L'AMOR SUPREMO

_Amabile amica,_

La fiducia della quale ella mi onora è veramente grande e -- lasci

parlare una volta la modestia! -- immeritata. Nonostante la disparità

delle nostre opinioni, e perdonandomi la vivacità di certe mie

argomentazioni, ella si degna ricorrere ancora a me per farmi una

domanda e propormi un quesito: «Ma insomma, qual è, a vostro parere,

l'amore migliore?»

Ahi, contessa! Io potrei risponderle al modo molto laconico della

duchessa di San Severo, e dirle: «Nessuno!...» Questa passione è

talmente difficile, si dibatte fra tanti contrasti, ha da superare così

formidabili ostacoli, che la sua vita è troppo breve e tutta avvelenata.

Io non le ripeterò a questo proposito i miei ragionamenti d'un tempo,

poichè ella, bontà sua, li rammenta ancora e giudica che, nonostante le

«solite» esagerazioni e l'«insoffribile» preconcetto di scetticismo, io

potrei anche avere, in fondo in fondo, ragione. Ma ella dice -- e la

ragione è questa volta con lei! -- che se pure in tutti gli amori c'è

qualcosa di amaro e di guasto, nondimeno, paragonati gli uni con gli

altri, si dovrà pur trovare che alcuni furono pessimi ed altri, se non

ottimi, migliori. Il mio dovere è dunque di rispondere meno

laconicamente alla sua domanda; ed ella si disponga anzi a temere che la

risposta mia sia per essere troppo prolissa.

Vuol dunque sapere quale sarebbe, secondo me, per un uomo e una donna,

l'amor supremo? Sarebbe questo. L'uomo, fino a trent'anni, ha fatto sua

l'antica divisa: _Je prends mon bien où je le trouve._ Egli ha amato in

tutti i modi, e di tutti i suoi amori è rimasto scontento. A trent'anni

-- non un giorno di più! -- incontra una vergine, il cui solo sguardo

gli rivela -- a lui che crede di conoscere tutta quanta la vita -- come

vi sia ancora un mondo nuovo, inesplorato, insospettato: il mondo dei

sentimenti puri, delle cose degne e sante. Questa vergine non è neppur

lei una bambina che s'affaccia appena alla vita: ha visto altri uomini,

ha creduto d'amarne alcuni; poi, all'idea di legarsi con uno di costoro

indissolubilmente, s'è accorta che le sue inclinazioni non erano forti e

prepotenti. Quando incontra quest'uomo, ella comprende che il suo

sentimento d'ora è invincibile; e questa vergine e quest'uomo si

uniscono, per sempre. La loro gioia è l'invidia del mondo. Crede ella

che sarebbe maggiore se entrambi fossero stati del tutto inesperti, e

che la reciproca gelosia del passato li turbi? No, no. Appunto perchè

entrambi hanno altra volta creduto d'amare, la vergine soltanto con

l'anima, l'uomo in tutti i modi, appunto per ciò possono ora dire di

amar veramente. Ella non è gelosa delle donne che lo sposo suo in altri

tempi amò, non le pensa neppure; o se anche le fa oggetto d'un pensiero,

accorda loro la sua pietà, perchè ella è buona, sovranamente; ma,

nonostante la bontà sua -- io le presento creature di carne ed ossa, non

perfezioni fuor dell'umano -- costei pensa con un moto di superbia: «Per

me, per virtù mia, quest'uomo che poteva continuare a prendere il suo

piacere dovunque, liberamente, ha fatto il sacrifizio di tutto sè

stesso.» Egli non è geloso degli uomini che ella altra volta pensò; egli

dice: «A me, a me solamente questa vergine che tanti sospirarono invano

ha dato gl'intatti tesori.» E poichè egli conobbe la vita, è ora in

grado di difendere, di tutelare la sua fortuna. A questa vita egli

inizia, accortamente, la sposa; e come ella gli ha rivelato cose

ignorate ed ha fatto di lui un uomo nel miglior senso della parola, così

egli fa d'una fanciulla una donna. L'amor loro è fruttuoso; le loro due

vite, che essi vorrebbero veramente confondere in una, ma che restano

pur separate, si confondono nella vita dei figli.

