La zattera era stata rimorchiata da un cacciatorpediniere sul punto
dell'esplosione, là dove lenta pullulava la nafta dalla mortale
ferita della nave inabissata. Il mare appariva coperto come da un
nero lenzuolo ed era qua e là cosparso di tronconi, rottami e cose
biancastre irriconoscibili, portati su da una sorgente macabra
sprizzata dal fondo e che pareva non esaurirsi mai.
Lo scenario delle isole stringeva intorno il panorama dandogli
l'aspetto di lago; e alcuni scogli, netti sul verde dei monti, si
ergevano qua e là come vele nere dal profilo bizzarro, prolungate in
acqua dal loro riflesso.
E da balze, da creste e declivi vigilanti giorno e notte il mare, come
dai gradini di un anfiteatro vastissimo, mille osservatori invisibili
puntavano i loro potenti cannocchiali sul centro della scena, dove un
piccolo gruppo di attori si disponeva alla rappresentazione del dramma.
Pochi attori: i tre ufficiali di marina che avevano poco prima, a
terra, interrogato il palombaro italiano: un medico, pure di marina,
nativo di Trieste, scelto per il suo italiano purissimo e perchè era
bene che nulla sfuggisse di quanto sarebbe stato detto dal fondo
del mare ed ogni domanda risultasse precisa; un sott'ufficiale e
qualche marinaio addetti al servizio della pompa ed al maneggio del
cavo di guida e del conduttore del telefono altisonante, che avrebbe
ripetuto forte, con la sua strana voce di ventriloquo, ogni parola del
palombaro; e questi stesso, assistito da un suo compagno di prigionìa,
che aveva chiesto ed ottenuto di accompagnarlo.
Egli era già vestito da mostro col collare metallico a posto. I suoi
piedi elefantiaci, appoggiati col piombo sui gradini di una scaletta
sospesa al fianco della zattera, già sparivano in acqua: ed egli,
col busto piegato in avanti, aspettava che gli avvitassero l'elmo
troncandogli il respiro dell'aria libera, che tutti gli esseri viventi
respirano.
La sua testa, coperta nei capelli da un cappuccio di lana rossa,
appariva come più profondamente scolpita: e quel sudore continuo
dei palombari, tutti rivestiti da pesante lana, gli imperlava la
pallidissima fronte, radunandosi in goccie nel cavo degli occhi e del
mento.
— Pronto? — gli chiese l'ufficiale medico.
— Pronto — rispose con voce ferma.
— Zanetti, ti senti bene? — interrogò il compagno appoggiandogli quasi
le labbra all'orecchio con mossa fraterna. Era l'ultima domanda di
rito: quella che si rivolge nella nostra marina ai palombari prima
della loro discesa.
— Benissimo. — Ed accennando con una mano il grosso vestito nel quale
era chiuso: — Mi pare di essere ancora al «mio» bordo — aggiunse con un
sorriso di commiato.
— L'elmo! — ordinò il sottufficiale ai suoi marinai.
Sospesa nell'aria, l'enorme testa metallica venne a collocarsi sul
collare e divorò la testa dell'uomo con un colpo secco di mascella.
— Pompa! — Girarono i volanti dell'ordigno respiratorio ed un sibilo
isocrono di aria, sprigionato dall'interno della testa del mostro,
indicò che le porzioni di respiro assegnategli dagli stantuffi erano
giuste.
— Vetro!
Vetro sul davanti dell'elmo. Una rapida avvitatura: la chiusura
ermetica della vita. E il mostro subitamente rigonfiato e sibilante non
ebbe più altro di umano che uno sguardo reso opaco dalle opalescenze
del cristallo, uno sguardo che cercò ancora una volta gli occhi
fraterni di colui che restava in alto, visione ultima del suo Paese.
Poi l'acqua nera ribollì intorno a lui e se lo prese a poco a poco,
senza trasparenze... Una mano che apparve straordinariamente bianca
rimase elevata sull'acqua e disse «addio!».
Sparve anch'essa: ed ecco che un getto di bolle sorse chetamente a
frizzare nel punto dov'era sparita, riproducendosi sempre. L'uomo
discendeva nell'abisso ed era quello il suo respiro visibile.
* * *
— _Quanto xe?_
— 15 metri.
— _Filè pian, fermeve ogni cinque metri_ — ordinò il tenente di
vascello.
— Come va? — interrogò il dottore al telefono.
— Bene — rispose una voce borborizzante e roca e la cui cupa tonalità
acquistava la strana forza di propagazione dei fonografi. — Date cavo,
date cavo...
— _E allora filè, filè, voialtri. Se non vol altro... lo contentemo
subito_ — disse il tenente di vascello sporgendosi a guardare fuori
bordo.
Il cavo di guida, il tubo dell'aria e il cavo telefonico scorrevano
giù, giù, lentamente nell'acqua nera, tra il pullulare delle bolle
d'aria, cordoni ombelicali d'una vita invisibile.
— 25 metri! — lesse al manometro il sott'ufficiale.
Silenzio: e s'udiva soltanto il fruscìo dei cavi sul bordo della
zattera.
— Cavo, cavo, date cavo — impose la voce da fonografo.
E il fruscìo s'accelerò.
— 30 metri... 35 metri...
— Va bene? — chiese di nuovo il dottore, alzando involontariamente la
voce, come per metterla alla stessa tonalità di quella artefatta dagli
uomini e che sgorgava dalla campana del telefono altisonante.
— Sì, sì, bene. Ho un po' di dolore agli orecchi, ma passerà. Cavo,
cavo!
— _Ostrega, che furia!_ — mormorò il tenente di vascello. — _Cossa ghe
prende?_
— 40!... 43!... 46!...
