LETTERE DI COMMIATO

La sua supposizione potrebbe anche essere, contessa mia carissima,

conforme al vero. L'amore è mortale, e la sua morte, quantunque

tristissima sempre, pure sarebbe sopportabile se avvenisse ad una stessa

ora nel cuore dei due amanti. Ma, per colmo di sciagura, questo

sincronismo è molto difficile, e più spesso la passione tramonta da una

parte quando ancora splende dall'altra; allora lo strazio di chi ama

senza più essere amato è troppo grande e veramente insopportabile. Ed

ella dice che il mio confidente, del quale le narrai ultimamente la

storia, sapendo queste cose, preferì cercare un qualunque pretesto per

trascurare la donna amata piuttosto che correre il rischio d'essere

trascurato da lei. Ripeto che la sua spiegazione è plausibile. Le

tempeste che si scatenano nel cuore degli abbandonati sono cosi

spaventose, che non è da stupire se un'anima veramente e delicatamente

amante finisca d'amare o si riduca ad amare come il più volgare egoista

pur d'evitare l'immenso pericolo. Io incorsi altra volta nel suo sdegno

sostenendo che gli uomini amano meglio delle donne: voglio ora

guadagnarmi la sua lode affermandole che, nell'abbandono, soffrono molto

più le donne degli uomini. Ma forse noi attaccheremo un'altra volta lite

quando io le avrò spiegato che le due proposizioni, apparentemente

contrarie, sono in fondo, tutt'una.

Consideriamo infatti una coppia amante. Se con la cifra 10 esprimeremo

l'amore complessivo di questa coppia, io dico che l'amore dell'uomo è

rappresentato da 7, e quello della donna da 3 -- meno della metà! -- Or

dunque, se quest'uomo perde un bel giorno -- bello per modo di dire! --

l'amore di questa donna, il suo dolore sarà grande, ma non tanto grande

come quello che proverebbe invece la donna, se fosse costei abbandonata

dall'uomo. Infatti, dato che l'uomo ami come 7 e sia riamato come 3,

anche durante il tempo felice egli prova un secreto scontento ed è morso

da un qualche dolore, perchè l'amor suo non è ripagato esattamente;

perchè questa donna non è tanto sua quanto ei vorrebbe e quanto egli

stesso è di lei. Nel perderla del tutto il suo dolore cresce senza

dubbio oltre misura; pure egli non è stupito; egli è quasi preparato

alla perdita di una creatura che non ha mai sentita tutta sua. Per

averla -- in parte! -- egli ha dovuto pregare, supplicare, tendere la

mano: ella gli ha fatto quasi un'elemosina; il mendico cui il ricco,

fino a un certo segno generoso, non vuol più fare la carità, è forse

stupito di non avere più come sfamarsi? Egli torna quasi rassegnatamente

al suo destino, che è l'indigenza!... Se noi consideriamo invece la

donna, vediamo che le cose stanno precisamente al contrario. Costei ha

visto sempre l'uomo, tutti gli uomini, pregare, supplicare, tendere la

mano: come potrà rassegnarsi a essere trascurata e sdegnata? Quest'idea

non entra nel suo cervello. Poichè amando come 3 ella è ripagata d'un

amore come 7, la sua soddisfazione -- di vanità più che d'amore, ma la

vanità importa più che l'amore! -- è stata immensa; ella non può

prevedere che il sovrabbondante amore di quest'uomo abbia a un tratto da

ridursi minore del suo e da cessare del tutto. Abbandonata, pertanto,

ella darà in ismanie convulsive, e molto difficile sarà l'opera di chi

vorrà sedarla. La duchessa di San Severo riuscì una volta in

quest'ufficio; e per non insistere nelle teorie che ella rifiuta di

ammettere le voglio narrare piuttosto la storia.

Emilia di Sclafani, spinta alla colpa da un serpente del quale non so se

ella più si rammenta, fu un giorno tradita e congedata dall'amante suo.