Il tempo passa, e col tempo l'impeto della loro passione si è venuto

sedando. Fatalmente, perchè tra due volontà diverse l'accordo non può

essere costante ed eterno, essi non potranno evitare i malintesi e i

dissensi; ma, comprendendone entrambi la fatalità, si accorderanno

reciprocamente indulgenza. Conoscendosi sino in fondo, ciascuno avrà

compreso, -- ma nello stesso tempo scusato -- i difetti dell'altro --

perchè essi sanno che nessuno al mondo è senza difetti. La passione

sedata non è più passione; e, per una legge ancor essa fatale, nelle

anime tranquillate i germi di passioni nuove, le tentazioni d'altri

amori si verranno insinuando. Ma se ciascuno di essi avrà pensato di

poter ritrovare altrove una scintilla della gran fiamma, avrà pure

preveduto che la nuova fiamma si spegnerà troppo presto; e se pure

questa previsione non sarà stata capace di trattenerlo, un sentimento

che in queste due anime vince tutti gli altri avrà combattuto e

distrutto il germe della nuova passione. Questo sentimento al quale

entrambi sono educati, è il sentimento dell'onore, del rispetto, della

dignità; è, in una sola parola, il Dovere. Obbedirne le voci imperiose

sarà facile ad essi se ciascuno sarà, com'è, compreso di gratitudine per

la gioia che l'altro gli diede e per il bene che gli fece; sarà ancora

più facile solo che essi pensino ai figli, ai quali debbono nascondere

gli esempii del male. E se la tentazione fu molto forte, se per seguire

la via doverosa uno dei due ebbe a sostenere uno sforzo grande, tanto

meglio: la sua soddisfazione sarà tanto maggiore, tanto maggiore sarà la

stima che l'altro gli deve. Così varcheranno l'età delle prove, finchè

uno chiuderà con mano tremante gli occhi dell'altro.

Ecco quale sarebbe l'amor supremo. Ella vede bene, mia cara amica, che

io non ho imaginato un idillio, una favola troppo romantica, tutta

ideale e fuor della vita. Io ho fatto molte concessioni alla realtà,

tante concessioni che nessuno dirà impossibile un tale amore. Eppure di

questo amore possibile, possibilissimo, di questo amore che è il sogno

delle migliaia e migliaia di sposi che escono ogni giorno nel mondo dal

municipio e dalla chiesa, quanti esempii le potrei addurre?... Ahimè!

Gli esempii, ho paura, sono rarissimi...

Eccomi pertanto costretto, per rispondere alla sua domanda, di cercare

altrove.

Una volta io andai in casa del mio amico Hans Ruthe. Costui è, come ella

sa, Don Giovanni redivivo. Sui mobili del suo salotto vidi molte

fotografie di uomini e un solo ritratto di donna. Io pensai tra me:

«Senza dubbio costei dev'essere stata la favorita di questo sultano;

perchè egli si tenga sotto gli occhi il solo ritratto di lei bisogna che

ella gli abbia lasciato i ricordi migliori.» E poichè, per natura e per

necessità di mestiere, io sono molto curioso, così non mi contentai di

pensare questa cosa, ma la dissi all'amico mio. Il quale, udendola, si

mise a ridere di quel suo riso che è pieno di tanta amarezza. «Mio

caro,» rispose, «tu hai un intuito proprio meraviglioso! Sì, questa è la

donna che m'ha lasciato migliori ricordi. I ritratti di tutte le altre

io non li ho più: alcuni li dovetti restituire, quando i tristi amori

finirono; altri li lacerai quando ebbi ben conosciuto gli originali;

altri sono andati dispersi perchè non avevo proprio ragione di serbarli,

giaceranno inutili in mezzo a chi sa quali carte inutilissime. Questo

solo ho custodito e tengo dinanzi agli occhi, perchè questa è la sola

donna che avrei amata ma che non amai, che forse m'avrebbe amato ma che

non m'amò...

Ecco, ella dirà, una risposta «delle mie,» cioè una risposta che non

significa niente. Infatti, dire che il migliore amore è quello che non

fu provato, potrebbe parere una cosa insensata. Vengo pertanto senza

perder tempo a più concrete risposte.

«Io ero,» mi narrò una volta un amico, «in uno stato d'animo quasi

disperato per una serie di ragioni che sarebbe troppo lungo spiegarti,

quando una sera fui condotto in casa d'una signora, e poniamo che si

chiamasse Donna Paola. La dama, proprio quella sera, stava poco bene e

non riceveva. Tornai indietro con la stessa tristezza con la quale ero

venuto, ma in cuor mio avveniva qualcosa di nuovo; quel contrattempo mi

procurava un certo senso di contrarietà. Il nome di Donna Paola non mi

era ignoto; anzi avevo molto udito parlare di lei dalle sue amiche; la

marchesa Antonietta, specialmente, m'aveva detto: «Vedrete, vedrete:

quando l'avrete conosciuta dimenticherete noi tutte.» Chi era dunque

costei? Forse una bellezza straordinaria? No: io avevo sentito dire, non

solo dalle donne, probabilmente sospette, ma anche dagli uomini, giudici

certamente credibili, che Donna Paola era tutt'altro che bella; uno,

anzi, aveva soggiunto che non gli pareva neppure desiderabile. La

fantasia non poteva dunque farmi intravedere, dietro quel nome, una

figura affascinante; io non potevo costruire per mio uso e consumo un

tipo ideale al quale attribuire tutte le perfezioni. La fama di Donna

Paola era fondata sulle qualità intellettuali di lei, sul suo spirito,

sulla sua coltura, sulla sua scienza del mondo; ora tu mi concederai che

queste doti sono le meno capaci di sedurre da lontano. Nondimeno io ero

curioso di conoscere questa donna, e la mia curiosità era alimentata

dall'insistenza con la quale la marchesa voleva presentarmi e dallo

strano rinnovarsi del primo contrattempo. Tre, quattro volte ancora io

mi credetti sul punto di incontrarla, e Donna Paola rimase invisibile.

Una sera che arrivai tardi in casa della marchesa, verso la mezzanotte,

l'amica mi disse con un tono di irritazione quasi comica: «Ma dunque lo

fate apposta?... Va via in questo momento!... Parrebbe quasi che ne

abbiate paura!...» Io provai di dimostrare la mia innocenza; ma la

marchesa non volle sentir ragione: «Lo fate apposta, la fuggite; non mi

darete mai ad intendere che arrivate e andate via, per puro caso,

proprio quando ella mi lascia o sta per venire! Adesso spero che la

finirete; le ho promesso di presentarvi!» Io risposi, con un fare

complimentoso che nascondeva un certo senso di stupore: «Dica piuttosto

che ha promesso a me stesso!...» ma ella insistè: «Nossignore, ho

promesso a lei, proprio a lei, proprio a lei;» e con un'espressione del

viso che diceva molto più delle parole, soggiunse: «Vi conosce di nome,

ha sentito parlare di voi. Vuol sapere se è vero tutto il male che se ne

dice. L'altra sera non eravate al Costanzi? Qualcuno vi ha additato a

lei...» Dopo una breve reticenza, concluse: «Badate: le piacete!» A un

tratto la mia faccia s'imporporò, poi il sangue mi corse tutto al cuore,

e da quel momento non ricordo più che cosa mi accadde nel resto della

serata. Fu un vero _coup de foudre_, un fulmine senza lampo -- poichè le

tenebre che avvolgevano la figura di quella donna restavano

impenetrabili. Fu anche come l'ebbrezza prodotta da un liquore dolce,

un'eccitazione di tutte le sopite facoltà del corpo e dello spirito, il

repentino sollevamento dell'anima oppressa, la rifioritura del sorriso

negli occhi, del canto sulle labbra. E cantando i versi musicali di un

Poeta come me tremante di gioia:

Io sarò forse l'amante,

Io felice le mie notti

Dormirò sopra il suo cuore,

mi misi a vagare per le strade deserte, guardando il cielo, ignaro della

terra. No; io ricordo qualche cosa di quella notte: ricordo il pianto

muto e soave che sgorgò dai miei occhi quando la gioia die' luogo alla

tenerezza, quando tutta la gratitudine della quale ero capace esalò dal

mio cuore, come un vapore d'incenso, verso l'Ombra... E lo strano

incontro di casi che m'aveva impedito di conoscere Donna Paola si

rinnovò ancora: la marchesa partì improvvisamente per Parigi, chiamata

da una malattia del marito; gli amici si dileguarono a uno a uno perchè

la stagione s'inoltrava; io stesso dovetti finalmente tornare a casa. La

stessa ombra dell'ombra scomparve, io non udii più ripetere il nome di

Donna Paola; ma il sentimento destato da quel nome sopravvisse, dolce e

tenace, a lungo; e se non potei raffigurarmi quella creatura dalla quale

ero stato pensato, alla quale pensavo, la vidi nell'anima quale doveva

essere e provai per lei la vitale dolcezza della fede più pura. Questo è

stato il mio più degno amore.»

Ella dirà: «Se non zuppa, è pan bagnato!» Infatti la passione dell'amico

mio per una donna di cui non aveva visto neppure la punta del naso sarà

stata, secondo egli dice, degnissima e suprema; ma difficilmente potrà

esser presa sul serio. Ma che posso io farci, amica, se solamente gli

amori che non hanno lasciato ricordi sono ben ricordati? Oda quest'altra

storia; è un poco diversa, ma poco, in verità. E' una confessione

anonima, ma come tutte le altre autentica.

