerosi; in nome proprio di lui, quegli che si afferma suo Vicario in

terra ha bandito: — curvatevi, o popoli, e state allegri sotto il peso

delle vostre catene; e se non volete starvi lieti, non piangete, o

piangete sommessi perchè non monti in bestia il padrone. — E se essi non

si vollero curvare, e, memori che Dio creò l'uomo perchè guardasse a

viso alto nei cieli, levaronsi in piedi (orribile a dirsi!) il tristo

prete gli maledisse in nome del Padre, del Figliuolo, e dello Spirito

Santo. Nè qui sotterfugio giova; lo scrittore del Diario l'_Universo_ ha

ragione da vendere: gli avversarii suoi sono gli azzeccagarbugli: ecco,

egli squaderna la enciclica famosa di Gregorio XVI, ecco egli ributta in

faccia agli imbroglioni gli esempi di Pio IX, e non ci è da ripetere

verbo. Giù la fronte, svergognati calunniatori, Cristo e Libertà si

vogliono bene come il fumo e gli occhi. —

A questi di tal razza filosofi non riesce punto malagevole rispondere, e

lo farò, che non sono uso sbigottirmi per poco, e voglio le mie parole:

una cosa è Cristo, e un'altra i preti; così vero questo, che il Vangelo

di Gesù senza le chiose di Monsignore Martini Roma registra tra i libri

proibiti, come se Cristo, il quale predicò alle turbe, e fece sua

delizia i poveri di spirito, e garrì coloro che impedivano i pargoli si

accostassero a lui, come se Cristo, che scelse fra uomini volgari e

meccanici gli Apostoli suoi, avesse mestieri comento per essere inteso!

Rispetto allo impero romano, e' formerà sempre massima delle glorie

cristiane averlo sovvertito; imperciocchè fin dove arriva memoria di

uomo, pensiero mortale non seppe mai immaginare, nonchè conseguire, così

immensamente disperata e prepotentemente ingiusta dominazione. Cristo

ruppe fra gli ugnoli dell'Aquila la immane catena, ora gli Avoltoi ne

hanno grancito qualche anella, e le strascinano sopra la faccia del

mondo. Lasciate passare: dove non valse la catena intera, pensate voi

che possa bastare il troncone? Gli è poi falso del tutto, che Cristo

insegni codardia, o costanza nel patire soltanto: amore, egli predica,

vuolsi ricambiare con amore; ma dall'altro canto ammonisce espresso,

ch'ei venne a mettere nel mondo non la pace, ma la spada; spada sul capo

a cui non si contenta della terra che la Natura gli assegnò, spada nel

cuore a cui contrista gli spiriti immortali, spada ai domestici tiranni,

spada agli ascitizii, che con la frode, le proditorie stragi, e la

corruttela sostentano l'aborrita rapina. Fratelli sì siamo, a patto che

in questa fraternità nostra nessuno pretenda la parte di Caino; e poichè

la gente Austriaca a noi è Caina, la maledizione del Signore scenda

sopra di lei. Certo, Cristo prescrive rendersi a Cesare quello ch'è di

Cesare; ma che spetta a Cesare? Il frammento del metallo, che ritiene la

sua immagine, la qual cosa, spiegata come conviene, significa: butta in

faccia al corruttore l'arnese della corruttela, e vivi la vita

dell'anima, ch'è la Libertà. Dirittamente dunque la donna egregia

raccomanda, che le fanciulle nelle dottrine del santo Evangelo

ammaestrinsi, avvegnachè la parola di Gesù Cristo non pure non dissuada,

ma all'opposto imponga espressamente combattere i nemici della Patria, e

sopportare con animo forte gli esilii, le carceri, e le morti per la

redenzione di quella.

Dopo Dio, o insieme con Dio, quello che più preme è la educazione

morale: ma qual morale? Infelicissima condizione dei tempi, in cui ad

ogni piè sospinto ti è forza rimanerti incerto sul cammino da prendere!

Il comune degli uomini, io lo sento, farà le stimate dicendo: — o che su

la morale può egli cascare dubbio? O che delle morali soncene due?

Eternamente immutabile, la morale è quella che si accomoda meglio ai

bisogni dell'umano consorzio. — Ciò detto, questi cotali dottori

forbirannosi la bocca come se avessero pronunziato una sentenza da

segnarsi col carbone bianco. Ora, quando avrai detto così, avrai detto

niente. Infatti, civiltà che è? La romana stava nel vincere il mondo, e

con romana mola macinarlo: civiltà lacedemone patire per essere invitti,

commettere imbrolii per non restare superati in accortezza: civiltà

ateniese fare e dire con elegante inverecondia ogni cosa, mettendo in

opera sottilissima industria, affinchè la turpitudine comparisse onesta.

Le altre civiltà, se mai ce ne furono, omettonsi. Quale fia pertanto la

civiltà nostra? La mollizie del vivere scioperato, il lusso smagliante,

le vivande squisite, le vie ampie e illuminate a gasso, la parola

commessa al fulmine, i mari e i venti contenuti dal vapore, le

meraviglie delle gambe alzate, e i delirii delle gole gorgheggianti, i

febbrili spasimi del giuoco, e i governi che tengono il banco: queste ed

altre cose di congenere natura appellansi adesso civiltà: per lo

contrario la perizia nelle armi, dai Romani salutata unicamente _virtù_,

siccome comprensiva di ogni altra virtù, e le armi stesse, si giudicano

barbare; anche in pro della Patria impugnate, barbare sempre: nè questo

reputisi punto immaginativa di cui scrive, chè forse sta fitto nella

mente di molti come certo valente uomo di Stato arringando così

spiattellatamente e dalla bigoncia dicesse: — congratularsi col suo

paese per esperimentarlo senza rimedio imbelle, essendochè l'esercizio

delle armi porga testimonio di barbarie nel popolo che ci si abbandona:

— e il nemico ci era sopra le spalle menando strepito di catena!

Havvi pertanto una morale eterna, e ve ne ha un'altra mutabile secondo

lo stato in cui si trova il paese: arduo somministrarne esempii, ed anco

pericoloso; questo basti, che il fine della educazione italiana oggi ha

da gittare l'áncora nel disegno di sovvertire dalla radice buona parte

di quelle cose che come civili si vantano, imperciocchè mentre così noi

duriamo l'Italia non possa presumere di presentare la faccia nel

collegio degli uomini liberi. Come le stoffe smontate di colore hannosi

a tuffare in tinta più scura perchè le ritornino in sesto, così, perchè

non caschino di rilassatezza, bisogna di tratto in tratto riportare gli

ordini civili verso i loro principii: sentenza in ogni sua parte vera,

con l'autorità di Niccolò Macchiavello confermata, e rinvenuta efficace

in quasi tutte le faccende umane. Epperò avverti, lettore, che se ti

preme davvero che la Italia cessi di essere ludibrio delle genti, bada a

ritemprarla tuffandola nella barbarie; se pure al tuo onesto ingegno

parrà barbarie, che scompaiano per sempre le agonie dei súbiti guadagni,

i lussi ubriachi, e i lezii sazievoli di quel tenerume abbiosciato, che

vantano umanità. Umanità, disgraziati, sarebbe tendere le orecchie e il

cuore al rammarichío che mandano come altrettante bocche aperte le

ferite fatte dalle austriache palle nei petti italiani, e supplicano

dalla religione dei vivi il suffragio della vendetta! Ma le orecchie

civilissime vostre ritengono troppo delle melodiche voci delle

cantatrici, onde non si sentano stonate da cotesti stridi. Ecco la

educazione morale di cui adesso abbisogna la Italia: la camicia

insanguinata dei traditi scossa su gli occhi dei figliuoli, finchè ei

non abbiano compíta la vendetta. La vendetta ora è sacra, religioso il

furore: però le donne hanno da crescere tali, che valgano a scolpire

l'anima della prole al patimento, alla vittoria, o alla morte.

Per ciò che concerne la educazione intellettuale delle donne, se male

non mi appongo, dubito che le proposte della filosofia nostra non sieno

per apparire di soverchio ambiziose, in ispecie a coloro, che non

considerano come fosse suo intento rivendicare per la donna la comunione

intera coll'uomo degli obblighi, dei diritti, e degli ufficii: sembrava

a lei, che essendo le femmine dotate di organi pari a quelli dell'uomo

per sentire e pensare, elleno e potessero e dovessero operare quello che

da lui si opera; donde, secondo lei, ne veniva la necessità di uguali

condizioni per ambedue i sessi. Antica ubbía femminile è questa, ma

forse mai si affacciò tanto pretensionosa come ai tempi che corrono; e

tu l'odi pestare i piedi impaziente dinanzi alle porte chiuse, e fremere

a pugni stretti facendo le viste di romperle, ed allagare dentro

scalando i pergami sacri per bandire la parola di Dio, e le tribune

politiche per isbertare le leggi vecchie, e proporne delle nuove, sempre

nuove, almanco una volta al mese. Le donne americane, come più

avventate, venute di botto a mezza spada deliberarono a questi giorni di

presentare alla camera legislativa dell'Ohio certo loro richiamo, che

suona per lo appunto così: — Considerando come le donne dell'Ohio,

quantunque reputate cittadine dalla costituzione, non godano le

franchigie a cagione del sesso, noi domandiamo per l'ultima volta il

diritto di votare, il quale diritto comprende in sè tutti gli altri, che

senza ingiustizia espressa non ci ponno essere negati. Tutti nascemmo

liberi ed uguali, e chi deve essere sottoposto alle leggi ha da prendere

parte a formarle: però provvedasi, affinchè i cittadini quanti sono,

senza distinzione di uomini e di donne, esercitino i legittimi diritti.

