Parlare di Giusti a Toscani, qui nel luogo ov'egli è nato, in quest'ora
festosa quando lo scuoprimento della sua statua domanderebbe una
voce piena d'autorità che in poco riassumesse e scolpisse il pensiero
riverente della patria che la innalza, è impegno da svegliare il senso
della paura anche in chi si ritenesse molto più forte ch'io non sia, e
il senso della modestia anche in chi come Volfango Göthe professasse
per questa virtù un disprezzo grandissimo. E nè meno mi rinfranca
l'idea che, qui accorrendo e parlando io non toscano, possa in qualche
guisa aumentarsene il significato nazionale di questa genial festa
dell'ingegno e dell'arte. Oh! no. La italianità di Giuseppe Giusti
e della sua gloria letteraria non ha bisogno di essere comechessia
affermata, chè con troppe voci e troppe testimonianze Italia da
quarant'anni la confessa e l'acclama.
Italiano, era animo mio di recarmi in questo giorno come in
pellegrinaggio a vedere la terra ove nacque il poeta «che tutta Italia
onora» e inchinarmi al suo monumento. Se la cortesia autorevole di un
amico mi fa oratore a questa inaugurazione, voglio subito dichiararvi,
che intendo ricambiare l'insigne onore nei soli modi ch'io possa: cioè
parlando senza artificio e parlando brevissimo.
Ho nominata la italianità di Giuseppe Giusti; e vi dirò ancora in
che senso io la intenda. Egli, meritamente illustre, sedendo nella
piccola schiera degli scrittori davvero originali e che nel nostro
secolo onorarono l'Italia, spicca in mezzo ad essi per una fisonomia
schiettamente e direi quasi rigidamente italiana. Voi sapete come sul
finir del secolo scorso e sul principiare di questo l'Italia da prima
socchiudesse, poi spalancasse le sue porte alle letterature straniere.
Fu un bene? — Fu un male? — Questione omai inutile dal momento che
tutti sono d'accordo nel riconoscere che fu la conseguenza di un moto
storico, complesso e inevitabile. A quel modo che la vita e la cultura
italiana fluirono per tutta Europa quando noi, usciti dal medio evo,
avemmo riaccesa la fiamma dell'incivilimento, la vita e la cultura di
tutta Europa dovevano rifluire sopra di noi quando, maturatisi i tempi
e fatta più diffusa la civiltà, il vivere sequestrati e rinchiusi nel
concetto delle vecchie nazionalità intellettuali, sarebbe stato lo
stesso che morire d'isolamento o ammuffire nella inedia; quando (come
dicevano quei del _Conciliatore_) le Alpi non potevano, anche volendo
tutti gli italiani, tramutarsi in una gran muraglia chinese.
Ed ecco che tutti i nostri scrittori sentono questo soffio oltramontano
e, a seconda che sono deboli o forti, piegano a imitazioni servili
o mutano in sangue ed anima la vita che spira dal di fuori per
trasfonderla poi in opere segnate d'impronta originale; non però tanto
che ogni indizio di quella derivazione ne rimanga del tutto celata.
Così in Ugo Foscolo, prosa e versi, senti un alito che non viene
nè da Zacinto, nè da Bellosguardo: senti che l'uomo ha pianto sulle
lettere della _Nuova Eloisa_, ha palpitato e disperato con Werther,
s'è mescolato alle visioni melanconiche dei poeti inglesi. — Perfino
intorno alla fronte olimpica di Vincenzo Monti vedi, in principio e in
fine, ondeggiar qualche falda di nebbia caledonica.
Nel Nicolini e nel Guerrazzi, che insieme al nostro compongono la
gloriosa triade toscana, gli effetti della letteratura straniera sono
del pari manifesti: e nelle tragedie del primo, vedi mescolarsi e
urtarsi colla corrente greca e alfieriana quella altra corrente di
passione e di moti drammatici, che va da Guglielmo Shackespeare a
Federico Schiller; mentre nell'anima forte del Livornese aleggia lo
spirito di Byron, come in proprio dominio. E te lo direbbero, s'egli
stesso nol confessasse, le sue fantasie traenti al cupo e al feroce,
e quell'inquieto e frequente affaticarsi dell'estro dietro immagini
strane e sentenze inaspettate.
Giuseppe Giusti, all'opposto, batte una via propria e in tutto
casalinga. Già egli non prova nè predilezione nè gusto per i libri
forestieri. In una sua lettera a Silvio Giannini li chiama in genere
_libracci_; dice che ha _qualche volta la breve pazienza di leggerli
e che gli lasciano nella testa una striscia d'argento falso come le
lumache_.
Basterebbe la sua lettera al Tabarrini, in cui discorre dei classici
con sapiente amore d'artista e di Victor Hugo con un laconismo quasi
sprezzante, per dimostrare che quest'uomo viveva presso che del tutto
fuori dall'ambiente letterario contemporaneo; e che era certamente
al polo opposto del concerto di letteratura europea vagheggiato da
Giuseppe Mazzini.
