(LA TETRA LEGGENDA DELL'ADRIATICO).
_It is an ancient Mariner...._
(COLERIDGE).
Sono intorno a me otto uomini vecchissimi che il mare da lungo tempo
ripudiò. Da tuguri pieni di bimbi e d'immagini sacre, da giacigli
posti tra reti rotte e detriti di barca, questi che non più altro
chiedono alla vita che pace e sole, sono stati scovati ad uno ad uno
con la promessa di un po' di vino; e col loro passo che non ha più
fretta hanno varcata la soglia di questa villa seguendo docilmente il
domestico attraverso il giardino e venendo a sedersi in silenzio nella
stanza mia.
Le finestre son chiuse. Una pioggia orizzontale scroscia sui cristalli
col selvaggio impeto delle pioggie di novembre, mentre le invisibili
mani del vento scuotono, curvano e dilaniano le cime degli alberi,
facendo sbalzar pazzamente la luce dell'interno lungo i toni di una
scala cinerea. Così nell'ambiente a poco a poco s'aggrava un odore
grasso e complesso sul quale pesce tabacco e catrame, aspri fattori
primi, sormontano un odore più blando di chiesa troppo piena e quello
indefinibile e più repulsivo della stoffa dei poveri, inumidita.
Ecco dunque un ben strano consesso intorno a me. Sono carni risecchite
e scolpite dal sole e dagli anni, crani che appena fissati rivelano
il teschio, occhi rossi, socchiusi dall'aver visto troppe cose, mani
deformi e tremolanti che si agitano impercettibilmente nel silenzio
dell'attesa: tutta una rovina organica irrimediabile e pronta a
sparire. Ma per contrasto le alte spalliere delle poltrone damascate
in verde cupo danno ad ogni corpo uno sfondo solenne; ed allora ognuno
di questi vecchi che i miei sguardi investigano, perde per me il suo
aspetto misero e m'apparisce come in trionfo. Un capriccio travestì
e deformò dei dogi; i più vecchi dogi d'una Venezia stracciona...;
ma dogi sempre...: chè se dalla scolorita giubba di uno manca ogni
bottone, se uno squarcio riaperto nella mal fatta ricucitura mostra il
gramo ginocchio di un altro, se un terzo sporge un braccio anchilosato
da una manica sfilacciata, e se un altro, due altri hanno i piedi
nudi, tutti comandarono navi ed uomini e tutti dal Cònero al Gargano
dominarono l'Adriatico rastrellando pesce, questi analfabeti scienziati
del mare, i cui sguardi flosci ora convergono nel mio come raggiera al
centro.
Ci guardiamo e tacciamo. L'idea dei tanti anni qui dentro compressi
mi opprime. Io quasi non oso sospingere il mio pensiero vivo tra tanti
cadaveri di pensiero sepolti in questi crani; ed in me sopravviene come
un'improvvisa fanciullezza sulla quale incombe di nuovo quel «rispetto
dei grandi» che da bambini ci faceva così umili.
Far parlare costoro, raccogliere le loro leggende mi sembra ad un
tratto una cosa impossibile. E poi, sarò compreso?
— Neanche per sogno! — mi dice nettamente un mio amico di qui che
secondando il mio desiderio ha saputo scovare questi otto vecchi —
ciò che resta dei più celebri marinai del paese — e si è offerto da
interprete. — Bisogna lasciarli parlare come credono, partendo da un
argomento qualsiasi e spingendoli a poco a poco dove si vuole. Vedrà
che faremo presto. Diriga loro una domanda a caso... ma che susciti il
loro interesse... Cerchi un po'...
Oh, allora è presto fatto. Interessar dei vecchi? Chi molto ha speso,
pensa spesso a ciò che gli resta: qui, il vissuto e il da vivere.
Scaldarli un po'? Basta chieder loro, per esempio, chi sia il più
giovane...
Questa mia prima domanda, tradotta, suscita infatti un confuso coro
di denegazioni discrete, accentuate da una mimica a scatti come di
mal congiunte membra di legno: cercar di precisare la propria età li
mette di buon umore, li ravviva comicamente: son risatine catarrose,
titubanze, brevi scoppi di tosse...; ed anche colui che viene
finalmente designato da tutti come il più giovane, sembra schermirsi
da un fatto buffo che a torto gli venga attribuito: e ride scoprendo le
caverne dei denti.
Ride perchè ha settantadue anni. Si chiama Antò, detto Picchinsù: e il
cognome è inutile. Dice di conoscermi perchè un figlio di sua figlia,
ora morta, fu imbarcato con me sulla _Varese_ e per i miei buoni uffici
fu promosso sottonocchiere. Può darsi.
Ma ce n'è un altro che ride di più; Isè (Giuseppe) detto «La Botta»
(il rospo), rattrappito infatti da un troncone d'antenna che gli cadde
addosso in una notte di tempesta. Qualche parola che io non comprendo
s'intercala nell'espressione del suo riso.
— Dice — mi spiega l'amico — che Antò è «nu frighì» (un ragazzo) perchè
lui invece ne ha ottantasette...
Ottantasette! Un breve calcolo mentale scolpisce nella mia mente la
cifra 1826 e mi porta a riflettere su una circostanza naturale e che
senza nesso logico, ora mi apparisce come assurda: e cioè che quando
nacque questo Isè «la botta», l'Aquila Cörsa era sparita da appena
cinque anni...
