Ma io spero che voi non vi aspettiate da me un vero e proprio studio
letterario intorno a Giuseppe Giusti, che mi porterebbe in lungo chi sa
quanto. La presenza del suo simulacro mi richiama a tutto l'uomo, e il
carattere di queste feste mi trae ad altro ordine di pensieri.
Nel Giusti l'animo fu pari alla mente, e il cittadino pari al poeta.
— Il titolo di _poeta civile_ che molti oggi hanno «al sommo della
bocca» si conviene davvero a costui che da un alto proponimento di
patriotismo attinse l'ispirazione della massima parte de' suoi versi.
E come l'effetto corrispondesse alla intenzione, molti di voi possono
ancora ricordare: e quando alcuni miei amici si divertono a predicare
che l'arte non _agisce_ sulle condizioni morali del proprio tempo,
ma ne subisce passiva e indifferente l'essere e l'andare, davvero mi
sembra che essi non abbiano buon giuoco colle dimostrazioni continue
ed evidenti della storia. — A ogni modo l'Austria che sopprimeva il
_Conciliatore_, e le polizie dei governi e governini che perseguitavano
le poesie del Giusti come il più pernicioso dei contrabbandi, avranno
sempre (mi spiace a confermarlo) un peso grandissimo in questa
questione d'arte!
La satira, quando non è che personale e particolare, è quasi sempre
opera labile e caduca; e anche quando splendano in lei vivissimi i
pregi dell'arte, _il tempo va dintorno con la force_. — Però guardate:
scomparvero il Toscano Morfeo, il Rogantino di Modena, Re Bomba;
mutarono panni o se li barattarono, Girella, Becero, Gingillino,
Chilosca, il martire di Rimini e tanti altri tipi veri e viventi che
nel Giusti svegliarono il riso e lo sdegno: ma la sua satira resta
e resterà perchè egli la attinse da un fondo schiettamente umano ed
universale, perchè non erano sua musa nè la rabbia vendicatrice di
Archiloco, nè le arguzie facete e vuote del Pananti, ma traeva il
mesto riso da nobile sdegno e l'ingegno temperava nelle pure onde della
carità.
Carità di patria sopratutto; e questa non provava solamente coi
versi. La vita pubblica del nostro (se si può dire che n'avesse una,
tanto poca era in lui la smania di farsi avanti) ci dà quel tipo di
buon cittadino che pone a massima direttiva della propria condotta,
dovere i gusti e le opinioni dei privati sottomettersi a' bisogni veri
e variabili del paese — non questi a quelli. E però noi lo vediamo
esordire giovane entusiasta lanciando i voti del cuore e i canti della
musa verso un ideale politico che io penso nel fondo dell'anima non
abbia mai avuto bisogno di sconfessare, nè mai sconfessato. Ma come
vide le fortune d'Italia volgere ad altro segno ed improntarsi ad
altre necessità, egli non esitò a dare la più intima e cara parte di
sè stesso in olocausto alla patria; non esitò perfino a benedire ciò
ch'egli aveva in altro tempo maledetto. — Ottimo modello di cittadino
questo, o signori: ma non facile ad imitare perchè per solito poco
fortunato! E al Giusti non vennero risparmiate amarezze pel suo
generoso peccato, e non mancò chi lo chiamasse cattivo italiano, uomo
voltabile e da poco. Egli se ne consolò coi ricordi di Dante, _il
vicin suo grande_. Se ne consolò, in mezzo ai rovesci del 48 e 49,
rifugiandosi nella intatta coscienza che gli permetteva di piangere
senza rimorso e, levati gli occhi in volto alla madre Italia, gli dava
il diritto di volgerle un canto di commiserazione.
Povera madre! Il gaudio
Vano, i superbi vanti,
Le garrule discordie
Perdona ai figli erranti;
Perdona a me le amare
Dubbiezze e il labro attonito
Tra le fraterne gare.
Sai che nel primo strazio
Di colpo impreveduto,
Per l'abbondar soverchio
Anche il dolore è muto;
E sai qual duro peso
M'ha tronchi i nervi e l'igneo
Vigor dell'alma offeso.
