Siamo in cinque, attorno ad una improvvisata colazione, in una stanza
dove la guerra ha lasciato qualche traccia di cannonate e poche altre
cose; tre aviatori che per ora parlano poco: un'altro che non lo è, ed
ammira il robusto appetito dei cieli, e Pick, un giovane fox-terrier,
nato a bordo di una nave da guerra, vissuto in guerra e che porta
con modestia incise sul collare alcune date memorabili, cosa che non
gl'impedisce ora di raspare a turno le ginocchia dei commensali per
chiedere la parte di cibo che l'uomo gli deve.
Larga, insperata messe, oggi, per lui!
Il grado di considerazione accordata a un cane si riflette sull'uomo
e lo classifica. Gli ambiziosi, gli egoisti, i malvagi, oltre i
loro speciali caratteri, hanno per attributo comune e costante
l'incomprensione del cane e lo ripudiano. Uno sguardo a un cane
definisce una mentalità assai meglio che un discorso, perchè è
sicuramente scevro di menzogna. Ora dalla maniera con la quale
questi tre ragazzi festeggiano la snella bestiola che gratta loro
le ginocchia, dalla premura con cui accondiscendono ai suoi desideri
ossei, mugolati e sottolineati dall'implorazione gialla degli occhi, si
comprende subito che il cane occupa un posto importante nella loro vita
terrena. E specialmente questo: in modo particolare perchè...
— Perchè somiglia a Digdish — afferma uno dei due ultimi arrivati... —
È un giovanotto alto, biondo anche lui, squadrato, dai piccoli occhi
rintanati e roventi, la mascella volontaria, le labbra assottigliate
da una stretta nervosa della bocca, e che nel complesso dei movimenti
ricorda quei cuccioli di grossa razza, ancora mal torniti e poco
elastici, che sembrano avere troppe membra e la carne mal distribuita.
Ma ha tre medaglie al valore, l'uomo cucciolo: e le porta come se le
avesse sempre avute dalla nascita.
— Digdish era più macchiato! — sentenzia il terzo, il «puer italicus»;
«puer» repentinamente allungato da una macchina trattrice per fargli
raggiungere la statura degli uomini, ma rimasto «puer» in tutto, anche
nella voce timida e dolce e nel sorriso incorrotto con cui accompagna
le parole.
Il monello primo arrivato conferma: — Digdish era più macchiato.
— E chi era Digdish? — azzardo io.
— Parla tu.
— No, tu.
— Racconta tu.
La forchetta del monello cade e una specie di sospiro ne accompagna la
caduta.
— Chi era Digdish? Era il fox-terrier di Voujois, l'aviatore francese
che fu abbattuto a Capo d'Istria dall'austriaco Bamfield, mentre volava
proprio accanto al mio apparecchio — dice il monello col tono di voce
che s'usa prendere in prima tecnica per recitare una faticosa lezione.
— C'ero pure io: a 2200 — sorride il «puer italicus» blandamente.
— E pure io: a 1500 — aggiunge l'uomo-cucciolo, con uno scatto che
gli dev'essere abituale, come se parlando rispondesse sempre ad
un'ingiuria.
— Era venuto dalla Francia, Digdish, e se ne vantava coi suoi
colleghi d'hangar, ai quali accordava pochissima confidenza; appena
un'annusatina mattinale ed alla svelta, quando tutti gli aviatori
venivano alla visita degli apparecchi, accompagnati dai loro cani.
L'odore della benzina e dell'olio giovava alla sua salute; e siccome la
prima distrugge l'altro, così strofinandosi di qua, di là, tra bidoni
e botti, riusciva press'a poco ad avere un colore uniforme, il quale
era giallo. Se Voujois lo cercava, sapeva dove trovarlo: o accovacciato
sul sedile d'un «boat» o accucciato su un'ala, o in alto a leccare
un motore o a far l'equilibrista su un «gauchissement». Abbaiava di
gioia soltanto quando udiva il rombo di prova d'un motore rotativo
che era il tipo al quale apparteneva quello dell'apparecchio del suo
padrone: gli altri lo lasciavano indifferente. La sua vita era l'hangar
e si nutriva di qualche grosso topo che vi acchiappava e che sapendo
d'olio di motore gli sembrava ben cucinato ed eccellente. Quando il
padrone lo portava in volo, il suo posto era tra la mitragliera e la
leva di distacco delle bombe; e fissava anche lui ora l'altimetro,
ora in giù il gran baratro azzurrognolo dove sotto la corsa delle nubi
roteava la terra, lasciandosi drizzar le orecchie dal turbine dell'aria
freneticamente aperta. Allora se per troppo lungo volo aveva fame,
rosicchiava il cuoio del sedile o leccava la pompetta ed era beato...
