II.

Siamo in cinque, attorno ad una improvvisata colazione, in una stanza

dove la guerra ha lasciato qualche traccia di cannonate e poche altre

cose; tre aviatori che per ora parlano poco: un'altro che non lo è, ed

ammira il robusto appetito dei cieli, e Pick, un giovane fox-terrier,

nato a bordo di una nave da guerra, vissuto in guerra e che porta

con modestia incise sul collare alcune date memorabili, cosa che non

gl'impedisce ora di raspare a turno le ginocchia dei commensali per

chiedere la parte di cibo che l'uomo gli deve.

Larga, insperata messe, oggi, per lui!

Il grado di considerazione accordata a un cane si riflette sull'uomo

e lo classifica. Gli ambiziosi, gli egoisti, i malvagi, oltre i

loro speciali caratteri, hanno per attributo comune e costante

l'incomprensione del cane e lo ripudiano. Uno sguardo a un cane

definisce una mentalità assai meglio che un discorso, perchè è

sicuramente scevro di menzogna. Ora dalla maniera con la quale

questi tre ragazzi festeggiano la snella bestiola che gratta loro

le ginocchia, dalla premura con cui accondiscendono ai suoi desideri

ossei, mugolati e sottolineati dall'implorazione gialla degli occhi, si

comprende subito che il cane occupa un posto importante nella loro vita

terrena. E specialmente questo: in modo particolare perchè...

— Perchè somiglia a Digdish — afferma uno dei due ultimi arrivati... —

È un giovanotto alto, biondo anche lui, squadrato, dai piccoli occhi

rintanati e roventi, la mascella volontaria, le labbra assottigliate

da una stretta nervosa della bocca, e che nel complesso dei movimenti

ricorda quei cuccioli di grossa razza, ancora mal torniti e poco

elastici, che sembrano avere troppe membra e la carne mal distribuita.

Ma ha tre medaglie al valore, l'uomo cucciolo: e le porta come se le

avesse sempre avute dalla nascita.

— Digdish era più macchiato! — sentenzia il terzo, il «puer italicus»;

«puer» repentinamente allungato da una macchina trattrice per fargli

raggiungere la statura degli uomini, ma rimasto «puer» in tutto, anche

nella voce timida e dolce e nel sorriso incorrotto con cui accompagna

le parole.

Il monello primo arrivato conferma: — Digdish era più macchiato.

— E chi era Digdish? — azzardo io.

— Parla tu.

— No, tu.

— Racconta tu.

La forchetta del monello cade e una specie di sospiro ne accompagna la

caduta.

— Chi era Digdish? Era il fox-terrier di Voujois, l'aviatore francese

che fu abbattuto a Capo d'Istria dall'austriaco Bamfield, mentre volava

proprio accanto al mio apparecchio — dice il monello col tono di voce

che s'usa prendere in prima tecnica per recitare una faticosa lezione.

— C'ero pure io: a 2200 — sorride il «puer italicus» blandamente.

— E pure io: a 1500 — aggiunge l'uomo-cucciolo, con uno scatto che

gli dev'essere abituale, come se parlando rispondesse sempre ad

un'ingiuria.

— Era venuto dalla Francia, Digdish, e se ne vantava coi suoi

colleghi d'hangar, ai quali accordava pochissima confidenza; appena

un'annusatina mattinale ed alla svelta, quando tutti gli aviatori

venivano alla visita degli apparecchi, accompagnati dai loro cani.

L'odore della benzina e dell'olio giovava alla sua salute; e siccome la

prima distrugge l'altro, così strofinandosi di qua, di là, tra bidoni

e botti, riusciva press'a poco ad avere un colore uniforme, il quale

era giallo. Se Voujois lo cercava, sapeva dove trovarlo: o accovacciato

sul sedile d'un «boat» o accucciato su un'ala, o in alto a leccare

un motore o a far l'equilibrista su un «gauchissement». Abbaiava di

gioia soltanto quando udiva il rombo di prova d'un motore rotativo

che era il tipo al quale apparteneva quello dell'apparecchio del suo

padrone: gli altri lo lasciavano indifferente. La sua vita era l'hangar

e si nutriva di qualche grosso topo che vi acchiappava e che sapendo

d'olio di motore gli sembrava ben cucinato ed eccellente. Quando il

padrone lo portava in volo, il suo posto era tra la mitragliera e la

leva di distacco delle bombe; e fissava anche lui ora l'altimetro,

ora in giù il gran baratro azzurrognolo dove sotto la corsa delle nubi

roteava la terra, lasciandosi drizzar le orecchie dal turbine dell'aria

freneticamente aperta. Allora se per troppo lungo volo aveva fame,

rosicchiava il cuoio del sedile o leccava la pompetta ed era beato...

