II.

Ma io spero che voi non vi aspettiate da me un vero e proprio studio

letterario intorno a Giuseppe Giusti, che mi porterebbe in lungo chi sa

quanto. La presenza del suo simulacro mi richiama a tutto l'uomo, e il

carattere di queste feste mi trae ad altro ordine di pensieri.

Nel Giusti l'animo fu pari alla mente, e il cittadino pari al poeta.

— Il titolo di _poeta civile_ che molti oggi hanno «al sommo della

bocca» si conviene davvero a costui che da un alto proponimento di

patriotismo attinse l'ispirazione della massima parte de' suoi versi.

E come l'effetto corrispondesse alla intenzione, molti di voi possono

ancora ricordare: e quando alcuni miei amici si divertono a predicare

che l'arte non _agisce_ sulle condizioni morali del proprio tempo,

ma ne subisce passiva e indifferente l'essere e l'andare, davvero mi

sembra che essi non abbiano buon giuoco colle dimostrazioni continue

ed evidenti della storia. — A ogni modo l'Austria che sopprimeva il

_Conciliatore_, e le polizie dei governi e governini che perseguitavano

le poesie del Giusti come il più pernicioso dei contrabbandi, avranno

sempre (mi spiace a confermarlo) un peso grandissimo in questa

questione d'arte!

La satira, quando non è che personale e particolare, è quasi sempre

opera labile e caduca; e anche quando splendano in lei vivissimi i

pregi dell'arte, _il tempo va dintorno con la force_. — Però guardate:

scomparvero il Toscano Morfeo, il Rogantino di Modena, Re Bomba;

mutarono panni o se li barattarono, Girella, Becero, Gingillino,

Chilosca, il martire di Rimini e tanti altri tipi veri e viventi che

nel Giusti svegliarono il riso e lo sdegno: ma la sua satira resta

e resterà perchè egli la attinse da un fondo schiettamente umano ed

universale, perchè non erano sua musa nè la rabbia vendicatrice di

Archiloco, nè le arguzie facete e vuote del Pananti, ma traeva il

mesto riso da nobile sdegno e l'ingegno temperava nelle pure onde della

carità.

Carità di patria sopratutto; e questa non provava solamente coi

versi. La vita pubblica del nostro (se si può dire che n'avesse una,

tanto poca era in lui la smania di farsi avanti) ci dà quel tipo di

buon cittadino che pone a massima direttiva della propria condotta,

dovere i gusti e le opinioni dei privati sottomettersi a' bisogni veri

e variabili del paese — non questi a quelli. E però noi lo vediamo

esordire giovane entusiasta lanciando i voti del cuore e i canti della

musa verso un ideale politico che io penso nel fondo dell'anima non

abbia mai avuto bisogno di sconfessare, nè mai sconfessato. Ma come

vide le fortune d'Italia volgere ad altro segno ed improntarsi ad

altre necessità, egli non esitò a dare la più intima e cara parte di

sè stesso in olocausto alla patria; non esitò perfino a benedire ciò

ch'egli aveva in altro tempo maledetto. — Ottimo modello di cittadino

questo, o signori: ma non facile ad imitare perchè per solito poco

fortunato! E al Giusti non vennero risparmiate amarezze pel suo

generoso peccato, e non mancò chi lo chiamasse cattivo italiano, uomo

voltabile e da poco. Egli se ne consolò coi ricordi di Dante, _il

vicin suo grande_. Se ne consolò, in mezzo ai rovesci del 48 e 49,

rifugiandosi nella intatta coscienza che gli permetteva di piangere

senza rimorso e, levati gli occhi in volto alla madre Italia, gli dava

il diritto di volgerle un canto di commiserazione.

Povera madre! Il gaudio

Vano, i superbi vanti,

Le garrule discordie

Perdona ai figli erranti;

Perdona a me le amare

Dubbiezze e il labro attonito

Tra le fraterne gare.