. . . . . . . . . . . . . . . . . . .
Se trarti di miseria
A me non si concede,
Basti l'amor non timido
E la incorrotta fede;
Basti che in tresca oscena
Mano non porsi a stringerti
Nuova e peggior catena.
Grande conforto, o Signori, poter ripetere a sè stesso tali versi, in
quei giorni, fra gli smarrimenti della democrazia e i bestiali furori
della repressione!
Ma non bastò. Aggiungendosi ai dolori fisici le sofferenze morali,
Giuseppe Giusti dovette soccombere nel 1850 mentre la reazione
infieriva su tutta Europa e specialmente in Italia, quando egli aveva
varcato di poco i 40 anni e tanta parte di vita, di lavoro, di gloria
poteva ancora schiudersi innanzi a lui. Ora pensate, o signori:
l'Italia, nel cui avvenire il poeta morente aveva guardato con tanto
sconforto, dopo pochi anni si trovava pronta per un moto di redenzione
più compiuta e durevole, e sbrattava per sempre tutto quel mondo di
birri, di spie e di censori contro cui il Giusti aveva liberati i
dardi più fieri della sua farétra. Il 1859 lo avrebbe trovato quasi
giovane ancora, nel pieno vigore dell'animo, mescolato ai nostri
grandi rivolgimenti, e oggi, invece di starci innanzi nella apoteosi
d'un monumento, egli avrebbe potuto da una vecchiaia serena e gloriosa
guardare, con noi, sorridendo del suo riso arguto e buono, alla patria
ricostituita e a questo suo incamminarsi tra fidente e pensosa per le
vie dell'avvenire.
Quali sarebbero oggi, se il domandare non è temerario, i pensieri del
poeta cittadino?... Che direbbe ora del popolo italiano, egli che in
uno slancio di lirico ottimismo, trent'anni or sono, lo vedeva già
perfetto, come Michelangelo le sue statue entro la bozza greggia del
marmo, e lo salutava con quella affettuosa apostrofe:
O popol vero, o d'opre e di costume
Specchio a tutte le plebi in tutti i tempi,
Levati in alto?...
Il suo marmo è muto, ed egli, il poeta, dal regno delle ombre non ci
risponderà! — Ma noi prendiamo conforto a sperare che i buoni germi
sparsi da lui col verso intemerato e colla vita degna del verso,
non siano tutti in vano, se Italia si ricorda di Lui, se l'onora
d'un monumento, se intorno a questo monumento spende tutte le sue
cure il gentile paese che nel suo nome si esalta, mostrando d'essere
penetrato della verità che, se l'aver dati i natali ad un uomo grande
e benemerito è mero favor di fortuna, l'onorarlo nobilmente vuol
dire che di quella grandezza e benemerenza anche il paese è degno di
partecipare.
Pindaro nella quarta Olimpica ha cantato: quando quei di Rodi
inalzarono una statua a Minerva, la dea fece cader nell'isola una
pioggia d'oro. — Accolga Monsummano il gentile augurio che in questo
mito si nasconde, e intanto s'allegri nella certezza, che quando una
prossima generazione futura eserciterà un sindacato molto severo su
tanti monumenti che noi, con questa smania di glorificazioni dubbie
o premature, abbiamo innalzati, dinanzi a questo s'inchinerà e farà
plauso, perchè con esso viene onorato un grande spirito ed un nobile
cuore.
_1879._
Letto in pubblico e per la vastità del tema brevissimo, (avevo i minuti
severamente contati dalla Commissione) questo discorso nell'animo mio
era già destinato a rimanere per sempre nell'oscurità in mezzo agli
altri miei fatti in «occasioni» consimili. È una mia consuetudine
e, direi quasi, un voto da cui non mi sono mai dipartito, nè anche
in circostanze nelle quali erano di mezzo ragioni di cortesia, di
convenienza e quasi di dovere.