Ma tutti gli avvenimenti della terra si fransero contro la prora della
paranza di costui. Infatti alla domanda scherzosa se egli ricordi
di aver sentito nella sua adolescenza nominare un certo Napoleone
Bonaparte, l'uomo corruga le bianche sopracciglia, pensa, si sforza,
ride... Se l'ha sentito nominare! Sicuro. Si ricorda benissimo di un
tale che si chiamava Napoleò ma che aveva però un altro soprannome:
non Bonaparte. Era padre di tre figlie... — come tradurre la rude
parola sua? — uomaiole, le quali vagavano a sera per la pineta lungo la
spiaggia, deviando dalla casa e dalla moglie i marinai ritornati dalla
pesca...
— Isè, questo non c'interessa — interrompe il mio amico. — Non vogliamo
sapere questo, Isè.
Ma il vecchio, preso ad un tratto dal suo ricordo risvegliato, non bada
più a nulla, e testardo come bimbo continua:
— ... tre figlie che tutti i marinai alternativamente prendevano e
maltrattavano: e che poi — prosegue abbassando repentinamente la voce —
si rividero sempre dentro «_lu scïò_»...
— In che cosa? — chiedo stupito.
— Zitto! — Mi sussurra l'amico illuminandosi tutto. — Il caso ci aiuta.
Mi pare che ci siamo.
Un silenzio: un silenzio intessuto dal sibilo dei respiri. Ma perchè
tutti questi vecchi mi fissano, sorpresi alla loro volta?
— _Lu scïò!_ — mi si risponde in coro e con un tono confinante col
rimprovero, così come merita la mia inverosimile ignoranza, non
dissipata certo da una tale conferma.
— Ma guarda questi giovani! — sembra mi dicano otto paia di occhi
divenuti improvvisamente vividi nel fondo delle occhiaie — Hanno carta
e penna davanti, interrogano, pare che sappiano tutto, e poi...
— Parla tu, Isè — dicono varie voci, stridule, roche, bambinesche,
sibilanti. Spiega tu a «lu patrò»[1] che è.
Ma l'uomo esita, sputa... repentinamente illividito. Con un gesto quasi
incosciente leva un braccio per indicarmi le finestre su cui l'acqua
scroscia... I ricordi napoleonici svaniscono d'incanto avanti alla
strana parola, al terrore, al gesto di questo povero rimasuglio di
celebre marinaio.
— Come? — insisto. — Vuol dire dunque tempesta questa tua parola?
No: è evidente che l'idea della tempesta raccorcia l'altra, la vera,
tanto è amaro il sorriso che l'accoglie.
— Più, più... — brontola il vegliardo fissando i cristalli. — È cosa
più temibile, più spaventosa...
— E parla dunque! — gli dice l'amico. — Tu sei il più vecchio e tutti
sanno che ne hai viste e fatte d'ogni colore. Ma che cos'hai? — gli
chiede, vedendolo chinar la testa tra le mani.
— Non si parla di queste cose, patrò; non se ne parla mai: e
specialmente quando il tempo è cattivo: come oggi. Sono anni che non ne
parlo più — risponde con fioca voce il vecchio. — Porta sfortuna.
— Sta a vedere che il famoso Isè «la botta» ha paura! Come le donne!
— Chi, io? — esclama il vecchio in un subito sussulto. — Patrò, Isè ha
paura soltanto del vino cattivo. Quando non si vive più in mare «non
c'è più bisogno» d'aver paura di niente. In mare, santi e madonne, e in
terra, vino.
E rivolgendosi a me: — _lè bune lu vì tue, patrò?_ (È buono il tuo
vino, signore?)
E ad un vago cenno d'assentimento: — _Mbè_ — dice —: _Nu lu sci viste
maie tu, lu scïò?_ (Non hai mai visto, tu, lo scïò?)
— Mai.
Benchè io appartenga alla marina da guerra, sono di razza diversa e
bassissima. Me lo dicono otto bocche mute, contorte da un ghigno di
commiserazione.
L'abbagliante luce di un fulmine, seguìta da un fragore infernale, mi
fissa per un istante gli otto vecchi in questa loro espressione, prima
che una semi-oscurità li affondi di nuovo nelle loro spalliere verdi.
— Non l'interrompa più — mi consiglia l'amico. — Le tradurrò alla
meglio le frasi difficili. Le riempia, le aggiusti lei....
