Per quanto so e posso, figliuola mia, ti prego, ti riprego e ti
scongiuro, magari mettendomi in ginocchio: non dar mai la mano di
sposa a un fannullone.
E ciò pur troppo ti può capitare facilmente, se sposi un uomo
molto ricco.
Fra noi il far nulla è un dovere di chi può vivere delle proprie
rendite, e mentre si ride di cuore dei nobili della Cocincina,
che custodiscono le unghie delle loro mani in astucci di avorio,
d'oro o d'argento per dimostrare a tutti che essi non le
prostituiscono al lavoro; non ridiamo di molti nostri nobili, che
si vergognerebbero di avere un diploma di ingegnere o di
giurisprudenza.
Per me gli artigli lunghissimi degli Annamiti valgono il
pregiudizio dei nobili italiani.
E dico italiani, perchè in molti paesi d'Europa e d'America, che
sono assai più avanti di noi, il far nulla non è titolo di
nobiltà; ma è vergogna, di cui anche i più ricchi arrossiscono.
A Londra per esempio vi sono signori, che hanno molti milioni e
che lavorano nel commercio, nell'industria, o fanno della scienza
o dell'arte o della letteratura, o viaggiano continuamente per
distrarsi o per istruirsi, o alla peggio amministrano i loro
beni, occupandosi di agricoltura.
Io conosco invece in Lombardia alcuni signori, che non hanno mai
veduto le loro terre!
È vero però, che più d'una volta i loro fattori o i loro
fittabili diventano i loro padroni ed essi muoiono crivellati di
debiti e uccisi dalla noia e dai vizi.
In Inghilterra, in America nessuno porta le unghie annamite, nè
alle mani, nè nell'anima.
Figliuola mia, prima di dire il sì fatale e inesorabile, che lega
la tua vita a quella di un uomo, guardagli le unghie.
*
* *
Il ricco fannullone mena una vita, ch'io non vorrei per un giorno
solo, anche col compenso di centomila lire di rendita.
Se è giovanotto, alle undici del mattino è sempre a letto e dorme
ancora. Poveretto è andato a letto così tardi!
Il cameriere ha l'ordine di svegliarlo a quell'ora e alle undici
egli ha bussato timidamente alla porta della camera da letto:
--Signor conte, sono le undici!
Una voce sonnacchiosa e un po' indispettita risponde:
--Sta bene, Carlo, ritorna fra mezz'ora.
Alle undici e mezzo il giovane conte si è di nuovo addormentato e
un secondo picchio all'uscio lo risveglia una seconda volta.
--Sta bene, sta bene, mi alzo.
Ma alle undici e tre quarti il cameriere non ha ancora udito il
campanello, che deve chiamarlo a vestire il giovane patrizio.
La colazione è già servita. La famiglia è tutta a tavola, ma il
conte non si vede.
Ha dovuto alzarsi di furia, vestirsi di furia, lavarsi male, e
con un quarto d'ora di ritardo finalmente è seduto a tavola anche
lui, salutato freddamente con un'aria di rimprovero generale.
Egli però è abituato da un pezzo a quei muti rimproveri.
Mangia con poco appetito, sbadiglia ancora fra un piatto e
l'altro e non si risveglia del tutto, che dopo aver preso il
caffè.
Ciarla, fuma, scherza, e se non è troppo stanco, passa nella sala
da bigliardo per fare una partita con uno dei suoi.--Bisogna
cercare di far venire le tre.
E le tre vengono lentamente, noiosamente.
Fa attaccare la carrozza e va in città a far qualche visita, per
lo più a gente noiosa, o annoiata come lui; a meno che non sia a
qualche donnetta allegra, che gli svuota le tasche e il cervello.
Intanto o bene o male son venute le cinque; ed egli va al club.
Fino alle sette la noia è scongiurata, perchè egli parla coi suoi
eguali dei pettegolezzi della città o giuoca alle carte.
