VI.

La sconosciuta mia compagna non ha interposta una parola durante il

lungo racconto: e ha continuato a tacere anche quando la folla ci ha

ripresi nel suo gorgo. Le domando se ha compreso...

— _Yes, every single word_ — Sì, ogni singola parola. — E continua

a trascinarmi tra le maschere, assorta in una interna visione che

prolunga il suo silenzio, non ostante io cerchi di distrarla parlandole

delle tante piccole scene che capitano sott'occhio nell'anfiteatro

sempre aperto dell'umanità, e questa sera più aperto che mai.

— _Well... I don't care a bit..._ — Non me ne importa nulla — mi

risponde di quando in quando, guardandomi con uno strano sguardo di

maschera triste.

Ma ecco una coppia di maschere che rifluita dalla cerchia frenetica del

ballo, viene ad urtarsi malamente contro di noi. Un gancio del costume

dell'uomo, morde, nell'urto, sull'orlo della cappa di seta della

giovane inglese e ne lacera un lembo.

Se da vari segni sicuri non avessi già potuto intuire la fine casta

della mia sconosciuta compagna, ne avrei ora un'assoluta conferma.

Arretrata di uno o due passi dall'urto scomposto, ella non guarda

nemmeno il malaccorto individuo che l'ha urtata: la tranquilla mossa

della sua testa incappucciata dice che è bene non accordare la minima

attenzione alla volgarità. E distrattamente, con imperturbabile calma,

ella finisce di lacerare il lembo di seta che pende dalla sua cappa.

Ma al momento di gettarlo via, trattiene il suo gesto e si ferma

indecisa. Il frastuono della musica è assordante e non riesco sulle

prime a udire qualche cosa che ella mi mormora quasi con timore.

La prego di ripetere più forte: e lo sforzo che ella fa per elevar la

voce, riempie di sorriso la celeste purezza dei suoi occhi.

— Vorrebbe lei accettare come portafortuna questo miserabile cencio

contro le terribili cose del mare? È ridicolo quello che faccio, lo so

— ma sono una maschera superstiziosa. Lo tenga indosso, in una tasca.

Non rida: vedrà che le andrà tutto bene...

— Ma non rido affatto...

— Riderà dopo e dirà: Che sciocche queste inglesi in maschera!...

— Neanche per sogno.

— E allora che ne pensa?

Penso... Ah! è difficile a dirsi. La guerra ha bruciate in me tutte

quelle parole che avrei trovate subito all'epoca nella quale il mondo

non era ancora travolto dall'attuale follia criminale. Da lungo tempo

non ho vissuto che d'odio, distruzione e morte e mi sembra che per una

legge fatale imposta all'uomo da volontà eccelse e troppo miscredute,

noi e il nostro piccolo pianeta esaurito, dobbiamo sgretolarci e

sparire. Dobbiamo lanciar libera la nostra orbita ad altri corpi

vergini, popolati da esseri semplici, intatti, per i quali non vi sarà

più alcun peccato d'origine e che non sapranno mai nulla degl'infami

assassini che turbinarono nello spazio prima di loro. Guerra? che

guerra! È una parola nostra, questa. E noi chiamiamo così un cataclisma

che ci è imposto e alla quale la nostra volontà di moribondi è

estranea.

Che cosa mormora dunque questa fanciulla? Quale impossibile eco vuol

suscitare con le sue parole gentili? Non appartiene anche lei a questo

mondo condannato?

Il mio spirito arido non può più risponderle col sorriso d'una volta

ed ha acquistato una sincerità brutale, nata dal distacco d'ogni cosa

lieta.

Che cosa ne penso? Non v'è che una parola che riproduca quel che ne

penso: Niente — e gliela dico.

E perchè mai questa fanciulla sussulta sorpresa e mi stringe un braccio

con forza? — Niente, niente... — ripeto — Non ne penso niente...

Ma forse nella mia voce è un irrefrenabile accento di doloroso

rimpianto che non ho saputo soffocare abbastanza.

— _Listen_ — ascolti — mi dice la giovanissima maschera fermandomisi

di fronte. — _You are being as cruel to me as to yourself..._ Lei è

altrettanto crudele con me come con lei stesso. ... Qualche anno fa

questa sua risposta mi sarebbe sembrata uno sgarbo... Avrei detto:

sempre ruvidi questi italiani! e avrei subito voltate le spalle a una

persona così scortese. Ma ora ho acquistato di loro un ben diverso

concetto e correggerò io stessa le sue parole... Lei voleva dirmi così,

dica la verità: oggi non posso più pensarne niente... ed ha ragione.

Guardi com'è più graziosa per me e per lei questa lieve variante. Non

crede?

E la sua voce sorride con tenerezza attraverso la maschera...

— Allora, prenda questo lembo di stoffa, presto... e tenga da lei

lontani siluri e torpedini... Presto, che vengono i galli...

— Che galli?

Mi giro. È giusto. Vengono i galli: una pennuta masnada dalle

gambe articolate a rovescio rispetto al volatile vero. Giganteschi,

pettoruti, alzando il piede per imitare il passo dell'aia, i loro

chicchirichì esagerati dalla cavità del becco in cartapesta, sormontano

la musica e ci assordano.

E manifestano la loro allegria, questi galli, accorrendo qua e là tra

la folla a separar le coppie ed incuneandosi in fila nel varco aperto.

— Chicchirichì, chicchirichì...: urla, spinte, ondeggiamenti di marea,

riflussi verso i palchi, galli di qua, galli di là e mi ritrovo solo,

sotto un gruppo di lampade, stretto tra una ciociara e un hidalgo che

odora di colla e avendo sul petto le spalle umidiccie d'un arlecchino.

— Anche lei, signore è rimasto senza il suo flirt...? — mi mormora

l'arlecchino mandandomi uno sprizzo di riso dalle fessure nere degli

occhi.

È meglio non rispondergli nulla.

Il mio flirt?

Flirt? Che sciocca parola! Parola dei romanzi e delle _pochades_

dell'antiguerra, è stata anch'essa incenerita dalla gran vampa che

arde sul mondo. Come mai è sopravvissuta qui? E il suo significato che

m'apparisce smorto, rievoca in me come la visione d'una tomba di donna

che attirò folle intorno a sè e morì giovane e bellissima: un'immagine

complicata e mesta.

Oh, Arlecchino, vera rappresentazione dell'uomo, il mio flirt è quello

che oggi deve essere: cenere; niente; il suo segno è quello che le mie

dita continuano a palpare con uno di quei movimenti meccanici partoriti

dalla tristezza: un cencio.

E se un rimpianto dovesse sorgere da tutto questo..., Chicchirichì...

chicchirichì...

Perfettamente, caro Arlecchino: un grido beffardo e idiota... perchè

tutta la vita precaria che oggi ci resta, s'agita tra rovine.

Mar sanguigno (Offerta al nostro buon vecchio Dio) · 第 52 / 72 题