Se egli, come certi pittori di _interni_ uggiosi e di paesucoli che
danno il malumore a vederli, ci rispondesse che l'ha tratta dal
vero, noi non metteremmo certo in dubbio la sua affermazione, ma
gli risponderemmo che egli doveva delle due una: o lasciar in pace
la sua Giacinta e quell'altro mostro, anche più incredibile e più
gratuitamente affermato nel romanzo, che è la signora Teresa Marulli
sua madre; oppure, se voleva trarre dall'ombra al sole tutte queste
miserie, egli in pari tempo doveva farne un'opera d'arte che, in
certo modo, ci ripagasse della bruttezza del soggetto, gettando
nell'animo dei lettori sentimenti delicati, elevati e profondi. —
Nelle poche linee di prefazione al romanzo l'autore protesta di non
avere scritto un libro immorale, e s'augura d'aver fatto una vera
opera d'arte. Orbene, noi affermiamo con pieno convincimento, che fra
quella protesta e quell'augurio il nesso ideale è assai più stretto
che il Capuana forse non pensi. Egli, pur troppo, ha scritto un libro
che può senza calunnia dirsi immorale appunto perchè ha fatto una
mediocre opera d'arte: e questo non proviene no da difetto di ingegno,
perchè (volontieri lo ripetiamo) il Capuana ha le qualità di un
forte scrittore, ma per avere sbagliato il procedimento. Il soggetto
domandava austere notomie michelangiolesche e nudità malinconiche
alla Rembrandt; invece il Capuana ci ha dato del Courbet e non sempre
di quello buono, congiunto, con poco fortunato innesto, a tenere
reminiscenze di Greuze e di Boucher.
Lo stesso Zola poteva essergli maestro migliore, poichè, se non sempre,
in parecchi luoghi e massime nell'_Assomoir_, Zola impronta ne' suoi
quadri audaci un così profondo sentimento della realtà nuda e dolorosa
che ogni altra impressione ne rimane rintuzzata o purificata. Quando
Gervasia, per non citare che un esempio, si toglie dal letto coniugale
per andare a giacere in quello del drudo domestico e di mezzo alla
triste scena notturna entra lo sguardo della bambina, quello sguardo
della figlia spettatrice della vergogna materna smorza in quella scena
ogni senso di lubricità e l'animo del lettore non rimane in ultimo
compreso che di tristezza e di commiserazione. — Invece gli imitatori
sdrucciolano quasi sempre, senza accorgersene, da Zola a Bélot, perchè
non li sorregge o la potenza del maestro o certo proposito elevato
e schiettamente morale che spesso traspare ne' suoi libri. Questo è
pure avvenuto al Capuana. Egli non ha saputo schermirsi dal fascino di
questa nota afrodisiaca che ora va più e più sempre montando di tono
nei romanzi contemporanei. Emilio Zola ha bandito l'amore dai suoi
romanzi par sostituirvi la voluttà; questo il suo lato più triste e
negativo. Gli imitatori, come sempre, tralasciando le sue qualità più
imitabili, s'attaccano a quest'una e la spingono agli ultimi eccessi,
con grandissimo detrimento dell'arte.
Di morale qui non parlo: e, a costo anche di parere uomo di manica
troppo larga, dichiaro che in pratica molto mi conformo a quella
massima di Plinio il giovane, il quale scriveva ad un amico: «per me
non scrissi nè scriverò mai versi lascivi, ma non uso gridar contro
a coloro che ne scrivono.» — Mi restringo dunque a lamentare solo
sotto l'aspetto dell'arte questo brutto vezzo d'introdurre nei nostri
romanzi in troppo larga dose l'elemento erotico, il quale fa effetto
somigliante ad un odore acuto e capitoso sparso dentro una stanza ove
sieno de' fiori di profumo dolce e sano. Chi può più gustare questo
profumo? Lo stesso è dei libri di cui parliamo. Ogni altra delicata
ricerca artistica, ogni nobile intendimento dell'autore, ogni altro
interesse del dramma restan languidi, smorti, avviliti e negletti; e
quando giunti in fondo noi lettori ricapitoliamo l'effetto del romanzo
letto dentro di noi, con nostra poca edificazione siamo costretti a
constatare (e perchè dissimularlo? A verismo di letteratura verismo di
critica) che esso si riassume in due o tre commozioni sensuali...
Questo, pur troppo, si avvera anche nel romanzo di Capuana, perchè,
lasciatosi andare alla imitazione di cattivi modelli, anch'egli non ha
saputo serbare misura e sobrietà nel descrivere, onde ciò che nel suo
intendimento era certo secondario diventa l'effetto principale.
Citiamo un esempio solo: l'indegno scempio fatto sul tenero corpo di
Giacinta dal servitore poteva esser argomento d'un quadro nella sua
arditezza bello, pietoso e atto a preparare degnamente l'animo dei
lettori a tutto ciò che segue a questa disgraziata donna. Ma non è
così: l'autore innamorato anch'esso del dettaglio lascivetto, vi gira
intorno studiosamente, lo accarezza, lo mette in buona luce, avendo
perfino cura di avvertire chi legge che Giacinta, quantunque bimba,
aveva già a quella età un corpicino rotondo e desiderabile. Ed ecco
in tal guisa sconcertato, anzi addirittura capovolto, l'effetto che
nella economia complessa del romanzo egli con questa scena voleva
conseguire....
E malgrado tutto questo io non dissuaderò mai il signor Capuana dallo
scrivere romanzi, chè anzi lo credo uno dei pochi in Italia che su
questo campo possa far buone prove e lasciare opere durevoli. Ma cangi
metodo e scelga modelli migliori; oppure (che sarebbe anche meglio)
cerchi più coraggiosamente entro di sè i toni ed i colori.
E poichè, con franchezza e schiettezza scevra d'ogni presunzione, ho
detto al Capuana tutto l'animo mio, talchè avrei potuto intestare
questo articolo col verso di Plauto: _dulcia atque amara apud te
sum eloqutus omnia_, mi consenta egli, gentile del pari che valente,
un'ultima considerazione. — Forse in lui alcuni difetti del romanziere
discendono per fil di logica dalle opinioni del critico. Egli, portando
arditamente nella letteratura e nelle arti una teoria che ora si
dibatte nel campo della scienza, mirerebbe a persuadere sè e gli altri
che le ultime forme artistiche trionfanti hanno sempre ragione. Devoto
a questa teorica il Capuana nel seicento avrebbe difeso e imitato il
Marini. Io invece che, per tutto quanto spetta il «regno umano» più
propriamente detto, ed in particolar modo la lotta perpetua del bello e
del brutto, credo all'impero della scelta libera e razionale, m'auguro
che il Capuana, ora che ha fatto in sè stesso autore l'esperimento
delle sue teorie di critico, esca presto dal circolo sofistico ove s'è
messo, e come autore e come critico: e son certo darà frutti sempre
più degni della molta e legittima aspettazione che il suo ingegno ha
destato in Italia.