II.

Ogni uomo insigne, ha notato Dollfus, spicca tra la schiera de' suoi

pari per una certa qualità peculiare dell'animo, che è come la nota

caratteristica non solo per distinguerli, ma anche, e principalmente,

per capirli. Carattere di Massimo d'Azeglio direi la massima

spontaneità; e questa a me pare di riscontrarla costantemente in tutta

la sua vita privata e pubblica, come in tutte le sue opere d'arte.

Dopo una prima gioventù passata nell'«ozio senza riposo» nelle

frivolezze e nelle capestrerie d'ogni genere a cui poteva abbandonarsi

con tutta sicurtà un marchesino ed un uffiziale di quel tempo, Massimo

d'Azeglio risolve di diventare uomo davvero. È la potenza della retta

indole sua, che si risveglia; sono i germi della santa educazione

paterna, che danno i loro germogli. Il suo intelletto è brullo d'ogni

soda cultura; ed eccolo d'oggi in domani ad uno studio indefesso e

arrangolato, da benedettino. L'animo è sfibrato nelle fatuità d'una

vita galante; ed eccolo tutta serietà e forza d'alti propositi; nuove

abitudini, nuovi amici, nuove passeggiate, vita nuova. Dopo quel

primo fervore di morale rigenerazione egli sente levarsi dalla sua

coscienza una voce dolcemente autorevole che lo chiama alla pittura,

e il marchesino diventerà povero artista, lascierà la patria, la

famiglia, gli amici per recarsi in Roma a correre solo il difficile

arringo dell'arte, ad incontrare Dio sa che disagi e traversie. —

Tutta la vecchia nobiltà torinese è commossa di questo scandalo, le

vecchie dame levano le palme chiedendo misericordia per il povero

traviato. D'Azeglio si lascia dietro il cicaleccio di tutto questo

mondo decrepito e insipiente, ed entra nella città eterna, dove pochi

anni avanti aveva splendidamente vissuto, con un mingherlino bagaglio

d'artista e corto a danari. Compra panni usati, campa a stecchetto e

studia furiosamente, la mattina col lume, e la sera fino tarda notte.

Compìto il primo tirocinio nell'arte del disegno, si mette per la

Campagna Romana per ritrarre quegli stupendi luoghi ed imprimersi

nell'animo quel giusto sentimento del vero senza il quale non si

dà vero artista. A Sant'Elia e a Rocca di Papa, colle tentazioni

della capitale a poche miglia, vive i lunghi mesi poveramente dentro

catapecchie d'alberghi, in case disabitate e in mezzo alla mal'aria,

tutto intento a sorprendere e far sue nella solitudine quelle voci

che «a' suoi devoti invia natura.» Breve; a capo di qualche tempo

Massimo d'Azeglio è uomo rifatto, e per giunta un paesista rivale di

Verstappen, di Hackert e di Bassi.

A quanti non sarebbe parso d'aver fatto abbastanza! Ma nell'animo

d'Azeglio ferveva quella moltiplicità di attitudini artistiche,

che paiono privilegio degl'italiani: in fatti tu lo crederesti un

successore e un erede diretto di quella maravigliosa generazione da

cui rampollavano Leonardo da Vinci, Leon Battista e Michelangelo. — Un

giorno dipingendo quel bell'episodio di storia patria, che è _la sfida

di Barletta_, gli balena alla mente l'idea di scrivere un libro, che

illustrando quel fatto, dia campo a lui di esprimere colla parola quel

tanto della poesia del suo animo, che non trova nell'opera del pennello

bastante significazione; e gli dia materia nello stesso tempo per un

libro, che rinfuocasse anche una volta gl'italiani nel sentimento di

loro dignità nazionale ed in quelle aspirazioni di libertà, che allora

fortemente sobbollivano per tutte le provincie della penisola. «Al

calor del dipingere aggiuntosi così il calore dello scrivere, mi gettai

a furia nel nuovo lavoro; e dove avrei dovuto far ricerche storiche sui

tempi, ricerche topografiche, artistiche sui luoghi, e, meglio ancora,

andarci, vederli, farli miei per poterli descrivere, ebbi appena

tanta pazienza ch'io leggessi le pagine relative del Guicciardini;

e cominciai subito la scena della piazza di Barletta sull'Avemaria

ecc.» Vedete con che disinvoltura il D'Azeglio di pittore diventa

romanziere, e per giunta romanziere politico. È fatuità od audacia?

No; è la ragionevole baldanza di chi ha sicuro convincimento del suo

potere. Colla stessa disinvoltura egli farà, quand'occorra, l'agitatore

politico, poi il generale, poi il presidente del Consiglio de'

ministri, poi il governatore di Milano, e altre cose ancora. Sono tanti

germogli, che sorgono spontaneamente da un unico tronco. L'immenso

plauso popolare, che accoglie il primo sorgere della sua fama, non gli

dà il capogiro; quando questo plauso andrà scarseggiando e accennerà

a venir meno del tutto, troverà lo stesso uomo sicuro di sè, che con

una crollata di spalle e con un epigramma domina tutto questo flutto di

vicende procelloso e bizzarro. «La sua benedetta smania di facilitare

ogni cosa» che egli nota nella sua fanciullezza, diventerà, governata a

dovere, la più bella singolarità e la forza più operosa della sua vita.