La duchessa di San Severo se la vide venire dinanzi come una pazza, e

dire e far cose da pazza: piangere, gridare, ridere, imprecare, mordersi

le mani, strapparsi i capelli. La vecchia dama, che ha molta esperienza,

lasciò che il primo impeto del dolore si sfogasse; poi, quando l'altra

apparve, non dirò più tranquilla, ma stanca, le domandò:

-- Che pensate dunque di fare?

Emilia, rimasta a capo chino, con gli occhi immoti come attirati

magneticamente da qualche visione, con le mani strettamente afferrate ai

bracciuoli della poltrona, si scosse a un tratto con un brivido e un

sibilo, portò la destra alla fronte e rispose:

-- Lo so io, forse? Ho una tempesta qui dentro... Sento che mi picchiano

sulla fronte, sulle tempie, sul cranio, ferocemente, spietatamente... La

febbre mi brucia... Mi par d'impazzire...

-- Suvvia, coraggio!... -- esclamò la dama scotendo un poco la sua bella

testa tutta bianca, con un'espressione piena d'indulgente compatimento,

come dinanzi all'irragionevole cordoglio d'una fanciulla inesperta. --

Fatevi animo!... Non è poi cascato il mondo!... Sapete che non vi

riconosco?

-- Se non mi riconosco neppur io stessa!... Se tutto mi manca d'intorno!

Se non vedo più uno scopo alla mia vita! Se qualcosa si è spezzato nel

mio cervello, nel mio cuore, in tutto l'esser mio!..... Calma? Coraggio?

Ho cercato d'averne. Ho detto a me stessa, precisamente, che il mondo

non è poi cascato. Ho pensato ad altri dolori, un tempo creduti

inguaribili, ed ora dimenticati a segno da ridere della loro cagione; mi

son vista con gli occhi della mente di qui a qualche mese, uscita sana e

forte della triste prova, forse anche contenta che tutto sia finito

così. Ho chiamato a raccolta tutta la mia ragione, tutta la mia

esperienza, per convincermi che non bisogna chiedere alla vita,

all'amore, alle creature umane, più di quel che possono dare. Ho detto a

me stessa: «Credevi tu dunque davvero che quest'uomo t'avrebbe amata

eternamente? Che cosa c'è d'eterno in noi? Non hai tu sorriso degli

affidamenti superbi? Poni una mano sulla tua coscienza: alla lunga, non

avresti finito d'amarlo anche tu? Sii ancora più sincera: non cominciavi

a sentirti già stanca?...

-- Brava! -- interruppe l'altra, approvando insistentemente con una

mossa del capo -- Brava, questo si chiama farsi una ragione...

-- Ho pensato tutto ciò ed altro ancora... Mi sono affacciata alla

finestra, ho considerato un istante la calma sovrumana di questa sublime

natura, delle Alpi nevose imbiancate dalla luna, del lago terso ed

immobile come una lastra, delle miriadi di stelle splendenti da miriadi

di secoli nell'etere infinito. Ho compreso, nel tempo d'un baleno, la

vanità di tutto ciò che è umano, dei dolori, delle gioie, delle passioni

dalle quali sono travagliati questi atomi agitantisi un attimo sopra un

granello di sabbia; ho visto sparire me stessa, l'umanità, tutta la

terra, nel turbine formidabile che soffia sulla polvere dei mondi... Ho

bevuto avidamente l'aria fredda, ho richiuso la finestra, sono andata al

tavolino, e gli ho scritto una lettera.

-- Che cosa gli avete detto?

L'altra parve non aver udito. Restava ancora assorta, come prima,

guardando dinanzi a sè; e nel rilassamento dei muscoli del viso, nella

piega sottile degli angoli delle labbra, si leggeva una tristezza così

profonda, una contemplazione così sconfortata di qualcosa di pauroso e

d'ineluttabile, che la duchessa non ardì ripetere la sua domanda. Emilia

si riscosse alfine e riprese:

-- Ho scritto una lettera, non l'ho mandata. Non so neppure se potrò

rileggerla per ricopiarla..... Guardi, piuttosto...