* * *
_Quando innumerevoli stuoli di nuvole scure sembrano improvvisamente
divenir pesanti e scendono e s'accatastano e s'addensano, premendo
sull'orizzonte come alpi di piombo, già fredde e compatte in basso, ma
ancora tormentate sulle vette da mal spenta fusione, l'Adriatico spiana
ogni sua onda e s'illividisce tutto per un immenso brivido che gli
porta via ogni colore._
_Le vele gialle e rosse delle paranze sciamate tutt'intorno al cerchio
eterno che stringe l'esistenza dei marinai, prima risaltano di più e
poi divorate da una tinta di inchiostro, spariscono a poco a poco. E
se allora una nuvola unica sconvolta da un vento altissimo si distacca
dal fondo e si mette a correre essa sola, tutta orlata di grigio nel
profilo mutevole, e accenna membra di chimere, code paleontologiche e
tentacoli mostruosi, le barche immobili sembrano gravitare di più nel
mare immobile, acqua, legname ed uomini, materia e spirito stringendosi
assieme per lo stesso spavento._
_Nell'aria morta, solcata da fulmini lontanissimi, lenti volano
i gabbiani esagerando il bianco delle loro ali sullo sfondo nero;
ma non gridano più; non possono gridar più; s'è prodotto un fatto
soprannaturale; essi hanno improvvisamente cambiato natura._
_Come tutto il creato, d'altronde. Ciò che apparisce come cortina
di montagne nere, non è più formato da nuvole ma da una ressa di
miliardi d'anime accorse da ogni mondo e compresse l'una sull'altra in
tal maniera che forarne lo strato è impossibile; perchè il mare deve
rimanere inesorabilmente chiuso attorno alle paranze. Esso è divenuto
ad un tratto, rotonda, sterminata platea di giustizia._
_E quella nuvola solitaria che spazia da sovrana su tutte le altre e
che ha raccolto ogni tentacolo per aprirsi in alto come coppa diabolica
ed allungare verso il mare una sola, acuta, serpeggiante propagine,
non è tromba marina, non è meteora; essa è fatta di morti...; — quelli
a cui noi marinai facemmo torto in vita — dice Isè — è spada; spada di
Dio; ed il suo nome è Scïò._
. . . . . . .
L'uomo si ferma ansante sulla parola come per accentuarne la solennità.
Mi guarda a lungo. Chiede da bere e vuota d'un sorso uno dei bicchieri
di vino che il domestico ha preparati su un tavolo. Qualcuno lo imita
timidamente: poi tutti vogliono bere e la loro ressa fa pena... Eccoli
di nuovo ai loro posti, più soddisfatti, più aperti alle confidenze,
come dimostrano i sorrisi sdentati, gli occhietti ravvivati e il coro
delle raucedini.
Ah, dunque tutto ciò mi interessa molto? Stranezze di giovane: da
giovane che scrive...
— Avanti! — incita il mio amico in tono impaziente.
. . . . . . .
_Ma in questa turba di morti si mescolano anche gli spiriti dei nemici
vivi e di tutti coloro che vogliono nuocere ai marinai; è il demonio
che ve l'incastra._
— Diamine!
— Che? Si può domandarlo a Silvie, «lu patrò della paranza de lu
Sindache». Costui era riuscito con raggiri a soppiantare nel comando
della paranza un marinaio carico di famiglia e che quasi ne morì
di dolore. In mare, venne lo Scïò. Lo spaventoso dito nero che
fa sprizzare e ribollire l'acqua non appena la tocchi, si mise a
girare intorno alla paranza stringendo gradatamente le sue spire
e circondandola come con un muro di zampilli bianchi altissimi.
Improvvisamente si volse verso la poppa, dove Silvie, al timone,
tremava. La barra fu spezzata e gli agugliotti di ferro si torsero:
preso da un turbine di spuma, l'uomo fu gettato sul ponte; e cadendo
col viso in alto, vide trasvolare vicino a sè il volto ghignante del
nemico, mentre si sentiva strappare presto presto a manate feroci
tutti i capelli. E allora svenne... e fu calvo per sempre. _Sci capite,
patrò?_ (Hai capito, signore?).
. . . . . . .
Sì, nello Scïò sono anche i vivi, non v'è dubbio. Infatti...
— ... Infatti — interrompe bruscamente un tale che ha un cranio
d'avvoltoio e si dimena sulla poltrona per improvvisa ilarità — io
gliela feci bella a _Nazarè lu sborgnò_ (l'ubriacone) quando per
avergli dato dei pugni all'uscita dalla messa a causa di una certa
_Cuncè_ (Concetta), mi apparve davanti nello Scïò a dieci miglia da
terra, tra Grottammare e Pedaso. Ah! — prosegue soffocato da un riso
che gli scopre le gengive violacee — questo gli feci!... Ed il suo
braccio s'agita in aria per un gesto infame. — Questo! E come sparì
subito! Subito sparì!... Ah! Ah!
Strangolato dalla tosse, l'uomo che ha interrotto si riaccascia. Ridono
tutti. Un leggero freddo mi prende. E l'altro continua...
. . . . . . .
