SOCRATE; ASPASIA,[5] EUFROSINE, GLICÉRA; CIMOTO, più tardi ALCIBIADE.
(_Aspasia, Eufrosine, Glicera in ricchi elegantissimi
abbigliamenti_[6]; _Glicera è seduta in disparte pensierosa, scambiando
tratto tratto qualche parola con Eufrosine_).
SOCR. Ora dunque, o dotta Aspasia, poi che mi insegnasti il bello
essere unico obbietto dell’amore, tu certo mi sai dire che cosa è
bello.
ASP. Se alcuna cosa è ben fatta per la destinazione che sortì da natura
e ben adatta al bisogno, io questa, o Socrate, chiamo bella.
SOCR.[7] O come saviamente mi insegni! E dimmi allora, perchè abbiam
noi bisogno degli occhi?
ASP. Per vederci, credo.
SOCR. Se è così, o Giunone[8] Aspasia, io dunque ho gli occhi più belli
de’ tuoi...[9] (_risa fra gli astanti_)
ASP. (_sorridendo_) O come?
SOCR. Perchè i tuoi guardan solo per diritto: i miei invece, essendo
sgusciati all’infuora,[10] vedono anche per traverso.
ASP. (_ridendo_) Ah! ah! Allora, o Socrate, anche più belli dei tuoi
saranno gli occhi del granchio...
SOCR. Ma nella bocca poi, s’ella è fatta per mordere, sicuramente di
bellezza io cedo alla tua... e ad ogni bocca che sia di donna.
ASP. Grazie dello elogio, figliuol di Sofronisco. Male adunque mi sono
spiegata. Belle io chiamo le cose in cui non soltanto è armonia col
fine che da natura sortirono, ma intima armonia di tutte parti fra
loro. _Questo_ è il bello che amiamo.
SOCR. A meraviglia parli! E certo allora la gobba del mio amico
Glaucone è armonica e bella, poi ch’io so che la sua Eufrosine, qui
presente, lo ama.
EUFR. (_indispettita_) O non avresti, vecchio Sileno,[11] un coccio di
Ténedo da mozzarti la lingua?[12]
ASP. (_sorridente_) Pace, Eufrosine! I gusti sono tanti! Io intesi per
intima armonia quella che tale sembra a ciascuno secondo il vario suo
gusto.
SOCR. Sicchè, se ho bene appreso, una cosa è bella e brutta ad un
tempo, secondo piace ad Eufrosine, o dispiace ad Aspasia?...
ASP. Così è.
CIMOTO (_a parte_) Infatti Aspasia trova belli i tuoi discorsi ch’io
trovo nojosissimi...
SOCR. (_lo sente, lo guarda con tranquilla ironia, e senza rispondergli
ripiglia il discorso con Aspasia_) Infatti jeri, salendo io con
Cármide i Propilei[13], egli trovò brutto il quadro di Polignòto, che
rappresenta Ulisse scoperto dalla bella Nausicaa.
ASP. Oh, per gli amori![14] Il tuo amico Carmide è un imbecille. Quel
quadro è una meraviglia di Grecia.
SOCR. O vi sarebbe allora una bellezza che bella è, senza distinguer di
gusti?
ASP. Certo. (_Socrate si move per allontanarsi_) Ove vai?
SOCR. A prendere il mio amico Carmide, perchè tu gli insegni a
riconoscerla.
ASP. Ma tu sai bene, o Socrate, che ciò non si insegna! Perderemmo
tu il tempo, io il fiato, se già a lui, nascendo, non l’insegnarono i
Numi.
SOCR. Che! Di una idea di bellezza forse mi parli in noi anteriore alla
culla? Per Minerva! deve essere così. Io pure or mi rammento d’aver
letto qualcosa di simile.[15]
ASP. E che leggesti, o Socrate?
SOCR.[16] Non so dove io lessi che l’anime nostre, alate e immortali,
volino, innanzi il nascere, per l’etere immenso... e come la virtù
dell’ali le porta più in alto, nella region degli Dei, ivi contemplan
la bellezza vera, purissima essenza divina: frammiste a’ cori de’
beati, nel corteggio di Giove, si inebbrian di lei, e via per mari
profondi di azzurro, di calma e di luce ne celebrano i santi misteri.