Le sette son suonate: la carrozza lo attende alla porta del club,
e in un quarto d'ora è a casa, dove si veste e va a tavola.
L'appetito non è buono, benchè egli abbia preso un _fernet_ o un
_vermut_. In ogni modo il pranzo è finito e da capo un altro
caffè e altri sigari fanno venire ben presto l'ora del teatro o
del ballo o della serata in casa del marchese B. o del duca C.,
quando egli non ritorni al club per giuocare fino al mattino,
passando d'angoscia in angoscia, quando perde troppo; e dovrà il
giorno dopo battere alla porta dell'usuraio per far dei debiti a
babbo morto.
Molti e molti giovani passano la vita a questo modo o con poche
varianti. Sanno però parlare il francese e l'inglese e hanno una
vernice molto sottile di coltura letteraria e in società si fanno
ammirare per la loro toeletta inappuntabile ed anche per un certo
spirito.
E questi aborti della civiltà moderna osano prender moglie.
Dopo aver lasciato più che mezza la loro animuccia grama e il
loro corpiciattolo nevrosico nelle sale da giuoco o nei
_boudoirs_ delle ballerine, aspirano al matrimonio, alla funzione
massima di far felice una donna e di mettere al mondo degli
uomini.
Essi non devono lasciar morire un gran nome, essi devono ristaurare
con una buona dote le loro finanze logorate profondamente dal tappeto
verde e dai vizii.
E si maritano e danno la mano ad una signorina buona, gentile,
pura; che nello sposo spera trovare un amante e nell'amante un
poema di estasi deliziose e di sognate idealità.
Poveretta!
Il marito fannullone non perde di certo l'abitudine dell'ozio a
35 o a 40 anni, e nella noia della famiglia, tramontata ben
presto la luna di miele, trova un nuovo e più potente pretesto
per ritornare al club e al giuoco, che solo può dargli una forte
emozione, che gli dà la coscienza di vivere.
La sposina lo ama, lo invita al pianoforte o alla lettura in due
o alle intime delizie dell'amore; ed egli la lascia fare; ma a un
tratto sbadiglia, sbadiglia a lussarsi le mascelle e ad ogni
sbadiglio cade una doccia ghiacciata sul cuore della povera sua
compagna, che invano tenta di convertire un'oca in un'aquila o di
stillare del sangue caldo nelle vene di un rospo.
*
* *
Mi dirai, fanciulla adorata, che io esagero, che io ti faccio una
caricatura e non un ritratto; ma ti assicuro che anche il
ritratto è brutto e ributtante.
Non tutti i fannulloni sono di questa ideale perfezione, ma anche
i fannulloni volgari sono insopportabili e spandono intorno a sè
una nebbia di noia, che smorza ogni fuoco d'entusiasmo, che
appanna ogni luce di poesia.
E senza poesia che cosa è la vita?
Lo so anch'io: vi sono dei fannulloni innocenti, buoni, che amano
le loro mogli, che non sono neppur giuocatori; ma che della noia
hanno fatto la loro atmosfera, e non sanno escirne per respirare
un'aria più vitale, più fresca, più inebbriante.
Essi non sono mai stanchi che d'una sola stanchezza, quella
dell'ozio; mentre l'uomo per sentirsi vivere, per godere della
vita deve provare ogni giorno un'altra stanchezza, l'unica
salubre, l'unica umana; quella del lavoro.
Sia pure lavoro di sport, a cavallo o sul velocipede o sopra un
yacht o a caccia, o lavoro di pensiero nel gabinetto, nello
studio, tra i campi, nel vagone o sul piroscafo del viaggiatore.
Il lavoro ha tante vie, che a percorrerle tutte un uomo dovrebbe
vivere cento vite.
