PROPRIETÀ LETTERARIA.

La mattina del 23 di giugno dell’anno di grazia 1873, pubblicandosi

in Milano il volume delle mie _Poesie_, e nell’aria fiutando che

il medesimo non avrebbe forse incontrato i gusti letterarj della

Regia Procura; avendo, d’altro canto, ritrovato di mio mediocre

soddisfacimento l’alloggio che nel Palazzo di Giustizia alla cella

N. 50 mi era stato per parecchi mesi fornito dal Regio Erario negli

anni di grazia 1870 e 1871, e non nutrendo che un desiderio languido

di ritornarvi: per questi ed altri motivi mi alzai quella mattina con

un prepotente bisogno di andare a prendere un po’ d’aria fresca sul

lago. E col primissimo treno per Arona me ne venni alla bella Meina,

specchiante nel Verbano la verzura de’ suoi clivi e le casette bianche,

pulite: e da Meina — visto e considerato che lì, in riva al lago,

c’erano troppi villeggianti e curiosi — su, per la montagna, a Ghevio,

romito villaggio dell’alto Vergante, — al capo estremo della valle

che la _Tiasca_ spumosa, tortuosa, chiassosa attraversa, correndo ver’

Meina alla foce. Il mio Ghevio, dove bambino venivo, nella casa dello

zio, con mio fratello e mia sorella, e i cugini, a passar le vacanze

della scuola: dove sono i ricordi della mia fanciullezza e il prato ove

piccini si faceano le gare delle corse: e delle corse vincitrice talora

era anche lei — la _bionda vestita di cielo_ — che vidi più tardi per

le vie del mondo un momento rifulgere e sparire:

_la s’è racchiusa di nubi in un velo_

_la diva bionda vestita di cielo!_

il mio Ghevio ove s’andava per greppi e boscaglie e per siepi, in

traccia di funghi e ciclamini, e di nidi e topolini color bianco e

nocciuola; e sempre vi zampilla la _fontanella_ lungo il sentiero

della montagna, che ci vedea su la prim’alba in ispezione furtiva

ai lacciuoli nel prato; e su in alto è la chiesuola con dipinto nel

soffitto l’arcangelo Gabriele, bellissimo, armato di spada, nell’atto

che ammazza il gran drago; il quale attirava la mia attenzione più

profonda mentre il vecchio prevosto facea la predica domenicale: e lì

accosto il piccolo cimitero... che delle memorie più care oggi tanta

parte rinserra...

A Ghevio danno i tralci benigni un vino limpido di collina, secco,

frizzante, brioso: interlocutore non isgradito di discussioni

teologiche fra me e quel parroco molto reverendo, prima che il

_Cantico dei Cantici_ turbasse la cordialità delle nostre relazioni

diplomatiche: di più, vi spira un’aria montanina salubre, che risveglia

gli spiriti, che allarga i polmoni; ma quel giorno parevami anche più

salubre del solito: infinitamente più di quella che per me spirava in

quel momento a Milano. Tanto è vero che, il domani, una lettera di mio

padre avvisavami come qualmente certe faccie di malaugurio si fossero

presentate a chiedere di me a casa mia, e gironzassero tutto il santo

giorno su e giù per via San Zeno, come ai bei giorni del 69, coll’aria

di gente che aspetta amorosamente un debitore. Il terzo dì infine potei

formarmi una convinzione assoluta e precisa dei vantaggi igienici della

gita mia; poichè la Eccellentissima Procura di Milano graziosamente

notificava al tipografo l’ordine di sequestro delle mie poesie e il

mandato di cattura contro il loro indegno papà.