Non si creda però con questo che per raggiungere la rettitudine della

vita e per avviarsi alla varia eccellenza dell'arte, Massimo d'Azeglio

non si sia adoperato con tutte le forze dell'animo perseverando contro

ostacoli d'ogni fatta. La spontaneità nelle opere d'arte è sempre

frutto dissimulato di ricerche lunghe e laboriose, che si compiono

nella coscienza e nello studiolo dell'artista; così è in tutte le

cose degne della vita. In uno de' più bei luoghi de' _Miei Ricordi_

l'autore ci mette un poco addentro al gran lavoro segreto, che gli

fruttava infine il conseguimento di quelle sue morali vittorie. Quanti

ostacoli e quanti combattimenti! Gli spedienti messi in pratica

mostrano che egli non risparmiò nulla per vincersi e rinnovarsi; e

ve n'ha alcuni, che guardando alla corteccia, parrebbero puerili, ma

nascondono un severo ammaestramento, che non si dovrebbe dimenticare.

Ecco come esercitava quella che egli chiama la _ginnastica del

sacrifizio_. «Mi venivo esercitando in piccole cose; verbigrazia,

rinunziare ad un divertimento, durare in una fatica mezz'ora di più

ancorchè stanco, alzarmi un'ora prima, differire di bere o di mangiare,

ancorchè affamato od assetato, e via via[25].» Così fu e sarà sempre.

La conquista del bene è cosa ardua, e la virtù, se non è operosa

a tempo e a tempo battagliera, è una ciurmeria bella e buona, che

ne porta l'apparenza ed il nome. Essa deve combattere contro delle

forze malevole, che sono innegabilmente in noi, deve fare impeto

contro i ribelli istinti, che tumultuano nel nostro cuore e contro

gli allettamenti esterni d'ogni sorta, che c'invitano al male. In

Grecia e in Roma la _ginnastica del sacrifizio_ si riduceva a sistema,

indurando i corpi nelle fatiche e nelle privazioni, le volontà negli

ostacoli; però ricorrono frequenti nelle biografie di quei grandi

antichi le ricordanze del modo deliberato con cui essi s'avvezzavano a

soffrire la fame, la sete, il freddo ecc. Il medio evo adoperò cilici e

mortificazioni spietate, ma non può negarsi che colle esaltazioni e gli

avvilimenti del misticismo fiorirono allora anche grandi virtù private

e pubbliche. La virtù facile e piana, la virtù in panciolle e sempre e

solo sorridente, è trovato moderno; e tale è l'albero, tali i frutti.

Massimo d'Azeglio si tenne al vecchio metodo; però debitamente quando

gli si vuol tribuire una lode, che dica molto in poco, lo si chiama

un'anima antica.

Come ognun vede io non dò un sunto de' _Miei Ricordi_. È un libro,

a mio credere, che non si riassume. Fu mio intendimento cogliere da

esso qualche riflessione opportuna e far rilevare in esso qualche

tratto distinto ed esemplare dell'illustre autobiografo. Massimo

d'Azeglio, così colla vita come negli scritti, ebbe sempre di mira il

bene d'Italia e degl'italiani, e non è pagina di questo libro dalla

quale non possiamo trarre un ammaestramento. Si apre raccomandando a

noi la più necessaria delle virtù civili «quella dote preziosa, che

con un solo vocabolo si chiama _carattere_;[26]» la virtù che meno

d'ogni altra abbiamo, e la cui mancanza ci procacciò e ci procaccia

i più grandi mali. Esso si schiude raccomandandocela con tutta

l'autorità e l'affetto sacro d'un moribondo; «ricordo agli italiani

che l'indipendenza d'un popolo è conseguenza dell'indipendenza dei

_caratteri_.» Il libro poi è senza interruzione una conferma di questo

voto del suo cuore: ed egli poteva arrogarsi il diritto di ammaestrarci

e rimbrottarci, egli, la cui vita privata fu un modello di umana e

civile dignità, la cui vita pubblica si può riassumere nella pratica

di quella sua sentenza: «ricordiamo che l'amore della patria è un

sacrificio, non un godimento[27].»

Resterebbe in ultimo a dire alcuna cosa sulla forma dell'opera. Io,

a costo di perdere per sempre la speranza di diventare accademico

della Crusca, confesso d'aver dimandato a me stesso, quanti libri

si sieno scritti in Italia bene come questo, dal Gozzi in poi; indi

aver concluso che pochi, pochissimi. E questo per una ragione assai

semplice: nella lettura de' _Miei Ricordi_ io non mi sono mai imbattuto

ad un pensiero, che vada faticosamente in traccia della parola e della

frase che deve esprimerlo. Di quanti libri si può dire altrettanto?

Anche qui domina quell'aurea spontaneità che dicemmo essere sembrata a

noi la nota luminosa del carattere dell'Autore. — Sulle opere d'arte di

Massimo d'Azeglio, sui suoi romanzi come sui suoi dipinti, la critica

ha omai fatto un aspro lavoro, che è, pur troppo, non ancora compiuto.

Ma il libro de' suoi Ricordi rimarrà, non solo come un gran documento

storico, ma come una delle prose migliori del nostro tempo; nè mai,

cred'io, ebbe migliore dimostrazione quel pensiero di Giacomo Leopardi

in cui afferma che, parlando o scrivendo di sè stessi i grandi autori

appaiono sommi e i mediocri s'avvicinano ai grandi.

Teste quadre · 第 19 / 41 题