«Io conobbi questa donna da bambino, quando avevo otto anni. Ella ne

aveva il doppio di me. Bella, bella, tanto bella che non posso dire.

Udrete fra poco quanto forte fu l'impressione che ne riportai. Aveva il

doppio dell'età mia, era una signorina. Era intimissima della nostra

famiglia, anzi mezza parente. Un giorno, salutandoci, ci baciammo in

viso. Il domani ella mi disse, senza che altri potesse udire: «Come fu

dolce il bacio che mi desti!» Io non seppi dir nulla e quasi non

credetti alle mie orecchie; ma le inaudite parole s'incisero nel mio

pensiero, indelebilmente. Cresciuto di qualche anno, ella soleva

prendere il mio braccio e passeggiare con me «come due sposi,» diceva.

Io non dicevo nulla, trattenevo il fiato per paura che quella felicità

finisse, e mi pareva che tutta la bellezza fosse in lei, e tutta la

dolcezza, e tutto l'amore. La notte io la sognavo; e nel sogno, con lei,

conobbi la voluttà. C'era fra noi troppa differenza di età perchè

potessi pensare a sposarla: quando ebbi sedici anni ella ne aveva

ventiquattro. Ella mi aveva detto un giorno: «Ti aspetterò». Neppure

allora io avevo risposto nulla; ero bambino ancora, ella si divertiva a

giocare all'amore con un bambino. A venticinque anni andò a marito, in

un'altra città. Io che ne avevo diciassette feci quello che fanno tutti,

a diciassette anni. E quando provai la realtà dell'amore, risi dei miei

sogni, dell'amoretto infantile. Ma accadde questa cosa: che il sogno, di

tanto in tanto, tornò: io la vedeva in sogno, l'udivo dire arcane parole

d'amore, la vedevo offerirmisi; e tra le sue braccia incorporee io

spasimavo come non mai con le creature viventi. Alla lunga me ne venne

quasi un senso di sdegno, anzi di vergogna: era possibile che solo

un'ombra mi facesse tanto felice? Non dovevo io essere infermo perchè

questa cosa accadesse? Pensavo, per confortarmi, che ciò accadesse

perchè le creature viventi con le quali potevo trovarmi erano indegne;

aspettavo pertanto di avere un'amante, un'amante che fosse mia soltanto

e non già di tutti, affinchè la realtà trionfasse finalmente del sogno.

Ed ebbi l'amante e con l'anima i sensi tripudiarono, e mi credetti

guarito; ma una notte, uscendo io dalla casa di lei estenuato dalla

voluttà e caduto pieno di sonno sul mio letto, Ella, l'Altra, m'apparve.

La sua fronte era velata dalla tristezza, il suo sguardo era pieno di

lacrime. «Tu m'hai tradito! Hai potuto tradirmi!... Non ti rammenti più

il nostro primo bacio? Come fu dolce il bacio che mi desti!...» Io le

risposi, sentendomi struggere dal dolore: «Tu stessa m'hai tradito, sei

d'un altro, te ne sei andata lontano...» Ella mi guardò con gli occhi

lacrimosi e stupiti. «D'un altro? Ma non sai che io sono la sposa tua,

soltanto? Non sai che mi sono serbata a te, intatta? Non sai che tu sei

il mio desiderio, la mia speranza, il mio sospiro?...» E le nostre

braccia si strinsero, e le nostre bocche si unirono, e io mi destai

morente d'ebbrezza... Orbene: questo sogno tornò e tornò ancora, molte

volte, durante quell'amore, durante altri amori. Tornò a intervalli or

brevi ed or lunghi, talvolta di un anno, talvolta di due; ma quando

l'ombra m'appariva e dopo che era svanita, io sentivo, destandomi, che

quell'ombra, che quel ricordo trionfava d'ogni realtà. Un giorno, dopo

moltissimo tempo, la rividi in persona; era una rovina, invecchiata,

disfatta, non più donna. E dopo averla riveduta così nella vita, io la

sognai ancora una volta, più bella di prima: «Che cosa hai creduto?