Tratto di tasca un minuscolo taccuino di cuoio rosso e tolto il piccolo

portamatita d'oro che lo chiudeva, ella voltò alcune pagine, fermandosi

ad una che era ricoperta non tanto di caratteri quanto di segni informi

tracciati con rapida mano.

-- Che notte è stata per me!... -- esclamò, a bassa voce, guardando quel

foglio e come rispondendo ad un intimo pensiero. Poi, volgendosi alla

duchessa: -- Avrà la pazienza, -- le domandò, -- d'aspettare che io

decifri questa lettera?... Io gli ho scritto così: «Mio buon amico...

Anche ora, e come sempre, voi avete ragione. Vi rammentate quante volte

mi ripeteste queste parole, nel corso delle discussioni che sorgevano un

tempo fra noi?... Adesso sono cambiate le parti e tocca a me riconoscere

che la ragione è con voi! Vedete che sono giusta, e che le vostre

adulazioni di un tempo non m'hanno guastata. Mentirei se vi dicessi che

questa saggezza non mi costa nulla; ma mi dorrebbe egualmente che aveste

a provare un rimorso per ciò. La ragione ha spesso qualche ostacolo da

vincere prima di farsi accettare; ma, in cambio, il suo riconoscimento

procura sempre allo spirito un senso di forte serenità... Io non so

precisamente che cosa sono stata per voi -- potrei, è vero, rammentarvi

tutto quel che me ne avete detto voi stesso; -- ma parrebbe allora che

io mi lagnassi, e nulla è più lontano dal mio pensiero. Comunque, voi

forse rammenterete, qualche volta, senza troppo pentirvene, le ore che

passaste al mio fianco; da parte mia ne serberò sempre un dolce ricordo.

È vero altresì: quella felicità avrebbe potuto durare più a lungo; ma

ciò non era in potestà vostra nè mia. Bisogna accettare la vita com'è,

con tutte le sue leggi; e stimarsi fortunati se, fra i tanti giorni

vuoti, fra i molti amari, essa ce ne concesse qualcuno di gioia. Grazie

a voi io ne ho visti sorgere molti, più di quanti potevo ragionevolmente

aspettarne; fate assegnamento sulla mia più sincera gratitudine. Fate

assegnamento ancora sulla mia amicizia più fedele: giovatevi di me

sempre che potrò esservi utile, e credetemi, con una cordiale stretta di

mano...»

-- Benissimo! -- interruppe vivacemente la duchessa. -- Mi piace la

vostra lettera, sapete! È la lettera d'una donna che sa vivere, che

conosce la vita!...

-- A qual prezzo? -- disse l'altra con un ambiguo sorriso. -- A prezzo

di quanti dolori?... E si può dire di conoscerla mai abbastanza?...

Perchè, guardi, questo è il suggerimento della logica, del buon senso;

ma se io l'amo ancora quell'uomo? Se il cuore mi sanguina, rileggendo

queste fredde parole, queste frasi studiate, dopo le lettere pazze che

gli scrivevo fino all'altr'ieri? Se non posso, _non posso_ rassegnarmi

all'idea di perderlo, dopo quel che mi costa, dopo quel che siamo stati

l'uno per l'altra? Ma non è vero che io prevedessi di non poterlo più

amare, non è vero che io fossi già stanca; se pensai così fui sciocca,

fui stolta, perchè non potevo giudicare della forza di un amore non

ancor messo alla prova...

-- Badate: qui sotto potrebbe nascondersi quell'illusione molto

frequente che consiste nell'apprezzare una cosa per il solo fatto

d'averla perduta.

