Qualcuno ha picchiato — nel senso terrestre — alla porta.
— Avanti.
È la posta: e il ragazzo sussulta e si agita, indagando con gli occhi
ansiosi nel mucchio di lettere che il marinaio, fumido di nebbia,
stringe nella mano callosa.
— Telegrafai due giorni fa che indirizzassero qui — dice. — Postino:
c'è niente per me?
— Lei è il signor...?
— Sì.
Ecco: due lettere. — E l'uomo le porge alla sua mano impaziente.
Riconosciute e rigirate, le due lettere sono oggetto di una lotta
intima troppo evidente. Ecco la terra che ritorna con tutti i suoi
legami umani, con i suoi mille artigli tesi verso ogni anima: ecco
quella cosa che striscia alla superficie del mondo, la carta, la
fissatrice di dolore, di gioia e di menzogna, che insegue l'uomo
dovunque e spinge anche qui una sua branca... Di che? L'ansia che ora
trasfigura il volto del ragazzo, dice che è di dolore: dice che il
figlio dell'aria non vive abbastanza distaccato dalla terra e che i
suoi tremila metri d'altezza non gli servono a spezzare le catene di
sofferenza che avvinghiano l'uomo al basso, dov'è nato: checchè si
dica, l'anima non ha altre ali che quelle che il cervello gli presta.
— Ma apra pure, — gli dico.
Obbedisce sveltamente: straccia, legge, si fissa.
— E mi dica — continuo rivolto verso l'uomo-cucciolo perchè il ragazzo
non si senta osservato nella sua lettura. — Il cadavere di Roullier
venne ricuperato?
Si ripete il brontolìo dell'uomo-cucciolo che significa che afferma.
— Ebbe solenni funerali a Venezia — interviene il «puer»
tranquillamente. — La gondola funeraria solcò i principali canali e
passò tra miriadi d'imbarcazioni accorse dai rii, dalle sacche e dalle
darsene...
— Però, com'è difficile gettar fiori! — esclama il suo collega, col
solito accento d'ira che il distacco dal silenzio pare dia sempre alla
sua voce.
— Come sarebbe a dire?
— Dall'apparecchio — brontola.
— Quel giorno, neanche uno sei riuscito a mettergliene sulla bara —
insinua agro-dolcemente il «puer».
«Mettere su»; locuzione che gli aviatori usano per le bombe lanciate
con successo su un bersaglio.
— Già: e sì che volai basso più che potevo: ma proprio nemmeno uno ce
ne misi! È difficilissimo: la remora d'aria fa così — (un fischio prima
e poi il gesto natatorio delle braccia) — e li allontana.
Con la coda dell'occhio seguo il ragazzo.
È pallido: le sue sopracciglia inarcate a metà si riuniscono
all'origine del naso: rilegge con più concentrata attenzione, come per
discutere ogni parola e inciderla nella ragione. Le due buste sono lì
sul tavolo, stracciate, per aver già partorito il loro segreto e ormai
inutili all'uomo.
Esse appartennero alla stessa scatola: si vede; ma furono vergate da
due caratteri differenti, entrambi femminili; e l'una, nell'ampiezza
delle lettere, la regolata sicurezza del tracciato, la svelta
eleganza della forma dice una gioventù compassata e altera; l'altra,
scompigliata e impicciolita dalla raffica dell'esistenza che piega e
rimpicciolisce tutto, dice la maturità.
Madre e figlia... forse... e per sapere subito che cosa esse scrivano
venne anche fatto un telegramma. Dunque... Dunque, pessima cosa indagar
nelle cose altrui e fantasticarci sopra com'è nostra, latina abitudine.
Ma intanto il ragazzo che ha finito di leggere, continua a tacere
fissando a sua volta gli sprazzi di topazio sulla tovaglia, ma senza
battiti d'occhi.
— Se almeno durasse la nebbia!... — mormora come conclusione d'una
lunga, interna riflessione.
Il «perchè?» che gli dirigo sembra dapprima non scuotere il corso
dei suoi pensieri, avviato — lo si comprende — verso un vortice
doloroso della sua vita. Ma poi gli fa schiudere la bocca con quella
mossa circolare delle labbra che hanno i fanciulli perplessi ad una
confidenza.
— Perchè se fossi sicuro che la nebbia durasse qualche giorno e
c'impedisse il volo, dovrei correre a Firenze... subito... subito — e i
due «subito» vibrano e tremano... — È una cosa per me molto grave...
