I.

Nel silenzio delle motrici ferme, il comandante ha mormorato «Basta»

distogliendo l'occhio dal periscopio e accennando col capo una mossa

di stanchezza. E lentamente è venuto giù dalla scaletta verticale di

ferro, aggrappandosi ai «tarozzi» con movenze di grosso quadrumane

infagottato.

Nella camera di manovra del sommergibile dove siamo già in quattro,

egli col suo cappotto impermeabile ci apparisce enorme e tutti ci

stringiamo alle file orizzontali delle colonnette degli accumulatori

d'aria, per dargli posto mentre se lo toglie di dosso.

Che c'è? Non può? Infatti le sue braccia tentano più volte invano

di sollevarsi e liberarsi dalle maniche, come trattenute da una

strana paralisi. Bisogna che l'uomo destinato al «pianoforte» —

così è chiamato sui sommergibili il complesso delle file multiple

delle valvole d'aria, raccolte press'a poco in un rettangolo dove

spesso scorrono, come su tastiera, le mani del manovratore — si

levi, si raddrizzi e l'aiuti. — Perchè? Per un incidente di qualche

giorno prima..., come mi dice il comandante stesso con un accenno di

sorriso... Già: davanti a Cattaro, un cacciatorpediniere austriaco

aveva scoperto il sommergibile e gli si era precipitato addosso.

Bisognò immergersi più che in fretta per non essere sventrati. E nella

rapidità della manovra il timoniere del timone orizzontale diede

troppa barra, sì che il sommergibile inclinò troppo la prua verso

gli abissi e dagli accumulatori rovesciati si sprigionarono i vapori

mortali del cloro. Tornar su, la morte: bisognò restar per un'ora

immersi in venticinque metri respirando cloro... E si sa, si ebbe qua

e là tra l'equipaggio qualche infiammazione bronco-polmonare, qualche

bassa emissione sanguigna... — Ma... peuh! roba da poco — conchiude il

comandante — e a me è restata questa curiosa «storia» delle braccia che

non riesco più a sollevare...

Silenzio.

Non si ode che un tenue gorgoglio d'acqua di là da queste pareti

intricate di metalli lucidi, che par venire dall'alto, da molto lontano

ed ha risonanze da caverna. È il mare: la terribile cosa che avviluppa

la nostra esistenza, che grava sul poco ferro che ci separa da lui e

che pure ci sembra estraneo, indifferente, non meritevole del minimo

pensiero.

Noi pensiamo soltanto che ne abbiamo per circa cinque metri al disopra

di noi perchè ce lo dice il manometro: e che sotto ce n'è un abisso

perchè ce lo dice l'abitudine.

Di noi, della nostra vita non emerge nel mondo dove gli altri uomini

vivono, che un tratto di periscopio, un piccolo tubo che raccoglie un

poco dell'ultima luce d'un giorno che non ci appartiene più e ce la

porta quaggiù, raccolta in una larga lente — il panoramico — che è in

mezzo a noi e che tutti per istinto di animali da luce fissiamo.

Ora essa è quasi buia. Il diametro che rappresenta l'orizzonte,

evanescente in un fondo violetto, mostra ancora un po' di rosso là

dove, lassù, il sole è sparito.

— Basta per oggi! — ripete il comandante — e poi non c'è nulla: il

solito deserto...

È vero: è la terribile impressione di questa guerra: il mare ridivenuto

deserto, come ai primi tempi della creazione; e come allora, popolato

da enormi mostri soltanto: noi, noi sommergibili, avanti ai quali ogni

altra vita marittima anteriore sembra essersi ritratta rabbrividendo.

Il gorgoglio del'acqua s'è spento. Ed ora i nostri respiri ritmano un

silenzio che è divenuto profondissimo.

Verso prora e verso poppa, attraverso le porte stagne aperte, due

lunghe prospettive di ambienti bianchi, pieni di cose metalliche

brillanti, violentemente illuminati da file di lampade elettriche, si

distendono. Come per un giuoco di opposti specchi, uno sembra ripetere

l'altro indefinitamente: e non so perchè la loro vista susciti nel

pensiero l'immagine di piccole cappelle ardenti scavate per capriccio

in una materia immensa e sconosciuta, nelle quali tutte le fiamme sieno

state accese nell'attesa di una misteriosa funzione, che tra breve avrà

inizio.

Nessuno che vi si muova: nulla che rompa la densità di questo

intraducibile silenzio di tomba. I ventitrè uomini che vi abitano

sembrano aver fatto corpo con la cosa e avere assunte le funzioni

di organi suoi, fatti di una materia chiamata carne, invece che di

metallo. E che essi abbiano un nome che li distingue uno dall'altro

come gli uomini della terra, e che esistano in scaffali sparsi lassù in

qualche parte del globo, alcuni «stati civili» che dicono come essi son

nati, quando, e da chi, è un'idea che quaggiù fa sorridere. Dove son

nati? Ma... press'a poco qui, a mezz'acqua dell'immenso mare... Come?

Ma come nei miti... da misteriosi accoppiamenti di ibride creature

somiglianti agli uomini che si inseguivano nuotando negli abissi dove

la luce non giunge. — Quando? Chi sa: da poco o da moltissimo...

e forse noi non li conoscevamo perchè il mare ce li aveva sempre

tenuti nascosti, per rivelarceli solo nel giorno della massima strage

mondiale... Questa.

Mar sanguigno (Offerta al nostro buon vecchio Dio) · 第 26 / 72 题