Erano ancora vestiti coi loro abiti di bordo che indossavano in «quel»
giorno. I camiciotti dal largo colletto azzurro, benchè logori e
ricuciti qua e là con grossi punti inesperti, erano tuttavia puliti
per lavature periodiche che tutti e quattro ripetevano come a bordo
e durante le quali essi restavano quasi nudi. Ma la tela, nonostante
tutte le lavature, conservava ancora le giallastre roseole della nafta,
il sangue delle navi, la cui tenacia, simile a quella del sangue degli
uomini, non si vince: traccie sicure di catastrofi e di delitti. I
loro galloncini di lana rossa, s'erano poco alla volta sbiaditi, come
se ormai, avendo perduto significato e prestigio, fosse del tutto
inutile mantener più qualsiasi risalto. Così anche i loro «distintivi
di categoria» erano quasi spariti dalle maniche; ma resti di cannoni,
eliche e torpedini, trapunti e riaccomodati con le estreme risorse
dell'ago e del filo, persistevano ancora e valevano a dare un ricordo
di ciò che fossero i quattro prigionieri italiani quando i loro galloni
erano rossi e vivi.
Due cannonieri scelti: un fuochista: un torpediniere palombaro. Liguri
i due primi; siciliano e romano gli altri; e in quattro formavano
appena novanta anni.
Tra loro ogni differenza di carattere regionale era da lungo tempo
sparita e volta per volta acquistava una maggiore importanza, della
durata di qualche ora, chi tra loro avesse ricevuto una lettera
dall'Italia. Le poche righe sopravvissute alle lunghe cancellature
e ritagli della censura austriaca erano allora rilette a tutti come
proprietà comune, così com'erano a poco a poco divenute comuni le
parentele e reciprocamente famigliari i nomi di chi loro scriveva.
Era l'Italia che inviava la sua parola attraverso l'Adriatico: e
siccome la corrispondenza degli umili ha una sua costante uniformità
di espressioni e di frasi, questa parola era per tutti identica e bene
appropriata alla natura di tutti.
E come per un tacito accordo di cui non potevano precisar l'origine,
ma che rispondeva a un'oscura necessità di sentirsi ora meglio uniti e
più alti nella scala dell'italianità, essi, che durante la loro vita
di oscuri popolani e di marinai appena distinti da numeri, avevano
sempre parlato il loro dialetto, lo avevano a poco a poco abolito,
correggendosi a vicenda nei passi torbidi e accettando senza sorrisi i
più irsuti strafalcioni derivati da sforzi mentali, non sostenuti che
da vaghi ricordi delle scuole di bordo.
Così chiamavano «brotaglio» l'ibrida zuppa nerastra che veniva loro
data in pasto a mezzogiorno, e «strocoto» — ostrogoto — lo sciancato
maggiore comandante della fortezza.
Ed un giorno che uno dei loro carcerieri aveva gettato loro del
pane legnoso, sghignazzando: — Brot... ansgezeichnetes brot, meine
katzelmacher!, — Pane! di pane, mascalzone — gli aveva risposto uno
di loro, il torpediniere palombaro romano, fissandolo in maniera tale
che l'altro aveva levato il calcio del fucile a mezz'aria, pronto a
colpire. Ma lo sguardo italiano non s'annebbiò, non s'abbassò: e il
calcio lentamente ricadde.
— Pane! Buono pane! — disse l'austriaco, pallido nel volto e nell'anima.
* * *
La lama d'ombra s'era ristretta. Nello spiraglio delle mura, aperto
sulle lontane case di Sebenico, i corvi erano a poco a poco spariti,
rintanati dal sole troppo cocente.
Ed ecco che ad un tratto i quattro prigionieri ebbero come un
simultaneo sussulto e distolsero insieme lo sguardo dalla ridda
delle loro visioni per guardarsi stupiti l'un l'altro, mentre i corvi
risgorgavano fuori dalle vecchie mura per riempire di strida il cielo.
— Avete sentito? — disse uno a bassa voce, e continuando a tendere
l'orecchio come facevano gli altri.
— Altro che! Un rombo...
— Cannone?...
Cannone? L'ultima voce della loro vita libera: la voce della speranza.
Qualche nave della patria era dunque vicina? Libera dunque di solcare
l'Adriatico e sfidare il nemico nei suoi stessi recessi? Nella rapida
successione delle idee, l'ansia dei loro volti si tramutava in uno
stupore gioioso che inarcava loro le sopracciglia e schiudeva loro le
bocche così come i bimbi accolgono una lieta, inaspettata notizia.