-- Illusione, realtà: dove cominciano? dove finiscono? -- disse la

giovane, voltando un foglio del suo taccuino. -- Vi sono certe realtà

delle quali neppur ci si accorge, e certe illusioni che ci mantengono in

vita.... Io sento di non poter vivere senza quest'essere che è stato

tanta parte, la miglior parte di me. Io sono impegnata da un giuramento,

ed egli pure.... È una cosa sacra, il giuramento; non si può calpestare

così. Ho il dovere di rammentarglielo; egli mi ascolterà, perchè ne

soffre anch'egli! Io non sono stata eloquente abbastanza; se ha

rifiutato di cedere, il torto è mio che non ho saputo assicurarlo della

forza di quest'amore. Forse in questo momento, mentre mi struggo per

lui, anch'egli anela di rivedermi, anch'egli vorrebbe chiamarmi. Un

senso di falso amor proprio ci ha trattenuti: una sola parola basterà a

dissipare quest'incubo.... «No....» continuò Emilia, riprendendo a

leggere nel suo taccuino, «non è vero, non è possibile che tu m'abbia

detto quelle parole. Certe volte i sogni hanno l'intensità della vita

vissuta: io ho sognato. Tu sei sempre l'amor mio forte e soave; se anche

volessi, non potresti, intendi? lasciarmi. Tu hai dimenticato un momento

quel che sono stata per te; ricordati, vedrai se ho ragione! Tu m'hai

detto, colle tue labbra, che io sola t'ho compreso, io sola t'ho

compianto, io sola ho cancellato i tuoi lunghi dolori, io sola ho

compensato le tue infinite amarezze, io sola ti ho fatto pianger di

gioia. Tu non me l'hai detto soltanto: io ho visto le tue lacrime, io ho

pianto con te. Tu hai voluto riscattare col tuo sangue il mio pianto;

ora, comprendi, quando ciò è avvenuto fra due creature, esse non possono

dividersi più. Vedi bene che noi siamo legati per la vita e per la

morte, come tu mi giurasti, com'io ti giurai. Ed ascolta: vienimi

accanto, metti la tua mano nella mia, reclina il tuo capo sul mio petto:

ti ricordi quante volte, restando così, tu mi chiedevi di dirti che cosa

eri per me, _com'era fatto_ il bene che ti volevo? Ti ricordi come

t'aprivo il mio cuore, come _pensavo a voce alta_; e come t'estasiavi a

quelle prove d'amore che tu stesso mi suggerivi, senza avvedertene?

Ebbene: nessuna di quelle prove era seria, nessuna aveva valore: la

prova vera, la prova grande, la prova unica io posso dartela ora,

amandoti ancora, amandoti più dopo quel che m'hai fatto: ora soltanto tu

puoi credere a questa passione e andarne superbo. Quante volte m'hai

fatto giurare che non avrei mai avuto secreti per te! che t'avrei

mostrato sempre tutti i moti più intimi del mio cuore, tutti i miei

pensieri più reconditi! Vedi dunque che tu _devi_ sapere quel che provo

ora: lascia che te lo dica; farai, dopo, quel che vorrai; mi lascerai

ancora, se ti piacerà.... No; tu non farai così.... Ascolta ancora. Se

tu hai riacquistata la tua fede unicamente per me, io sola, fra quanti

ti circondano, ho creduto in te. Non lo sai? Dicono che i tuoi sguardi

sono falsi, che le tue labbra mentiscono, che l'anima tua è corrotta....

Io sola ho creduto ad ogni tua parola; non è vero che io sola ho letto

in fondo al tuo limpido sguardo? Che cosa sanno gli altri di quello che

so io? Ma non fare che anch'io disperi di te; non disperare tu stesso:

sarebbe troppo triste, troppo malvagio. Provami ancora una volta che ho

avuto ragione, abbii fede in te stesso!... No; non mi dar retta! Ho

avuto torto di scriverti queste cose. Ma se non so più quel che dico!...

