In Italia la storia del romanzo è tutta da fare e riuscirebbe uno
studio curiosissimo. I nostri romanzieri, dopo il breve periodo
manzoniano, mancando quasi sempre di facoltà inventive, sono venuti
foggiandosi sotto il dominio di questo o di quel modello francese,
inglese o tedesco; doveva dunque venire la volta anche della imitazione
zolesca. — Però è da notare che la si vede qua e là a sprazzi e a
spizzichi nell'atteggiamento di alcuni tipi, nel metodo d'alcune
descrizioni, nel rilievo più o meno arrischiato che danno alla
rappresentazione della voluttà e via via; ma non ancora la si è vista
portata e trafusa con gagliardia nel completo organismo di un libro.
Si direbbe che anche ad imitare i nostri romanzieri, generalmente
parlando, sono fiacchi ed hanno «il fiato corto» come mi diceva
sospirando un editore lombardo.
Luigi Capuana per primo, a quanto io so, ha tentato di dare all'Italia
un romanzo che rappresenti in veste italiana con vigore e con coraggio
il vero processo e gli intendimenti veri della scuola: e mi pare che a
questo titolo metta conto d'esaminarlo.
In faccia ai giudizi dell'arte tutti gli scrittori si possono ridurre a
due categorie. Quelli che, preso un tema a trattare, vi lascian subito
intendere che è peso superiore alle loro forze perchè vi s'accasciano
sotto o camminano a stento. Altri invece mostrano padronanza del
proprio soggetto e vigoria sufficiente a sostenersi fino in fondo,
senza sentir troppo la fatica, oppure (il che pei lettori torna lo
stesso) senza farla scorgere. Questa distinzione così vasta e generica
non tocca alla intrinseca e finale bontà del lavoro. Anzi lo scrittore
della prima categoria, ossia lo scrittore debole, mostrerà ottimi
intendimenti e doti preziose; qua e là anche si concilierà la vostra
benevolenza e strapperà perfino la vostra ammirazione. Non importa:
nel tutto insieme dell'opera sua, meglio ideata che fatta, oppure
meglio fatta che ideata, voi sentite sempre uno squilibrio di forze,
una incertezza e disparità d'andamenti che ve lo fanno giudicare minore
dell'impresa sua.
Per contrario avverrà non di rado che lo scrittore forte vi presenti
un'opera criticabile magari da capo a fondo, in quanto che nè il
fine nè i mezzi dell'opera, astrattamente parlando, vi soddisfano.
Non importa: ci sentite però dentro una manifestazione di forze
vigorosamente equilibrate e liberamente mosse. Lo stile vi sarà più
che altro antipatico e non vorreste che trovasse imitatori; ma dovete
confessare che è uno stile personale, che consuona armoniosamente
col sentire dell'autore e che egli quindi lo maneggia con vivacità
efficace. Con poche o nessuna delle sue opinioni capitali vi troverete
d'accordo; la natura fisica e la natura morale vi appariranno
rappresentate da lui sotto aspetti ed in atteggiamenti ingiusti,
ingrati, esagerati e financo impossibili. Voi però, fatto un mondo di
riserve e di proteste, arrivate poi sempre a concludere che vi trovate
in cospetto d'un ingegno vero, che, dato in lui il preconcetto di una
forma, sa pienamente conquistarla; di un autore insomma, che merita,
non usurpa, questo nome e che siete obbligato a stimare, anche se non
vi riesce di amarlo.
Questo discorso mi svegliava in mente la lettura del nuovo libro
di Luigi Capuana. E non era discorso del tutto nuovo, perchè ne
ho ritrovato come l'embrione nella mia memoria fin da quando lessi
_Profili di donne_ dello stesso autore.
Giacinta è, come ho detto, un romanzo pensato e fatto sotto la
impressione dei libri d'Emilio Zola, e specialmente di _Page d'amour_.
È una impressione profonda e continua che non si scompagna dall'animo
del sig. Capuana un solo istante. Vedete nel suo descrivere lo studio
lo sforzo a cogliere con tutta semplicità i contorni netti e decisi
degli oggetti delineati ad uno ad uno, poi con un tratto rapido
rappresentati nel loro effetto d'insieme, qualità questa in cui il
Zola tra gli scrittori viventi non ha forse chi lo uguagli. Vedete
inoltre che il Capuana ha fatto suo il proposito zolesco di chiamare
crudamente ogni cosa col suo nome e di affrontare ogni più arrischiata
descrizione, fermandosi a mala pena sugli ultimi limiti dello schifoso
e dell'orrido. Insomma v'accorgete, leggendo questo suo racconto,
che l'A. ha vissuto lungamente ed amorosamente entro quel gruppo di
sensazioni e di rappresentazioni che formano come l'atmosfera dei
romanzi di Zola e che, trasformate od in iscorcio, vi ricompaiono qua
e là di frequente nelle sue pagine; probabilmente senza che egli vi
abbia fatto attenzione. Così, per non uscire da _Page d'amour_, appare
che si sono chetamente, e sott'altri panni, traforate da quel romanzo
in questa _Giacinta_ la descrizione del giardinetto domestico di casa
Marulli, la figura del prete buono che compare un momento a dar buoni
consigli alla donna che sta per perdersi, la scena d'amore tra Giacinta
e Andrea accanto alla culla della bambina moribonda, etc. — Sono come
fuochi riflessi d'uno specchio lontano che vi lampeggiano d'intorno e
vi fanno girare il capo in cerca della mano che si diverte a produrre
su di voi quegli effetti a distanza.