Sai che nel primo strazio

Di colpo impreveduto,

Per l'abbondar soverchio

Anche il dolore è muto;

E sai qual duro peso

M'ha tronchi i nervi e l'igneo

Vigor dell'alma offeso.

. . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Se trarti di miseria

A me non si concede,

Basti l'amor non timido

E la incorrotta fede;

Basti che in tresca oscena

Mano non porsi a stringerti

Nuova e peggior catena.

Grande conforto, o Signori, poter ripetere a sè stesso tali versi, in

quei giorni, fra gli smarrimenti della democrazia e i bestiali furori

della repressione!

Ma non bastò. Aggiungendosi ai dolori fisici le sofferenze morali,

Giuseppe Giusti dovette soccombere nel 1850 mentre la reazione

infieriva su tutta Europa e specialmente in Italia, quando egli aveva

varcato di poco i 40 anni e tanta parte di vita, di lavoro, di gloria

poteva ancora schiudersi innanzi a lui. Ora pensate, o signori:

l'Italia, nel cui avvenire il poeta morente aveva guardato con tanto

sconforto, dopo pochi anni si trovava pronta per un moto di redenzione

più compiuta e durevole, e sbrattava per sempre tutto quel mondo di

birri, di spie e di censori contro cui il Giusti aveva liberati i

dardi più fieri della sua farétra. Il 1859 lo avrebbe trovato quasi

giovane ancora, nel pieno vigore dell'animo, mescolato ai nostri

grandi rivolgimenti, e oggi, invece di starci innanzi nella apoteosi

d'un monumento, egli avrebbe potuto da una vecchiaia serena e gloriosa

guardare, con noi, sorridendo del suo riso arguto e buono, alla patria

ricostituita e a questo suo incamminarsi tra fidente e pensosa per le

vie dell'avvenire.

Quali sarebbero oggi, se il domandare non è temerario, i pensieri del

poeta cittadino?... Che direbbe ora del popolo italiano, egli che in

uno slancio di lirico ottimismo, trent'anni or sono, lo vedeva già

perfetto, come Michelangelo le sue statue entro la bozza greggia del

marmo, e lo salutava con quella affettuosa apostrofe:

O popol vero, o d'opre e di costume

Specchio a tutte le plebi in tutti i tempi,

Levati in alto?...

Il suo marmo è muto, ed egli, il poeta, dal regno delle ombre non ci

risponderà! — Ma noi prendiamo conforto a sperare che i buoni germi

sparsi da lui col verso intemerato e colla vita degna del verso,

non siano tutti in vano, se Italia si ricorda di Lui, se l'onora

d'un monumento, se intorno a questo monumento spende tutte le sue

cure il gentile paese che nel suo nome si esalta, mostrando d'essere

penetrato della verità che, se l'aver dati i natali ad un uomo grande

e benemerito è mero favor di fortuna, l'onorarlo nobilmente vuol

dire che di quella grandezza e benemerenza anche il paese è degno di

partecipare.

Pindaro nella quarta Olimpica ha cantato: quando quei di Rodi

inalzarono una statua a Minerva, la dea fece cader nell'isola una

pioggia d'oro. — Accolga Monsummano il gentile augurio che in questo

mito si nasconde, e intanto s'allegri nella certezza, che quando una

prossima generazione futura eserciterà un sindacato molto severo su

tanti monumenti che noi, con questa smania di glorificazioni dubbie

o premature, abbiamo innalzati, dinanzi a questo s'inchinerà e farà

plauso, perchè con esso viene onorato un grande spirito ed un nobile

cuore.

_1879._

Letto in pubblico e per la vastità del tema brevissimo, (avevo i minuti

severamente contati dalla Commissione) questo discorso nell'animo mio

era già destinato a rimanere per sempre nell'oscurità in mezzo agli

altri miei fatti in «occasioni» consimili. È una mia consuetudine

e, direi quasi, un voto da cui non mi sono mai dipartito, nè anche

in circostanze nelle quali erano di mezzo ragioni di cortesia, di

convenienza e quasi di dovere.