Ah! potessi vederti un istante!... Non ti direi più nulla; credo che

morirei ai tuoi piedi.... Una volta io ti dissi: «Come sai bene

pregare!...» Ti ricordi quando te lo dissi?... Ebbene, oggi son io

quella che ti prega: io ti supplico, ti scongiuro, in nome di Dio,

dell'amor nostro, di tutto quel che hai di più caro al mondo, per i tuoi

stessi dolori che io ho divisi, per la memoria dei tuoi poveri morti che

io ho amati, per la morte che può cogliere d'istante in istante noi

stessi, ti scongiuro di non abbandonarmi, di ascoltarmi.... di lasciare,

almeno, che io pianga un'ultima volta al tuo fianco....»

La voce della giovane tremava un poco; il suo sguardo velato si

distoglieva dalla carta, intanto che la duchessa, visibilmente commossa

anch'ella, esclamava:

-- Come l'amate!

Ma a quelle parole, come quando una brezza sottile increspa la

superficie delle acque, la fisonomia di Emilia si venne corrugando fino

ad atteggiarsi ad una sottile ironia.

-- Come l'amo!... -- ribattè ridendo. -- Vuol dire come sono sciocca!...

Deve bene trionfare costui, è vero? vedendo la mia disperazione; deve

ben sorridere di vanità soddisfatta!... Il suo amor proprio sarà, senza

dubbio, gradevolmente solleticato dallo spettacolo del mio cordoglio....

-- Allora il vostro amor proprio s'impenna....

-- Allora la mia tenerezza, la mia sommessione, la mia fiducia, tutti i

miei buoni movimenti sono dispersi dallo sdegno, dall'odio, dal bisogno

feroce di dirgli in faccia che non so che farmi di lui, che egli

s'inganna stranamente se ha creduto al mio dolore!

-- E dopo la lettera d'implorazione, ne avrete scritta un'altra di

sprezzo...

-- Ciò che ho scritto è appena la millesima parte di ciò che ho pensato.

Ella si stupisce delle mie contraddizioni? Non le pare possibile che io

passi dalla ragionevole rassegnazione alla passione disperata,

dall'umile preghiera alla rivolta sdegnosa?...

-- Non mi stupisco affatto: nulla di più umano che la contraddizione e

l'assurdo.

-- Io sento dentro di me dieci, cento donne diverse, una moltitudine di

esseri ciascuno dei quali vorrebbe operare a sua guisa. E il più strano

è che tutte costoro non parlano già ad una per volta, ma insieme! Lo

scritto ha il torto di non far vedere questo tumulto...

-- Consolatevi pensando che anche la parola sarebbe impotente.

-- È vero! La nostra mente è un abisso!.. Io dovrei dunque implorare

costui, per dargli la soddisfazione di respingermi ancora? Ma è una cosa

ridicola! Qual donna al mondo ha mai pregato un uomo così? Io potrei

implorarlo se fosse un altro, se non fosse una creatura malvagia e

bugiarda. Perchè hanno ragione gli altri; e la sciocca son io! Come ho

potuto prenderlo sul serio e soffrire tanto per lui? Ed egli avrà riso

di me!... Ma se non l'amavo più! Se ero così stufa da non saper che

inventare per evitarlo! Se non l'ho amato mai!

-- Oh, questo poi...

-- Ma sì, ma sì!... Anche al tempo del nostro idillio io ridevo talvolta

fra me delle mie declamazioni! Allora soffocavo le risa; ora esse

soffocano me! Ora ho bisogno di prendere la mia rivincita! Ma quel che

ho tentato di scrivergli non può dare la più lontana imagine di quel che

mi ribolle dentro...

-- La vostra lettera dice?...

