II.

In Italia la storia del romanzo è tutta da fare e riuscirebbe uno

studio curiosissimo. I nostri romanzieri, dopo il breve periodo

manzoniano, mancando quasi sempre di facoltà inventive, sono venuti

foggiandosi sotto il dominio di questo o di quel modello francese,

inglese o tedesco; doveva dunque venire la volta anche della imitazione

zolesca. — Però è da notare che la si vede qua e là a sprazzi e a

spizzichi nell'atteggiamento di alcuni tipi, nel metodo d'alcune

descrizioni, nel rilievo più o meno arrischiato che danno alla

rappresentazione della voluttà e via via; ma non ancora la si è vista

portata e trafusa con gagliardia nel completo organismo di un libro.

Si direbbe che anche ad imitare i nostri romanzieri, generalmente

parlando, sono fiacchi ed hanno «il fiato corto» come mi diceva

sospirando un editore lombardo.

Luigi Capuana per primo, a quanto io so, ha tentato di dare all'Italia

un romanzo che rappresenti in veste italiana con vigore e con coraggio

il vero processo e gli intendimenti veri della scuola: e mi pare che a

questo titolo metta conto d'esaminarlo.

In faccia ai giudizi dell'arte tutti gli scrittori si possono ridurre a

due categorie. Quelli che, preso un tema a trattare, vi lascian subito

intendere che è peso superiore alle loro forze perchè vi s'accasciano

sotto o camminano a stento. Altri invece mostrano padronanza del

proprio soggetto e vigoria sufficiente a sostenersi fino in fondo,

senza sentir troppo la fatica, oppure (il che pei lettori torna lo

stesso) senza farla scorgere. Questa distinzione così vasta e generica

non tocca alla intrinseca e finale bontà del lavoro. Anzi lo scrittore

della prima categoria, ossia lo scrittore debole, mostrerà ottimi

intendimenti e doti preziose; qua e là anche si concilierà la vostra

benevolenza e strapperà perfino la vostra ammirazione. Non importa:

nel tutto insieme dell'opera sua, meglio ideata che fatta, oppure

meglio fatta che ideata, voi sentite sempre uno squilibrio di forze,

una incertezza e disparità d'andamenti che ve lo fanno giudicare minore

dell'impresa sua.

Per contrario avverrà non di rado che lo scrittore forte vi presenti

un'opera criticabile magari da capo a fondo, in quanto che nè il

fine nè i mezzi dell'opera, astrattamente parlando, vi soddisfano.

Non importa: ci sentite però dentro una manifestazione di forze

vigorosamente equilibrate e liberamente mosse. Lo stile vi sarà più

che altro antipatico e non vorreste che trovasse imitatori; ma dovete

confessare che è uno stile personale, che consuona armoniosamente

col sentire dell'autore e che egli quindi lo maneggia con vivacità

efficace. Con poche o nessuna delle sue opinioni capitali vi troverete

d'accordo; la natura fisica e la natura morale vi appariranno

rappresentate da lui sotto aspetti ed in atteggiamenti ingiusti,

ingrati, esagerati e financo impossibili. Voi però, fatto un mondo di

riserve e di proteste, arrivate poi sempre a concludere che vi trovate

in cospetto d'un ingegno vero, che, dato in lui il preconcetto di una

forma, sa pienamente conquistarla; di un autore insomma, che merita,

non usurpa, questo nome e che siete obbligato a stimare, anche se non

vi riesce di amarlo.

Questo discorso mi svegliava in mente la lettura del nuovo libro

di Luigi Capuana. E non era discorso del tutto nuovo, perchè ne

ho ritrovato come l'embrione nella mia memoria fin da quando lessi

_Profili di donne_ dello stesso autore.

Giacinta è, come ho detto, un romanzo pensato e fatto sotto la

impressione dei libri d'Emilio Zola, e specialmente di _Page d'amour_.

È una impressione profonda e continua che non si scompagna dall'animo

del sig. Capuana un solo istante. Vedete nel suo descrivere lo studio

lo sforzo a cogliere con tutta semplicità i contorni netti e decisi

degli oggetti delineati ad uno ad uno, poi con un tratto rapido

rappresentati nel loro effetto d'insieme, qualità questa in cui il

Zola tra gli scrittori viventi non ha forse chi lo uguagli. Vedete

inoltre che il Capuana ha fatto suo il proposito zolesco di chiamare

crudamente ogni cosa col suo nome e di affrontare ogni più arrischiata

descrizione, fermandosi a mala pena sugli ultimi limiti dello schifoso

e dell'orrido. Insomma v'accorgete, leggendo questo suo racconto,

che l'A. ha vissuto lungamente ed amorosamente entro quel gruppo di

sensazioni e di rappresentazioni che formano come l'atmosfera dei

romanzi di Zola e che, trasformate od in iscorcio, vi ricompaiono qua

e là di frequente nelle sue pagine; probabilmente senza che egli vi

abbia fatto attenzione. Così, per non uscire da _Page d'amour_, appare

che si sono chetamente, e sott'altri panni, traforate da quel romanzo

in questa _Giacinta_ la descrizione del giardinetto domestico di casa

Marulli, la figura del prete buono che compare un momento a dar buoni

consigli alla donna che sta per perdersi, la scena d'amore tra Giacinta

e Andrea accanto alla culla della bambina moribonda, etc. — Sono come

fuochi riflessi d'uno specchio lontano che vi lampeggiano d'intorno e

vi fanno girare il capo in cerca della mano che si diverte a produrre

su di voi quegli effetti a distanza.