Guardami bene: non sono sempre la stessa? Non sono la tua sposa,

l'amante tua unica?...» E ancora le sue parole e i suoi atti d'amore

m'inebriarono come non mai. Ora ella è morta; intendete: ella è

putrefatta sotterra, è ridotta uno scheletro fra quattro assi marcite; e

quantunque ella sia morta, e quantunque io stesso sia sulle soglie della

morte, pure ella continua ad apparirmi, a quando a quando, e a

deliziarmi; e oramai ho compreso: il supremo amore della mia vita è il

primo, l'amore dell'infanzia, perpetuato nella memoria, vivificato dal

sogno...»

Siamo sempre lì: ella dice che questi non sono amori nel vero senso

della parola. Ella vuole che io le parli di gente che abbia amato

creature di carne e d'ossa, non già sconosciute o meri ricordi. E il mio

imbarazzo è troppo grande, perchè tutti gli amori dei quali ella

vorrebbe ch'io ragionassi lasciano tante amarezze che nessuno pare da

preferire ad un altro. Senza le nequizie del tradimento, gli stessi

malintesi inevitabili, il disaccordo, lo svanire dell'illusione, il

ribadirsi d'una catena che pareva di rose ma che diventa un triste

giorno di spine, sono causa di troppa pena. La vita è tanto malvagia e

l'amore è tanto difficile, che bisogna quasi augurarsi il caso orribile

del quale invece ci dogliamo, il caso di veder morire la creatura amata

prima di odiarla e quando il piacere non s'è mutato ancora in

disgusto... Se in questo augurio c'è un troppo feroce egoismo, non si

potrà far altro che capovolgerlo e desiderare che la morte colga noi

stessi nella troppo rapida fase dell'amore felice. Non sa ella del resto

che questo è il voto istintivo d'ogni coppia amante? Quasi una profetica

voce ammonisca i due amatori della caducità della loro fortuna, quasi

presaghi che questa fortuna è la massima e l'ultima ad un tempo, essi

chiamano la morte, la pregano, e sfogliando le cronache dei giornali non

è difficile trovare l'esempio di alcuni che se la sono procurata. E se

pur vogliamo lasciar da parte la morte, vuole ella sapere quali sono gli

amori migliori, quelli dei quali serbiamo una tutta pura e tutta dolce

memoria? Sono gli amori troncati bruscamente, ma in tempo, cioè quando

ancora il verme della dissoluzione non ha cominciato la nefanda opera

sua. Quando Carlo Landini perdette, senza saper perchè, Anna Solari;

quando la contessa Bianca des Fayolles dovè lasciare per sempre Roberto

Berni -- ella forse rammenta ancora queste antiche storie -- i ricordi

di questi amori restarono nel cuore dei due uomini come uno struggimento

ineffabile, come l'aspirazione suprema, come tutta la poesia della loro

vita.

E se finalmente le risposte che le ho date finora non la contentano, se

ella vuole l'esempio d'un amore che sia sommamente raro e ineffabile, io

ho ancora qualcosa per lei. È l'avventura della quale una sera, a

Ginevra, udii la narrazione da uno degli stessi protagonisti. Non posso

dirle i loro nomi, ma non le sarà difficile indovinarli. Per sapere chi

è l'uomo cerchi fra gli scultori che in più fresca età sono venuti

maggiormente in fama; se vuol sapere chi è la donna, cerchi fra la breve

schiera delle scrittrici -- italiane s'intende, -- di romanzi e di

novelle. Lo scultore e la novellatrice non si conoscevano ancora di

persona, vivendo in città lontane, ma molto di nome; e, senza conoscersi

e neppure prevedendo di conoscersi un giorno, avevano pensato l'uno

all'altra e l'altra all'uno. Udendo parlare dell'ingegno della

scrittrice, ed anche della sua bellezza -- ecco che ella ha indovinato

chi è -- lo scultore s'era messo a pensare a lei come a una creatura

l'amor della quale doveva essere una gran cosa. E la scrittrice,

pensando all'ingegno dell'artista ed alla sua maschia venustà -- è uno

dei più belli campioni del sesso mascolino, e un'altra volta,

all'orecchio, le dirò un particolare inaudito e quasi incredibile --

s'era messa a pensare a lui con lo stesso sentimento fatto di desiderio.

Ora un giorno, a una festa giornalistica, a Roma, inopinatamente si

incontrarono e qualcuno fece la presentazione. Restarono entrambi come

fulminati. Tutto scomparve ai loro occhi: la gente che li circondava, il

luogo dove si trovavano, lo scopo per il quale ciascuno d'essi era

venuto. Un impeto, un'ansia, una febbre di vedersi, di toccarsi, di

unirsi, faceva tremare i loro polsi. Egli le disse: « Vieni?» Ed ella

rispose: « Andiamo». Uscirono; non seppero, non rammentano più come; non

dissero una parola per via. Egli la condusse nel suo studio. E appena

entrati caddero sul tappeto disteso al suolo, avvinghiati furiosamente.