Il mio preciso dovere di suddito benpensante sarebbe stato, lo so, di

andarmi subito a costituire e risparmiare ai vigili tutori dell’ordine

la fatica e la noja di lunghe, pazienti ricerche: prevalse in me il

pensiero ch’essi sono pagati apposta per questo, e l’esercizio del moto

fa bene al fisico; che d’altra parte alla salute delle istituzioni e

del Regno non era rigorosamente indispensabile il completo adempimento

delle benevole intenzioni del Fisco a riguardo mio. — Aggiungasi che

in prigione, come l’esperienza del 69 e del 70 insegnavami, mancano i

comodi necessarj per lavorare: non ci è posto per mettere i libri, non

ci è luce per chiarire le idee, e tutte queste cose mi bisognavano per

iscrivere il mio quarto lavoro drammatico, che andavo accarezzando col

desiderio da più mesi — e che doveva intitolarsi: _Alcibiade_.

*

* *

Come la prima idea di questo lavoro mi sia venuta, e in che ora precisa

del tal giorno del tal mese abbia preso alloggio nel mio cervello,

non saprei: per quanto oggi sia l’uso fra i poeti di non defraudare

il mondo di queste informazioni preziose. Certo — e me lo consentano

i giovani autori che improvvisano drammi storici su le notizie

dell’_Enciclopedia_ — non mi vi accinsi senza un grande rispetto per

il mio eroe: cioè non senza essermi prima ingegnato del mio meglio a

studiarlo coscienziosamente, _intus et in cute_, affinchè dall’_isole

dei beati_ ei non tornasse ad intentarmi processo di calunnia: e dopo

avere risciacquato alle fonti del secolo d’oro di Atene gli studj

di greco prediletti in liceo. Il fatto è che, una volta deciso di

ricondurre il figliuol di Clinia sulle scene, e intrattenermi secolui

un certo numero di settimane, presi le mie disposizioni per non essere

nei colloquj disturbato. E organizzato giù a Meina, in riva al lago,

e dentro la valle, un eccellente servizio... semaforico, per avvisare

a tempo la comparsa di corpi... eterogenei sull’orizzonte, ispezionai

diligentemente il rustico della casa (poichè nei locali ordinariamente

abitati il pericolo di seccature era evidente) per eleggere una stanza

da studio... all’altezza dei tempi e delle circostanze.

Ragion per cui la prima visita fu alla legnaja nella soffitta, sotto i

tetti, dove togliendo via un po’ di legna, e mettendoci un po’ di buona

intenzione della fantasia, il locale poteva benissimo passare per una

stanza d’architettura spartana, un po’ primitiva, di quella che piaceva

tanto a Licurgo. Detto fatto, per le scale tirai su un tavolino e un

pajo di sedie, disposi i libri in bell’ordine simmetrico su la legna

— e soddisfatto meco stesso del mio spirito inventivo, m’immersi per

guadagnar tempo in profonde elleniche meditazioni.

Nè so dir bene quanto durassero: so che di tutte le meditazioni la

più importante fu quella ch’ebbi a fare, a un certo punto, sentendomi

qualche cosa di morbido passeggiare e scivolar tra le gambe, e

trovandomi colla testa in fiamme tutto grondante di sudore come uscissi

allora da una stufa. Nel mio desiderio di solitudine avevo infatti

dimenticato che in quella stanza... non ero solo: e poi io, che volevo

darmi l’aria di pensar tante belle cose, non avevo pensato ch’eravamo a

luglio — il sole della canicola, più rabbioso che mai in quella estate,

batteva a piombo sulle tegole — e per non dare alla Regia Procura la

soddisfazione di prendermi vivo, io le apparecchiavo la ben più dolce

sorpresa di un poeta ribelle cotto arrosto.