_Passano nello Scïò uomini, donne, bambini. Gridano disperatamente e
la loro voce unita forma l'urlo della raffica. Sono vestiti di bianco
e s'avvinghiano talmente tra loro da comporre un'unica colonna che
dalla superficie dell'acqua s'alza, s'alza, s'allarga e si perde nel
cielo, nel grigio delle nuvole. E tutta la colonna turbina su sè stessa
come fosse un asse, ma un asse molle che possa inflettersi, oscillare,
raddrizzarsi, fremere, spostarsi parallelamente a sè stesso con
velocità prodigiosa._
_E nulla le resiste. Ciò che una suprema giustizia decreta, è compìto
dallo Scïò con precisione matematica. A Porto Recanati vuota dei loro
equipaggi due paranze nuove e ne uccide gli uomini, ma restituisce
intatte le due navicelle al loro proprietario, arenandogliele su
soffice letto di sabbia. A Porto San Giorgio inghiotte il solo «patrò»
di un'altra paranza, sradicandolo dalla sartia alla quale s'era
abbarbicato; ma non torce un capello a nessun altro. A San Benedetto
del Tronto succhia un giovane da una barca e lo trascina in aria con
sè. Mille braccia morte lo sospendono, lo stringono, lo strozzano...;
e vien ritrovato malmenato cadavere sul declivio del monte di Presiccie
tra Grottammare e San Benedetto._
_Ed una barca segnata a nero dallo Scïò è rinvenuta carica di sassi
alle foci dell'Albula, mentre tutto il suo equipaggio si salva. E di un
paio di paranze intente alla pesca, una sola ne prende che per «patrò»
aveva tal Tommaso Spazzafumo, uomo perverso, annegato senza traccia
insieme a tre suoi figli..._
_È dunque inesorabile lo Scïò, ma non eccede e non isbaglia. Questo
mai._
* * *
_Chi si sente colpevole, chi ha nella coscienza i carboni accesi
del rimorso, può sperar grazia dallo Scïò raccomandandosi a Dio,
promettendo pentimenti, risarcimenti, futura vita d'espiazione?_
_No; non può sperar nulla da Dio. Lo Scïò è già giustizia lanciata, è
già irrevocabile volontà di Dio; non può più fermarsi; deve giungere
come fiume alla foce, deve cadere come per legge di gravità devono
cadere i pesi. Non c'è che un'unica via di scampo, ma richiede
circostanze eccezionali e coinvolge la dannazione. Chi l'usa è
irrimediabilmente preda del demonio. Il suo corpo vive ancora sulle
paranze, getta le reti, serra o borda le vele, gira gli argani, ala le
cime, parla, si nutre, avvista le terre e i fari lontani, ma la sua
anima brucia nelle fiamme eterne e si contorce tra tutti gli spasimi
promessi dalle varie religioni, tutte ugualmente prodighe in questo._
Ed ecco ora che cosa necessiti per fermare uno _Scïò_. Bisogna che a
bordo vi sia un marinaio «primo nato» in famiglia e che questi possegga
un lungo affilatissimo coltello da beccaio. Egli deve conoscere le
misteriose parole che «offendono Iddio» e che, dettate dal demonio
al primo marinaio che navigò l'Adriatico, attraverso una sottile
fila d'uomini depositari del segreto, di generazione in generazione
pervennero a lui. Egli è dunque elemento prezioso e rarissimo e
generalmente non rivela sè stesso che al momento stringente del
bisogno. Allora il denaro compenserà la salvezza della paranza e
l'intercessione della Madonna di Loreto, scongiurata nei pellegrinaggi
di settembre, ridarà forse pace all'anima compromessa.
Al sopraggiungere dello _Scïò_, l'iniziato resterà solo in coperta,
fronte alla colonna d'anime turbinanti e coltello denudato alla
mano. Poscia, gridando le parole magiche che sa e frammischiandole
a bestemmie oscene, taglierà più volte «nella» meteora muovendo
orizzontalmente il braccio avanti a sè e tenendo il corpo chino. Basta.
Come fossero state tolte ad un pilastro le pietre di base, l'orribile
turbine crollerà, si dissolverà, sparpaglierà per il cielo le anime a
gruppi spauriti che chiederan rifugio alle nuvole. Un trionfo, dunque:
nel quale però arderà in un sol tratto tutta la fede cristiana del
tagliatore, lasciando cenere.
E non si può nemmeno presagire con certezza che cosa possa derivare da
un simile atto sacrilego.
— No: non si può... — dice Isè «la botta» mentre il fragore d'un
fulmine copre la sua debole voce. — Beatissima Vergine della Santa
Casa, proteggetemi voi! — aggiunge tremando, ed accompagnando la sua
invocazione col gesto cattolico dello scongiuro, accennato dal pollice
destro trascorrente giù dalla fronte alle labbra. Un nuovo lampo lo
illumina nella maschera livida, resa spaventevole dagli occhi vitrei e
dalla bocca socchiusa.
— Da bere! — dice ansando. E dell'altro vino tracannato in fretta,
passa a larghi sorsi visibili nella sua gola flaccida.
Ciò sembra rasserenarlo.
— Via! — mormora tentando un abbozzo di sorriso e accennando un gesto
inteso a scacciare il proprio terrore. — Maledetta la vecchiaia e viva
il vino!
— Perchè hai detto che non si può prevedere che cosa avvenga dopo
tagliato uno Scïò? — gli chiede il mio amico, senza dargli requie.
— Ah! Ah! — ghigna il vecchio esaltandosi improvvisamente. — Tu hai
detto che Isè la Botta ha paura? Ragazzo, ragazzo bello, sta a sentire
se ha paura.
... Io ero tagliatore di Scïò... Già: proprio! — dice, squadrando i
vecchi ad uno ad uno come a sedar la paurosa meraviglia che si disegna
in ogni sguardo. — Io ero tagliatore di Scïò: e alla burrasca del due
di novembre...
— Come? — interrompo — è una data fissa?
— Si capisce. Tutti gli anni c'è la burrasca del giorno dei morti. Non
ne abbiamo due oggi? Embè? Guarda là...