-- «Caro signore, le sono oltremodo obbligata della iniziativa da lei

presa, tanto più che m'ha risparmiato il fastidio di prenderla da me. La

buffa commedia che abbiamo rappresentata insieme minacciava di finire

tra le fischiate della platea: era proprio tempo di smettere. Non è da

dire per questo che essa non m'abbia dato un bel da fare! Mi sono, come

si dice, stillato proprio il cervello per mettermi nei panni del mio

personaggio; ho soffocato una quantità prodigiosa di sbadigli per

mantenere un contegno decente; e il più comico è questo: che m'accorgevo

benissimo di sprecare le mie fatiche, perchè ella sbadigliava senza

tante cerimonie, spalancando talmente la bocca, soffiando così forte,

che era, anzi non era un piacere vederla. Ella per il primo non credeva

a ciò che le dicevo: è stata una delle rare prove di spirito che m'abbia

date. Gli elogi della gente l'hanno guastato, caro signore; ella s'è

formato, intorno ai suoi _mezzi_, un concetto, mi consenta di dire,

molto esagerato. Oramai ci conosciamo _intus et in cute_, si scrive

così? e non abbiamo più nessuna ragione d'ingannarci scambievolmente. Il

suo spirito è, creda pure, molto inferiore all'opinione che ne ha ella

stessa; riconosco però che ne possiede abbastanza, e spero che ne

mostrerà ancora un poco nella circostanza presente, non credendo neppure

alla scena che le recitai l'altro giorno. Mi premeva di fare certe

osservazioni, volevo verificare certi miei antichi convincimenti:

addebiti a tutto ciò la mia soverchia insistenza. Non importa: debbo

averle fatto l'effetto di una famosa seccatrice! Questo pensiero la

conforti: che non sarò mai più tentata di occuparmi di lei -- glie ne do

parola d'onore! Del resto, se l'ho seccata, debbo anche averla fatta

ridere un numero infinito di volte; sono però in dovere di aggiungere

che il ricordo di certe sue sciocchezze allieterà i miei giorni più

tardi... Probabilmente questa mia lettera le parrà poco sentimentale: ma

le sentimentalità, signor mio, sono una cosa, e la verità è un'altra. La

verità è che ella m'ha dato ciò che poteva darmi, e che io l'ho pagato

abbastanza. Adesso ciascuno proseguirà per la sua strada. Si diverta

sempre -- e le nostre menzogne ci siano rimesse!...»

-- Eh!... non c'è mica male!... -- esclamò la duchessa con un fine

sorriso.

La giovane rimase un poco a capo chino, senza dir nulla; poi, passatasi

lievemente una mano sulla fronte, disse, molto piano:

-- Ma sa lei che cosa ho provato nello scrivere questa lettera?... Che

cosa provo adesso dopo averla riletta?... Un secreto scontento, un

pentimento addolorato, quasi un rimorso. Mi par d'avere, con sacrilega

mano, profanato tutto quel che c'era di più puro in fondo al mio cuore.

Io potrò accusare quest'uomo, io potrò disistimare la creatura che si è

rivelata improvvisamente in lui; non potrò dimenticare le divine

commozioni che m'ha procurate. Comunque egli sia fatto, è stato per me

l'oggetto di un culto; qualcosa delle virtù che gli ho attribuite è

rimasta in lui, come qualcosa della santità che i feticisti vedono

nell'idolo di cartone resta in esso e lo sottrae alla derisione degli

stessi miscredenti... Poi, io penso che quest'uomo, come tutti gli

altri, non è responsabile di quel che fa; penso che forse ne sarà

punito, un giorno, più crudelmente che io oggi non possa imaginare... E

tutto quel che c'è di buono in me protesta contro i propositi di

vendetta, m'ispira invece una grande compassione per quest'anima

ammalata... Senza tornare ad illudermi sul prezzo che ha potuto dare

all'amor mio, penso che non sono stata per lui un'indifferente, che egli

ha avuto fede, almeno per qualche tempo, nelle mie parole. Allora

giudico che sarebbe degno di un'anima non volgare il dimostrare come,

nonostante i torti ricevuti, di questa fede si voglia sempre essere

meritevoli...

-- In altre parole, voi volete fargli vedere che siete migliore di lui!