Nel mio preventivo, questo non entrava: però ridiscesi le scale — ed oh

gioia! nello scendere mi s’offerse all’occhio un granaio, che serviva

da stanza per l’allevamento dei bachi da seta. Quella destinazione

fu come una rivelazione del genio. Imaginate una stanza rustica,

appartata, a primo piano, abbastanza spaziosa, coll’uscio su una

loggia di legno, prospiciente il cortile, adattatissima all’ufficio di

osservatorio astronomico: dal lato opposto una finestra sul prato che

mette alla valle: finestra alta non più di due metri dal suolo erboso e

morbido — ed ottima, in caso di ricerche indiscrete, per isvignarsela

a respirare il fresco della campagna. Aggiungi l’uscio serrantesi di

dentro con eccellente catenaccio; e le tavole dei bachi da seta per

disporvi in bell’ordine i libri: e il pensiero di quelli industri

animaletti per imitarne il lodevole esempio. Non occorre più dire che

lì fermai finalmente i vagabondi penati.

*

* *

E lì in quella stanza, povero baco da seta, per circa due mesi mangiai

la foglia di tutte le astuzie del mio eroe ateniese, e lo condussi al

bosco con tutte le regole dell’arte. Cioè, mi sbaglio, siamo esatti

nelle date, come la moda vuole — e poi quelle date che belle ore

care mi ricordano!: dal 3 al 10 luglio composi la tessera del lavoro

distribuendolo in undici parti o quadri: fattomi ben chiaro il disegno

nella mente, al dì 11 cominciai dalla coda, e scrissi in due dì

l’ultimo quadro: poi feci il 10.º, il 4.º, il 5.º, e via procedendo dal

più facile al meno facile, ultimi i primi due, che mi costarono dose di

pazienza maggiore.

Lavoravo di lena, le mie sei ore filate, dalle sei di mattina a

mezzodì: poi, nel pomeriggio, riscontrar classici, pigliar note, e

leggere le novità che da Milano mi mandavano, al finto indirizzo di

_Luigi Bianco_, mio padre ed il burbero _Pessimista_. Il quale spingea

la tenera amicizia sino alla pazienza di scrivere per me un diario

minuto quotidiano di tutto quanto succedeva laggiù nel mondo dei

viventi all’ombra della mia cara madonnina del Duomo: e ne approfittava

per intercalarvi quelle tali sue opinioni artistiche e _veriste_ —

ancora in germe allora — che più tardi spaventosamente sviluppandosi

doveano contro il mio romanticismo renderlo a tal segno feroce, da

levarmi — lui, il migliore degli amici a quei dì — perfino il saluto

nella via. Esempio di convinzione artistica meravigliosa in un secolo

così scettico come il nostro.

Dopo il pranzo, una giratina per la montagna a prender il fresco della

sera — poi, come tutti i bambini savi, a letto all’ora delle galline.

Mercè questo regime, che consiglio a’ miei giovani fratelli d’arte,

ai trentuno di agosto alle quattro in punto (i minuti primi e secondi

non li ricordo) scrivevo sotto al mio _Alcibiade_ la benedetta parola

_fine_! ch’è quanto dire, a scriverlo, ci avevo speso quaranta giorni

di lavoro utile; — perchè ai primi e agli ultimi di agosto il lavoro

pur troppo ebbe a subire non prevedute interruzioni.

*

* *

La prima — e assai dolorosa — fu la morte di Antonio Billia. Oggi gli

anni corrono veloci, la febbre del domani ange i nati da jeri, e i

morti van più in furia che nella ballata del poeta, e i giovani che

vengono su non han più tempo di ricordarli. Ma per chi visse le lotte

di quel periodo febbrile della nostra istoria italiana, che vide dopo

Lissa, Mentana e i fasti della Regìa e i processi al _Gazzettino Rosa_,

le ignominie medicee del processo Lobbia, e Barsanti, fanciullo biondo,

fucilato; e la nazione e la fortuna caccianti a spintoni verso Porta

Pia i ministri del re nell’ora che firmavano la rinunzia di Roma! — ma

chi respirò quell’atmosfera di tempeste, di battaglie, di entusiasmi

e di ire, ma gli antichi _bohèmes_ del _Gazzettino Rosa_ non potranno

mai dimenticarti, povero _Tonio_, — tu il loro impavido avvocato dei

processi quotidiani, il padrino dei quotidiani duelli, l’affettuoso

consigliero, compagno in carcere e fuori di carcere alle gioje, alli

sconforti, alli ardimenti — tu dal cuore buono come d’un fanciullo,

dalla parola tagliente come d’una spada!