Un giorno in un volo tempestoso, con l'apparecchio reso convulso dal

vento, quando tutto, cervelli, mani, muscoli, fili d'acciaio, olio,

benzina, legno lottavano insieme per la vita e per la morte, Digdish

che ingombrava troppo nel «boat» e poteva ostacolare qualche manovra,

fu sospeso dall'osservatore pel collo e tenuto lungamente fuori a

tremila metri dalla terra. E il suo corpicino sibilò al vento negli

spazi, povera cosa...

— Bene!

— Che?

— Niente... — Le gote del monello si sono accese e i suoi occhi

scintillano. — Niente, gli ripeto, perchè dopo l'interruzione

ammirativa per la sua frase e che non ha compreso, cessi di guardarmi

stupito e si decida a riprendere la narrazione.

— ... povera cosa pronta alla grande caduta verso l'impassibile

attrattrice della sua vita, di tutte le nostre vite... Quando

l'apparecchio, finalmente salvo, amarrò, Digdish ritornato sulle sue

gambe si diede una grande scossa per ravviare il pelo, si leccò due

lagrimotti umani che il vento violentissimo gli aveva tirati fuori

dagli occhi, scodinzolò e fu tutto...

— Perchè ha detto «lagrimotti umani»?

— Non so — dice il monello soprapensiero. — Perchè a me, che lo vidi

saltar giù, fece l'effetto che lassù, sospeso nel vuoto, avesse pianto

come un uomo...

— E lei ne ha conservata l'immagine...

Una stretta di spalle e una pausa.

— Forse... Ma mi lasci finire la storia, se no questi due qui —

dice indicando i colleghi — mentre io parlo, mi si mangiano tutto...

Dunque, quando Voujois non lo portava in volo, Digdish si gettava in

acqua nuotando dietro l'apparecchio, finchè questo non «decollava»;

allora veniva a terra e continuava a correre come un cane impazzito,

saltando ogni ostacolo e guardando sempre in su dove già alto, già

punto nero nel cielo, il suo padrone svaniva dentro le nuvole. Venne

la volta che la sua corsa durò fino a sera e dal cielo non scese più

nulla che avesse motore rotativo. Digdish ritornò all'hangar, solo, col

muso basso, come covasse in sè una troppa cupa angoscia e non volesse

mai più guardare in alto. Per giorni errò guaendo da un apparecchio

all'altro, annusando «redan», interrogando ali, motori, timoni,

scattando via per improvvise corse fuori dell'hangar e ritornando

dentro a lento passo. Dimagrì, fece gli occhi rossi e...

— ... morì? Sa, abbrevio io per la sua colazione...

— Sì, morì; ma da aviatore: di bomba.

— Eh?

— Sì, di bomba. Una ne scoppiò per inavvertenza dentro l'hangar.

Morirono degli uomini e morì anche lui insieme a loro... C'ero anch'io

e me la cavai...

Non potrebbe farmi portare un altro poco di «roast-beef»?

* * *

— Sigarette?

— Grazie, no.

— Lei?

— Io? Non fumo — s'irrita l'uomo-cucciolo.

— Lei?

— Nemmeno io, grazie — sorride il «puer» pacatamente.

Ed ecco che la mia sigaretta sa di vergogna e dura troppo tempo.

— Fino a pochi giorni fa fumavo — riprende quest'ultimo con accento

soave, mentre s'alliscia un ciuffo di capelli che la stretta del

cappuccio gli ha incollato sulla fronte. — Ma dopo il tuffo della

Gaiola mi è rimasto un po' di mal gola e ho dovuto... Ma voi due, vi

prego, non ricominciate! — esclama ai suoi compagni che si son messi

improvvisamente a ridere, con quell'irruenza di riso che il ricordo

d'una buona storia provoca nei ragazzi. — Sa, ho dovuto smettere... E

basta, per Bacco! finitela!

E sì: i due tentano di finirla, infatti: ma per lo sforzo lagrimano e

mugolano.

— È che lei non può immaginare che cosa buffa sia stata questa storia

della Gaiola! — dice il monello stentando a far seguire le parole.

— Si figuri che mentre ritornavamo verso l'Italia, si mise una di

quelle ventate improvvise che sono la dannazione dell'aviazione. Il

primo a precipitar giù fu il nostro capo-squadriglia. Questo qua,

che era n. 2 — ed accenna al «puer» — da ottimo subordinato, ne imita

l'esempio, «cappotta» pure lui e giù. Io, che ero il terzo, «picchio»

giù per vedere che cosa c'era da fare per ripescarli. L'apparecchio del

capo-squadriglia stava abbastanza bene; nel «boat» c'era molt'acqua,

ma «flottava». L'altro, quello di questo signore, stava molto peggio:

aveva la sola coda fuori e le ali erano quasi sparite sott'acqua: e su

quello che restava si vedeva un uomo aggrappato...