Ma questo discorso era nato, si vede, con in fronte il mistico tau

della pubblicità. — _Che giova nella fata dar di cozzo?_ — Eccolo

dunque il mio discorso quindici giorni dopo stampato sul _Fanfulla

della Domenica_, e indi a poco esaminato, censurato, direi quasi

torturato nel _Preludio_ da un valoroso scolaro di Giosuè Carducci, il

signor Filippo Bizzi che ha, mi dicono, chiuso di recente il suo corso

filologico all'università con un lungo e bello studio intorno al poeta

monsummanese.

Poichè nella sua critica il signor Bizzi ammette pel mio sul Giusti le

attenuanti dei soliti discorsi inaugurali, parmi che la maggior parte

degli appunti che seguono a quella dichiarazione sia, non dirò già

superflua o vana, ma alquanto fuori di posto. — E mi domando ancora

qual ragione possa averlo mosso a così particolare e severa disamina.

Non è, spero, colpa mia se il nostro è il secolo dei monumenti e dei

centenari. Può il sig. Bizzi citarmi un esempio, un esempio solo di un

discorso (e n'abbiamo tanti anche recentissimi) fatto in circostanze

analoghe al mio ove l'oratore non siasi circoscritto ad enumerare

con devota cura i pregi del personaggio in quel giorno celebrato,

rimettendo ad altro luogo e ed altro tempo le censure? Ricorda i

discorsi per le feste di Dante? E per quelle di Boccaccio? E quelle di

Beccaria e di tanti altri? Perchè solo nelle feste di Giuseppe Giusti

gli oratori avrebbero dovuto mettere il cipiglio e collocare nei due

piatti della bilancia il pro e il contro, badando a non tacer nessuna,

proprio nessuna delle severe e minuziose ragioni della critica?

E saprebbe dirmi il perchè di questo peculiare _trattamento di rigore_

da lui domandato per il poeta toscano?

Avrebbe avuto ragione il signor Bizzi se, abbandonandomi all'impeto del

panegirico, io avessi oltrepassato ogni misurato confine nel lodare, e

imitato quei predicatori di campagna che il giorno del Santo, non solo

fanno di lui il modello completo d'ogni virtù morale e taumaturgica, ma

al suo confronto vogliono abbassati tutti gli altri santi dell'olimpo

cristiano.

Ha il mio breve discorso questa enfasi strabocchevole ed esclusiva di

lodi?

Francamente non credo. Anzi qua e là, tra le righe e nelle righe, la

critica vi fa capolino: come quando noto nel Giusti il concetto ch'egli

aveva della coltura contemporanea universale, il suo giudizio leggero

su Victor Hugo ecc. — Aggiungo bensì che in questa _solitudine_, la

quale per sè sola lo avrebbe imparentato coi conservatori pedanti,

Giuseppe Giusti, mercè la forza dell'ingegno, riuscì a raggiungere

un tipo suo di poeta e di scrittore, ch'io non ho saputo definire che

nell'aspetto di una _rigida_ e spiccata italianità, un'indole «paesana,

paesana» come non si scorge in altro grande poeta e prosatore italiano

di questo secolo, eccetto forse Pietro Giordani.

Non mi passò poi nè anche per la mente di voler abbassare, al confronto

del Giusti, Foscolo, Monti, Niccolini nè, in genere, i nostri migliori

poeti della prima metà di questo secolo, come pare me ne faccia colpa

il signor Bizzi. E basta, parmi, leggere senza prevenzione il passo del

mio discorso che si riferisce a loro. Non dico io chiaro e tondo che

i riflessi della coltura europea sulla italiana erano una necessità

storica irrecusabile e che, a seconda dell'ingegno e dell'animo, gli

autori o piegarono a servili imitazioni o ne trassero argomento a più

larghe concezioni e rappresentazioni d'arte? — Pel solo Guerrazzi

adopero parole che accennano a censura, perchè il Guerrazzi non mi

piaceva gran fatto nemmeno vent'anni fa quando, in piena letteratura

romantica e militante, i miei giovani amici s'arroventavano l'animo

sulle pagine generose e barocche dell'_Assedio di Firenze_. Barocche,

per nove decimi, mi parevano allora e paiono anche adesso. Ma appena

adombrando questa mia opinione, ho io nel discorso adoperato forma

irriverente verso quell'illustre italiano?