Lo chiamavamo tra di noi l’avvocato _Trombone_. Con questo nomignolo

firmava nel _Gazzettino Rosa_ articoli caustici come la pietra. Nel

69, il governo lo mise al forte Bormida, con gli altri redattori,

sotto chiave: ma durante la custodia amorosa, i liberi elettori di

Corteolona e Belgiojoso — il collegio antico di Ruggiero Bonghi — con

ischiacciante votazione lo nominarono deputato.

Stette alla Camera quattr’anni. Amato dagli amici, rispettato dagli

avversari, presto temuto, il _bohème_ del _Gazzettino_ s’era creato

nell’assemblea, ricca in quel tempo d’oratori insigni, una fama di

eloquenza caustica, tutta sua. Era poi l’incubo di Giovanni Lanza,

presidente del consiglio: e la prontezza di spirito non essendo il

forte del medico ministro piemontese, le barzellette di Antonio Billia

lo faceano salire sulle furie.

Ed era stata una sera di barzellette gaje quella che fu, per il povero

Billia, l’estrema. Trovavasi lassù alle acque di Santa Caterina, in

una delle prime sere di quell’agosto 1873: convitato ad un pranzo

nell’albergo, proprio lì a fianco di Sua Eccellenza Visconti Venosta,

ministro degli esteri, avea supplito della sua vena briosa alle risorse

poco divertenti della anemica eloquenza ministeriale. Tutta la sera

intorno a sè tenne desta l’allegria: erano sul suo labbro facezie

argute e cortesi, riboccanti di _humour_, era un fuoco di fila di

motti di spirito, scoppiettanti fra la nota del cuore... i commensali

ridevano, le signore applaudivano...

La mattina dopo era cadavere.

Avea 37 anni.

L’ebbi lassù nel mio nascondiglio, due giorni dopo, la notizia

della tua morte, o mio Tonio!... e il momento che mi giunse mi sta

qui innanzi come se fosse ora... Nè quel giorno, nè l’altro scrissi

dell’_Alcibiade_ una riga.[1]

*

* *

Altre interruzioni al lavoro, anzi parecchie me le procurarono

le sollecitudini della R. Procura di Milano. La quale non trovava

nè regolare, nè discreto che io mi fossi reso per la terza volta

latitante, dopo essermi già presa due volte questa libertà nel 69...

ed io d’altra parte, non sapevo come farla persuasa che lo facevo non

già per me, ma nello interesse esclusivo delle patrie lettere. È vero

che su pei giornali io figuravo dimorante in Isvizzera: il difficile

stava nel convincerne il Fisco: e il Fisco se ne era convinto così

bene... che un bel dì — passeggiando fra Ghevio e Pisano a prendere

una boccata d’aria e meditare il miglior modo di far fuggire Alcibiade

sulla barca — m’accorsi di due individui in borghese, innanzi a me, i

quali ogni tanto di sottecchi si voltavano a squadrarmi, come tra loro

si consultassero sull’essere mio. Fossero gli abiti o gli orecchini o

il fiuto o una certa qual pratica da _répris de justice_, lì per lì mi

sovvenni di certa sera del novembre 1869, che latitante in Milano, dopo

averla scapolata liscia per un mese, mi ero lasciato pigliare come un

merlo, da quattro eccellenti persone che mi passeggiavano innanzi, con

aria da gnorri, precisamente a quel modo; e per subitanea associazione

di idee (dicono che i poeti non sono perspicaci!) rallentato il passo

senza farmi scorgere — e rimesso ad altro momento lo studio del metodo

di fuga per Alcibiade — lo ripresi provvisoriamente per conto mio —

pigliando in via precauzionale, mentre quei signori non guardavano, una

scorciatoia di fianco per i campi. L’idea pare non fosse disprezzabile,

perchè avvistisi appena della scomparsa, quei due signori tornarono

sui passi, precipitosi; e giù nella valle incontrai un messo da

Meina che veniva a portarmi l’avviso della comparsa di... uccelli

migratori. Infatto, i due viaggiatori per diporto erano scesi a Meina

la mattina in compagnia di due magnifici carabinieri; e umettata con un

_cicchetto_ la gola, s’erano subito informati della strada per Ghevio.