— Intanto che aspettavano i diritti, le donne americane presero le vesti

dei mariti; nè contente di trionfare nel mondo nuovo, la signora Bloomer

varcò l'Oceano missionaria della religione dei calzoni presso le donne

del mondo vecchio: non fece buona prova, e il marito per via di

correzione a questa, e forse a qualche altra scappata, non infrequente

alla vita dei missionarii femmine, sparatale una pistola nel petto, la

stese morta. S'intende acqua, ma non tempesta! E nessuno discreto

negherà, che per questa volta il soverchio rompesse il coperchio. Se la

signora Bloomer aveva commesso nel mondo nuovo, ovvero nel mondo

vecchio, alcune di coteste marachelle a cui le donne pretendono avere

comune co' mariti il diritto (e non ce lo dovrebbe avere nessuno dei

due), il signore Bloomer poteva castigarla con le mortificazioni, e via

anche con le mani; alla più trista passi il bastone, ma pistole poi!

Basta, a ogni modo la signora Bloomer per adesso è morta; _requiescat in

pace_, e ritorniamo alle donne vive, le quali sono più difficili a

contentarsi. Comecchè le creature umane, o vogli uomo o vogli donna,

nascano uguali in diritto, e su questo non può cascare dubbio,

tuttavolta non possono essere così in atto, per la differenza del fine a

cui uomo e donna vengono destinati. Forse in verun periodo di tempo

quanto in questo provammo vera la sentenza dello Ariosto:

«Le donne son venute in eccellenza

Di ciascun'arte ove hanno posto il segno.»

Letterate e poetesse ammirande davvero, americane, inglesi, francesi ed

anco italiane, buone ai commercii, alle faccende villereccie, perfino

diplomatiche, e sottili così da tenere cattedra alle volpi, e al

principe di Benevento; pittrici, scultrici eccellenti, ed oratrici più

copiose in parole di un leggío, della patria propugnatrici magnanime,

sicchè postergata ogni paura scesero in campo, combatteronvi, e vi

rimasero spente. Dio glorifichi come meritano coteste anime sante!

Nondimeno queste si hanno a reputare eccezioni, nè la natura della donna

la chiama a ciò: uguale all'uomo deve stimarsi, ma di uguaglianza

diversa, a mo' di corde della stessa lira, necessarie tutte all'armonia

e non pertanto di suono diverse. La formazione della donna, le membra

sue delicate, la trama nervosa soperchiante, le infermità consuete, la

gestazione e l'allattare dei parti, le cure stesse della famiglia le

tracciano una via distintamente propria. Se la donna s'immischiasse nei

negozii dell'uomo, l'uomo non potrebbe del pari framettersi in quelli

della donna; quindi nascerebbe da un lato eccesso, difetto dall'altro;

ancora, questi due enti diventati emuli correrebbero rischio di

prolungarsi paralleli senza incontrarsi mai, mentre all'opposto la

natura creandoli ebbe in mira, che gli uni con gli altri si compiessero,

e per le facoltà e mancanze scambievoli ricercassersi, supplissersi,

reverissersi, e amassersi; e, seguitando noi la similitudine della lira,

quale accordo ricaveremmo da due corde basse o acute? Una di due come

inutile andrebbe levata via: ora pensate un po' voi se possa stare, che

l'uomo o la donna sia per di più nella opera della natura! Regni la

donna in casa: sua la domestica economia, sua l'allevatura dei

figliuoli, la educazione prima di quelli sua: a lei confidato il carico

supremo di apparecchiare forti e generosi cittadini alla Patria: a lei

il tesoro dei buoni costumi in santa custodia; a lei il consigliare

nelle dubbiezze, nelle avversità sovvenire, negl'infortunii confortare;

ella áncora di speranza, ella fuoco di Santo Elmo. O che pretende ella

di più? Faccia di compire questi uffici con tutto il cuore, la carità, e

la tenerezza di cui pur troppo Dio la creò capace; e se le avanza tempo,

torni a domandare, che le verrà assegnata la parte più larga.

Per certo discorderanno parecchi dalla chiarissima Donna anche circa

all'ampiezza da darsi alla educazione muliebre, conciossiachè non vi sia

maniera di scienze, arti e mestieri, a cui ella non la pretendesse

prodotta: su di che occorre ripetere, ch'ella nelle Conseguenze si

mantiene d'accordo co' suoi principii; ma noi che chiudemmo gli ufficii

della femmina dentro a certi confini, che ci parvero meglio dicevoli,

dobbiamo ritenere come la più parte di siffatte discipline tornerebbero

alla vita donnesca inani e forse moleste.

Qui però casca il taglio di dire qualche parola sul modo di educare,

parendo a certuni non pure utile ma necessario tenere l'alunno sempre

per mano fino al compimento della scienza, mentre a noi si presenta

questa pratica nemica allo incremento dello intelletto: però vorremmo

piuttosto che la dottrina dopo avere accompagnato il giovane su la

frontiera della speculativa, quivi gli allentasse le briglie, e palma

battendo a palma, gli gridasse dietro: va! — A mo' di esempio, insegnata

una volta l'arte di bene disporre le idee, e significarle con elegante

acconcezza, vuolsi lasciare lo spirito in balia di sè solo per le

regioni della metafisica, della politica, e della storica filosofia. Di

vero, io avrei voluto conoscere colui che si fosse attentato insegnare a

Niccolò Macchiavelli, a Giovambattista Vico, a Giordano Bruno, al

Telesio, e al Campanella le discipline in cui eglino levarono grido. —

Qui avvertasi, che si accenna, non si dimostra, onde altri pensandoci

sopra veda se ci apponiamo o no.

Inoltre le qualità della moderna educazione hanno operato sì, che quanto

si guadagnò in larghezza altrettanto si perdesse in profondità: molto

procaccio è stato fatto di moneta spicciola da spendersi sopra ogni

mercato, ma scudi pochi, rusponi punto, e di tal forma educazione che

alla mediocrità maravigliosamente si accomoda, levano a cielo gli

astiosi: affermano ancora di lei compiacersi la democrazia, ma io non ci

credo, anzi credo piuttosto che i democratici magnanimi, i democratici

veri non prendano in fastidio i re del pensiero, a patto però che questi

tengano l'intelletto, il quale è dono di Dio, esposto in guisa da

raccogliere come dentro uno specchio la sapienza eterna e rifletterla in

raggi di amore sopra i fratelli: ad ogni modo a me vedere cervelli

foggiati come mattoni caccia addosso il ribrezzo della febbre quartana:

le casse da morto sieno tutte di una misura, chè io non lo contrasto, ma

nel sentiero della vita ogni uomo stampi l'orma quanto ha lungo il

piede. A rischio di mettere la mia fama di liberale in compromesso, su

questo tasto io non mi adatterò a confessarmi democratico mai: delle due

cose l'una, o renunziare ai Galilei, o adattarci ad averli radi: per me

sto a possederne uno in capo a mille anni, ed a qualunque patto.

Merita lode non peritura la Filosofia nostra pel coraggio col quale si è

fatta a combattere animosa la corrente, che impone il ballo e il suono

come corredo necessario alla perfetta creanza femminile: e così vero si

chiarisce a prova il suo giudizio, che tu ti trovi guidato quasi

spontaneo a considerare che simili delicature dalle donne diventate

mogli o continuansi, o tralasciansi: se bene esperte elleno le

metteranno da parte, il meno che se ne possa dire sarà, che avranno

buttato dalle finestre tempo e quattrini; e se all'opposto dureranno a

esercitarle, comecchè a taluna sia per sapere di ostico, io lo vo' dire

senza barbazzale, la strada che mena al bordello apparisce pavimentata

più assai di tasti di ebano e di avorio, che di macigni di Montemorello.

In verità io vi assicuro le tastiere dei cembali superare in infamia di

naufragi gli scogli acrocerauni: per chi ce gli sa vedere, esse

compaiono ingombre di frantumi di virginei pudori, e di fedi coniugali.