In sostanza al signor Bizzi è spiacciuto il mio discorso per il

molto bene che in esso dico del Giusti e per le molte cose che non

dico. — Quanto alle prima parte è pura e semplice questione di gusto,

intorno a cui è difficile discutere. Io penso che chi ha scritto le

ottave del _Sant'Ambrogio_, _La terra dei morti_, _L'incoronazione_,

_Il Gingillino_ e _La Chiocciola_ era un poeta che di grandissimo

intervallo si levava sulle mediocrità; dirò anzi addirittura un grande

poeta. Penso ch'egli abbia dato forme e intonazioni nuove alla poesia

italiana preziosissime, efficacissime. Quella «fusione di satira e

di lirica» a cui accenno di volo nel discorso, è opera (non me lo

negherà forse il Bizzi) non mai tentata dai nostri poeti moderni;

e non fu solo tentata ma riuscì splendidamente a Giuseppe Giusti,

il quale non aveva letto l'Heine e forse non lo conosceva neppur

di nome. Non avesse fatto altro, come può il sig. Bizzi lagnarsi di

me se (lasciando anche da parte le convenienze _inaugurali_ di cui

ho detto sopra) non l'ho chiamato _scrittore di piccola mente_ col

Tommaseo? Ma si sente proprio, il sig. Bizzi, l'animo di ripetere oggi

la sentenza tommaseana? Ma egli allora potrebbe fare opera compita

di coraggio! Ripetere cioè e far sue anche le male parole che la bile

cattolico-letteraria dettava a quel bravo e iracondo dalmata contro Ugo

Foscolo e contro Giacomo Leopardi!...

Il signor Bizzi (e me l'aspettavo) ha tirato fuori il commento di

Carducci alle ormai famose _chicche_ manzoniane. Intorno a queste

chicche e al commento dirò, come soglio, l'animo mio aperto. — Io ho

più volte letto attentamente la prima lettera di Alessandro Manzoni

a Giuseppe Giusti e tanto nel suo insieme come nel paragrafo delle

chicche non mi è mai riuscito di scorgervi il più piccolo cenno di

restrizione alle lodi amplissime, che il gran lombardo (Carducci dice

il _gran fornaio_) tributa con vera abbondanza di cuore alle prime

poesie giustiane.

Il Manzoni dichiara al Giusti ch'egli, a colpo sicuro, riconoscerebbe

le sue poesie anche se gli pervenissero senza il nome dell'autore,

perchè «son chicche che non possono essere fatte che in Toscana, e, in

Toscana, che da Lei; giacchè se ci fosse pure quello capace di far così

bene imitando non gli verrebbe in mente d'imitare. Costumi e oggetti,

realtà e fantasie, tutto dipinto; pensieri finissimi che vengono via

naturalmente etc. etc.»

Lo ripeto; o in me si è talmente oscurato ogni senso critico che non

so più rilevare il significato d'un discorso qualunque, o queste del

Manzoni al Giusti sono lodi piene e superlative, senza alcun senso o

sottinteso di eccezione. La originalità — massimo argomento d'elogio

per un poeta — vi è significata pel Giusti in termini che niuno

potrebbe desiderare più chiari ed assoluti.

Evidentemente la parola _chicche_ è messa lì come un leggero traslato

molto proprio allo stile familiare d'una lettera, naturalissimo nel

Manzoni che usava di mettere una punta di facezia anche nelle cose

più seriamente pensate. Chiamò chicche, ma chicche inimitabili, le

poesie del Giusti, in quella stessa guisa ch'egli avrebbe potuto dire,

accennando una coppa d'argento stupendamente lavorata: «sono _gingilli_

che solamente Benvenuto saprebbe cesellare.»

_1880._

Teste quadre · 第 30 / 41 题