Indica una finestra, mi scruta con commiserazione quasi irritata, e
prosegue:
— ... e alla burrasca del due di novembre, a bordo della «Marietta
bella», fui richiesto dell'opera mia. Tutto andò bene. Però la bora
ci costrinse a buttarci verso la costa dalmata e prendemmo ridosso a
Fiume. Pesce non ne avevamo, perchè al largo il mare furioso ci aveva
impedito di gettar le reti, e poi perchè nella zona di calma vicina a
terra, _la gettata non diede che ossa di morto..._
— Che?
— Auff! Sì. Ossa di morto. _Nu lu saie, patrò? Quando si pesca nella
notte dei morti, non si trovano che coccie (teschi) e ossa..._
— Amen! Sta bene.
— ... Avevamo dunque ben poco da fare a Fiume; ed io con le cinquanta
lire guadagnate per il taglio dello Scïò, me ne andai a terra per
disperdere alcune immagini nere che mi giravano in testa. Orribili
immagini! — dice come parlando a sè stesso — perchè...
Ma uno di quegli improvvisi silenzi dei vecchi nei quali pare spegnersi
per sincope la loro volontà e che un brontolio incomprensibile
conclude, gli torce le noccute mani e non ci spiega questo perchè.
E per la terza volta l'uomo — il resto d'uomo — chiede forza al vino.
Io non so più se abbia maggiore interesse per me la narrazione o
il narratore stesso. I pensieri dei giovani sono brevi, sinceri e
massicci: quelli dei vecchi, lunghi, complicati e minuti. L'anima di
chi troppo ha vissuto è rimasta forata da gallerie tortuose, franate
qua e là e nelle quali la luce non può più penetrare.
Ora io studio questo povero essere che mi sta davanti e lo seguo,
sì, nelle sue oscillazioni dalla spavalderia all'abbattimento, ma è
come indagassi nel grigio d'una nebbia. Che cosa sono queste pause,
attorno alle quali, come attorno a rocce, ribolle e si frange la stanca
corrente del suo ricordo? Di quale impossibile minaccia trema? Ah! ogni
vecchio è veramente problema già risoluto ma del quale si è perduta per
sempre la risoluzione!...
Ecco: la corrente si riforma, s'avvia... Il tagliatore di Scïò
ridiviene sprezzante, parla di nuovo...
— ... Tutto voglio raccontare a questi ragazzi curiosi, tutto. Paura
io?... Appena disceso sulla banchina, un uomo che non avevo visto
mai mi venne incontro con la mano tesa. «Siamo entrambi marinai» —
disse «Andiamo insieme». Certo che era marinaio: vestiva come me; e
se non era proprio di San Benedetto del Tronto, doveva esser di qui
vicino perchè parlava quasi come me. Ed era cieco da un occhio per
causa recente, giacchè intorno alle palpebre aveva del sangue appena
ristagnato.
Andammo insieme.
— Da dove vieni? — gli chiesi.
— Da un paese tanto lontano e che tu non conosci.
— E dove vai?
— Ritornerò laggiù.
— La tua paranza?
— Si chiama «Niente».
Tra noi marinai non usa farsi tante domande. Viviamo tutti nello stesso
modo. Oggi si è qua, domani là... Ci è indifferente dove si sia e dove
si vada. E poi questo sconosciuto si mostrava così amabile con me da
rendere inopportuna ogni diffidenza. Mi offrì sigari e _slivovitz_
senza voler accettare nulla da me, cosa che però m'annoiava, tanto più
che col mio biglietto in tasca mi sentivo ricco.
Verso sera, stanchi, andammo a pranzare insieme. Bevemmo molto: e
quando si trattò di pagare:
— Sta a me — dissi io.
— Niente affatto. — mi rispose. — Devo pagare io.
— Credi forse che io non abbia denari? Guarda qua. — E misi sul tavolo
le cinquanta lire.
— _Già sapevo che tu le avevi._ Riprendile: rimettile in tasca.
— Tu devi essere ubbriaco. Come lo sapevi?
State a sentire che cosa mi rispose. Mi rispose così:
— Marinaio: io passai nel vento ieri vicino alla tua paranza e ti
vidi col coltello in mano. Io udii le parole tue e ricevetti io il
primo colpo che vibrasti... Ero nello Scïò, MORTO TRA MIGLIAIA DI
MORTI. Tu mi colpisti qui in quest'occhio: guarda: questa è ferita
tua. Non l'avrei ricevuta se tu avessi dette esattamente le parole che
«offendono Iddio»; ma non fa niente: bene o male hai distrutto lo Scïò
che mi trascinava da anni. Ora sono anima libera e il vento non mi
piglia più. Chiedi alla tua Madonna di Loreto che ti protegga. Addio.
E vicino al suo posto, ad un tratto, vuoto, rimasero dieci lire.
Venne il cameriere: un biondo con gli occhi chiari, viso largo e i
baffi all'ingiù.
— Paga lui? — chiese. — Devo dargli il resto. Dov'è andato?
Che dovevo rispondere?
— In Paradiso — gli dissi.
Sbagliai. «All'inferno!» dovevo dire. Io avevo mangiato e bevuto col
demonio. Ero dannato.