Se la nativa freddezza o l'acquisita ipocrisia suggeriscono alle donne

una resistenza che annoia ed offende gli uomini fervidamente amanti; se

la diversità dei sessi fa che la coppia non si formi tosto; questo

accordo fulmineo, questa perfetta intesa, questa esatta reciprocità

degli impulsi sarebbero, come già dicemmo, l'ideale. Se non che le leggi

della natura non sono arbitrarie. Ora l'amore del nostro scultore e

della nostra scrittrice è per questo il loro migliore ricordo: perchè

durò un'ora e non ebbe domani. La donna partì quando lasciò quella casa;

e i due non si sono riveduti mai più...

«NESSUN MAGGIOR DOLORE...»

_Cara amica mia,_

Oggi ho chiuso il mio grosso baule; domani, all'ultim'ora, farò le

valige; indi: partenza! Riprendo il mio vagabondaggio primaverile ed

estivo; non so ancora bene quale itinerario seguirò; ma è certo che,

all'andata o al ritorno, passerò da lei.

Quantunque io stia per rivederla, un senso di malinconia mi occupa

nell'atto di scriverle questa che è, per l'anno corrente, l'ultima mia

lettera. Tutte le fini sono malinconiche, comprese quelle delle cose

tristi. E quando penso che, nonostante le discordie e le liti, noi

abbiamo ragionato intimamente, durante circa sei mesi, di ciò che tanto

importa al cuore degli uomini; e che i nostri ragionamenti, senza farci

mutare opinione, ci hanno fatto molto pensare e molto ricordare; e che

pure pungendoci, noi abbiamo riso e ci siamo commossi ad un tempo, mi

duole che la nostra corrispondenza abbia ora a mancare. Chi sa quando la

riprenderemo e se la riprenderemo? Chi sa che cosa sarà accaduto di noi,

chi sa in qual altro modo penseremo di qui ad altri sei mesi?

Il segno dell'interrogazione è il gran simbolo del pensiero umano.

L'ignoranza e il dubbio sono lo stato abituale della nostra mente.

_Forse_ e _ma_ sono due grandi parole. Ella non si stupirà molto, è

vero, se col tempo, che fa mutare le idee dei saggi, io stesso muterò di

sentimento, che sono appena un dilettante?

Le asserzioni troppo rigide, le asseveranze troppo esclusive mi pare che

siano fatte apposta per provocare le smentite e le contraddizioni. E che

cosa penserà ella quando le avrò detto che ho messo tanto zelo nel

sostenere contro di lei certi concetti, appunto perchè ella li

ribattesse più vivacemente? Dirà forse: «L'avevo capito!...» Tutte le

sentenze umane si possono rivoltare, come un abito scolorito dalla

diritta, e fare ancora una discreta figura dalla rovescia. È proprio per

questa ragione che all'ultimo suo comandamento di concludere, io sono

dolentissimo di non poter obbedire. Se pur ella vuole che in un modo

qualunque io le risponda, le presenterò un mazzo di conclusioni tra le

quali ella non avrà da far altro che scegliere la più gradita. E le dirò

pertanto che l'amore sarebbe la più grande illusione se non fosse anche

la massima verità; l'origine d'ogni male e la fonte del solo bene; la

passione più forte e salda ma anche più debole e peritura. E le dirò che

questo amore importerà più dell'amor proprio, ma che l'amor proprio

importa sopra ogni cosa. E soggiungerò che i sentimenti dell'anima

vincono gl'istinti corporali quando questi non vincono quelli. E

finalmente le concederò che le donne amano meglio degli uomini,

avvertendo tuttavia che gli uomini amano meglio delle donne...

E non creda che, per lasciarle la bocca dolce, io le dica queste cose

scherzose. Tutte le opinioni sono legittime, e il continuo capovolgersi

di quelle che un po' troppo arbitrariamente noi chiamiamo verità non è

tanto argomento di riso quanto di dolore. Nel momento che le scrivo, il

miliardo e tanti milioni di creature che popolano il mondo giudicano la

vita, le passioni, gl'interessi ed i simili in un miliardo e tanti

milioni di modi diversi; fra un'ora il loro giudizio sarà mutato; come

concludere, pertanto? Quale sentenza, in mezzo a questo vertiginoso

caleidoscopio delle opinioni umane, sarà così larga, così profonda, così

immutabile da meritare l'universale consenso?