-- Sarà forse questo il secreto movente: che importa? Una buona azione

non diventa già cattiva perchè ci torna comodo compierla...

-- Certamente! Così avete abbozzato un'altra lettera ancora?

-- Sì, ed è questa... -- Sfogliato il suo taccuino, la giovane riprese a

leggere: -- «Voi non volete più rivedermi: parto oggi stesso. Ho l'anima

straziata; se voi poteste soltanto imaginare quello che soffro, vi farei

molta pietà. Tuttavia, qualunque sia il male che voi m'abbiate fatto,

vo' dirvi, prima di lasciarvi, che non vi porto odio o rancore. La mano

che oggi colpisce è la stessa che un giorno si distese a soccorrermi;

non potrò dimenticarlo mai. Non vi dico questo per intenerirvi: nessuna

speranza mi sorregge, capisco bene che tutto è finito, per sempre. Come

sarà triste la vita che comincerà domani per me! Come potrò sopportare

il ricordo dei giorni luminosi nell'oscurità che m'aspetta?... Sarà di

me quel che vorrà Dio -- e perdonatemi ancora questo momento di

commozione. Se l'avvenire è incerto per me, potrà anche darsi che ore

dolorose vengano per voi: un giorno potrete aver bisogno di qualcuno che

vi stia al fianco, che stringa la vostra mano, che v'infonda coraggio.

Io desidero ardentemente che questo giorno non sorga; ma, se dovesse

arrivare, ricordatevi di me. Dovunque io sia, venite: nulla potrà

impedirmi di accogliervi come s'accoglie un fratello...»

-- E' bello ed è nobile ciò che voi avete scritto! -- disse la duchessa.

-- Però, se nel vostro cuore si combatte una così fiera battaglia, quale

di queste lettere vi risolverete a spedire?

-- Lo so io, forse? -- ripetè la giovane. -- Se fossi capace di

decidermi non ne avrei scritte tante!... A lei stessa, mia buona amica,

io ardisco chieder consiglio...

La vecchia signora fece con la mano un breve segno di rifiuto.

-- Non è un argomento intorno al quale se ne possano dare.

-- Perchè? Io sono ridotta, non vede? in tale smarrimento d'animo, che

non so più discernere da me la via giusta: una parola suggeritami da una

persona superiore come lei mi toglierebbe da questa dolorosa incertezza,

mi farebbe un gran bene...

La duchessa restò un poco in silenzio; poi, guardando negli occhi la sua

compagna, le domandò:

-- Allora, voi farete quel che vi dirò?

-- Può esserne certa.

-- Ebbene: se non vi dispiace, riassumiamo in poche parole la vostra

situazione. Voi siete stata abbandonata da un uomo. L'avete amato, ma

cominciavate ad essere stanca di lui; dopo la rottura la vostra passione

si è ridestata. Voi avete scritto quattro lettere che definiscono i

principali sentimenti cozzanti adesso nel vostro cuore: in una vi

rassegnate filosoficamente, in un'altra implorate con grande calore, la

terza è l'espressione della sprezzante ironia, l'ultima d'una tenerezza

pietosa e disinteressata. Va bene?

-- È così.

-- Però, scrivendo tutte queste lettere una secreta idea vi ha guidata:

quella di vivere ancora nel cuore o nella memoria di quest'uomo, di

produrre un'impressione nell'animo di lui, di obbligarlo a ricordarsi di

voi, per ammirarvi, per rimpiangervi. Ora voi volete sapere da me in

qual modo potrete raggiunger meglio l'effetto.

-- Può darsi che sia per questo; ma siccome, qualunque di queste lettere

io manderò, è quasi certo che sarò lasciata senza risposta, imagini che

si tratti di prender commiato soltanto.

-- O per prender commiato, o per quell'altra ragione, il partito è uno

solo.

-- Quale lettera debbo dunque mandare?

La vecchia dama rispose:

-- Nessuna.

Gli amori · 第 35 / 38 题