Un altro romanzo al quale sì è costretti a pensare più d'una volta
leggendo _Giacinta_ è _Madame Bovary_ ma, a dir vero, la somiglianza
è più nello schema generico dell'opera d'arte che nella viva sostanza
e nella esplicazione sua. Si tratta qui e là di due donne spinte
da una forza quasi fatale giù per tutti i gradini dell'adulterio
e della depravazione, ma la somiglianza non va oltre. La signora
Bovary è tutta compaginata di adulterio: lo ama, lo cerca, lo vuole
e lo respira deliziosamente a pieni polmoni come la sola aria per
lei respirabile; e qualora cerchiate una causa precisa di questo
furioso abbiettamento della donna, non la trovate se non perdendovi
in qualche mistero fisiologico. In Giacinta invece una causa la
trovate; una causa inadequata e parziale, ma che, congiungendosi ad
altre malaugurate circostanze, vi spiega la sua caduta. — Negletta
dalla madre, che non solo la defrauda fino dalla culla d'ogni senso
d'amore materno ma nemmeno la tiene in quella vigilanza che la più
disamorata delle matrigne si sentirebbe in obbligo di adoperare
_pro forma_, Giacinta è lasciata bambina in balìa di un ragazzaccio
precocemente ribaldo e lascivo che la vitupera prima ch'essa abbia
coscienza del vitupero. È il principio di tutta una serie di guai che
non avrà termine se non colla morte di Giacinta: perchè costei, fatta
consapevole della propria onta, venuta su triste, scorata, diffidente
e profondamente sprezzatrice della società che vede in casa sua così
male rappresentata, giura a sè medesima che non darà mai ad un uomo il
diritto di rinfacciarle come marito la propria sventura; e non v'ha
uomo tra quanti le girano intorno che essa non ritenga capace di una
tale viltà.
Accade poi ciò che ognuno potrebbe facilmente prevedere: quel
giuramento viene a trovarsi un bel giorno in conflitto coll'amore.
Allora che farà Giacinta?... Essa darà la mano di sposa ad un ebete,
col proposito di appartenere veramente, anima e corpo, all'uomo che
ama. Comincia in fatti col darsi a questo suo «marito vero» la prima
notte di nozze, mentre l'altro, il marito della legge, il marito da
burla, con un pretesto pur che sia è mandato a dormire nella sua camera
di scapolo.
Questa soluzione è, come ognun vede, d'una semplicità terribile.
Giacinta è logica e vuol andare fino in fondo: sarà essa alla sua
volta «moglie vera» di Andrea Gerace, che ama con tutto l'abbandono
e la forza d'un amore destinato a signoreggiarla per tutta la vita;
e il conte Grippa di San Celso le servirà a condurre fino in fondo
il suo disegno, senza incagli troppo forti, senza scandali troppo
vistosi, insomma con quel po' di mistero che alimenta la felicità e
quella decenza esteriore con cui il mondo vuole sieno condotte queste
faccende. Ma, ohimè! i fatti non s'avviano mai sulle semplici linee
tracciate dalla logica e vagheggiate dal desiderio. — Il suo Andrea,
un giovinotto elegante e piacente, non ha nulla all'infuori di queste
doti esteriori che dia ragione del grande e tragico amore onde è presa
per lui Giacinta; per più d'un aspetto volgare e basso dovrebbe anzi
spiacerle; ma a chi glieli pone sott'occhio risponde la donna con una
frase tremenda, inappellabile: «l'amo!»
E sia. Accettiamo anche noi come uomini e come critici la sentenza di
questo giudice supremo, che dagli antichi e dai moderni si cercò sempre
e inutilmente di sottomettere
Al tribunal dell'alta Imperatrice,
ossia di madonna Ragione. Ma se, come dicemmo più sopra, troviamo
cagioni sufficienti a spiegare la caduta di Giacinta, a scusarla anche
ed a compiangerla, confessiamo, e come uomini e come critici, che tutto
quello che segue nel libro ad esplicazione e complemento del ritratto
della protagonista, noi non sappiamo più nè spiegare, nè scusare,
nè compiangere. E rivolgendoci al signor Capuana siamo costretti a
chiedergli da che buia e malata cavità del suo spirito abbia tratta la
infelice ispirazione di questa storia di donna educata, colta, gentile,
amata, sovra tutto amante, che arriva a fare della propria abbiezione
uno studio deliberato e quasi un ragionato programma; che non si
contenta di gettar via uno dopo l'altro tutti i pudori dell'anima e del
corpo per trattenere e riscalducciare l'affetto e il sangue dell'uomo
che ama, ma giunge ad offrirsi ad un tale che essa chiama «sozzissimo
vecchio» senza nemmeno esserne richiesta: inesprimibile sconcezza, a
cui si piega di rado e a malincuore perfino la donna da postribolo. —
La signora Bovary, ributtata dal suo antico amante, ridotta all'estremo
della disperazione, trova nel suo petto femminile un ultimo resto di
dignità, per respingere le proposte e le offerte del vecchio libertino
e ingoia piuttosto l'arsenico. Per quanta ragione si voglia fare alla
differenza dei casi e dei caratteri, questo confronto ricorre spontaneo
ed eloquente e ci obbliga a ripetere la nostra domanda: donde ha tratto
il Capuana questo mostro di donna?