L'uomo biondo si mise a ridere e mi chiamò ubbriacone. — Canaglia! —
gli dissi io. — Canaglie siete voialtri marinai «dell'altra riva!» —
mi ribattè lui. — Ah, per l'anima di tutti i Sambenedettesi che s'è
pigliati il mare, tò, eccoti un regalo dell'altra riva! — urlai: ed
afferrata pel collo la bottiglia dell'acqua che era piena, gliela
spezzai in testa. Prima spalancò gli occhi, poi li richiuse a poco a
poco, aprì la bocca, mi chiamò assassino e cadde.
Venne gente: tirai pugni, mi feci largo, fuggii...: la notte e il
diavolo mi aiutarono...; giunsi a bordo salvo e il padrone della
«Marietta bella» che era un buon uomo, salpò. C'era ancora la «bora»,
ma soffiava in poppa e la mattina dopo la paranza era qua.
— Ma, e lo uccidesti? — gli chiede concitatamente il mio amico.
— Si capisce! — esclama il vecchio con quell'intonazione che si dà nel
rispondere ad una inutile domanda dei bambini.
— Come lo sapesti?
L'uomo s'interrompe di nuovo e piega la testa sul petto, respirando
forte: si ode il sibilo dell'aria che si apre il varco nei suoi bronchi
aridi. E, come per improvviso sonno, chiude gli occhi mentre le sue
labbra s'agitano senza suono quasi per bassa preghiera. Finalmente con
una voce lontana e triste come quella che i cattivi sogni prestano alle
visioni d'incubo:
— Oh bella! Come l'ho saputo! — dice senza riaprir gli occhi e rialzar
il capo. — Tutta la mia vita ho lottato con lui... Il suo posto negli
Scïò era in basso, vicino all'acqua: sempre lì stava: ed il suo viso
tondo e gialliccio aveva gli occhi spalancati come quando io gli
tirai... e risaltava su quello di tutti gli altri morti come una luna
gialla tra lune d'argento. Egli veniva nel vento, dritto verso di me:
sempre: e ghignando alzava le braccia per indicarmi sul cranio una
chiazza sanguinosa da cui uscivano fiocchi bianchi di cervello. Io
dovevo far presto a tagliare nello Scïò col coltello, se no seguiva una
cosa strabiliante; lui si metteva a parlare ed io dovevo rimanere come
incatenato ad ascoltarlo, senza forza per pronunziare le parole che
offendono Iddio e fanno crollare le colonne di morti.
Una notte di tempesta, venne tenendo un bambino pallidissimo nelle
braccia e mi urlò che glielo avevo ucciso io. Malato, rimasto senza
padre e solo al mondo, nessuno aveva potuto comprare a questo bambino
le medicine di cui aveva bisogno... E da allora vennero sempre insieme.
Il piccolo teneva la testa sul petto del grande e turbinavano tutti
e due presto presto, disegnando spirali luminose come quelle che si
vedono nei fuochi d'artificio: una larga ed una stretta, ma di colore
diverso ed impossibili ad esser fissate.
E sì! Avevano un bel turbinare, gridare, minacciare: io li respinsi
sempre, vinsi sempre...
Isè la Botta rialza il capo, riapre gli occhi, beve ancora.
— _Stu vi iecche iè bbune prassà_ (questo vino è molto buono) — dice,
mentre si riaccascia nella sua posizione di sonno.
E quasi balbettando, con la sua voce che dà i brividi, prosegue:
— Una volta sola non arrivai a tempo perchè ero troppo stanco e dormivo
sotto il ponte. Allora si presero la vela, spezzarono l'antenna e
quando corsi su, me ne buttarono un troncone nella schiena. Ma benchè
ferito potei ancora ricacciarli indietro e rider loro in faccia.
— Ridi, ridi pure! — mi gridò il morto volando via. — E vivi! Devi
vivere una lunga vita infernale! Dovrai sempre tremare: ci vedrai
sempre, in ogni nuvola e in ogni sogno; voleremo nelle pallide albe
e nei rossi tramonti; dovunque qualche cosa scintilli rivedrai i miei
occhi dilatati; ogni cosa purpurea sarà sangue mio; il vento avrà la
mia voce, la luna il mio viso, la pioggia le mie lagrime; ed il rumore
del tuo passo farà rinascere dal suolo la mia perenne maledizione.
Vivi! ti prenderemo quando sarai tanto vecchio da non ricordar più le
parole del diavolo.
— Ah! — sogghigna Isè senza riaprire gli occhi. — S'era dimenticato due
cose: il vino e la Madonna di Loreto. Nel vino non ho mai visto niente,
e andando ogni settembre in pellegrinaggio alla Santa Casa, ho avuto
molti anni di tranquillità. _Rosciole_ (triglie), _mugelli_ (cefali),
_seccie_ (seppie), _storiò_ (storioni) e merluzzi mi hanno fatto festa
attorno. Voialtri dicevate, eh Antò? eh Giuà? (Giovanni) che me li
mandava il demonio... Non è vero: perchè anche dopo le dodici messe
privilegiate che ho fatte dire a Loreto, il pesce è venuto lo stesso.
Dunque non è vero.
— _E nun li sci riviste più?_ (Non li hai rivisti più?) — gli chiede
un vecchio che per l'enorme cranio lucido, tramato di venette azzurre
ricorda il San Simone del Guercino nella Cena in Emaus.