Gli antichi così barbari come gli altri che salutiamo civili, ebbero in

dispregio la musica e i musicanti, narrandosi che i Persi e gli Assirii

gli annoverassero addirittura fra i parasiti: gli Egizii vietarono

affatto lo studio della musica come allettatrice e quasi mezzana di

viltà. Fra gli Ateniesi Antistene giudicò uomo di male affare Ismenia,

solo perchè teneva in delizia certo trombettiere famoso; e Filippo, il

quale di rei costumi non sembra che patisse penuria, udendo Alessandro

cantare, e notando com'ei se ne compiacesse, lo garrì aspramente

dicendogli: — vergognatene! Presso i Romani Scipione Emiliano e Catone

bandirono i musicanti dannosi alla gravità dei costumi; servile arte la

musica, e di uomini ingenui indegnissima: in seguito contaminate le

pubbliche virtù, e volgendo ormai gli animi al servaggio, Augusto si

attenta cantare; ripreso, cessa. Nerone solo ardì vantarsene; anzi

presso a morte, di una cosa sola fu sentito rammaricarsi, ed era, che

stesse _per perire un artista pari suo_[2]: ma sotto Nerone non si ha a

cercare quale virtù se ne fosse ita via da Roma, bensì quale vizio non

ci avesse diluviato dentro; e a petto delle altre immanità il vezzo di

Nerone di volere passare per citarista poteva dirsi galanteria. Certo, i

Pagani conobbero le Muse sonatrici, cantatrici, ballerine e mime, ma le

si tenevano come fantesche in casa Giove; Pallade all'opposto, ch'era

Dea della sapienza, si provò un giorno a sonare la tibia, senonchè presa

da subita confusione la buttò via; nè in luogo alcuno di poeti, o in

monumento qualunque, tu troverai, che Giove padre degli Dei sonasse o

cantasse, comecchè troppo più spesso che non bisogni questo benedetto

figliuolo di Saturno occorra intricato in certi bertovelli, che io passo

sotto silenzio per due ragioni: la prima a causa di onestà, e poi perchè

tutti gli sanno. La Chiesa cristiana, finchè ritenne angelica natura,

nella sua santa purità maestosa aborrì ogni meretricio ornamento, sicchè

apparve davvero discepolo di Cristo santo Atanasio, che ebbe in orrore i

canti e i suoni peggio che il diavolo l'acqua benedetta; per converso

santo Ambrogio li predilesse a braccia quadre: quegli li cacciò via dal

santuario, questi ce gl'immise, ed ancora ci stanno: santi furono

ambedue; per la qual cosa santo Agostino, ch'era un terzo santo, non

sapendo che pesci pigliare, secondo il solito ciondola, e non dà in

tinche nè in ceci. In quanto a me s'io avessi a dire la mia, urlerei

tanto che mi sentissero: non pure scandalo, ma vituperio espresso

essere, che oggi canti in chiesa su l'organo la sequenza della _Stabat

Mater_, o il _Miserere_, quel desso, che cantò ieri sul Teatro la

cavatina lasciva, e la cabaletta procace: mandarci poi fanciulli

castrati, abbominazione romana. Anche la _Stabat Mater_ aveva a

diventare truculenta in mano ai preti! Avendo i Romani in uggia il

canto, immaginate un po' voi in qual parte dovessero avere i ballerini;

laonde leggesi nelle storie come Sallustio, il quale non fu uno stinco

di santo, rinfacciasse a Sempronia la perizia nella danza troppo più che

ad onorata matrona si convenisse[3]. Gabinio e Marco Celio per la

medesima causa ne rilevarono dai Censori un cappellaccio, che Dio ve lo

dica per me, e quell'agro Catone fra gli altri misfatti apposti a Lucio

Morena non dubitò accusarlo di avere ballato in Asia; e che la dovesse

essere faccenda seria s'inferisce anco da questo, che Marco Tullio, il

quale difese Murena, non trovando discolpa che valesse, abbracciò il

partito di tirare giù buffa negando il fatto addirittura.

[2] Qualis artifex pereo. — _Svet._ in _Cl. Neron._

[3] Ecco il passo, che volgarizzo dalla Catilinaria: «In ballare

e saltare perita più che si convenisse ad onesta, ed in altri

esercizii parecchi per lei arnesi di lascivie, e però da lei

oltre la fama e la pudicizia amatissimi: se più del decoro fosse

prodiga o del danaro, pendeva incerto; libidinosa così, che non

pure ricercata facile acconsentiva, ma ella stessa gli uomini

ricercava.»

A me scrittore accadde essere testimone di un caso, che chiedo licenza

di raccontare per edificazione delle anime buone. Convitato da

personaggio che andava per la maggiore a certa sua veglia proprio coi

fiocchi, ecco di repente comparirmi davanti una coppia di giovani, uno

femmina, di salute potentissima e di bellezza, che venuta dal Brasile

pareva avesse portato buona parte del tropico nel seno copioso; il suo

colore era di olio lampante; gli occhi, le palpebre, i sopraccigli, e i

capelli, neri lustri come bitume giudaico; nelle labbra tumide,

semiaperte, e accese aveva il polso, e ci si vedeva battere; l'altro

maschio, inglese e biondo fulvo come incoronato di sole; marino alle

vesti e più alle sembianze; altro di singolare io non conobbi in lui, se

togli l'irrequieto sospingere e ritrarre del piè sinistro, il quale

rammentava l'onda che lambendo la riva ti ammonisce come da un punto

all'altro può divenire cavallone, epperò ti badi. Ad un tratto scoppia

la musica come la frusta del Diavolo; dove sono iti i miei giovani?

Velli! velli! paiono comete, che scapigliate imperversino di giù di su a

scavezzacollo nel firmamento; questo urtano e fannolo girare come

vecchio arcolaio, quell'altro pestano sopra gl'incliti lupini, e

cacciano via con la gamba levata soffiando in un canto; un terzo

scaraventano a dare di picchio con le spalle nel muro; cotesto è un

remolino, un mulinello, un vero turbinío; bada davanti! ed essi pur

sempre avvolgevansi, volavano, ora apparivano, ora sparivano, naufraghi

per mezzo ad un mare di piacere: non udivano nè vedevano più nulla; uno

nella bocca dell'altro spingeva l'anelito grosso e fumoso: braccia

aggroppate a braccia, dita incatricchiate a dita, capelli neri framessi

a capelli fulvi, seno sopra seno palpitante:

«Ellera abbarbicata mai non fue

Ad alber sì come l'orribil fiera

Per le altrui membra avviticchiò le sue.

Poi si appiccar come di calda cera

Fossero stati, e mischiar lor colore,

Nè l'un nè l'altro già parea qual era.»[4]

[4] Dante, — _Inferno_.

Ormai taceva l'orchestra, e quanti erano quivi danzatori per bene

avevano già depositato con le consuete clausole notarili, voleva dire

civili, nelle mani dei rispettivi babbi, mamme, o mariti, le

rispettabili compagne loro: già l'onda della limonea più che mezzo aveva

spento i discreti ardori, e cotesti due insatanassati giravano, giravano

da sbrizzarne in minuzzoli, finchè all'ultimo ansimando trafelati

cascarono di sfascio giù sur un lettuccio. Quello, che i babbi, le

mamme, e i mariti convenuti là dentro pensassero, io non lo posso

sapere, chè nei cervelli loro non ci entrai: in quanto a me, tutte le

mie considerazioni, che non furono poche, andarono a mettere capo in

questo proverbio contadinesco, il quale allora mi parve vangelo:

«Tre nebbie fanno una pioggia,

Tre piogge una fiumana,

E tre feste da ballo una.......[5].

[5] Nella raccolta dei Proverbi toscani del Giusti ampliata ed

ordinata per cura del marchese Gino Capponi questo proverbio

viene riportato in due altre diverse maniere; «Chi mena la sua

moglie ad ogni festa, e dà bere al cavallo a ogni fontana, in

capo all'anno il cavallo è bolso, e la moglie p.....» Si accosta

meglio al riferito da me il secondo, ch'è veneziano, e predica

così: «Tre calighi fa una piova, tre piove una brentana, e tre

festin una p.....» Ma io l'ho inteso dire come l'ho contato.

Una che? Avendolo notato Dante nel poema sacro, e non credeste mica

nello Inferno, bensì nel Purgatorio, parrebbe a me che lo potessi

dichiarare anch'io, che non iscrivo niente di sacro; ma no signore, io

non lo voglio dire, confidando che le mie ingenue leggitrici ci

peneranno intorno a indovinarlo, ma poi lo troveranno; piuttosto io

voglio dire quest'altra cosa, che i tre festini mi parvero troppi; e a

mio giudizio, anche di un solo per fare l'effetto ce n'è di avanzo.