— Quella visita mi obbligò a trasferire, per un po’ di giorni, i penati

giù nel letto della valle, anzi del torrente, alla Cartiera delli

amici carissimi Bedone e Bertoglio, luogo fresco, un po’ malinconico:

indi ne viene che il mio _Cimoto_ qua e là in qualche scena si lascia

un po' andare alla malinconia. Come piacque finalmente agli incomodi

visitatori lasciar libero il lago e la montagna, sugli ultimi d’agosto

feci ritorno al nido.

*

* *

E come piacque alli immortali Iddii, venne finalmente quella sera del

settembre, che, intorno a un piatto enorme di castagne, cominciai

in famiglia la lettura intima delle gesta e miracoli del mio eroe.

C’erano i miei zii, mio papà, mia sorella... che dormono ora tutti al

camposanto. Il manoscritto era voluminoso anzi che no — e avrebbe, al

solo vederlo, spaventato qualunque spirito forte: ma di quali eroismi

non è capace l’affetto del sangue? Ho bisogno di dire che la lettura

durò due sere — che fu sopportata da anime stoiche — e che l’applauso

di quei cari morti fu entusiastico, unanime?

Ah, quei poveri primi giudici non imaginavano che l’_Alcibiade_ avrebbe

dovuto, al pari del suo papà, andar intorno ramingo, come persona

pregiudicata, per più mesi, prima di essere per grazia ammesso agli

onori della scena!...

*

* *

Fatti i tagli per la scena indispensabili, spedito a Milano il

manoscritto, aspettavo con qualche impazienza i primi giudizj degli

amici... Silenzio su tutta la linea!... Passa un dì, passa un altro:

finalmente Achille Bizzoni in un passo di una sua lettera mi scrive:

«_Pessimista_ m’ha parlato del tuo _Alcibiade_ e ne è entusiasta. Lo

trova troppo lungo per la scena, ma mi accerta ch’è un capolavoro.

Bravo Felice!»

_Laus deo!_ dico fra me... Se il lavoro arriva a contentare... perfino

_Pessimista_, figuriamoci i Milanesi, che son gente ottimista in

generale.

Infatti il lavoro doveva darsi a Milano al _Teatro Manzoni_ in

quell’autunno dalla Compagnia Marini e Ciotti, diretta da Alamanno

Morelli. Il buon Ciotti — il primo impareggiabile _Raul_ de’ miei

_Pezzenti_ — in settembre mi scriveva da Prato: «Fin da ora ti prometto

che nulla sarà trascurato e tutto il nostro buon volere sarà messo in

opera per dividere teco un colossale trionfo.».... Insomma, li auspicj

non poteano esser migliori.

E i giorni passavano... e gli elettori di Corteolona, eleggendomi al

posto del povero Billia, obbligavano la Corte d’Appello a revocare il

mandato di cattura; sicchè potei finalmente rivedere Milano — correre

in Galleria per veder correre il topolino della rotonda — correre al

_Manzoni_ per assistere alle prove del figliolo delle mie viscere.

