Regem cui omnia vivunt, venite, adoremus!
Venerdì Santo: per la speranza e contrizione cattolica, santo, oggi,
come non fu mai. Nell'eterna corsa sulla sua orbita, la terra continua
ormai da anni a rigare di sangue gli spazi, povera cometa dalla
chioma purpurea, come se per atroce malattia essa dovesse sbianchirsi
e vuotarsi prima di abbandonare per sempre la sua via cosmica e
precipitar sgretolata nel nulla, donde fu tratta.
C'è uno sguardo di Creatore che segua nella macabra corsa questo nostro
derelitto pianeta che non chiese a nessuno d'esistere ed ospita esseri
irresponsabili della loro natura? — C'è chi raccolga l'immenso grido
di dolore, d'invocazione, di preghiera che esso lascia dietro sè nello
spazio, come urlo di bolide nell'atmosfera squarciata? — Una Suprema
Potenza che imponga «basta!» all'infernale «nostro vecchio buon Dio»,
la cui esistenza è invece purtroppo certa ed indiscutibile, c'è o non
c'è?
Sì: c'è: ci deve essere; ce lo assicura il lungo stuolo di donne
vestite a lutto, di bimbi senza sorriso, di vecchi il cui occhio spento
s'è ravvivato per ambascia al lampo della ritrovata fede; uno stuolo
che oggi, sotto un mite cielo velato, si reca ancora a pregare Colui
che, ci dissero, diede il suo sangue per salvarci dal male: un male
forse infinitamente minore dell'orrendo male di oggi....
C'è: — afferma questa folla di credenti — Chi ne dubita, bestemmia — Se
non battè ciglio quando i suoi templi vennero profanati e distrutti,
i suoi ministri uccisi, le sue spose spirituali oscenamente rapite a
Lui, e quando sterminate orde di scienziati selvaggi, in nome del loro
«vecchio buon Dio» annientarono sghignazzando patrimoni di diritto,
d'arte religiosa, di morale e di civiltà senza che nessun anatema,
nessuna scomunica le colpisse mai, è perchè noi — noi non luterani,
non mussulmani, non ortodossi — avevamo troppo peccato ed Egli è
inflessibile — _quantus tremor est futurus, quando Iudex est venturus_
— nel suo castigo.
O voi che dubitate, mortificate il vostro spirito come noi,
purificatevi nella penitenza come noi, pregate come noi, venite con noi
nel Suo tempio dove s'effonde la Sua infinita bontà... Venite! È questo
il primo Venerdì Santo da che noi liberammo dagli Infedeli il Santo
Sepolcro del Suo figliuolo. — Egli ce ne ricompenserà... Venite!...
* * *
E uno dei massimi templi di Parigi si riempie a poco a poco di buone,
fidenti creature, senza peccato come i primi cristiani. — Nel supremo
atto della Passione esse vengono — _cor contritum quasi cinis_ — a
porgere in olocausto al Redentore lo strazio dei loro cuori, umilmente
esaltando la divina volontà. Qui non son più le meravigliose donne
di Francia che all'annunzio della perdita d'un figlio alla fronte,
chiedono «Quale dei tre?» con sublime calma: qui dove è scritto a
lettere d'oro «O voi che piangete, venite a me» — esse, ubbidendo al
richiamo, son venute infatti a piangere, nascoste nelle tenebre rituali
delle navate sulle quali una luce filtrata dalle antiche vetriate
gotiche, getta qua e là qualche iride vivida.
Gli spazi vuoti si restringono, l'umanità dolorante s'accalca e le
file dei pilastri emergono ormai come da una marea nera, agitata tutta
dall'impercettibile fremito della preghiera.
Laggiù in fondo, la rada costellazione delle candele intorno al Cristo
morto, crea come una mistica sfera di luce e gli occhi vi si fissano,
spalancati da una fede fervida. Ed è proprio là, tra quella luce, che
nascono le care visioni dei morti di Verdun, della Somme, dell'Avre,
circondate da aureole d'oro. È da là che essi rispondono a mille
disperate chiamate, sorridendo col loro calmo sorriso di morti. —
Sono migliaia ma nessuno ottenebra la visione dell'altro: infiniti ed
uno....
Uno! _Et lux perpetua luceat eis_...
* * *
La cupa sonorità del tempio, ingrandisce i minimi rumori: lo scatto
stridulo delle sedie si alterna coi colpi di tosse mal repressi, coi
gemiti appena trattenuti; gli amen d'un piccolo chierico che segue il
sacerdote ufficiante lungo le stazioni della Via Crucis, squillano
e riecheggiano alti come note soprane su un leggerissimo accordo. E
un'atmosfera mistica, fatta d'incenso, di fumo di ceri, di passione
umana tanto intensa da sembrar quasi materializzata e compressa tra le
volte del tempio, grava su migliaia di teste chinate da una reverenza
senza nome, immobilizzate da una preghiera assoluta, dimentica del
corpo, ascendente da spirito a spirito: _In manus tuas, Domine,
commendo spiritum meum..._
... Il singhiozzo del Cristo che muore...