Se adesso qualche anima pietosa mi avvertisse: frate, tu predicasti ai

porri: _Sapevamcelo, dissono quei di Capraia_, risponderei; chè già ho

antiveduto come uomini e donne, in specie donne, per una ragione ch'io

adduca sapranno contrapporne mille: così (mi pare di sentirle!)

allegheranno il giudizio dei medici universale accordarsi ad assicurare

come il ballo massimamente conferisca alla sanità del corpo,

assottigliando il sangue, purgando gli umori, e sciogliendo le membra;

anzi siccome sana non può mantenersi la mente, se sane non si conservano

le membra, se ne inferisce che qualunque intenda riuscire buon

matematico, buon principe, ed anche buon teologo, ha da ballare, e se

più ne hai più ne metti. E' non ci è caso da perfidiare, io ve la dò per

vinta: i medici giudicano da quei valentuomini che tutto il mondo

conosce; e su le vostre labbra, donne, sta il vero; ma sentite, voi

avete a fare una cosa; vi si concede saltare, correre, ballare, a patto

però che ve ne andiate lungo le sponde romite del fiume, o in mezzo alle

riposte ombre dei boschi: colà su i tappeti delle folte erbe, al casto

raggio di colei che fu guidatrice di ninfe formose come voi, ninfa con

ninfa menerete i lieti rigoletti, e procaccerete salute, bellezza, e

gagliardia ai vostri corpi quanto la Natura vi consiglia; però i luoghi

chiusi fuggite, avvegnadio colà l'afa della gente stipata, la vampa dei

lumi, il calore e il sudore fruttino troppo più scapito, che guadagno:

inoltre dalle vesti scollate esporre, lasciamo stare alla vista, ma al

trapasso repentino dal caldo al freddo tanta carne ignuda, la quale cosa

il Parini direbbe in poesia:

«...... e sì dannosa copia

Svelar di gigli e rose;»[6].

[6] Ode a Silvia.

parvi ella da persone cui prema la salute sul serio? O che i reumi, i

catarri, le flussioni, le tossi, e le corizze non usano più? O forse la

punta e la scarmana considerando cotesto vostro seno (poniamo

candidissimo) si periteranno d'infiammarvelo spietatamente a morte? Dite

su, egli è per amore dell'ortopedia che stringete la vita e i piedi con

tali arnesi, che il grande Inquisitore di Spagna si sarebbe, sto per

dire, recato a scrupolo adoperarne altrettali in un estro di zelo

cattolico, apostolico, romano? Sentiamo via, che cosa saprete contarmi

in proposito. —

E le donne di rimando: voi dite il vero, magari lo potessimo fare! Ma

sapete voi, quando ci triboliamo a presentarci ai vostri balli, qual

passione ci muova? Animo deliberato al sagrifizio; però che amore del

prossimo ci persuada a rammendare i vostri strappi, recando come per noi

si può rimedio ai mali partoriti allo umano consorzio dalla insigne

melonaggine, o dalla stupida cupidità vostra. Invero se non istessimo

noi mai sempre all'erta fantasticando senza requie nuove bizzarrie per

_consumare_, o come potrebbe vivere quel mostro insaziabile creato dalle

vostre mani, e si chiama _produrre_? Chi scavò l'abisso della industria?

La frivolezza nostra o l'avarizia vostra? Senza la febbre di andare

ornate con foggie inconsuete, e vi concedo strane, gli _operai_ a

migliaia morirebbero d'inedia; e voi _capitale_ con che vi saziereste

voi? Per avventura col pane fatto di farina di scudi? Quando pertanto

noi altre donne ci rassegniamo a comparire nelle veglie e ai teatri

coperte di stoffe sfoggiate, di piume, di fiori, e di brillanti: quando

spingiamo la carità fino a spiantare le famiglie, e struggere i mariti,

voi avreste a decretarci la corona civica. Curzio che si buttò nella

voragine per salvare Roma, in petto a quello che patiamo noi per amore

del prossimo, bebbe una cioccolata. —

Eh! bisogna confessare pur troppo, che queste diavolerie di lusso,

capitale, operai, e lavoro sono negozii serii, ma serii davvero; e la

difficoltà, anzi di' pure la crescente impossibilità di assettarli con

gl'istituti che ci reggono adesso; per modo che se vuoi, che le faccende

camminino ti conviene dare un colpo al cerchio, ed un altro alla botte.

I governi, la più parte almeno, non ci pensano: arte unica loro

stringere e spremere: quando poi capitano i tempi grossi, non rifinano

mai di maledire all'anarchia, alla demagogia e a tutte le altre

tregende, che finiscono in _ia_, e pure non è così. Non vo' che paia

strano, se l'umanità formando un complesso di uomini, io la paragoni

all'uomo: ella cresce di mole, e, con la mole, di pensieri e di voglie,

nè più nè meno come l'uomo costuma; ora che ti sembrerebbe di quel nuovo

pesce, che s'incaponisse a volere mandare fuori il suo figliuolo giovine

di venti anni vestito col cercine, e il guarnello, come quando era

infante, e co' giocattoli stessi presumesse trastullarlo? Fa il tuo

conto che molto non si discostino da cosiffatte gagliofferie quei

rettori di popoli, i quali rifiutano allargare, e conferire le leggi e

le istituzioni al procedere forse, e certo poi al mutare della umanità;

donde avviene che questa crescendo dentro le leggi viete, come dentro

vestiti vecchi, dapprima ella quanto più può stira su le costure, ed

alla fine le scoppia.

La gente di contado, da gran tempo, ha preso a fluire verso le città,

condotta o da impazienza delle fatiche rusticane, o da agonia dei súbiti

guadagni: s'ella considerasse bene, conoscerebbe come per uno che si

arrampica, mila stramazzano: diventa, per la più parte di questi nuovi

arrivati, la città, un palio, che oggi chiamano _a campanile_, verso il

camposanto, dove arrivano per la trafila del bordello, dell'ospedale, e

del bagno; tuttavolta prima che la morte pensi a saldarne il conto nelle

città ristagnano, e mandano malaria: molto più, che tu in coscienza li

puoi reputare come altrettanti apostoli Bartolomei in mano al

_capitale_. Ora questi santi Bartolomei del _capitale_ starieno anche

peggio (conciossiachè all'uomo accada di potersi trovare peggio che

scorticato, ed io lo so, che lo provai); laddove il lusso non si

prendesse il carico di logorare tutto quanto i poveri scorticati

quotidianamente producono. Parrebbe che i governi ci avessero a

provvedere ordinando emissarii capaci a farli scolare o con le marine, o

con le colonie, o rivomitandoli nelle campagne; dacchè la terra sia

proprio la porta del Vangelo dove basta che tu picchi forte perchè ti

venga aperto: adesso, qualunque sia la causa, che qui non fa caso

ricercare, le campagne in parte appaiono deserte, mentre in altra parte

hanno ingombro di soverchio; là i frutti non nascono, qui gli rubano.

Corre il costume, che il capoccia, Romolo della famiglia dei contadini,

ne sbandisca dal seno quei membri, i quali, lui invano opponente, menano

moglie: ora questi banditi privi di podere moltiplicansi, lebbra delle

campagne: se trovano, vanno ad opera, donde ricavano un salario, il

quale in coscienza non si può dire che basti loro per vivere; piuttosto

sarà vero affermare, per morire mezzo; se non trovano, diventano prima

per necessità scarpatori, poi per usanza continuano, chè il mestiero del

ladro, finchè glielo lasciano fare, loro par pasqua. Arte buona di Stato

dovrebbe però giudicarsi quella, che attendesse a spartire meglio i

villani per le campagne, allettandoli altrove con più maniere di

eccitamenti onesti e di sussidii: forse anco la mezzaria incomincia a

farsi vieta, e il podere che una sola e scarsa famiglia lavora

basterebbe a nudrire più gente assai, se ci fossero condotte sopra

migliorie con più sapienti pratiche, e spese maggiori: per modo, che se

il podere non frutta quanto e' potrebbe, ciò deriva dalla repugnanza, se

non si ha a dire aborrimento addirittura, del colono per le novità; al

quale guaio aggiungi questo altro, che il contadino anche dopo avere

spartito col padrone _metà della metà_ del raccolto trova sempre il

verso d'incastrarci il debito, ed ogni anno aumentarlo, sia arte, o

necessità; sicchè di farlo contribuire alla spesa non ci si raccapezza

il bandolo. Quindi non mi arriverebbe inopinato se il Capitale _Briareo_

si pigliasse in mano le industrie agricole come ha fatto le

manifatturiere, e adoperando nuovi modi di coltura, trovando partiti da

cavarci migliore costrutto, sciogliesse il groppo o col produrre

alimenti in copia maggiore e a prezzi più comportabili, e col ricondurci

parte dei forviati nelle industrie urbane, o col nudrire sul medesimo

spazio di terra più numero di contadini. Il tempo mena seco mutazioni

mirabili, a cui la gente trascurata non bada: ma chi ci attende lo vede

come dipinto davanti agli occhi. Così distratto dal fracasso delle opere

diurne degli uomini tu nulla senti; nella notte poi quando il silenzio

impera, ti molesta aspro gli orecchi l'indefesso rodere del tarlo, il

quale ti fa manifesto come nel medesimo letto su cui giaci si consuma un

lavoro di distruzione inevitabile.