Io guardo questo vecchio, l'unico che interloquisca nel terrifico
racconto, ed una cosa mi sorprende subito: l'aria di perfetta
indifferenza che egli e tutti gli altri dimostrano per i fatti uditi.
Non un accenno di meraviglia, non una sorpresa. È come se ascoltassero
la lettura di un Vangelo irrefutabile, da troppe generazioni accettato,
per essere discusso.
È il Verbo; è la Verità. Solo la mia stupefazione è illogica dunque:
e certo l'uomo che ha rivolta quella domanda non ha ubbidito a nessun
movente preciso; egli s'è soltanto annoiato di rimaner sempre zitto:
ecco tutto.
Ed è illogico anche che io mi sorprenda della risata clamorosa,
fragorosa che gli risponde, mentre un tuono lunghissimo che rialza la
voce più volte prima di spegnersi brontolando, fa fremere noi, pareti e
cristalli.
Perchè ride così Isè la Botta? È forse il vino che gli sconvolge
il cervello, gli spalanca l'antro della bocca e ne fa sgorgare un
rivoletto di saliva bavosa? Perchè s'alza in piedi aggrappandosi ai
bracciuoli della poltrona?
— No, che non li ho rivisti più — urla tra una risata e l'altra,
cercando soverchiare col proprio urlo il fragore del tuono — perchè io,
Isè la Botta, so ancora le parole del diavolo. Io me ne rido! tanto
che quest'anno i denari pronti per il pellegrinaggio a Loreto me li
son bevuti!... Ho ottantasette anni! Chi mi ha voluto male è crepato! E
voglio arrivare a cento... A cento...!
Sugli ultimi echi del tuono la sua risata sinistra risorge, cala, si
fonde e svanisce.
Ma ad un tratto la pioggia cessa e le cime degli alberi rimangono
immobili. Sopravviene come una notte improvvisa: poi s'ode un rumore
crescente che pare lo scrosciar dei sassi spinti dalla piena; e qualche
cosa che fischia, flagella, urla, s'avvicina a noi sbattendo le gelosie
delle finestre e trascinando via le tegole delle case vicine. Eccola,
arriva la cosa terrifica: tutta la villa ne è scossa come per l'urto
d'un'onda mostruosa: e, non reggendo all'impeto, tra il fragore delle
porte che si chiudono violentemente, tra i fischi d'un vento satanico,
tra i gemiti degli alberi, con uno schianto netto, una delle finestre
si spalanca mentre i suoi cristalli s'infrangono. E la tempesta entra
liberamente in un tumulto gelido di vento e acqua.
Balziamo in piedi: tutti.
Ed ecco che ad un tratto il riso di Isè la Botta diviene convulso,
si esaspera e si tramuta in urlo disperato. L'uomo è lì, appoggiato
ai bracciuoli, arcuato in avanti, con la bocca spalancata e gli occhi
sbarrati verso la finestra schiantata, come se una visione che noi non
vediamo vi fosse apparsa per lui solo. E certo questa visione repentina
ingrandisce smisuratamente, si erige da ogni lato intorno a lui e gli
riempie il respiro e lo scuote e lo stringe, come se, o venuta dal mare
o dalla terra o dal cielo, cercasse lui solo come mèta da schiantare
a colpi di vento e di pioggia e gli urlasse intorno una maledizione
suprema.
— _Nu curtille!_ (un coltello!). Per la Vergine della Santa Casa,
un coltello! — chiede disperatamente e senza muoversi, mentre
per provvisoria difesa, con la voce roca scaglia all'aria immonde
imprecazioni...
Uno stesso orrore ci toglie ogni moto: uno stesso freddo ci fa
rabbrividire, giovani e vecchi.
E noi vediamo l'uomo levar come pazzo le braccia e mettersi a tagliar
orizzontalmente con le mani, folate di pioggia intorno a sè, alternando
invocazioni alla Vergine e infami bestemmie. Una volta, due volte egli
taglia... Ma improvvisamente altre mani invisibili gli fermano il gesto
folle: e come se un pugno di ferro lo stringesse alla gola, le sue
pupille si arrovesciano, la sua bocca si torce, il suo corpo si arcua
di più, vacilla, ricade all'indietro nella poltrona e resta immobile,
col volto fissato da una maschera violacea e rigida.
Immobile? No: un rapidissimo tremito lo agita ancora...
— È ubbriaco, patrò, è ubbriaco! — gridano i vecchi accalcandoglisi
intorno. — Portiamolo via! — Gli farà bene l'acqua... — aggiunge
qualcuno ridendo.
E l'hanno portato via.
L'hanno portato via alla prima sosta della bufera. E tutti lo hanno
accompagnato al suo tugurio attraverso l'ultime raffiche; io l'ho visto
sparire tra due cime di alberi, nella strada allagata, confuso in un
corteo grigio, traballante al vento, bizzarra e macabra carnevalata di
vecchi.
Ma domani tutti lo accompagneranno di nuovo verso la strada d'Acquaviva
dov'è il cimitero, perchè — viene a dirmi dopo poco Antò Picchinsù
piangendo e ridendo come un idiota e facendo croce coi due indici — Isè
la Botta, patrò...