Quale mortificazione aspettava il mio amore paterno! La signora

Virginia Marini, gentile sempre quanto brava, mi fe’ del manoscritto

un mondo di elogi... ma pareva imbarazzata nel farmeli; Morelli se

ne dichiarava contentone... e mi domandava come avevo passata la

villeggiatura; Ciotti era entusiasta della sua parte di _Alcibiade_...

e non rifiniva di felicitarmi della _Agnese_. Al Caffè Manzoni,

convegno dei comici, dei critici e degli autori in attività ed in

aspettativa, ufficio postale di tutte le chiacchiere di palcoscenico,

mi chiedeano del quando cominciavan le prove con una certa aria

di interessamento, tra benevola e protettrice, che mi faceva

meravigliosamente salire la senapa al naso.... E ogni dì ne passava

uno — e le prove non si vedevano venire... O insomma che era successo?

Solo questo: che, dopo la lettura del lavoro, fra i comici era stato

sentenziato — e la voce era corsa in un attimo per tutti i crocchi

di caffè e di palcoscenico — con grande letizia di certi critici

e degli autori... in aspettativa, — che l’_Alcibiade_ era una cosa

irrappresentabile e che non sarebbe arrivato in là del primo atto...

Soltanto — come il cuore umano è buono di sua natura — nessuno aveva

il coraggio di dirmelo! E poi che io non mostravo la perspicacia di

capirlo — e l’impegno con me era formale — alle prove ci si arrivò...

in linea di filantropia... tanto per farmi toccare con mano quello che

mi ostinavo a non intendere... e rendermi persuaso colle buone, che gli

era proprio per risparmiarmi un disinganno... se giunti a metà della

seconda prova, lì sul palcoscenico, mi si restituiva il manoscritto!

Proprio così. E i giovanetti autori che oggi si lamentano del sol

di luglio e gemono, ravvolti nel manto dei genj incompresi, sulle

difficoltà del riuscire a farsi conoscere, e del fare accettar dai

capocomici il loro primo capolavoro — sono pregati a consolarsi

pensando che quel po’ di mortificazione — _coram populo_ — capitava

a me — dopo che avevo già dato alle scene tre lavori — e tutti tre

confortati dal plauso dei pubblici italiani.

*

* *

Che fare? Rassegnarsi? Ohibò: natura m’ha fatto più testardo del mulo.

Preso penna, carta e calamajo — scrissi quel dì a Luigi Bellotti-Bon —

nome caro e rimpianto finchè l’arte italiana serbi il culto delle sue

glorie più belle e delle sue tradizioni più gentili.

A Bellotti-Bon — ch’era a Venezia e veniva al _Manzoni_ nell’imminente

carnevale — domandai, nudo e crudo, se era disposto ad assumersi la

recita di un lavoro rifiutato alle prove. Ecco la risposta:

_Venezia, 18 novembre 1873_.

«Carissimo,

«Non ti dico che una parola: _Sono a tua disposizione_. Vieni qui —

e c’intenderemo su tutto — e vedrò contentarti.

«Avvisami del giorno del tuo arrivo onde possa essere tutto per te.

«Rimane ben inteso che sarai il mio futuro avvocato presso la

Comune e mi salverai dalla lanterna... ed io non abuserò della mia

_onnipotenza_ presso il Tirrrrrrrrannico potere cui sono _venduto_.

Ciao.

«_Il tuo affez_.

«LUIGI BELLOTTI-BON.»

Povero gioviale amico!...

Corsi a Venezia. (Cioè, prima, per mandar via l’umor negro, corsi a

Roma alla Camera a far arrabbiare l’on. Lioy e la maggioranza e il

presidente Biancheri con quel tale affar del giuramento, e a far la

scherma di sciabola con Avanzini del _Fanfulla_ al cospetto dell’ombre

della via Appia). Nella città delle lagune lessi il lavoro a Bellotti —

che volle alla lettura essere solo — finito ch’ebbi, egli mi abbracciò

con trasporto, mi baciò... e: «Quel che ti davano Marini e Ciotti, da

questo momento te l’offro io.»

Di lì a pochi giorni il cartellone del _Manzoni_ annunciava

l’_Alcibiade_ fra le novità della Compagnia Bellotti-Bon N.º 2 — per la

stagione di carnevale.