Le querimonie che mandano i popoli intorno alle maledizioni della

tirannide ormai hanno ristucco Dio e il Diavolo, per la quale cosa

bisogna non ristarci un momento da ricantare loro le dieci volte, e le

mille finchè non l'abbiano intesa, la tirannide insomma niente altro

essere tranne una fungosità nata dal fracidume del servaggio. Il

servaggio che ricava il quotidiano sostentamento dai vizii codardi, o

ladri, dalle abiezioni tutte e in ispecial modo dal lusso:

«_Questo_ è la fiera con la coda aguzza

Che passa i monti, e rompe mura ed armi;

Ecco colui, che tutto il mondo appuzza»[7].

[7] Dante, — _Inferno_, C. XVII.

Nonchè possa sperarsi di vedere allignare repubbliche là dove questa

mala pianta aduggia, nè manco si ha da credere che si possa reggere

alcuno di codesti istituti nei quali s'immette dose più o meno larga di

Libertà. Che Dio ci aiuti, o che vuoi tu stillare con un popolo presso

il quale la povertà onorata reca vergogna troppo più del delitto? Fra

noi come sei ricco non curano sapere, solo se sei, e di quanto, la

rettitudine hanno in pregio di manto coi lustrini, buono a vestirsi dai

regii ciurmatori quando saliscono le scene per recitarvi la parte di

Agamennone. Qui il ladro, cui Fortuna sbagliando invece di agguantare

pel collo acciuffò pei capelli, passa, e con le ruote della sua carrozza

imbratta di fango il magistrato, il filosofo, e il poeta; più oltre un

mercante scemo della forza di cinquanta cavalli, a cui cascò addosso

l'opulenza come l'embrice sul capo di Pirro, passa, ed insulta col lusso

di servi e di corsieri il soldato, che zoppo, per aver perduto una gamba

combattendo per la Patria, pure va pedestre: breve; che montano esempi?

La storia da tutte le sue pagine grida essere i popoli cresciuti in

gloria e conservati liberi finchè le perverse arti del lusso ignorarono;

all'opposto perduta l'antica parsimonia fatti prima mancipio della

tirannide domestica, poco dopo della straniera; entrambe dolenti, e

vergognose invero, ma la seconda fuori di misura dolentissima, e

vergognosissima.

Le conquiste asiatiche, e il testamento di Attalo ferirono a morte la

virtù romana, e parve provvidenza, che le spoglie di Re facessero alla

Repubblica oppressora l'ufficio della camicia di Nesso. Valerio Massimo

consentendo la ruina di Roma essere stato il lusso, discorda sul tempo,

e in quanto a sè opina, che i costumi principiassero a contaminarsi dopo

la disfatta di Filippo re di Macedonia: di vero allora furono viste le

femmine romane spasimare a mettere in pezzi la legge Oppia, la quale

vietava loro vesti polimite, e gli ornamenti che superassero la mezza

oncia di oro: e dacchè come nei moderni ai tempi antichi accadeva, che

quel che femmina vuole, Dio vuole, così riuscirono a sovvertire l'odiata

legge; onde (mirabile a dirsi!) per modo irruppe disonesto il lusso, che

trascorso breve spazio di tempo Lollia Paolina potè comparire a certa

veglia domestica carica di perle e di smeraldi pel valore di settanta

milioni di lire fiorentine, tenuto a calcolo il ragguaglio della moneta.

Ora immaginate un po' voi se dopo questi esempii, e dopo che le donne

non più contente del mondo muliebre, quantunque sfoggiato, pretendono

nientemeno che sedere presidi nei Parlamenti, e capitanare eserciti, ci

sia verso di ricondurre i giorni nei quali un Egnazio Mecenio potè

finire a legnate sul capo la moglie che bebbe vino alla botte, e averne

non mica castigo, bensì loda, e stragrande, comecchè il fatto anche agli

amici della virtù latina paresse un tantinello abbrivato: in quanto a me

credo, che si debba appiccare all'arpione la voglia di rivedere le

cugine dei re a veglia con le fantesche filare la lana come Lucrezia, e

le gentildonne di casa Nerli e del Vecchio _starsi contente al fuso, ed

al pennecchio_. Non è più tempo che Berta filava.

Narrasi di certa isola dove i malfattori per estremo supplizio

dannavansi alla pena di portare campanelle di oro alle orecchie, e al

naso... ahimè! cotesta isola si chiamava _Utopia_, e la immaginò la

bell'anima di Tomaso Moro gran cancelliere d'Inghilterra, il quale per

mantenersi giusto perse la testa.

Pericoli in mare, pericoli in terra, esclamava l'apostolo San Paolo, e

noi con lui; male se stiamo fermi, peggio se camminiamo; e non pertanto

molto può farsi di bene, o almeno sperarsi, parte mutando e parte

vietando. Così, a modo di esempio, le donne romane non potevano entrare

in Roma sedute su carra: questo concedevasi agli uomini di alto affare,

vecchi, ed infermi, nella medesima guisa noi, non dico che dovremmo

vietare le carrozze, bensì gravarle con isconci balzelli, gratuitamente

concederle ai meritevoli soltanto; il lusso nei cavalli non pure

permesso, ma promosso, e nelle armi, dacchè la gioventù senza

distinzione avrebbe ad esercitare la milizia; e in pari guisa

costumavano i Galli, e se ne trovavano bene, quantunque barbari, avendo

sperimentato come il timore di perdere l'armatura di molto valsente

rendesse i guerrieri più pertinaci a difenderla, epperò a sostenere la

puntaglia. Nè io credo si farebbe manco guadagno se potessersi

persuadere le donne ad usare vesti sontuose sì, ma ferme in una foggia,

e di stoffe nostrali, imperciocchè quella gara, che vediamo conquidere

le donne tra classe e classe, verrebbe per necessità a cascare: niente

servendo meglio a mantenere viva questa agonia del comparire quanto la

facilità di appagarla con la ostentazione di robe, che di per sè non

sono di gravissimo pregio, ma che, rinnovate le ventine di volte in capo

all'anno, spiantano. Avrebbe un bell'arrotarvisi sopra la bottegaia,

tanto non le verrebbe fatto di procacciarsi una vesta di broccatello di

oro, con rabeschi ricamati di perle e di gemme, come anticamente le

gentildonne nostre adoperavano pei dì delle feste; e caso mai le

avessero avute avrebbero loro pianto addosso: quelle vesti poi così

doviziose passavan di madre in figliuole, e quando dopo parecchie

generazioni si disfacevano, se ne ricattava oltre alla metà del

valsente. Ma per avventura questo non saría buon consiglio; gioverebbe

piuttosto mutare scopo al lusso, e screditato lo esterno su la persona,

e i ninnoli in casa, mercè i quali i Francesi, che ce gli mandano, hanno

l'aria di trattarci da bamboli eterni, rimettere in fiore, se ci fosse,

un altro Luca Giordano che venisse a dipingere le volte delle nostre

case, un Cellino a cisellarci i vasellami di argento, un Caparra a

batterci i ferramenti, un Cervelliera a intarsiarci gli stipi, un

Palladio ad architettarci i palazzi, un Buontalenti a disegnarci i

giardini: meglio ancora suscitare il fasto, che per questa guisa

s'imparenterebbe con la virtù di decorare la città con ginnasii, musei,

basiliche, istituti benefici per educare la gioventù, ed ospitare la

infermità, la sventura, e la vecchiezza: ma qui fo punto, imperciocchè

io dubiti, che i partiti, i quali ho messo davanti, con altri più assai

dei quali mi passo, non abbiano a parere pannicelli caldi, chè troppo

più fuoco brucia nell'orcio: arrogi a questo, che essendomi riuscite

così male le parti di consigliere, sarà prudente renunziarci per sempre.

Conchiudendo dico, e questo abbiatevi per sicuro, che lusso e Libertà

non possono accordare insieme: scempiezza contendere intorno alle forme

del governo, chè Agide e Cleomene principi erano, e pure adoperandosi a

spartire con tutti i cittadini le terre laconie soggiacquero all'avara

crudeltà dei patrizii: parchi siate, temperati e modesti; non amate più

la vita infame, che la morte con onore; bandite il sagrifizio, e fatelo;

persuadete a benvolere, e adoperate benevolenza voi stessi, ed allora,

così disposto il campo, voi vi potrete spargere la sementa che meglio vi

garbi, e voi le vedrete venire su tutte a bene.