E l'uomo che lavora, quando ritorna a casa e cerca la moglie e
sorridendo le narra il frutto dei suoi travagli, trova un altro
sorriso, che risponde al suo; e prova l'ebbrezza di chi entrando
in un giardino è salutato dai fiori, che per lui esalano il
profumo delle loro corolle; e l'amore lo riposa dalla stanchezza,
e la coscienza di non aver vissuto invano gli fa tener alta la
fronte e gli fa brillar l'occhio di gioia.
Senza fatica, nessun riposo; senza travagli nessuna gioia. È in
alto che fioriscono i fiori più belli, che si godono i più larghi
orizzonti, e per salire convien sudare.
Infelici, tre volte sciagurati coloro che non hanno mai sudato
che di calore.
Figliuola mia, non sposare mai un uomo ozioso.
Oso dire per lunga esperienza, che il marito fannullone è il
peggiore di tutti i mariti.
E tu nella tua mente poetica, nella tua fede nel bene non sperar
mai di potere colla tua influenza trasformarlo in un lavoratore.
Lo stesso sarebbe pretendere di mutare una tartaruga in una
rondine o di trasformare un gufo in un'aquila!
_Le professioni rispetto alla felicità nel matrimonio._
Caro tesorino mio, _niña de mis ojos_ (come ti direi in Spagna),
tu non sposerai di certo nè un contadino, nè un fabbro, nè un
falegname; ma un ingegnere, un medico, un avvocato o, come si
suol dire, un possidente.
Si dice tutti i giorni che siamo tutti eguali, e menzogna più
bugiarda non fu mai pensata da cervello umano, e lo vo ripetendo
in ogni mio libro, come la mia _Delenda Carthago_.
Eppure quella bellissima parola è scritta fin sui soldi e sui
biglietti di banca d'una grande nazione, sulle sue bandiere, e
nelle leggi di tutto il mondo civile.
Anche nei nostri tribunali sta scritto, che tutti sono eguali
davanti alla legge; ma siccome i giudici non possono leggere
quelle parole, perchè sono scritte dietro le loro spalle, non
hanno l'obbligo di ricordarsene sempre.
Gli uomini non sono eguali che in una cosa sola: davanti alla
morte; ma anche qui, quanta differenza nel modo di morire! Si può
morire appena nati o a cent'anni, si può morire in uno strazio di
dolori o sorridendo; a gocciole o di schianto; maledicendo o
benedicendo la vita.
Ma il più bello è questo; che più la civiltà avanza e i rapporti
sociali si complicano e le leggi si affinano, le disuguaglianze
individuali aumentano e aumenteranno sempre col progresso.
I socialisti ignoranti vorrebbero affogare l'individuo in un gran
pantano di collettività; ed io invece son sicuro, che nel mondo
dell'avvenire l'individuo sarà tutto e la società poco o nulla.
Perdonami, cara figliuola mia, se la penna mi trascina fuori
delle rotaie e se ti faccio della filosofia sociologica molto
inopportuna. Ma era per dirti il perchè non potrai sposare un
uomo di condizione troppo diversa dalla tua.
La condizione sociale è il clima in cui siam nati, e accanto a
noi e con noi non possono vivere bene che altri nati sotto lo
stesso cielo morale.
Metti un po' a vivere insieme in una stessa serra un abete e
un'orchidea del tropico. O l'una o l'altra pianta morrà di certo.
*
* *
Tu dunque sposerai un uomo che esercita una delle professioni,
che si chiamano liberali; forse perchè lasciano spesso la libertà
di morir di fame.
Anche se sceglierai un signore che vive di rendita, spero che non
sarà un fannullone, di cui ti ho già tracciato una fotografia
poco lusinghiera. Egli sarà un possidente, ma attenderà alla
coltura delle sue terre o studierà per piacer suo o sarà artista;
in ogni modo sarà anch'egli un operaio della grande officina
sociale.
Non credere, che sia indifferente sposare un artista o un medico
o un avvocato.