Quest'ansia di volere ma di non potere esprimere l'ultima verità della

vita è dolorosa; io direi anzi che è il massimo dolore se non mi fossi

vietato di formulare sentenze. Ciascun dolore sembra massimo; e come

dice un altro motto che ha il suo lato vero: al peggio non c'è fine.

Affermò il Poeta che il dolore maggiore è ricordarsi del tempo felice

nella miseria; e infatti il misero che rammenta la felicità perduta

crede d'essere arrivato al sommo della pena; ma il dolore di quello

sciagurato che non ha gioie neppure da rammentare non è anche maggiore?

Il bene perduto e ricordato, mentre è un nuovo motivo di cruccio, non

potrà essere anche argomento di qualche conforto? Ed ecco, mia cara

amica, che se io non posso concludere, come ella vorrebbe, con qualche

sentenza, posso e voglio concludere questa non breve serie di apologhi

con un apologo nuovo. Poichè ella si è degnata di dirmi che non le

dispiacciono quelle inchieste sentimentali e psicologiche esperienze

delle quali le ho riferito più volte i risultati, eccone un'ultima!

C'erano una volta tre uomini, i quali erano giunti tutti e tre insieme a

quell'età quando il cuore ed i sensi entrano nella calma foriera della

morte. Costoro s'incontrarono un giorno e parlarono dell'amore. Le

parole di tutti erano piene di tristezza. Un giovane che venne a

trovarli volle sapere il perchè della tristezza loro.

-- Tu vuoi sapere il perchè? -- disse uno. -- Odimi, adunque!... Io fui

giovane come te. La mia fronte nuda fu già cinta di chiome! Le mie

guance rugose furono fresche e colorite! La mia persona incurvata e

tremante già fu salda e diritta. Queste cose sembrano impossibili, è

vero? Quando noi vediamo un bambino ci sembra che egli non debba

crescere; non pensiamo che diventerà uomo. Così quando tu vedi un

vecchio come me non ti pare possibile che sia stato adolescente. Ebbene:

tu forse hai ragione! Io fui giovine d'anni, ma di ciò che forma

l'orgoglio della giovinezza nulla conobbi. Vedi: se io parlo con tanta

tristezza dell'amore, ciò è perchè, forse esempio unico al mondo, o se

non unico certamente rarissimo, io non conobbi l'amore. Intendi: io non

fui amato. Dentro all'anima mia c'era la lava di un vulcano; e non potei

dire a nessuna donna una sola parola appassionata. Quando udivo parlare

delle passioni degli altri, ne ridevo: tanto esse mi parevano scialbe e

meschine paragonatamente alle fiamme che mi struggevano. Quando

profanavo i miei sogni e le mie speranze comprando il piacere, piangevo

di dolore. Nessuna donna avrebbe compreso di che tesori di sentimento

ero ricco? Ed aspettai, ed aspettai, ed aspettai: invano! Mi mancò

l'ardimento? Qualcosa, nella mia faccia, negli occhi miei, dispiaceva e

respingeva? Non ti so dire. Nessuna mi amò. E io vidi il tempo

trascorrere, e come gli anni passavano la mia speranza diveniva più

tormentosa perchè tanto più difficile ne era l'ottenimento. E fino

all'ultimo, fin dopo che i miei capelli imbiancarono e caddero, io

sperai ancora, disperatamente; quando un giorno dovetti acquetarmi nella

rinunzia. Comprendi dunque bene; aver saputo dagli altri, aver letto nei

libri, aver visto e sentito che l'amore è la massima gioia, ciò che più

piace, ciò che più importa, e aver sperato d'amare come in sogno, e aver

perduta questa gioia prima d'assaporarla: non ti pare che io abbia

ragione d'essere triste?

Quando egli tacque disse l'altro vecchio:

-- Io l'assaporai! Io conobbi l'amore, un amore molto più bello, più

grande, più forte, di quello che i sogni rappresentarono a costui. Io

fui fortunato come nessuno al mondo mai; perchè ottenni l'amore d'una

creatura così rara, che se l'avessi formata con le mie proprie mani, se

le avessi spirato la mia propria vita, non avrei potuto farla migliore.