Ma questo discorso era nato, si vede, con in fronte il mistico tau
della pubblicità. — _Che giova nella fata dar di cozzo?_ — Eccolo
dunque il mio discorso quindici giorni dopo stampato sul _Fanfulla
della Domenica_, e indi a poco esaminato, censurato, direi quasi
torturato nel _Preludio_ da un valoroso scolaro di Giosuè Carducci, il
signor Filippo Bizzi che ha, mi dicono, chiuso di recente il suo corso
filologico all'università con un lungo e bello studio intorno al poeta
monsummanese.
Poichè nella sua critica il signor Bizzi ammette pel mio sul Giusti le
attenuanti dei soliti discorsi inaugurali, parmi che la maggior parte
degli appunti che seguono a quella dichiarazione sia, non dirò già
superflua o vana, ma alquanto fuori di posto. — E mi domando ancora
qual ragione possa averlo mosso a così particolare e severa disamina.
Non è, spero, colpa mia se il nostro è il secolo dei monumenti e dei
centenari. Può il sig. Bizzi citarmi un esempio, un esempio solo di un
discorso (e n'abbiamo tanti anche recentissimi) fatto in circostanze
analoghe al mio ove l'oratore non siasi circoscritto ad enumerare
con devota cura i pregi del personaggio in quel giorno celebrato,
rimettendo ad altro luogo e ed altro tempo le censure? Ricorda i
discorsi per le feste di Dante? E per quelle di Boccaccio? E quelle di
Beccaria e di tanti altri? Perchè solo nelle feste di Giuseppe Giusti
gli oratori avrebbero dovuto mettere il cipiglio e collocare nei due
piatti della bilancia il pro e il contro, badando a non tacer nessuna,
proprio nessuna delle severe e minuziose ragioni della critica?
E saprebbe dirmi il perchè di questo peculiare _trattamento di rigore_
da lui domandato per il poeta toscano?
Avrebbe avuto ragione il signor Bizzi se, abbandonandomi all'impeto del
panegirico, io avessi oltrepassato ogni misurato confine nel lodare, e
imitato quei predicatori di campagna che il giorno del Santo, non solo
fanno di lui il modello completo d'ogni virtù morale e taumaturgica, ma
al suo confronto vogliono abbassati tutti gli altri santi dell'olimpo
cristiano.
Ha il mio breve discorso questa enfasi strabocchevole ed esclusiva di
lodi?
Francamente non credo. Anzi qua e là, tra le righe e nelle righe, la
critica vi fa capolino: come quando noto nel Giusti il concetto ch'egli
aveva della coltura contemporanea universale, il suo giudizio leggero
su Victor Hugo ecc. — Aggiungo bensì che in questa _solitudine_, la
quale per sè sola lo avrebbe imparentato coi conservatori pedanti,
Giuseppe Giusti, mercè la forza dell'ingegno, riuscì a raggiungere
un tipo suo di poeta e di scrittore, ch'io non ho saputo definire che
nell'aspetto di una _rigida_ e spiccata italianità, un'indole «paesana,
paesana» come non si scorge in altro grande poeta e prosatore italiano
di questo secolo, eccetto forse Pietro Giordani.
Non mi passò poi nè anche per la mente di voler abbassare, al confronto
del Giusti, Foscolo, Monti, Niccolini nè, in genere, i nostri migliori
poeti della prima metà di questo secolo, come pare me ne faccia colpa
il signor Bizzi. E basta, parmi, leggere senza prevenzione il passo del
mio discorso che si riferisce a loro. Non dico io chiaro e tondo che
i riflessi della coltura europea sulla italiana erano una necessità
storica irrecusabile e che, a seconda dell'ingegno e dell'animo, gli
autori o piegarono a servili imitazioni o ne trassero argomento a più
larghe concezioni e rappresentazioni d'arte? — Pel solo Guerrazzi
adopero parole che accennano a censura, perchè il Guerrazzi non mi
piaceva gran fatto nemmeno vent'anni fa quando, in piena letteratura
romantica e militante, i miei giovani amici s'arroventavano l'animo
sulle pagine generose e barocche dell'_Assedio di Firenze_. Barocche,
per nove decimi, mi parevano allora e paiono anche adesso. Ma appena
adombrando questa mia opinione, ho io nel discorso adoperato forma
irriverente verso quell'illustre italiano?