Côlta da infermità la contessa Amelia, non potè, come pure avrebbe

voluto, dare forma a quanto aveva raccolto intorno alla educazione, e fu

danno: nondimeno quanto ci avanza dei suoi Saggi, e delle sue lettere,

basta ad avviare la mente degli speculatori verso lo svolgimento dei

problemi, che importano la suprema materia della educazione.

Ci avanza adesso a discorrere degli altri scritti dalla donna egregia

dettati, i quali comecchè di mole più lieve non appariranno di minore

importanza come quelli che intesero sempre lodevolmente a promuovere

qualche virtù, o a sopprimere qualche vizio. Primi tra gli altri vengono

_i racconti del Parroco di campagna_, i quali si proponevano purgare le

menti villerecce di molti errori di cui camminano ingombre: e più che

altri per avventura non crede, ce n'è di bisogno, imperciocchè se non

possono accagionarsi i Governi di fomentarli, nè anche si sbracciano a

svellerli: inoltre, se in una parte diminuirono, in quell'altra

crebbero, laonde nel sottosopra non possiamo rallegrarci di troppi

avanzi: più presto si nota, che se illanguidirono quelli che si versano

sopra credenze religiose pervertite, gli altri che si fondano sopra

passioni cupide e avare rinverzicarono. Così quando il cappellano, o

curato che sia, di Trequanda, per rincappellare su la Madonna di

Arimino, che piangeva soltanto, si avvisò dare ad intendere, che quella

della parrocchia sua ghignava, e piangeva, i villani a venti miglia

dintorno dissero, che la cosa non poteva stare, perchè su questa terra

donna che pianga e rida è giudicata matta; figuriamo in paradiso! laonde

il gingillo, trovato appena, cagliò: per lo contrario il collegio

onorevole dei vetturini empolesi per aizzare subbuglio in danno delle

ferrovie saltano su a sobillare la gente, che il vapore gli è proprio

quello che fa nascere la crittogama su l'uva, e i beoni sel credono, ma

questi non bastano; allora i vetturini immaginano la Madonna volare di

pruno in pruno per le siepi, a quella guisa che i beccafichi costumano,

predicando la portentosa scoperta; e se non l'universale dei coloni,

molti almeno ci credono: ancora, per ottenere numeri buoni al giuoco del

lotto i contadini violeranno i sepolcri, complice un prete, e spiccato

il capo ad un morto lo metteranno nel paiolo a farlo bollire recitando

non so quali incantesimi. Che più? Oggi ventisette agosto 1856

interrompendo lo scrivere per leggere i diarii trovo nella Gazzetta di

Ginevra riferito come un villano savoiardo travagliato da dolori

reumatici, fatto sicuro che l'unzione di grasso umano gli avrebbe reso

la salute, poichè gli venne manco la facoltà di procacciarselo altrove,

presa una sua figliuolina la mise in tocchi dentro una pentola al fuoco,

per cavarne il grasso desiderato[8]. Però gli uomini esperti di queste

nostre miserie non poseranno un momento di guerreggiare lo errore

quantunque faccia il morto: in vero guardate mo' le volpi, e guardate i

gesuiti; all'occasione sdraiansi in terra a pancia all'aria, incrociano

le zampe, e con un filo di voce chiedono l'olio santo: ma che è, che non

è, in meno che si dice un _Amen_, eccoli su vispi, vivi, e più gagliardi

che mai canzonare i filosofi e i cani. Questo, come savia, molto bene

sapeva la Signora Contessa; quindi non dava tregua allo errore giammai,

porgendo documento efficacissimo a coloro che vorranno approfittarne.

[8] La Gazzetta di Savoia smentisce quella di Ginevra, e nega il

fatto; però _uno avulso non deficit alter_. La Gazzetta di

Fionia racconta nel 26 agosto 1856 essersi giustiziato ad Asten

un Olsen masnadiero famoso: sgorgando il sangue del capo reciso,

due giovanette di 15 e 17 anni averne raccolto il caldo sangue

in bicchieri, e bevuto. Condotte dal Magistrato, e da questo

riprese rispondono: non meritare rimbrotto, perchè circa a

prendere il sangue ne avevano la licenza (e qui buttano su la

tavola un foglio firmato dall'Olsen, che regalava loro tutto il

suo sangue, scapezzato che fosse); e intorno al berlo, egli

Giudice, doveva sapere, che preserva dalla epilessia, dalla

apoplessia, e da molti altri mali.

La _Palmira_ gli è racconto, che levò parecchi letterati a criticarlo

con molta acerbezza; in quanto a me, duolmi dirlo, condannando i modi

inurbani, non parmi dovere dissentire dalle critiche. Eccone il sunto:

un barone Nericci va in cerca di un sacco di quattrini con una sposa, e

li trova: poi vago di attendere ai giuochi, e ad altri consueti suoi

passatempi, pianta in villa la moglie in compagnia di certo suo pupillo,

giovane, lezioso, e vaporoso marchese: alla Palmira, negletta dal marito

barone, vezzeggiata dal pupillo marchese, accadde quello, che in pari

casi è solito accadere e che non importa raccontare. Il marito torna, e

accortosi della ragia (anche la suocera contribuisce ad aprirgli gli

occhi, ma non ce n'era bisogno) delibera vendicarsi, e in questa guisa

vi si apparecchia: avvisato come certa contadina lì presso si

travagliasse _in extremis_ per malignità di vaiolo, recasi a levarle la

camicia ingrommata di putridume, e portatasela a casa costringe con

minaccie e sacramenti la moglie febbricitante a vestirla: non istà

guari, che il morbo anche nella povera donna imperversa di natura così

trista e ria, che a grande stento ne scampa la vita, rimanendone però

nel volto sconciamente deturpata. Il marito dopo la bestiale vendetta

ridotto al verde dai disordini, e un tantino anco dal rimorso, muore,

mentre la Palmira aveva già cercato ricovero (anche qui secondo il

consueto) in Monastero. Intanto il pupillo marchese, che (adesso

spupillato) aspettando meglio viaggiava, udita appena la morte del

barone, gira di bordo e torna a tiro di ale a casa; poi, senza nè anche

mutarsi la camicia, corre al convento, picchia, gli è aperto, va

difilato al parlatorio, chiama l'amante sua, che anch'essa arriva di là

dalla graticola, e per di più velata. Oh Dio! che novità è mai questa?

L'amante non potendo ingolare quel boccone amaro _in primis_, come vuole

ragione, muove urgentissima istanza affinchè per via di provvedimento i

maluriosi veli alzinsi, od abbassinsi, talchè l'effetto sia il volto

abbia a rimanerne scoperto: ricusa risoluta la donna, conquide smanioso

l'amante, donde un flagello di pianti, rammarichii, singulti, ed

ultimamente rimbrotti. — Ah! ora sì che comprendo il mistero, esclama

all'improvviso l'innamorato marchese, tu vuoi serbarti ad un rivale! —

La Palmira allora, chiusa fra l'uscio e il muro, _multis cum

lacrymis_[9] si leva il velo... Urlo e svenimento del marchese, il quale

a suo tempo tornato in sè, o piuttosto uscitone affatto, scrive alla

donna: non fargli caso s'ella sia rimasta con un occhio solo, e con

mezza guancia di meno; avere egli trovato rimedio a tutto;

abbacinerebbesi, e poi così cieco avrebbesela presa per moglie, godendo

nella immaginativa le note bellezze. La donna non gli dà retta, e fa

almeno questa cosa di bene: arrogi qualche erbuccia di episodio, e

termina il dramma. Povero dramma come vedi, senonchè il racconto serve,

si direbbe, di trama per ricamarci sopra una sequenza di considerazioni

circa lo stato delle donne sotto il giogo del matrimonio. Se le mogli

con le ruinose grullaggini loro mandano a gambe levate la casa, se la

empiono di vergogna e di scandolo, se la fede coniugale contaminano, di

cui immaginereste voi che fosse la colpa? Ve la do a indovinare su

cento. La colpa è tutta dei mariti, di questi tristacci, che calunniando

dipinsero la donna che va a marito con la fiaccola nella destra tesa per

davanti, e con lo uncino nella manca tesa per di dietro, come per

significare che arraffando di casa al padre quanto più può, va a mettere

in fiamme quella dello sposo; di loro, che ridotto a digesto il

concepito maltalento misero in voga nel mondo i proverbii, che: chi mena

una moglie merita una corona di pazienza, e chi ne piglia due

guadagnasela di pazzia; di più: due essere lieti i giorni del

matrimonio, quello in cui la donna entra in casa, e l'altro quando ne

esce morta; con altri più assai, ch'è vergogna udirli, peggio

raccoglierli, e poi da chi? Da un poeta, e da un marchese; e per sopra

mercato darli al Lemonnier perchè gli stampi.

[9] Divitiacus multis cum lacrymis Caesarem complexus. — _C. J.