— No — disse ad un tratto il torpediniere palombaro rispegnendo la
sua espressione nel primitivo concentramento. — Troppo cupo! Troppo
lungo... Mina o siluro...
— E come mai, mina o siluro? — gli domandarono i due cannonieri come
rinunciassero malvolentieri ad una ipotesi che si riferiva a un loro
antico dominio.
— Non so: ma le conosco queste esplosioni, io: mina o siluro, vi
dico... del resto...
Ma alle strida dei corvi s'aggiungevano ormai voci umane altrettanto
rauche e repentine. Da uno degli androni bastionati che attraverso
un'arcata davano accesso alla fortezza, ritornava dalle esercitazioni
di piazza d'armi un folto drappello di soldati a righe rotte,
gesticolanti e vocianti. Certo qualche cosa era avvenuto laggiù, verso
il mare: qualche cosa a cui essi avevano potuto da lontano assistere e
che ora cercavano descrivere l'uno all'altro.
Selvaggi di razza, essi ripetevano i gesti ingenui dei primitivi della
terra e cercavano, come loro, tradurre con grida monosillabiche i punti
culminanti delle loro impressioni. E si vedevano braccia sollevarsi
in alto a figurare altezze, o rigirarsi a descrivere ricadute
d'acqua e vortici: gomiti spinti con uno scatto all'infuori, forse
dinotavano squarci; e nel vocìo confuso della loro massa in fermento
s'interponevano le imitazioni della detonazione, protratte in muggito o
sincopate da quella mossa sporgente della bocca che serve all'uomo come
complemento di descrizione terrifica.
Sorti in piedi, i quattro prigionieri videro questa folla agitata
dilagare nel cortile e suddividersi in rivoli grigi verso le varie
scale che conducevano alle camerate superiori, mentre tra le chiuse
mura si diffondeva l'acre odore della perspirazione umana misto a
quello più lieve dei prati riarsi dal sole.
E un gruppo passò vicino a loro, alla cui testa era un sergente, uno
di quei tipi che alla nostra natura latina più specialmente ripugnano,
perchè nelle mascelle squadrate, nel piccolo occhio grigio, nel pelame
biondastro, nel cranio appiattito e nella rozza ossatura sembrano
portar scolpita l'idiota ruvidezza e la tracotanza bestiale di una
razza a noi eternamente ostile.
Sghignazzava l'uomo, rivolgendosi ai suoi che lo seguivano e che
assentivano col sorriso untuoso del subordinato, uguale in tutte le
gerarchie.
— Ach! Ach! — esclamò costui, soffermandosi avanti a loro — Ein
Italianisches Unterseeboot... Buuum! Buuum!...
La frase non venne compresa interamente. Ma la parola che conteneva
le sillabe care del nome della loro patria si fece largo nel loro
stupore, divenuto immediatamente angoscia per le risa della soldatesca
accalcatasi intorno.
— Ein Italianisches Unterseeboot!... — ripetè il sergente scandendo
le sillabe della seconda parola nella ottusa idea che ciò la rendesse
comprensibile. E per aiutarsi meglio accennò con le dita ad una lunga
forma affusolata che portava nel centro come un'asta, rappresentata da
un indice volto in alto: il periscopio.
Il pallore è una cosa che si sente. Lo spasimo del cervello per un'idea
troppo dolorosa ed improvvisa sembra fugare il sangue dal capo e
costringerlo a correre in giù per comprimere il cuore. Allora si sente
che il volto non è più che una maschera inerte, prima rappresentazione
della morte: e quando le labbra sbianchite tentano ritrovar la parola,
tremano, si contorcono e non vi riescono più.
Così i quattro prigionieri impalliditi, rimasero muti, ansando forte e
contraendo le dita.
— Buum! Buum!... — Attorno a loro le braccia dei bruti, accennavano
gioiosamente a squarci, a mostruose rotture, ad inabissamenti...
Così i quattro prigionieri, continuarono a rimanere muti, mordendosi
le labbra, come per provare se ne potesse ancora uscire sangue, in una
prova lunga, ostinata...
— Ach!... Ach!... Ach!...
Così, visto che il loro dolore appariva come un troppo crudele
martirio, le risa attorno si elevarono di tono, divennero spasmodiche.
Gli «Ach! Ach!» di gioia tedesca s'incrociarono con quei suoni
gutturali che esprimono il tripudio croato. Le braccia levate in alto a
rappresentare colonne d'acqua si stesero orizzontalmente per appuntire
indici schernitori su di loro, come grinfie di demoni in una scena
diabolica.
E così i corvi, aizzati dalle urla delle bestie-uomini, crocidarono più
forte dall'alto, per giusta supremazia di bestie.