Gli altri due lo guardano con lo sguardo di chi sa. Io taccio: e
comprendo benissimo che costituisco proprio io un imbarazzo alle loro
domande.
Cane! Risorsa dell'uomo, vieni qua: lascia che mi chini ad aggiustarti
la rossa collarina dove l'incisa targa d'argento proclama che sei
ottimo animale.
E ottimo e ingenuo veramente sei, che non t'avvedi che l'occhio
del «puer» e la piccola pupilla dell'uomo-cucciolo si avvampano di
amichevole ansia per il loro amico che stringe nel pugno le due buste
ora riempite, come ne volesse spremere tutto il veleno che esse gli
recarono da lontano.
E non odi ora il «No?» col quale al di sopra del mio capo, il «puer» lo
interroga? E la risposta, gonfia di tutte le amarezze: — No, finito:
perchè sono aviatore... — sibilata da labbra sbianchite e contratte,
non ti dice nulla?
Tu non le capisci, ottimo cane, queste cose: e allora lasciami
rialzare il capo, come non avessi ascoltato niente: vattene; abbandona
noi uomini al nostro destino di bestie, dette, ma dette da noi,
ragionevoli. Se sapessi quanto questa parola ci pesa!
Ora gli sprazzi di topazio irradiati dal Capri sulla tovaglia
s'accendono e fervono. È una raggiera mobile che si agita, s'insegue,
lancia elementi guizzanti alla ricerca delle cose lucide, li ritira,
inietta giallo e rosso qua e là, si contrae, riscintilla, fervida o
smorta secondo il capriccio d'un raggio che un Dio lontano c'invia.
Perchè fuori c'è il sole. E, avanti a lui, l'orda maledetta della
nebbia s'acquatta, si disperde e fugge, bassa come le cose vili. E
l'azzurro eterno trionfa, nel cielo e nel mare. Niente è più oscuro nel
Creato: salvo che nel cuore di questo ragazzo che dalla finestra, ora
spalancata, fissa il cielo terso e sembra inghiottir sorsi di pena.
* * *
Vanno.
La loro missione è terribile. Devono traversare un mare, poi sfidare
decine di cannoni e far scorrere i loro chicchi verdastri sul quadro
orizzontale d'una grande fortezza nemica. In tre ore il loro destino
dovrà compiersi. La terra è ormai cosa che non li trattiene più e per
recarsi ai loro apparecchi che già starnazzano impazienti e fissano coi
cerchi tricolori degli occhi l'acqua avanti a loro, essi camminano con
la testa rovesciata in alto scrutando il cielo.
Vanno, i tre aquilotti che han sostato da me. Il loro aspetto è
ritornato da volo: lana e cuoio li ingoffano e del loro essere non
apparisce più che lo spiraglio degli occhi dove s'è riformata subito
l'anima che fissa la morte da smisurate altezze. Sono calmissimi,
perchè cade in ogni agonia l'interesse per qualsiasi cosa, e non
parlano quasi più perchè al momento dell'elevazione, quando l'ostia è
lentamente protesa in alto, anche il sacerdote tace...
Che uno di questi sanguini al di dentro, e porti indosso il proprio
cilicio non si vede: e quando i grossi occhiali da batrace si fissano
al di sopra dei baveri rialzati, i tre aquilotti sono identici,
assolutamente identici, trigemine creature d'ibridi accoppiamenti
nell'aria, partoriti in nome della Patria. Chi è dei tre che accarezza
il fox-terrier, che ci saltella intorno e ci accompagna? Quello che è
leggermente più basso; il ragazzo dunque: e la sua carezza si prolunga
come quelle carezze dei muti che mettono nell'indugio del gesto tutto
ciò che la parola non può esprimere.
«... Perchè è aviatore...» Perchè la sua esistenza è cosa irrisoria,
qualcuno oppone la gelida lama del senso pratico della vita al palpito
caldo della sua anima, che s'abbandona in terra agli slanci e agli
affetti di tutte le creature umane, secondo la legge universale degli
uomini della terra.
Al cielo, lui! E il cielo è per la morte e per gli spiriti.