Ma questo amore, che io credetti eterno, finì; perchè niente sotto il

sole è eterno. E quando questo amore finì, io passai la mia vita a

cercarne un altro eguale, perchè senza un simile bene non potevo più

vivere -- e non potei più ritrovarlo. Come una piaga, allora, il ricordo

del perduto bene sanguinò nel mio cuore, inguaribilmente. Io avrei dato

senza esitare tutta la mia vita perchè solo un istante di quella

felicità tornasse: impossibile! Io non vivevo più del presente ma del

passato, e ogni giorno il passato era più lontano; tendevo ad esso

disperatamente le braccia e non potevo afferrarlo. Comprendi bene

dunque, o giovane, il motivo della mia tristezza? Avessi come costui

sconosciuto la felicità! Non la piangerei come la piango. Chi è nato

mendicando si rassegna alla sua povertà; ma chi fu già ricco come potrà

tollerare di vivere nell'indigenza?

E quando anche costui tacque, disse il vecchio che non aveva ancora

parlato:

-- Tutt'altra è la ragione della mia tristezza. Io non posso dire

d'avere conosciuto l'amore nella sola speranza, come costui che primo

parlò. Io non amai neppure una sola volta e non mi ridussi a vivere di

memorie come quest'altro. Io amai, riamai, più e più volte,

continuamente. Finito un amore un altro ne cominciava; e prima ancora

che il nuovo fosse morto della morte naturale, io stesso lo soffocavo

per assaporarne ancora un altro. Fu soverchio ardimento? Qualcosa nella

mia faccia, negli sguardi miei attirava e seduceva? Non so; ma quasi

tutte le donne che richiesi d'amore mi si concessero. E più amavo, più

ero ansioso d'amare; e quando la stanchezza doveva fiaccare i miei

nervi, una specie di furore li esasperava, e nulla potè mai arrestarmi:

nè le lacrime delle supplicanti, nè le minacce delle furibonde, nè il

pericolo che io stesso correvo: il pericolo che la mia fibra e la mia

stessa ragione non resistessero allo spaventevole abuso. Finchè un

giorno questo effetto immancabile si produsse; e il male e la pazzia

m'agguantarono stretto. Guarii, come vedi; ma per miracolo, e forse

perchè potessi dire a te, a costoro ed a tutti gli uomini una verità

spesso intuita, ma troppo disconosciuta. Sai tu il perchè dell'avidità,

dell'ingordigia mia, dell'ansia implacabile che mi faceva moltiplicare

tumultuariamente le prove? Ascolta, o giovane, e impara. Mi fu troppe

volte ripetuto che l'amore è l'unica cosa degna d'essere desiderata, la

sola sorgente del massimo piacere; la più grande e la più divina

delizia. E quando io conobbi l'amore, ne godetti, sì, molto; ma

paragonando il godimento ottenuto con quello che avevo imaginato e che

m'avevano promesso, trovai che la realtà non raggiungeva l'imaginazione;

e, senza paragonare l'aspettazione all'ottenimento, trovai che queste

gioie dell'amore, quantunque grandissime, non erano sempre e tutte pure,

e che talvolta il piacere costava troppo ed era troppo vicino al

disgusto. E allora volli riprovare, perchè io dicevo tra me: «È

impossibile che m'abbiano ingannato! Se tutti m'han detto a una voce che

l'amore è la somma gioia e il piacere sovrano, e se io non ho potuto

confermare questo giudizio, vuol dire che sono stato disgraziato, che

sono capitato male; bisognerà pertanto rivolgersi altrove». E

ricominciai ad amare, e poi ricominciai un'altra volta, e poi un'altra

volta ancora, sempre più scontento e sempre più ansioso; perchè la

distanza fra la promessa e l'ottenimento invece di scemare cresceva. Ma

accadeva ancora un'altra cosa, più triste, inesplicabile e quasi

diabolica: che, quando io uccidevo uno di questi amori dei quali ero

troppo scontento e nauseato per cercare in un altro il paradiso

aspettato, allora l'amor nuovo e attuale che doveva darmi il paradiso mi

repugnava, e il vecchio, il morto, l'amore che io stesso avevo ucciso,

risplendeva nella mia memoria, purificato, nobilitato, così allettante

come la speranza d'amare. E questo fu ed è il maggior dolore: d'aver

tanto amato senza apprezzar mai giustamente l'amore. Perchè, o giovane,

l'imaginazione distende nei cieli dell'anima questi miraggi, e quando tu

ti guardi intorno vedi tutto povero e arido come in un deserto; ma se

spingi dinanzi a te lo sguardo o se ti volgi indietro, nell'avvenire o

nel passato, come costoro, tu vedi solamente spettacoli degni. Diffida

dunque delle speranze troppo grandi, guàrdati dalle memorie troppo

abbellite; e, nell'amore come in tutta la vita, non esagerare.

Gli amori · 第 36 / 38 题