Il matrimonio è un organismo così delicato, che riceve influenze
benefiche o malefiche da ogni cosa che lo circonda o lo tocca. È
più sensibile d'una mimosa, d'un galvanometro o d'una lastra
fotografica. Nulla che lo guardi o lo tocchi è indifferente alla
sua salute e alla sua felicità.
La professione è tanta parte di un uomo, che non si può
levargliela di dosso senza strappare qualche lembo di pelle;
senza lacerarne anche le carni.
Ognuno di noi sceglie una professione piuttosto che un'altra per
molte ragioni diverse, ora accidentali e fortuite, ora alte e
profonde; ma soprattutto la sceglie pei gusti diversi, che sono
poi l'espressione delle nostre attitudini, della nostra struttura
morale e intellettuale.
Felice, tre volte felice, colui che la sceglie trascinato
imperiosamente, irresistibilmente dai bisogni del proprio
cervello e del proprio cuore.
Se vi sono tanti inetti e tanti altri che maledicono la propria
professione, è perchè appunto non hanno seguito nella scelta la
voce, che non inganna, della propria vocazione; ma son corsi
dietro a fantasmi, a fuochi fatui o hanno (ed è ancora peggio)
ubbidito a influenze esteriori.
Una volta però che abbiamo scelta una professione, essa è un
vestito che non si distacca più dalla nostra pelle, facendoci più
belli o più brutti del vero.
Hai mai veduto come muti aspetto la stessa persona, secondo il
vestito che indossa? Or bene una professione è più che un
vestito, più che un'uniforme: è una seconda pelle che con noi
vive e mentre su noi si modella, ci piega però alle sue esigenze,
al suo taglio, alla materia con cui è tessuta.
Gli uomini di genio o di ferrea volontà piegano la professione a
sè stessi e ne risentono alla loro volta una piccola influenza:
ma i più, cioè la gran massa degli uomini, si modella e si piega
secondo la professione che ha scelto.
Tizio è prima ingegnere e poi Tizio; e Sempronio è prima medico e
poi Sempronio; e Caio è prima prete e poi Caio; perchè le deboli
individualità, che sono la grande maggioranza, trovano nella
professione adottata uno stampo già preparato e unto per benino,
per cui vi colano la loro personcina, che vi si adagia, vi si
accomoda e vi si rapprende.
Vi sono tanti impiegati, tanti medici, tanti preti, tanti soldati
così eguali tra di loro, ch'io non sento mai il bisogno di
chiederne il nome e il cognome, e vedendoli e conoscendoli mi
accontento di dire:
È un impiegato! È un medico! È un prete! È un soldato!
Se sei persuasa di questa verità, capirai facilmente, quale e
quanta influenza dovrà esercitare sulla felicità tua e su quella
della famiglia la professione del tuo marito.
Lo stesso uomo, collo stesso cuore, colla stessa intelligenza,
colla stessa ricchezza sarà un marito diverso, secondo che sarà
banchiere o medico, militare o avvocato.
Non so, se altri prima di me abbia studiato l'influenza delle diverse
professioni sulla felicità nel matrimonio. Io ho osservato molto e
meditato moltissimo su questo argomento oscuro e difficile. Ed eccoti
il frutto delle mie osservazioni e dei miei studii. Prendilo per quel
che vale e in ogni modo metti tutto ciò che ti sto per dire in seconda
linea. Pensa prima al carattere, all'intelligenza, a tutto ciò che
costituisce l'uomo per sè e in sè, e poi e poi bada un pochino anche
alla professione, pensando che anch'essa porterà in casa tua fiori e
spine, che influiranno sulla tua felicità domestica.
*
* *
Le professioni, di cui cercherò di tracciarti il profilo veduto
nei suoi rapporti colla felicità domestica, son queste:
_Negoziante.
Banchiere.
Industriale.
Proprietario di terre.
Artista.
Ingegnere.
Medico.
Avvocato.
Letterato.
Scienziato.
Uomo politico.
Militare._