— Questo signore?

— No, lui: il pilota... Questo qui era sotto...

— ... alle prese coi fili e già mezzo annegato — dice con un placido

sorriso «questo qui».

— Ed ecco — riprende il monello, frenando per quanto può la nuova

risata che sta per erompergli dalla gola — che vidi ad un tratto

sbucare dal mare un affare giallo che sbuffava come un tricheco...

— Questo signore?

— Proprio lui... e il pilota lo acchiappò, lo adagiò sul «boat»,

cominciò a slacciarlo, a strofinarlo...

— Mi credeva finito e mi chiamava coi più dolci nomi... — insinua il

«puer italicus» tranquillamente, mentre accarezza il fox-terrier che

gli chiede di saltargli sulle ginocchia.

— Non ho mai riso tanto da che volo, creda, — conclude il monello.

— E intanto io non posso più fumare — sospira il «puer» sollevando il

cane.

L'uomo-cucciolo, che ha già ripresa la sua aria truce, sta considerando

in silenzio gli sprazzi di topazio che un pallidissimo raggio di sole,

refratto da una caraffa di Capri, irradia sulla tovaglia.

— E lei — gli chiedo — ha preso parte a diverse di queste spedizioni?

Bisogna certo interpretare come sì il suo piccolo ringhio di risposta.

— E dove?

— Sedici volte su Pola... tre su Parenzo... due su Cittanova... due su

Trieste... una sulla Gaiola... una su Rovigno...

Per qualche istante nessun rumore rompe il mio silenzio sbalordito.

— Ho preso soltanto qualche giorno di riposo dopo un'incursione sui

cantieri del Lloyd a Trieste perchè ritornai con l'apparecchio tutto

bucato e col timone di profondità sconquassato — brontola a scatti

l'uomo-cucciolo, continuando a fissare gli sprazzi di luce gialla.

— E come?

— Le mitragliatrici... Dopo fatta la festa all'hangar, ai depositi di

legname e ai serbatoi della nafta, fummo attaccati da sette apparecchi

austriaci...

— Bellissimo spettacolo! — postilla il monello.

— Roulier, l'aviatore francese che volava poco lontano da me, fu

abbattuto ed ucciso insieme all'osservatore. Duclos, pilota di un altro

apparecchio francese, dovette «picchiar» giù e «amarrare» perchè ebbe

il serbatoio della benzina forato dai proiettili: e il suo osservatore

morì affogato; ma lui e il suo apparecchio vennero salvati. Mi trovai

solo e attaccai il più vicino degli apparecchi nemici andandogli

incontro e sotto a cinquanta metri. Vedevo benissimo l'amico austriaco

suonarmi l'organetto addosso, girando il manubrio della mitragliatrice

presto presto. Anche gli altri sei, chi sopra, chi sotto, mi ruotavano

attorno aggiungendosi all'orchestra... Eravamo a circa 3000 metri di

quota. Laggiù fumavano i cantieri di Trieste incendiati, opera delle

mie mani... — dice l'uomo-cucciolo, cambiando repentinamente il secco

tono della sua voce per una vampata calda che gli si è sprigionata

dentro ad un tratto e che ha fuso la sua freddezza apparente, mentre

gli occhi gli si accendono di faville e la testa, levata fieramente in

alto, trasfigurata, riproduce per un attimo la mossa di lassù, quando

volava nello sciame della morte, avventandosi solo contro sette nemici.

— .... vedevo le colonne di fumo nero salire alte nel cielo e fondersi

in una unica nuvola, densa come cortina d'uragano. La mia missione

era compiuta e morire era niente. Sotto: sotto: sotto; sentivo ogni

poco sobbalzare l'apparecchio come per una scudisciata invisibile:

toccato da un proiettile, l'aeroplano rabbrividisce come un corpo. La

cinghia della nostra mitragliatrice era già consumata a metà, quando,

«maledetto il demonio!» l'arma traditrice chiuse le mascelle e non

ci fu verso di farla mangiar più. Che cosa dovevo fare? Mi toccò a

«picchiar» giù e via, via, verso il ritorno, inseguito per un poco, poi

abbandonato, salvo, ma tutto bucato e pronto a precipitare giù se quel

filo di solidità che era rimasto al timone orizzontale fosse venuto a

rompersi...

Gli altri due colleghi gli battono le mani: io m'unisco a loro; Pick

abbaia.

— Che vi prende? — brontola l'uomo-cucciolo, ridisceso immediatamente a

terra, coll'anima, con la voce e con l'espressione.

— Bravo! — gli ribattono i due.

— Non mi state a seccare!... — E riabbassa la testa: e si mette di

nuovo a considerare gli sprazzi di topazio.

Silenzio.

Mar sanguigno (Offerta al nostro buon vecchio Dio) · 第 44 / 72 题