Ed ecco che egli sale goffamente al suo posto nel «boat», il fragile
sostegno del suo corpo contro la grande caduta. Il turbinìo dell'elica
pone nell'aria, dietro il suo capo, come una grande lente di ghiaccio
opaco, aureola dei martiri del cielo: fremono le ali come per
una malata agitazione dei muscoli e tutte le nervature di acciaio
tintinnano. Gli occhi, quegli occhi tricolori dell'apparecchio,
sembrano spalancarsi, troppo tersi e avidi di vertigine, esprimendo
lo stupore di non sentirsi ancora nelle pupille l'urto frenetico del
vento che li annebbierà tra poco. E di qua e di là oscillano lievemente
su ganci le bombe grigie, come si destassero da un lungo letargo
e nel fremito vitale di tutti gli organi riacquistassero subito la
loro anima bieca, la loro parola sibilante, troncata dall'ultimo urlo
dell'esplosione.
Un gesto, uno sbuffo, un balzo e l'acqua s'apre bianca, schiumeggiando
negli occhi dell'apparecchio che sembra tendere ancora più le ali
per avventarsi meglio. Al loro urto pare che l'aria si solidifichi
e si disponga a piano inclinato per la salita al cielo. Su: cessa la
schiuma; il distacco dalla terra è avvenuto: cade dolore e rimpianto e
comincia la morte. Il sole accoglie questa nobile cosa che s'alza, che
s'alza verso di lui, e la copre di scintille d'oro contro una nuvola
grigia di nebbia in fuga.
Ora gli altri due apparecchi l'inseguono, formano stormo: sembrano
collocarsi nell'aria rotta dal primo, con l'acume di alcuni uccelli
migratori che tutto sanno delle astuzie dell'aria.
Su: sono tre piccole croci latine, che il passaggio di uno stormo
di corvi molto più basso e vicino soffoca nelle proporzioni. Bisogna
ricordare d'averle viste qui nelle loro dimensioni vere, quelle tre
croci, per non ubbidire alle strane allucinazioni della vista.
Dieci minuti? Son già dieci minuti di volo? Si trovano già a più di 30
chilometri da noi? Allora tra quaranta minuti, traversato un mare, essi
saranno tra le vampette rosse, che ogni terra, ogni nave partorisce per
accoglierli... Ah! Aquilotti d'Italia! Son certo gli occhi dell'anima
che ci permettono di vedervi ancora, piccoli punti che la nebbia
offusca. Questa cosa grigia e piatta che voi forse rigirandovi vedete
ancora come una cornice scura del grande baratro azzurro, siamo noi,
l'Italia, l'ansia, l'angoscia, la vista inumidita... E quell'altra
cornice che voi forse già scorgete avanti a voi è l'odio, lo sguardo
micidiale, l'Austria, la morte...
Tra qualche minuto il fato vostro è deciso, aquilotti d'Italia. Possa
l'anima nostra sostenervi con mille mani invisibili quando, tra poco,
intorno a voi, risuoneranno i rintocchi metallici degli shrapnel ed
aprirvi sicura la via nelle sfere brucianti delle esplosioni...
Non vediamo più nulla, noi: ma è restato nell'aria come un triplice
solco luminoso che si figge nelle nuvole; ed esso persiste anche nel
nostro spirito contro la grande nebbia dell'attesa.
. . . . . . .
Sapremo tra quattr'ore, da un'altra città, del loro ritorno. Uno dei
tre ce lo telegraferà subito, come ha promesso. Aspettiamo e mentre per
le immutabili leggi dell'esistenza noi continuiamo ad occuparci delle
minute faccende giornaliere, lassù, intanto, la tragedia si svolge...
. . . . . . .
Eccolo il telegramma. Quando il sistema nervoso è in tensione, ogni
involucro che racchiude pensiero umano ne lascia sfuggire un poco,
tanto quanto basti al presentimento. Da questo foglietto giallo
ingommato di fresco emana qualche cosa d'indefinibile e che somiglia al
senso di diffidenza che ispirano alcuni fiori contenenti tra i petali
chiusi un polline avvelenato.
La censura ha costretto a poche parole ambigue spoglie di ogni accenno
di precisione. Ma il loro significato s'erge per noi inciso e nitido
nell'angoscia, come un albero morto solitario nella neve:
«Due bene altro disceso troppo basso perduto».
Disceso troppo basso... L'eroismo supremo degli aviatori... Venir giù,
diritti sulla fornace per colpire meglio...
O per esser...
[Illustrazione: feldpostkarte.]