Ma poi che Adrastea le precipita, prive dell’ali, quaggiù sulla
terra, vi prendon dimora ne’ corpi, loro carcere e loro tomba: e qui
ritrovando le imagini riflesse di quella bellezza sì pura di lassù,
confusamente si risovvengono di lei. Ed ecco allora, alla vista di
forme celestiali, subito l’anima trasale, senza saperne il perchè:
contempla l’oggetto vago sì come il simulacro di un Dio; e come a un
Dio vorrebbe offrirgli sagrificii. Una specie di febbre la investe, un
calore ardente la penetra: a quel calore squagliandosi la durezza della
scoria, i germi dell’ali antiche ricominciano a spuntare. E l’anima,
sentendosele crescer d’intorno, si agita irrequieta, come il fanciullo,
quando i denti fan forza per ispuntar dalle gengive: se appena vede
l’oggetto caro, prova una voluttà strana, come fosse lì lì per prendere
il volo: se poi nol vede, subito l’ali piccine le si rinserrano, si
dibatton rinchiuse, e l’anima ne prova le fitte e le punture; indi,
ella dà in ismanie, delira; perde il riposo dei giorni e delle notti;
dimentica averi e famiglia e amici e tutto; solo avida cerca la
persona cara, perchè solo a lei presso trova a’ suoi strazii sollievo.
Questa malattia gli uomini chiamano: Amore — che ha le ali; gli Dei
la chiamano: Amore — che le dà.[17] (_Alcibiade è entrato da qualche
momento in iscena non veduto_)
ASP. (_stringendo a Socrate la mano con effusione_) O Socrate, quando
parli, sei pure il potente ammaliatore!
CIM. Per Giove! o Socrate, tu la sai lunga! A me invece l’avean contata
più corta.
ASP. (_sorridente_) Oh! oh! sentiamo Cimoto.
CIM. A me avean contato ch’eran gli uomini un tempo un sesso solo,
maschio e femmina insieme: con quattro gambe e quattro braccia e una
testa a due faccie per ciascuno.[18] Ma quando essi ebbero l’impudenza
di dare la scalata al cielo, Giove per castigarli, e un po’ anche per
raddoppiare i suoi sudditi, e co’ sudditi le entrate, li spaccò in
due: da quel dì le parti divise si vanno cercando pel mondo ciascuna
in traccia dell’altra sua metà, per ricongiungersi insieme: e questo
adesso chiamano Amore. Giove poi si riserba, appena gli uomini o
le donne ne commettano qualche altra di grossa, di spaccarli in due
un’altra volta; sicchè allora cammineremo con una gamba sola, come quei
che saltan sugli otri nelle feste di Bacco.[19]
ALCIB. (_che è entrato, come si disse, durante il discorso di Socrate,
cinto il capo di corona di mirto e di piccole bende_[20]_, in atto di
uom mezzo brillo, e si è arrestato a udire la fine delle parole del
suo maestro, a questo punto si avanza_) E allora Giove dovrebbe averla
già cominciata su te (_a Cimoto_) la seconda spaccatura: e s’ei non ci
pensa, m’impegno io, Alcibiade, a farti ballare d’una gamba sola sugli
otri, poichè hai la impudenza di cianciare quando Socrate parla! tu
attento ai discorsi di Socrate, come l’asino al suono della lira,[21]
e i Libetrj al canto di Orfeo![22] (_Cimoto si ritrae sconcertato.
Alcibiade si volge a Socrate_) Ma io, o Socrate, son malcontento di te.
Tu hai le sirene nelle tue parole[23] ed affascini gli animi coi tuoi
discorsi, meglio che Màrsia col suo strumento[24]: io stesso, or ora,
in udirti, sentivo il cuore balzarmi più forte che non se fossi agitato
dalla danza dei Coribanti[25]. Intanto là nella sala portarono indarno
le corone e le bende e i rami di mirto[26], e indarno intonammo,
libando, il peàna: l’allegria dei calici langue, e suonatrici di
flauto e citarède se ne stan mortificate, poi che i fiori più belli
del convito[27] (_Cimoto si mette in mostra, Alcibiade s’interrompe
volgendosi brusco a lui_) — non parlo di te — furono qui attratti dal
tuo loto[28] divino. Io ti sequestro, o Socrate!...
SOCR. Alcibiade!...
ALCIB. (_trascinandolo via seco_) Vieni, vieni... (_si volge sorridente
e cortese ad Aspasia, Eufrosine e Glicera_) Porto il delfino con
me[29]; così dietro al suo canto, verranno le Nereidi... (_esce
conducendosi Socrate sotto braccio; Glicera è rimasta, dal discorso di
Socrate in poi, in disparte, seduta e meditabonda_)
CIM. E poichè trattasi di bere... anche i Tritoni (_in punta di piedi
s’affretta dietro Socrate ed Alcibiade_).