Un giorno in un volo tempestoso, con l'apparecchio reso convulso dal
vento, quando tutto, cervelli, mani, muscoli, fili d'acciaio, olio,
benzina, legno lottavano insieme per la vita e per la morte, Digdish
che ingombrava troppo nel «boat» e poteva ostacolare qualche manovra,
fu sospeso dall'osservatore pel collo e tenuto lungamente fuori a
tremila metri dalla terra. E il suo corpicino sibilò al vento negli
spazi, povera cosa...
— Bene!
— Che?
— Niente... — Le gote del monello si sono accese e i suoi occhi
scintillano. — Niente, gli ripeto, perchè dopo l'interruzione
ammirativa per la sua frase e che non ha compreso, cessi di guardarmi
stupito e si decida a riprendere la narrazione.
— ... povera cosa pronta alla grande caduta verso l'impassibile
attrattrice della sua vita, di tutte le nostre vite... Quando
l'apparecchio, finalmente salvo, amarrò, Digdish ritornato sulle sue
gambe si diede una grande scossa per ravviare il pelo, si leccò due
lagrimotti umani che il vento violentissimo gli aveva tirati fuori
dagli occhi, scodinzolò e fu tutto...
— Perchè ha detto «lagrimotti umani»?
— Non so — dice il monello soprapensiero. — Perchè a me, che lo vidi
saltar giù, fece l'effetto che lassù, sospeso nel vuoto, avesse pianto
come un uomo...
— E lei ne ha conservata l'immagine...
Una stretta di spalle e una pausa.
— Forse... Ma mi lasci finire la storia, se no questi due qui —
dice indicando i colleghi — mentre io parlo, mi si mangiano tutto...
Dunque, quando Voujois non lo portava in volo, Digdish si gettava in
acqua nuotando dietro l'apparecchio, finchè questo non «decollava»;
allora veniva a terra e continuava a correre come un cane impazzito,
saltando ogni ostacolo e guardando sempre in su dove già alto, già
punto nero nel cielo, il suo padrone svaniva dentro le nuvole. Venne
la volta che la sua corsa durò fino a sera e dal cielo non scese più
nulla che avesse motore rotativo. Digdish ritornò all'hangar, solo, col
muso basso, come covasse in sè una troppa cupa angoscia e non volesse
mai più guardare in alto. Per giorni errò guaendo da un apparecchio
all'altro, annusando «redan», interrogando ali, motori, timoni,
scattando via per improvvise corse fuori dell'hangar e ritornando
dentro a lento passo. Dimagrì, fece gli occhi rossi e...
— ... morì? Sa, abbrevio io per la sua colazione...
— Sì, morì; ma da aviatore: di bomba.
— Eh?
— Sì, di bomba. Una ne scoppiò per inavvertenza dentro l'hangar.
Morirono degli uomini e morì anche lui insieme a loro... C'ero anch'io
e me la cavai...
Non potrebbe farmi portare un altro poco di «roast-beef»?
* * *
— Sigarette?
— Grazie, no.
— Lei?
— Io? Non fumo — s'irrita l'uomo-cucciolo.
— Lei?
— Nemmeno io, grazie — sorride il «puer» pacatamente.
Ed ecco che la mia sigaretta sa di vergogna e dura troppo tempo.
— Fino a pochi giorni fa fumavo — riprende quest'ultimo con accento
soave, mentre s'alliscia un ciuffo di capelli che la stretta del
cappuccio gli ha incollato sulla fronte. — Ma dopo il tuffo della
Gaiola mi è rimasto un po' di mal gola e ho dovuto... Ma voi due, vi
prego, non ricominciate! — esclama ai suoi compagni che si son messi
improvvisamente a ridere, con quell'irruenza di riso che il ricordo
d'una buona storia provoca nei ragazzi. — Sa, ho dovuto smettere... E
basta, per Bacco! finitela!
E sì: i due tentano di finirla, infatti: ma per lo sforzo lagrimano e
mugolano.
— È che lei non può immaginare che cosa buffa sia stata questa storia
della Gaiola! — dice il monello stentando a far seguire le parole.
— Si figuri che mentre ritornavamo verso l'Italia, si mise una di
quelle ventate improvvise che sono la dannazione dell'aviazione. Il
primo a precipitar giù fu il nostro capo-squadriglia. Questo qua,
che era n. 2 — ed accenna al «puer» — da ottimo subordinato, ne imita
l'esempio, «cappotta» pure lui e giù. Io, che ero il terzo, «picchio»
giù per vedere che cosa c'era da fare per ripescarli. L'apparecchio del
capo-squadriglia stava abbastanza bene; nel «boat» c'era molt'acqua,
ma «flottava». L'altro, quello di questo signore, stava molto peggio:
aveva la sola coda fuori e le ali erano quasi sparite sott'acqua: e su
quello che restava si vedeva un uomo aggrappato...