In sostanza al signor Bizzi è spiacciuto il mio discorso per il
molto bene che in esso dico del Giusti e per le molte cose che non
dico. — Quanto alle prima parte è pura e semplice questione di gusto,
intorno a cui è difficile discutere. Io penso che chi ha scritto le
ottave del _Sant'Ambrogio_, _La terra dei morti_, _L'incoronazione_,
_Il Gingillino_ e _La Chiocciola_ era un poeta che di grandissimo
intervallo si levava sulle mediocrità; dirò anzi addirittura un grande
poeta. Penso ch'egli abbia dato forme e intonazioni nuove alla poesia
italiana preziosissime, efficacissime. Quella «fusione di satira e
di lirica» a cui accenno di volo nel discorso, è opera (non me lo
negherà forse il Bizzi) non mai tentata dai nostri poeti moderni;
e non fu solo tentata ma riuscì splendidamente a Giuseppe Giusti,
il quale non aveva letto l'Heine e forse non lo conosceva neppur
di nome. Non avesse fatto altro, come può il sig. Bizzi lagnarsi di
me se (lasciando anche da parte le convenienze _inaugurali_ di cui
ho detto sopra) non l'ho chiamato _scrittore di piccola mente_ col
Tommaseo? Ma si sente proprio, il sig. Bizzi, l'animo di ripetere oggi
la sentenza tommaseana? Ma egli allora potrebbe fare opera compita
di coraggio! Ripetere cioè e far sue anche le male parole che la bile
cattolico-letteraria dettava a quel bravo e iracondo dalmata contro Ugo
Foscolo e contro Giacomo Leopardi!...
Il signor Bizzi (e me l'aspettavo) ha tirato fuori il commento di
Carducci alle ormai famose _chicche_ manzoniane. Intorno a queste
chicche e al commento dirò, come soglio, l'animo mio aperto. — Io ho
più volte letto attentamente la prima lettera di Alessandro Manzoni
a Giuseppe Giusti e tanto nel suo insieme come nel paragrafo delle
chicche non mi è mai riuscito di scorgervi il più piccolo cenno di
restrizione alle lodi amplissime, che il gran lombardo (Carducci dice
il _gran fornaio_) tributa con vera abbondanza di cuore alle prime
poesie giustiane.
Il Manzoni dichiara al Giusti ch'egli, a colpo sicuro, riconoscerebbe
le sue poesie anche se gli pervenissero senza il nome dell'autore,
perchè «son chicche che non possono essere fatte che in Toscana, e, in
Toscana, che da Lei; giacchè se ci fosse pure quello capace di far così
bene imitando non gli verrebbe in mente d'imitare. Costumi e oggetti,
realtà e fantasie, tutto dipinto; pensieri finissimi che vengono via
naturalmente etc. etc.»
Lo ripeto; o in me si è talmente oscurato ogni senso critico che non
so più rilevare il significato d'un discorso qualunque, o queste del
Manzoni al Giusti sono lodi piene e superlative, senza alcun senso o
sottinteso di eccezione. La originalità — massimo argomento d'elogio
per un poeta — vi è significata pel Giusti in termini che niuno
potrebbe desiderare più chiari ed assoluti.
Evidentemente la parola _chicche_ è messa lì come un leggero traslato
molto proprio allo stile familiare d'una lettera, naturalissimo nel
Manzoni che usava di mettere una punta di facezia anche nelle cose
più seriamente pensate. Chiamò chicche, ma chicche inimitabili, le
poesie del Giusti, in quella stessa guisa ch'egli avrebbe potuto dire,
accennando una coppa d'argento stupendamente lavorata: «sono _gingilli_
che solamente Benvenuto saprebbe cesellare.»
_1880._