Cacciato dalla porta, l’eroe greco rientrava dalla finestra.

Finalmente!... ero in porto. Adagio. Mi correggo. Credevo di esserci.

*

* *

Santo Stefano e carnevale eran giunti, la compagnia Bellotti-Bon era

giunta, l’_Alcibiade_ sul cartellone era giunto... solamente le prove

non giungevano... e Bellotti-Bon se mi incontrava parea scansarmi e

girar largo... come si scansa un creditore...

Ahimè! all’ottimo rimpianto artista — giunto appena da Venezia,

entusiasta del lavoro mio — era toccato in proposito udirne di cotte

e di crude. Sapeva, sì, e glie lo avevo detto, che nei dintorni del

_Manzoni_ il mio eroe godeva cattiva reputazione, ma credeva acqua e

non tempesta. Al caffè del teatro, nei crocchi artistici, dappertutto

gli davan la baja. «O come! tu hai preso di quella... roba? Come!

tu butti i denari a quel modo? E fai di questi servizi a Cavallotti?

Così gli sei vero amico? E hai coraggio di far subire ai tuoi artisti

una _corvée_ di quella fatta per un lavoro che non arriva al secondo

atto? Ma non sai che la Marini qua, ma non sai che Morelli là...» Il

pover’uomo avea l’orecchie intronate.

Dubitò di aver preso un abbaglio. Avea sentito una sola lettura alla

sfuggita... e la prima impressione, chi sa, poteva averlo tradito.

Ma la parola meco era spesa — e Bellotti-Bon era gentiluomo in tutto

il rigore del termine. Per levarsi dai fastidi, lasciò Peracchi,

direttore, nelle peste — e andò a Firenze.

Con questi belli auspicj lessi il lavoro alla compagnia. Ci volle tutta

la deferenza personale delli artisti, di Giovanni Emanuel, e della

signora Pia Marchi e di Zoppetti e degli altri, perchè subissero il

supplizio con rassegnazione e non tradissero troppo visibilmente la

impazienza... Io fingevo non vedere e tacevo.

Però allora parve obbligo di coscienza il tentar meco almeno un’opera

di carità; si pregò il buon Lombardi, dirigente il teatro Manzoni di

persuadermi, colle buone, a ritirare il manoscritto spontaneamente.

Ma di far questa parte delicata il buon Lombardi, sapendomi testardo,

non ne volle sapere. Si officiò Emanuel, il protagonista, a darsi per

ammalato. Ma Emanuel, a quei dì non avendo con Bellotti buon sangue,

non istimò di poterlo fare. Così le prove cominciarono... eppure,

per un filo, ancora in _extremis_, di salvarmi mio malgrado, non si

disperò.

Al dì della quinta prova doveva aver luogo nel pomeriggio una

mia partita d’onore con Dario Papa. — La mattina, pregai Riccardo

Castelvecchio — illustre e sempre giovane veterano dell’arte — a venir

meco alla prova, per diriger egli in mia vece, in caso di disgrazia, le

successive — lasciandogli all’uopo _carta bianca_, con procura scritta.