— E ora adagio... procurate di non dar scosse al cavo... perchè mi si
ripercuotono nella testa — disse la voce dell'abisso.
Più adagio ancora...
— 48!
— ... Tocco qualche cosa... Ferro... ferro stroncato... Più adagio
ancora per non tagliare il vestito.
— E che cosa si vede? — chiese il tenente di vascello.
. . . . . . .
— Quasi niente... Mi passano accanto una dopo l'altra come delle palle
nere e vengono su, su...
— Nafta?
. . . . . . .
— Nafta! Chi sa!
— E poi?
. . . . . . .
— Quasi notte... una notte curiosa, piena di cose scontorte che
tagliano le mani... Cercherò di scendere dentro... Tenete teso il
cavo... Ecco: ci sono...
— 50!
— Dove?
. . . . . . .
— .... dentro... Tocco una porta stagna scardinata... Filate un po'...
I cavi ebbero un balzo in giù e poi ripresero a strisciare lentamente
per fermarsi di nuovo. Nessuno parlava. Il rumore ritmico dei volanti
e degli stantuffi pareva la lieve palpitazione della zattera stessa,
divenuta attentissima come una cosa animata e ragionevole, come gli
uomini che portava sul dorso.
E su questo silenzio sorse dall'abisso una sola parola che diede i
brividi:
— Un cadavere!
E poi dopo una lunga pausa, qualche altra parola distaccata, certamente
frammezzata da palpeggiamenti e constatazioni orrende.
— ... nudo... schiacciato tra le lamiere... senza testa... qua poi ce
n'è altri... Ah!
— Che hai? — chiese il medico raccogliendo il grido.
— ....
— Che c'è dunque?
. . . . . . .
— Non mi fanno camminare... Mi si abbrancano addosso... È orribile...
— Ma che dici? Chi?
. . . . . . .
— Questi morti... Spalancano tutti le braccia...
Il medico si volse agli astanti che avevano tutti il viso rivolto alla
campana telefonica e rimanevano immobili a fissarla colle sopracciglie
inarcate.
— Vaneggia, per Bacco!... Son già dieci minuti che è sotto e non
credo possa resistere... Dobbiamo tirarlo su? — chiese al tenente di
vascello.
E siccome questi si strinse nelle spalle e allargò le braccia come
per accennare all'impossibilità della cosa, alla necessità assoluta di
sapere...,
— Come ti senti? — interrogò alzando la voce.
L'apparecchio riprodusse un ansito fortissimo e affrettato.
— Così, così — fu la risposta.
— E dove sei ora?
L'ansito riprese e poi si tramutò in parola quasi convulsa...
— Sono seduto su una fila di cassette che devono essere
accumulatori.... Ho intorno una folla.... di corpi stroncati e
sanguinosi.... che vogliono stringermi in circolo e non vi riescono....
perchè mancano loro molte gambe e traballano.... Vorrei prender loro
un oggetto.... qualunque.... che li facesse riconoscere.... ma non
vogliono darmi niente.... e se provo a toccarli mi minacciano con mani
senza dita.... e con braccia senza mani....
— Vuoi venir su? — insistè di nuovo il medico.
— No, per Dio!.... Voglio sapere.... Voglio sapere.... Se potessi
arrivare a farmi dare.... il berretto da quello lì.... che ha
la mascella fracassata e gli occhi sporgenti.... Dev'essere un
ufficiale....
Tra le parole si sentiva a tratti l'ansito rallentare e divenir roco.
— ..... si difende con un fascio di tubi stroncati.... e con un pezzo
di lamiera che gli esce dal ventre.... Ma ci arriverò.... Se dentro c'è
il cerchio d'acciaio e se ha i galloni grossi....
— Che dice? — chiese il medico al cannoniere italiano.
Questi era immobile e pallidissimo. Con le labbra strette pareva
ingoiar saliva mentre dal moto meccanico delle sue mascelle si
produceva il rumore della confricazione dei denti.
— Sono i berretti dei nostri ufficiali — disse con un tremito.
— Bisogna che io prenda quel berretto.... che intravedo appena....
Ah! che fatica!.... Anselmi! la mia mamma.... Mi senti, Anselmi? Sì?
La mia povera mamma.... Le dirai, Anselmi, che io volli sapere....
sapere se.... Ecco! Oh! Quanta luce! Quanta luce rossa!.... Arrivo....
vedo.... Accorrono da lontano, dal fondo del mare, ombre di marinai
vestiti di bianco.... e si ammucchiano intorno.... a questi morti
stendendomi le braccia.... Leggo dei nomi sui loro berretti....
Jalea.... Nereide.... Medusa.... I nostri sommergibili perduti.... Mi
dicono....
— Non dicono niente — esclamò il dottore. — Càlmati, non ti
affaticare... Procura di prendere il berretto e di uscir fuori
subito...
. . . . . . .
— Sì che parlano.... mi dicono che son fratelli miei.... mi dicono di
andare avanti.... e che poi mi daranno un buon posto tra loro.....
L'ansito divenne quasi rantolo. Poi si udì di nuovo la voce, ma così
bassa, così mutata da dar l'idea che una smisurata distanza si fosse ad
un tratto interposta dal fondo alla superficie del mare.
— Eccolo il berretto.... Ah! Grazie, grazie, mio Dio! E ora tutte
queste ombre bianche acclamano e gridano....
— Che gridano? — chiese concitatamente il tenente di vascello.
— ....
— Dì! Mi senti? Che gridano? — insistè con un urlo l'ufficiale
austriaco.
E una voce finalmente rispose, che pareva il mormorìo d'un bimbo che
s'addormenta, lontanissima, fioca, stanca, spegnentesi in un ultimo
rantolo di morte.
— Gridano.... Viva l'Italia!