Caes de Bel. Gal._

La Signora Sand, o come con altro più vero casato la si abbia a

chiamare, parmi sicuramente letterata di polso; ma io confesso, che con

quel suo difendere che fa a spada tratta la donna riversando tutte le

malizie sul capo dell'uomo mi riesce mortalmente sazievole: oltrechè

quel suo sempiterno chiacchierare di amore in tutte le chiavi, assai mi

arieggia il convito della marchesana di Monferrato, da cima in fondo

composto di galline, comecchè in molte svariatissime maniere le avesse

accomodate il cuoco sagace. Non basta a questa valorosa donna

ripetercelo a lettere da speziali più volte, che mercè gli scritti suoi

ci ribadisce pur troppo nel cervello: l'amore, episodio della vita

dell'uomo, formare il poema intero in quella della donna; ed io per me

direi meglio, la cronaca, chè troppa cosa è il poema.

Ma, o credono queste benedette donne che i costumi in virtù degli

scambievoli rimbrotti, si possano emendare? Con questo _dixit latro ad

latronem_, la non finirebbe mai. Orsù, poniamo che la colpa abbia a

ricadere tutta e sempre su l'uomo, che monta egli questo? Per avventura

vorranno le donne desumerne il diritto di vivere disoneste? Da quando in

qua il fallo altrui potè allegarsi ad escusazione del proprio? Quando il

Corvo disse al Merlo: come sei nero! questi, secondo che affermano

coloro i quali lo udirono, rispose: e tu non canzoni! Infatti nero di

fumo ambedue. La donna e l'uomo sacramentano al cospetto di Dio portare

insieme di amore e di accordo la croce della vita; immaginiamo adesso

che l'uomo spergiuro, ritirata la spalla, si rifiuti più oltre al

carico; quale delle due donne pensiamo noi che abbia a procacciarsi

loda? quella, che scossa la croce a sua posta dalle spalle la lascia

cascare nella mota, o piuttosto l'altra, che astenendosi dai rimbecchi

se la reca intera addosso, e, senza porre mente se altri falla, intende

a non fallire ella pure?

Questo poi io non vorrei che si pigliasse nello aspetto di pretendere

condannata ad ogni modo la femmina peccatrice: mai no, ch'io non mi

sento così atroce, e so che le passioni quando si avventano come fuoco

sopra le anime umane le vincono, e carità ci persuase verso di loro Gesù

Cristo dal giorno che disse agl'ipocriti additando la adultera: «chi di

voi senza peccato le getti la prima pietra.» Tuttavolta tra scusa e loda

corre la differenza grande: anzi, chi vuole correggersi non si deve

scusare; lasci questa parte altrui; egli chiamisi in colpa, e pentasi

della offesa fatta a Dio, e alla onestà del consorzio umano.

Lo scritto che non possiamo leggere senza sentirci profondamente

commossi è l'elogio che la nostra inclita donna dettò per Andrea Cimoli,

prode, magnanimo, e non pertanto oscuro soldato della civiltà: povero

egli nacque ed umile in terra remota, su per erta pendice, senza

maestri, senza libri, e senza facoltà di procacciarsene: esempio non

infrequente di quanto possa questa nostra indomata italica natura: da sè

s'istruì, i libri accattò, ed ape infaticata della scienza il mele

raccolto nelle pertinaci vigilie deponeva ogni mattina amorosamente

sopra le giovinette labbra: da sè imparava per insegnare altrui: ebbe il

sapere pari alla carità, profondissimi entrambi; nè per sentirsi mancare

la vita, rimise punto l'ardore che lo moveva a istruirsi e ad istruire,

deliberato come era di rimanersi fino all'ultimo nel posto confidatogli

dalla Provvidenza: donde accadeva, che con i consiglieri amorevoli suoi,

i quali gli venivano persuadendo a posarsi alquanto per ripigliare con

maggiore lena la via, quasi si adirava, ed è per questo che lo salutai

forte soldato della civiltà.

Altri si abbia le pompe superbe e i trionfi, rumore di un giorno per

tacere eternamente; il nostro cuore trema di tenerezza quando assistiamo

con la immaginativa ai funerali che fecero a cotesto uomo dabbene i

montanari apuani insieme ai loro figliuoli alunni del Cimoli, chè prole

propria per natura, pure volentieri essi la riconoscevano per amore

comune con lui, ed in luce di spirito unicamente sua. Per mezzo di una

giornata rigida d'inverno camminando per parecchie miglia nella neve,

molestati da incessante nevischio, essi tutti lo accompagnarono

all'ultima dimora con pianti, e con affettuose parole, non si saziando

di raccomandarsi al caro capo come se potesse udirli, e fosse pur vivo,

e di dirgli addio. Nè si rimasero a codeste onoranze, chè di prontissima

voglia, quantunque di averi piuttosto poveri che scarsi, collettando fra

loro danari, tanti ne raccolsero che bastarono a dargli onestissima

sepoltura. Adesso sopra codesti gioghi possiede il Cimoli assai lodata

memoria, ma non si nega che di marmo la potrebbe avere più bella; però

nè più bella nè più laudabile, nè più onesta altri ed egli stesso

potrieno averla di quella che la gente apuana gli innalzò nel proprio

cuore.

La morte, come ordinò Natura, presto o tardi ti capita addosso a

chiarire se fosti virtuoso davvero o strione di virtù, e alla nostra

Filosofa incolse appunto in quella, che giunta agli anni virili, in lei

raggiava la pienezza delle sue facoltà spirituali; e giocondata si

godeva la vita pel consorzio di gente illustre sbattuta come grano di

spelda per le italiche ville dalla fortuna, ai virtuosi sempre nemica:

nei consorzii di quei valentuomini come in palestra di filosofia ella

s'ingagliardiva: contenta chiamavasi, ed era, del diletto consorte Conte

Mario Carletti, in cui pendi incerto se tu debba maggiormente ammirare o

la modestia o la bontà; doti, pei tempi che corrono, diventate più

presto uniche che rare; e nondimeno ella fece liete accoglienze alla

morte.

E qual morte! Non credasi già che l'assalisse improvvisa, e seco la

portasse immemore delle cose dilette che lasciava: ahimè! no: a lei fu

di mestieri assaporarla a centellini; e' fu una di quelle delle quali

mostrò compiacersi tanto Caio Caligola quando ai carnefici suoi ordinava

che i condannati straziassero per modo, che _si sentissero morire_[10].

Infatti la infermità le strinse la gola, che prima sofferse trangugiare

cibi molli, poi liquidi soli, ultimamente nulla. La sola parola

rivelatrice di sensi preclari quinci trovava il varco: tirocinio di

divinità era cotesto, oggimai schiva di ogni sustanza, che corporea

fosse. Quando dal digiuno attrita e dalle veglie, il suo spirito stava

sopra la soglia dello infinito, a tale che la confortava a bene sperare

rispose: «se mi accostaste alle labbra una tazza colma di vita, io non

la berrei: non vale il pregio rivivere:» e questo disse Tito Pomponio

Attico, cavaliere romano elegantissimo non meno, che integro amico di

Cicerone, il quale per quanto scrive Cornelio Nipote, si lasciò morire

d'inedia per tedio di vita: nè in questo solo apparve pari a Pomponio

Attico, ma bene in altri particolari, così nella vita, come nella morte,

specialmente nei gravi ragionari sopra le materie più scabre della

morale filosofia. Perchè poi ella, a cui sì dilettabile sembrava che

scintillasse la vita, dimostrasse siffatta vaghezza di morte, non rimase

ai suoi familiari nascosto. Dopo tanta speme di Libertà goduta negli

anni 1848 e 1849, adesso il suo cuore fra questa caligine maledetta di

tirannidi, ascitizia, e nostrale, si sentiva oppresso; quell'anima

gentile strascinava le sue speranze, come la colomba le ali ferite, nè

per quanto ci si affaticasse d'intorno con immenso affetto le riusciva

levarle a nuovo volo verso le regioni dello entusiasmo, genitore di

concetti e di atti divini. «Che fai? che pensi? Anima desolata, a che ti

stai? Sovente, quasi garrendosi, diceva. — Come dal banchetto levarsi

non sazii ancora, per giudizio dei fisici, molto si confà alla salute

del corpo, così abbandonare tempestivamente la mensa della vita

contribuisce assaissimo alla salute dell'anima, conciossiachè quantunque

la morte costringa come necessità inevitabile, tuttavolta sentendoci

sempre in termine di gioventù e gagliardi condotti all'estremo, sembra a

noi che lo andare o lo stare sia lasciato nello arbitrio nostro; e

l'apparenza della volontaria elezione rinfranca l'anima al trapasso:

tempo è di andarcene; abbastanza vidi, onde io senza amarezza lasci la

vita; più tardi potrei maledirla; partiamo adesso, che io mi separo da

lei come da un amico che non amo più, ma che non odio ancora.»