Un altro romanzo al quale sì è costretti a pensare più d'una volta

leggendo _Giacinta_ è _Madame Bovary_ ma, a dir vero, la somiglianza

è più nello schema generico dell'opera d'arte che nella viva sostanza

e nella esplicazione sua. Si tratta qui e là di due donne spinte

da una forza quasi fatale giù per tutti i gradini dell'adulterio

e della depravazione, ma la somiglianza non va oltre. La signora

Bovary è tutta compaginata di adulterio: lo ama, lo cerca, lo vuole

e lo respira deliziosamente a pieni polmoni come la sola aria per

lei respirabile; e qualora cerchiate una causa precisa di questo

furioso abbiettamento della donna, non la trovate se non perdendovi

in qualche mistero fisiologico. In Giacinta invece una causa la

trovate; una causa inadequata e parziale, ma che, congiungendosi ad

altre malaugurate circostanze, vi spiega la sua caduta. — Negletta

dalla madre, che non solo la defrauda fino dalla culla d'ogni senso

d'amore materno ma nemmeno la tiene in quella vigilanza che la più

disamorata delle matrigne si sentirebbe in obbligo di adoperare

_pro forma_, Giacinta è lasciata bambina in balìa di un ragazzaccio

precocemente ribaldo e lascivo che la vitupera prima ch'essa abbia

coscienza del vitupero. È il principio di tutta una serie di guai che

non avrà termine se non colla morte di Giacinta: perchè costei, fatta

consapevole della propria onta, venuta su triste, scorata, diffidente

e profondamente sprezzatrice della società che vede in casa sua così

male rappresentata, giura a sè medesima che non darà mai ad un uomo il

diritto di rinfacciarle come marito la propria sventura; e non v'ha

uomo tra quanti le girano intorno che essa non ritenga capace di una

tale viltà.

Accade poi ciò che ognuno potrebbe facilmente prevedere: quel

giuramento viene a trovarsi un bel giorno in conflitto coll'amore.

Allora che farà Giacinta?... Essa darà la mano di sposa ad un ebete,

col proposito di appartenere veramente, anima e corpo, all'uomo che

ama. Comincia in fatti col darsi a questo suo «marito vero» la prima

notte di nozze, mentre l'altro, il marito della legge, il marito da

burla, con un pretesto pur che sia è mandato a dormire nella sua camera

di scapolo.

Questa soluzione è, come ognun vede, d'una semplicità terribile.

Giacinta è logica e vuol andare fino in fondo: sarà essa alla sua

volta «moglie vera» di Andrea Gerace, che ama con tutto l'abbandono

e la forza d'un amore destinato a signoreggiarla per tutta la vita;

e il conte Grippa di San Celso le servirà a condurre fino in fondo

il suo disegno, senza incagli troppo forti, senza scandali troppo

vistosi, insomma con quel po' di mistero che alimenta la felicità e

quella decenza esteriore con cui il mondo vuole sieno condotte queste

faccende. Ma, ohimè! i fatti non s'avviano mai sulle semplici linee

tracciate dalla logica e vagheggiate dal desiderio. — Il suo Andrea,

un giovinotto elegante e piacente, non ha nulla all'infuori di queste

doti esteriori che dia ragione del grande e tragico amore onde è presa

per lui Giacinta; per più d'un aspetto volgare e basso dovrebbe anzi

spiacerle; ma a chi glieli pone sott'occhio risponde la donna con una

frase tremenda, inappellabile: «l'amo!»

E sia. Accettiamo anche noi come uomini e come critici la sentenza di

questo giudice supremo, che dagli antichi e dai moderni si cercò sempre

e inutilmente di sottomettere

Al tribunal dell'alta Imperatrice,

ossia di madonna Ragione. Ma se, come dicemmo più sopra, troviamo

cagioni sufficienti a spiegare la caduta di Giacinta, a scusarla anche

ed a compiangerla, confessiamo, e come uomini e come critici, che tutto

quello che segue nel libro ad esplicazione e complemento del ritratto

della protagonista, noi non sappiamo più nè spiegare, nè scusare,

nè compiangere. E rivolgendoci al signor Capuana siamo costretti a

chiedergli da che buia e malata cavità del suo spirito abbia tratta la

infelice ispirazione di questa storia di donna educata, colta, gentile,

amata, sovra tutto amante, che arriva a fare della propria abbiezione

uno studio deliberato e quasi un ragionato programma; che non si

contenta di gettar via uno dopo l'altro tutti i pudori dell'anima e del

corpo per trattenere e riscalducciare l'affetto e il sangue dell'uomo

che ama, ma giunge ad offrirsi ad un tale che essa chiama «sozzissimo

vecchio» senza nemmeno esserne richiesta: inesprimibile sconcezza, a

cui si piega di rado e a malincuore perfino la donna da postribolo. —

La signora Bovary, ributtata dal suo antico amante, ridotta all'estremo

della disperazione, trova nel suo petto femminile un ultimo resto di

dignità, per respingere le proposte e le offerte del vecchio libertino

e ingoia piuttosto l'arsenico. Per quanta ragione si voglia fare alla

differenza dei casi e dei caratteri, questo confronto ricorre spontaneo

ed eloquente e ci obbliga a ripetere la nostra domanda: donde ha tratto

il Capuana questo mostro di donna?

Teste quadre · 第 33 / 41 题