Ho a dirvi tutto intero l'animo mio? Con meno ingegno e con un senso
dell'arte meno fine ed elevato, Giuseppe Giusti riusciva uno di quei
_conservatori_ grettamente chiusi nelle loro italianità e ombrosi
di tutto ciò che varca appena di un pollice la tradizione classica e
il sacro suolo di Grecia e Roma, dei quali non resta oggi in Italia
che qualche raro e vecchio superstite tra maestri di rettorica; e
trova degli increduli chi racconti che uno o due siedono ancora sulle
cattedre delle nostre Università.
Invece il Giusti, mercè un animo singolarmente fatto e un ingegno
davvero privilegiato, seppe, come poeta, trarre grandissima utilità da
questa sua solitudine.
Dagli scrittori italiani suoi coetanei ed amici egli derivò di seconda
mano quel tanto che gli abbisognava della cultura generale del suo
tempo, mentre poi le grandi e feconde agitazioni degli spiriti moderni
nell'arte e nella vita egli intuiva e sentiva in se stesso senza
bisogno di dichiararlo e senza aiuto di teoriche trascendenti il giro
abituale delle sue idee. Ma appena egli si lascia un poco andare a
certe forme ondeggianti e vaghe, che sono forza e debolezza dell'arte
moderna, come gli avvenne nella poesia _Il sospiro dell'anima_, ecco
ch'egli entra subito in diffidenza di sè, sorride cogli amici di questo
suo tema _aereo_, e lo chiama un _effetto del contagio che corre_ e
s'affretta a rincasare; proprio come la sua _chiocciola_, salvo che
non è sua dimora un breve guscio ma un palazzo pieno d'aria, di luce e
d'incanti.
E di qui la originalità, lasciatemi dire, incomparabile di Giuseppe
Giusti. Il frequente ricorrere nelle sue lettere e nei versi
dell'epiteto _paesano_ sintetizza quella sua particolare indole d'uomo
e d'artista. Quell'epiteto, voi sentite che egli se lo ripete e se lo
gusta dentro con una compiacenza che tiene a un tempo dell'orgoglio e
della voluttà. «Mi sento paesano, paesano!» — Ed è davvero in tutto e
sempre: nei vari aspetti della vita, negli usi, nei gusti, nelle idee
e nelle aspirazioni. Tutta quella forza d'ingegno e di volontà che gli
altri scrittori mettono a slargarsi nelle relazioni esteriori, egli lo
spende a raccogliersi e internarsi in quello che egli chiama «_il mio
me_» scavando, scavando in quel suo naturale italico e toscano fino
a toccarne le più intime e vitali strutture: e tal volta vi riesce
al punto che una vera e nuova e grande poesia — fusa di lirica e di
satira — esce da quel suo lavoro solitario e in apparenza così semplice
e piano. E allora, o signori, il Giusti poeta vi sta dinanzi come
l'ultimo grande autoctona di questa terra saturnia, ove l'ingegno parve
piovere a torrenti insieme alla luce del sole, destinato a resistere a
tutte le malignità del tempo e attraversare incolume tutte le vicende
della storia.
Il più bel segno estrinseco di questa profonda e squisita italianità
del Giusti voi l'avete nella sua lingua: così ricca, così varia, così
pieghevole a tutti gli atteggiamenti del pensiero e, sieno pur novi e
balzani, così agile a seguire e secondare tutti i salti dell'estro, e
sopra tutto intinta di un sapore così naturale e casalingo che incantò
fino i toscani suoi coetanei, a moltissimi dei quali parve la scoperta
di un tesoro domestico indegnamente obliato e sperso fra le ferraglie
e i mobili disusati.
Pei non toscani fu addirittura una rivelazione. Man mano che le poesie
del nostro serpeggiavano da un capo all'altro della penisola, passando
di soppiatto d'una in altra casa, d'uno in altro lettore, gli italiani
acquistavano, riflessa e provata, la coscienza, che prima avevano
un po' in confuso, di possedere una lingua non ricca solamente di
ricchezze potenziali ed astratte, chiusa nei vocabolari come certe
essenze nei barattoli del farmacista, ma ricca di ricchezza viva,
spicciola e corrente: una lingua con cui potevano tutto significare
in modo pronto, preciso ed efficacissimo, senza bisogno di storcere
una frase francese o del dialetto a desinenze toscane. Fu quindi
il Giusti, se non principio, certo spinta vigorosa ad una reazione
salutare. E se oggi nei libri, nelle tribune e persino (chi lo avrebbe
preveduto?) nei giornali, si scuopre un miglioramento innegabile quanto
alla maniera di scrivere, e se appare negli italiani un certo studio a
riconquistare e adoperare, fra l'arcaismo e il neologismo, una lingua
vivente e nazionale, è giustizia riconoscere che questo lieto prodigio
è opera in buona parte di Giuseppe Giusti divenuto il più popolare
dei poeti italiani, i cui versi letti, studiati, mandati a memoria si
convertirono in prontuario di modi italiani ed aiutarono a risvegliare
ed acuire nel popolo il senso della sua bella lingua, che per molte
cagioni e circostanze aveva dentro addormentato ed ottuso.