[10] Ut sentiat se mori. — C. TACIT., _Hist._

Ella moriva con l'anima trafitta dalla spada del dolore, contemplando

più e più sempre montarle dintorno il diluvio della viltà universale.

Certo non si può mettere in dubbio; se la Patria avesse posseduto

parecchi uomini pari a questa una donna, o non sarebbe serva, o qualche

scheggia appena troverebbero adesso di lei dopo molto cercare sotto un

mucchio di cenere.

Immensa, oscena, senza fine turpe viltà, che affoga il vulgo patrizio

nel paese a cui basta la fronte per iattarsi l'Atene d'Italia. Qual

gente in questa o in altra terra può mettersi in paragone di lui? Io non

ce ne vedo alcuna, a meno che non fossero i Lazzeroni di Napoli; e non

in tutto, conciossiachè i Lazzeroni non sieno vili, e lo hanno fatto

vedere.

Nel vergare le ultime linee di questo scritto, ecco mi accorgo avermi

fatto scannello di un volume delle Vite di Plutarco: però recatomelo in

mano, e fissamente consideratolo, dal profondo del cuore dico, come se

mi fosse dato di favellare al simulacro comparsomi davanti di questo

uomo dabbene: «Oh! quanto, bennato spirito, avesti a patire amarezza, e

sopportare fastidio dettando queste carte! però che gli uomini di cui

riportavi le inclite geste oggimai fatti erano polvere, nè la Patria

inferma e vecchia dava speranza alcuna di partorirne altrettali; ora è

questo, in fede di Dio, il tristo mestiere, raccogliere le foglie secche

dell'albero morto per iscaldarcene anco un tratto le mani intirizzite e

morire. Infelice diletto davvero lanciare nello speco dei tempi un

grido, il quale tornerà strepitoso, e non pertanto infecondo, a

piombarti su l'anima! Ormai deserta la libertà latina, tu avevi visto ad

Augusto succedere Tiberio, e, precipitando, la romana gente sopportare

Caio Nerone, e perfino Vitellio; e la tua fronte serena si era declinata

verso terra, pure pensando che Tito Quinto Flaminio consolo, e Nerone

imperatore due volte aveano affrancata dal servaggio la Grecia, e fatta

libera mai. Dopo la ingiuria di essere ridotti in servitù nessuna

maggiore ignominia può toccare ai popoli oltre quella di essere

restituiti in libertà dalla mano dei tiranni. Libertà mendace, e della

libertà vera sorella bastarda, non ignota agli antichi, e da loro

meritamente avuta in dispregio. Così vero, che quando allo schiavo erano

sciolte le catene da mano nemica, non diventava già libero, bensì

liberto; mentre all'opposto ingenuo ridiveniva veracemente colui, il

quale con le proprie mani le rompeva. Perchè scrivesti? Temistocle, dopo

le giornate di Maratona, Salamina, e Platea, a colui che gli si

profferiva insegnargli un metodo di ritenere a memoria le cose, ebbe a

dire: — Deh! perchè non m'istruisci nell'arte di obliarle? — Con quanta

maggiore ragione non dovevi, o Plutarco, giovarti della esperienza del

figliuolo di Nicocle?»

Pronunziate le quali parole, mi parve che i fogli del libro,

strepitando, mi fremessero fra le dita, e poi mandassero fuori una voce

corrucciata, che diceva così: «E tu perchè favelli? Tu che trascini la

vita traverso i tempi fra i pessimi i peggiori? E tali non già perchè le

terre italiche vanno tutte piene di tiranni; o perchè le angoscia il

servaggio più duro, dopo le prime benedizioni della libertà. Tempi

acerbi non tanto per la guerra combattuta con fortuna infelice, non per

il sangue sparso invano, non per lo oltraggio e gli assassinamenti

stranieri; non pei gemiti che prorompono dai pozzi dove le vittime

accatastate dalla tirannide pregustano l'inferno; non per la gente

ausonia sparsa sulla faccia della terra come le ceneri della prima

eruzione del Vesuvio; cose tutte veramente dolorosissime, e piene di

molta pietà; ma ahi! troppo più a cagione degli ignavi, e dei codardi, i

quali alla paura diedero faccia di prudenza, cauti celebrarono i

consigli avari od inetti, o invidiosi; arguti trovatori dei ripostissimi

sofismi della viltà: senza ire per la tirannide; conciliatori insensati

degli agnelli e dei lupi; consiglieri di tranquillo vivere tra ugnolo e

ugnolo del rapace uccello. Gli sdegni magnanimi loro, le facili ire, i

securi latrati, le calunnie, gli anatemi che in frotta loro sospinge

alla bocca la sterile e prosuntuosa parlantina contro chi morde il

freno, e grida, che ha da tacere di Patria e di Libertà chiunque non si

sente capace da mettere in isbaraglio la vita per quelle. —

«Ecco, per questi vigliacchi, la ragione del futuro è manomessa; a causa

delle parole ignave, il tesoro della vendetta disperso, le anime,

invilite co' precetti e con gli esempii; dallo sbadiglio in fuori altra

potenza non lasciano: poichè la Libertà diventò popolesca, la Tirannide

ridivenne gusto patrizio. Libertà vollero, ma non cercarono, finchè

suonava per loro partecipazione del comando; e servi, si offrono

tuttavia al mercato per dominare. Il Popolo stesso giace sbigottito,

imperciocchè tema di essersi ingannato, e d'ingannarsi, nè alcuna stella

in cui possa fidare scintilla per lui: egli va tentone, si perita far

male restando, peggio andando, e poi dove? e come? Dopo che tutti lo

blandirono, gli dissero fratello, chiesero il suo sangue, ed egli lo

mescè attorno generoso come vino alle mense ospitali, tutti lo

rinnegarono più tardi, e sputandogli in viso, lo chiamarono _raca_: però

egli si avvolge torvo nelle sue sventure, nei suoi sepolcri si strugge,

e non fa motto: non piange ma tace, guarda sospettoso e non dà retta a

persona.

«Dunque a che le memorie? Qual pro rammentare la virtù dei morti se non

se ne giovano i vivi? Se nè anche ci attendono.... anzi, se la pigliano

a tedio? Carità e pudore persuadono lasciarne in pace le ceneri.»

Ma il savio di Cheronea la pensò altramente: Egli, meditando, toglievasi

al senso dei mali circostanti, e l'anima sollevava alla contemplazione

del bello morale: seduto sopra le tombe dei suoi eroi, sorrideva alla

immagine della vita futura dove lo spirito combattuto avrebbe quietato

nella grande anima di Dio, di cui particole furono Aristide, Fabio,

Temistocle, Marcello, Scipione, Milziade, e gli altri che

«. . . . . . . . non saranno senza fama

Se l'universo pria non si dissolve.»

E che dunque premevagli se a nessuno giovava il suo dire? Che cosa, che

veruno lo ascoltasse, od anco ascoltandolo lo deridesse? Narrasi da

Valerio Massimo che Antegenida musicante allevò con infinito amore

nell'arte di suonare i flauti certo giovanetto, confidando ritrarne non

mediocre onoranza; vedendo poi il giorno che lo espose sul teatro, come

gli Ateniesi, ormai guasti dalle lascivie dei modi lidii, lo

dispettassero, lo tolse per mano e, senza ira, senza cipiglio, anzi

dolcemente gli disse: «fa core e suona per le Muse e per me.»

Ma no: piccolo conforto è cotesto, ed io lo rifiuto: palpita eterna la

speranza nel cuore, e moriranno insieme, o piuttosto la speranza

chiuderà gli avelli, ma non iscenderà co' morti là dentro: ella aperse

gli occhi alla prima alba, ella deve chiudergli all'ultimo tramonto;

seduta su la lapide delle generazioni che passano, rinnoverà la sua

prece, finchè Dio non la esaudisca.

Che se taluno osserverà, nè pietoso nè savio essere stato il consiglio

mescere tanto odio nel discorso funerale di mitissima donna, io gli

rispondo a viso aperto: pietoso e savio, la mia religione m'insegna

acuire, sopra le tombe, sopra gli altari, su i fonti battesimali, su

tutto, la spada che deve alla fine affrancare la Patria dallo aborrito

straniero. Catone il Censore costumava, sia che il soggetto lo

richiedesse o no, conchiudere ogni sua orazione col motto: _vuolsi

sovvertire Cartagine_: sicchè poco prima che spirasse, la sua anima

esultò delle puniche fiamme; così gl'Italiani a posta loro finiscano

prece, lettera, orazione, predica, confessione, insomma tutto, con le

parole: _fuori stranieri_; e gli stranieri sotto lo indomabile odio

andranno dispersi. Allora poi favelleremo di amore.

Amelia Calani ed altri scritti · 第 7 / 31 题