— No, no, tu non ne hai colpa — soggiunge rispondendo al mio muto
sussulto. — Lo Scïò se lo sarebbe preso lo stesso... Questo è sicuro!
Del resto — prosegue guardandomi fiso con improvvisa fiamma — se, Dio
non voglia, ne avessi colpa tu...
— Ebbene?
Lentamente, come assegnasse ad ogni parola un minaccioso destino:
— Patrò: — dice — ma non vivi anche tu in mare come vi abbiamo vissuto
noi? Non conosci anche tu i cieli neri, le nuvole che s'allungano e che
fan bollire l'acqua?
E dopo una pausa, abbassando la voce come per entrare in contatto
intimo col mio spirito, ponendomi le labbra quasi all'orecchio:
— E le parole del diavolo, le sai, patrò? — sussurra.
No: non le so. So che l'alito di questo vecchio è perfido...
— E allora... lo rivedresti... Sempre. Non ti lascerebbe più... Sai
«patrò»!... _E poi non le scrivere queste cose, sai «patrò»!..._
1914.
_Yet, Italy! . . . . . . . . . .
. . . . . . . . . . . thy hand
Was then our guardian, and is still our guide._
(BYRON).
Sdraiarsi sulla sabbia soffice e calda, lontano dagli uomini,
contemplare il cielo e arrischiarsi nell'infinito, mantenere inerti
le membra e affilar l'udito perchè nulla si perda dall'eterna aspra
melodia che il mare canta... e lasciar che il sole morda appieno nelle
carni quasi nude, basta questo al breve riposo degli stanchi e dei
tormentati. Chiudendo gli occhi senza troppo stringere le palpebre,
entra nell'anima come una luce di prodigio fatta d'oro e di rame
volatizzati e ogni ricordo di visioni della terra intorno, svanisce. Se
fosse possibile restar a lungo così e dar meno presa agli artigli della
vita, io credo che...
Diamine! Troppo presto! Ritorna l'uomo: anzi l'embrione d'uno
speciale tipo d'uomo che ha già in germe quasi tutto il protoplasma
putrido della razza: un ragazzetto dell'Hôtel: l'anonimo «Lift» o
«Chasseur». Nel giugno di quest'anno di grazia 1914 si parla ormai così
dappertutto: e più specialmente così in questo immenso, effervescente,
emporio d'internazionalismo, di «rastas» e di tango che è l'Hôtel
Excelsior del Lido di Venezia.
— _Ihre Post ist hier._ — È qui la sua posta.
Pure il tedesco! Questo ragazzo è completo.
— Parlami italiano e dammi la posta. Di dove sei?
— Di Torino, Signore.
— E perchè parli tedesco?
— Perchè il primo cameriere vuole così. E poi mio padre è tedesco.
— E tua madre?
— Egiziana, ma figlia di greci.
C'è tutto. Intravedo un complicato e vagabondo romanzo di guardaroba
e cucina, un poco più basso dei romanzi dei piani superiori degli
alberghi. E questo ibrido essere vestito di rosso, dal viso già
sfiorito, dallo sguardo reso già obliquo dall'ereditarietà della
mancia, ne è il prodotto.
— E ora vattene.
Ed eccomi solo col giornaliero mucchio di carta in mano, la porzione
quotidiana di vanità e menzogne trattenuta sul setaccio di varie
calligrafie e di non sempre ferme ortografie.
...«Pregiatissimo... Carissimo... Egregio... Stimatissimo...
Illustre...» Sicuro: tutto il rispetto umano si rifugia nello scritto:
alla voce, il resto...
«Amico mio» — Ahi!... — «suo silenzio»... «tè»... «sempre»...
Riduciamo, per esempio, a dieci giorni questo «sempre»: un rapido
calcolo finanziario, e...
Avanti.
«Si ha il pregio di portare a conoscenza della S. V. che a parziale
scioglimento della riserva contenuta nel foglio citato a margine...» —
Servizio: per la burocrazia il mare parla così.
. . . . . . .
— «Patrò»... Oh! San Benedetto del Tronto! Chi sarà? Ma riconosco
subito i poco ortodossi caratteri dell'unico scrivano pubblico
locale, al quale tutti i marinai di laggiù ricorrono. Ecco una lettera
certamente schietta.
_«Patrò». Lu paroco della Marina mi ave ditto che tu sei volute
scrivere quelle cose dellu sciò che io che songhe Antò Picchinsù tè
songhe dite anno (l'anno passato). Lu paroco dice altretante che tu
non sei credute a lu sciò e che sei ditto che ne lu mare Adriatiche lu
sciò nun se pò più vedere a cagione che so cose delli vecchi. Patrò,
sei fatte male prassà (molto). Antò Picchinsù te pò sulla Croce dire
che li peccati de lu mondo so troppi prassà e che lu santissimo Gesù
e la Matonna de Loreto te farano vede nu sciò che tu no lo sei viste
maie e tutte l'Adriatiche se avrà tanto grande spaventoso che paranze,
lancette, sciabiche non vano più pe lu mare. Sei capite, patrò? Lu
diavole che s'è preso lu mondo e lu mare perchè la fede non c'è più e
iè venute lu socialisme. Questo te dice Antò Picchinsù, patrò, che ci
devi credere con tanti saluti e te racomanda alla santissima Matonna de
Loreto._
_servo oplicatissime_