Castelvecchio accettò ringraziandomi, con fratellanza artistica che

riconoscente rammento. Alle quattro, finita la prova, vennero i padrini

sul palcoscenico a prendermi: — appena io partito, gli artisti, per

me inquieti, farsi intorno a Castelvecchio e consultar seco il modo

di risparmiarmi il fiasco imminente. E affetto e desiderio eran

sinceri: perchè la convinzione del fiasco e del dolore che mi avrebbe

dato era intima: indi, per lo meglio, mi si augurava una piccola

ferita leggiera, che mi obbligasse a letto pochi dì e permettesse a

Castelvecchio di far uso de’ suoi pieni poteri: si sarebbe rabberciato

alla meglio il lavoro, levatane la parte di _Cimoto_ che appariva una

grossa stonatura — ed altri tagli _eccetera_, _eccetera_, — tanto

che si potesse arrivare in fin di recita... Ma il calcolo a nulla

approdò... conciossiafossecosachè, proprio in quel momento, a Dario

Papa una magnifica spaccata a fondo con analogo colpo di punta non

riuscissero sgraziatamente in tempo. E quando viceversa riuscite

in tempo le cose a me e toccata a lui contraria la sorte, videro di

ritorno me illeso... Giovanni Emanuel mi buttò le braccia al collo e mi

promise che da quel momento si sarebbe messo a studiar con amore la sua

parte. Imperocchè da quel momento parve che la mia caparbietà avesse il

diavolo dalla sua — e che il contrastar oltre fosse tempo perso.

Infatti le tre che seguirono furono le sole vere prove serie. Tutti gli

artisti dal primo all’ultimo ci posero un impegno, un affetto, uno zelo

di cui serbo il ricordo carissimo. E la sera del 31 gennajo 1874 — dopo

cinque lunghi mesi — finalmente l’_Alcibiade_ andò in iscena...

Il teatro rigurgitava.

Al prologo cominciarono gli applausi. — Alla fine del lavoro eran

quaranta chiamate.

Al successo entusiastico la esecuzione di tutti concorse: e se Angelo

Zoppetti fu esilarantissimo _Cimoto_ — Giovanni Emanuel del personaggio

di _Alcibiade_ fece una creazione non superata nell’arte.

Trieste e Venezia, per le prime, di lì a poco, ribattezzavano il

successo di Milano: e in una sera non cancellata dalla memoria, l’Atene

dell’Arno conferivagli la cresima.

La Compagnia Ciotti e Marini mi ridomandava il lavoro, e questa volta

pagandolo lautamente, trovò che era rappresentabilissimo.

Infine la Commissione governativa pel concorso nazionale drammatico,

in Firenze residente, assegnava all’_Alcibiade_ il primo premio del

concorso (2000 lire): e il decreto di conferimento del premio, con

analogo mandato di pagamento, portava l’augusta firma di Sua Eccellenza

il ministro... Ruggiero Bonghi!

Oh come il cuore battevami di dolce emozione nel recarmi alla regia

cassa! Erano (parmi ancora vederli!) due bellissimi biglietti bianchi,

da mille... quasi nuovi: e quel che agli occhi non mi sembrava vero,

eran proprio denari dello Stato: così per una volta ho potuto provare

anch’io la ineffabile consolazione di cibarmi alla greppia del

bilancio!

Di quanti soldi per vivere l’arte mi ha fruttato poi — non ne rammento

che m’andassero come quelli in tanto sangue.

Quei denari del governo mi rappresentavano il frutto delle persecuzioni

governative e il frutto di cinque mesi di prove morali — cinque mesi

che per amor dell’arte digerivo in silenzio — io che m’irrito d’una

mosca — mortificazioni, compassioni e repulse!

*

* *

Conclusione morale: pei capocomici ed artisti: ricordarsi che

Ezechiele, Daniele ed Isaia, se le loro profezie fossero tutte come

quelle che si fanno sui palcoscenici alle prove dei lavori nuovi, non

sarebbero quei profeti così in credito che sono, anzi nessuno ai loro

tempi li avrebbe presi per persone di proposito.

Per i giovani autori e miei fratelli d’arte, che sognano i successi

lì a portata della mano, e si impermaliscono di ogni piccolo inciampo:

ricordarsi che l’arte va per sentieri di spine, è battaglia che un dì

vuole i forti ardimenti e le ire — e un altro dì vuol sagrificj di amor

proprio e pazienze da certosino: e quando la meta nella mente ci ride,

bisogna a tempo esser anche filosofi: viene l’ora all’artista che gli

ripaga le amarezze e degli esercizj filosofici gli rifonde le spese.

Alcibiade · 第 3 / 286 题