— Questo signore?
— No, lui: il pilota... Questo qui era sotto...
— ... alle prese coi fili e già mezzo annegato — dice con un placido
sorriso «questo qui».
— Ed ecco — riprende il monello, frenando per quanto può la nuova
risata che sta per erompergli dalla gola — che vidi ad un tratto
sbucare dal mare un affare giallo che sbuffava come un tricheco...
— Questo signore?
— Proprio lui... e il pilota lo acchiappò, lo adagiò sul «boat»,
cominciò a slacciarlo, a strofinarlo...
— Mi credeva finito e mi chiamava coi più dolci nomi... — insinua il
«puer italicus» tranquillamente, mentre accarezza il fox-terrier che
gli chiede di saltargli sulle ginocchia.
— Non ho mai riso tanto da che volo, creda, — conclude il monello.
— E intanto io non posso più fumare — sospira il «puer» sollevando il
cane.
L'uomo-cucciolo, che ha già ripresa la sua aria truce, sta considerando
in silenzio gli sprazzi di topazio che un pallidissimo raggio di sole,
refratto da una caraffa di Capri, irradia sulla tovaglia.
— E lei — gli chiedo — ha preso parte a diverse di queste spedizioni?
Bisogna certo interpretare come sì il suo piccolo ringhio di risposta.
— E dove?
— Sedici volte su Pola... tre su Parenzo... due su Cittanova... due su
Trieste... una sulla Gaiola... una su Rovigno...
Per qualche istante nessun rumore rompe il mio silenzio sbalordito.
— Ho preso soltanto qualche giorno di riposo dopo un'incursione sui
cantieri del Lloyd a Trieste perchè ritornai con l'apparecchio tutto
bucato e col timone di profondità sconquassato — brontola a scatti
l'uomo-cucciolo, continuando a fissare gli sprazzi di luce gialla.
— E come?
— Le mitragliatrici... Dopo fatta la festa all'hangar, ai depositi di
legname e ai serbatoi della nafta, fummo attaccati da sette apparecchi
austriaci...
— Bellissimo spettacolo! — postilla il monello.
— Roulier, l'aviatore francese che volava poco lontano da me, fu
abbattuto ed ucciso insieme all'osservatore. Duclos, pilota di un altro
apparecchio francese, dovette «picchiar» giù e «amarrare» perchè ebbe
il serbatoio della benzina forato dai proiettili: e il suo osservatore
morì affogato; ma lui e il suo apparecchio vennero salvati. Mi trovai
solo e attaccai il più vicino degli apparecchi nemici andandogli
incontro e sotto a cinquanta metri. Vedevo benissimo l'amico austriaco
suonarmi l'organetto addosso, girando il manubrio della mitragliatrice
presto presto. Anche gli altri sei, chi sopra, chi sotto, mi ruotavano
attorno aggiungendosi all'orchestra... Eravamo a circa 3000 metri di
quota. Laggiù fumavano i cantieri di Trieste incendiati, opera delle
mie mani... — dice l'uomo-cucciolo, cambiando repentinamente il secco
tono della sua voce per una vampata calda che gli si è sprigionata
dentro ad un tratto e che ha fuso la sua freddezza apparente, mentre
gli occhi gli si accendono di faville e la testa, levata fieramente in
alto, trasfigurata, riproduce per un attimo la mossa di lassù, quando
volava nello sciame della morte, avventandosi solo contro sette nemici.
— .... vedevo le colonne di fumo nero salire alte nel cielo e fondersi
in una unica nuvola, densa come cortina d'uragano. La mia missione
era compiuta e morire era niente. Sotto: sotto: sotto; sentivo ogni
poco sobbalzare l'apparecchio come per una scudisciata invisibile:
toccato da un proiettile, l'aeroplano rabbrividisce come un corpo. La
cinghia della nostra mitragliatrice era già consumata a metà, quando,
«maledetto il demonio!» l'arma traditrice chiuse le mascelle e non
ci fu verso di farla mangiar più. Che cosa dovevo fare? Mi toccò a
«picchiar» giù e via, via, verso il ritorno, inseguito per un poco, poi
abbandonato, salvo, ma tutto bucato e pronto a precipitare giù se quel
filo di solidità che era rimasto al timone orizzontale fosse venuto a
rompersi...
Gli altri due colleghi gli battono le mani: io m'unisco a loro; Pick
abbaia.
— Che vi prende? — brontola l'uomo-cucciolo, ridisceso immediatamente a
terra, coll'anima, con la voce e con l'espressione.
— Bravo! — gli ribattono i due.
— Non mi state a seccare!... — E riabbassa la testa: e si mette di
nuovo a considerare gli sprazzi di topazio.
Silenzio.