Ogni uomo insigne, ha notato Dollfus, spicca tra la schiera de' suoi
pari per una certa qualità peculiare dell'animo, che è come la nota
caratteristica non solo per distinguerli, ma anche, e principalmente,
per capirli. Carattere di Massimo d'Azeglio direi la massima
spontaneità; e questa a me pare di riscontrarla costantemente in tutta
la sua vita privata e pubblica, come in tutte le sue opere d'arte.
Dopo una prima gioventù passata nell'«ozio senza riposo» nelle
frivolezze e nelle capestrerie d'ogni genere a cui poteva abbandonarsi
con tutta sicurtà un marchesino ed un uffiziale di quel tempo, Massimo
d'Azeglio risolve di diventare uomo davvero. È la potenza della retta
indole sua, che si risveglia; sono i germi della santa educazione
paterna, che danno i loro germogli. Il suo intelletto è brullo d'ogni
soda cultura; ed eccolo d'oggi in domani ad uno studio indefesso e
arrangolato, da benedettino. L'animo è sfibrato nelle fatuità d'una
vita galante; ed eccolo tutta serietà e forza d'alti propositi; nuove
abitudini, nuovi amici, nuove passeggiate, vita nuova. Dopo quel
primo fervore di morale rigenerazione egli sente levarsi dalla sua
coscienza una voce dolcemente autorevole che lo chiama alla pittura,
e il marchesino diventerà povero artista, lascierà la patria, la
famiglia, gli amici per recarsi in Roma a correre solo il difficile
arringo dell'arte, ad incontrare Dio sa che disagi e traversie. —
Tutta la vecchia nobiltà torinese è commossa di questo scandalo, le
vecchie dame levano le palme chiedendo misericordia per il povero
traviato. D'Azeglio si lascia dietro il cicaleccio di tutto questo
mondo decrepito e insipiente, ed entra nella città eterna, dove pochi
anni avanti aveva splendidamente vissuto, con un mingherlino bagaglio
d'artista e corto a danari. Compra panni usati, campa a stecchetto e
studia furiosamente, la mattina col lume, e la sera fino tarda notte.
Compìto il primo tirocinio nell'arte del disegno, si mette per la
Campagna Romana per ritrarre quegli stupendi luoghi ed imprimersi
nell'animo quel giusto sentimento del vero senza il quale non si
dà vero artista. A Sant'Elia e a Rocca di Papa, colle tentazioni
della capitale a poche miglia, vive i lunghi mesi poveramente dentro
catapecchie d'alberghi, in case disabitate e in mezzo alla mal'aria,
tutto intento a sorprendere e far sue nella solitudine quelle voci
che «a' suoi devoti invia natura.» Breve; a capo di qualche tempo
Massimo d'Azeglio è uomo rifatto, e per giunta un paesista rivale di
Verstappen, di Hackert e di Bassi.
A quanti non sarebbe parso d'aver fatto abbastanza! Ma nell'animo
d'Azeglio ferveva quella moltiplicità di attitudini artistiche,
che paiono privilegio degl'italiani: in fatti tu lo crederesti un
successore e un erede diretto di quella maravigliosa generazione da
cui rampollavano Leonardo da Vinci, Leon Battista e Michelangelo. — Un
giorno dipingendo quel bell'episodio di storia patria, che è _la sfida
di Barletta_, gli balena alla mente l'idea di scrivere un libro, che
illustrando quel fatto, dia campo a lui di esprimere colla parola quel
tanto della poesia del suo animo, che non trova nell'opera del pennello
bastante significazione; e gli dia materia nello stesso tempo per un
libro, che rinfuocasse anche una volta gl'italiani nel sentimento di
loro dignità nazionale ed in quelle aspirazioni di libertà, che allora
fortemente sobbollivano per tutte le provincie della penisola. «Al
calor del dipingere aggiuntosi così il calore dello scrivere, mi gettai
a furia nel nuovo lavoro; e dove avrei dovuto far ricerche storiche sui
tempi, ricerche topografiche, artistiche sui luoghi, e, meglio ancora,
andarci, vederli, farli miei per poterli descrivere, ebbi appena
tanta pazienza ch'io leggessi le pagine relative del Guicciardini;
e cominciai subito la scena della piazza di Barletta sull'Avemaria
ecc.» Vedete con che disinvoltura il D'Azeglio di pittore diventa
romanziere, e per giunta romanziere politico. È fatuità od audacia?
No; è la ragionevole baldanza di chi ha sicuro convincimento del suo
potere. Colla stessa disinvoltura egli farà, quand'occorra, l'agitatore
politico, poi il generale, poi il presidente del Consiglio de'
ministri, poi il governatore di Milano, e altre cose ancora. Sono tanti
germogli, che sorgono spontaneamente da un unico tronco. L'immenso
plauso popolare, che accoglie il primo sorgere della sua fama, non gli
dà il capogiro; quando questo plauso andrà scarseggiando e accennerà
a venir meno del tutto, troverà lo stesso uomo sicuro di sè, che con
una crollata di spalle e con un epigramma domina tutto questo flutto di
vicende procelloso e bizzarro. «La sua benedetta smania di facilitare
ogni cosa» che egli nota nella sua fanciullezza, diventerà, governata a
dovere, la più bella singolarità e la forza più operosa della sua vita.
Non si creda però con questo che per raggiungere la rettitudine della
vita e per avviarsi alla varia eccellenza dell'arte, Massimo d'Azeglio
non si sia adoperato con tutte le forze dell'animo perseverando contro
ostacoli d'ogni fatta. La spontaneità nelle opere d'arte è sempre
frutto dissimulato di ricerche lunghe e laboriose, che si compiono
nella coscienza e nello studiolo dell'artista; così è in tutte le
cose degne della vita. In uno de' più bei luoghi de' _Miei Ricordi_
l'autore ci mette un poco addentro al gran lavoro segreto, che gli
fruttava infine il conseguimento di quelle sue morali vittorie. Quanti
ostacoli e quanti combattimenti! Gli spedienti messi in pratica
mostrano che egli non risparmiò nulla per vincersi e rinnovarsi; e
ve n'ha alcuni, che guardando alla corteccia, parrebbero puerili, ma
nascondono un severo ammaestramento, che non si dovrebbe dimenticare.
Ecco come esercitava quella che egli chiama la _ginnastica del
sacrifizio_. «Mi venivo esercitando in piccole cose; verbigrazia,
rinunziare ad un divertimento, durare in una fatica mezz'ora di più
ancorchè stanco, alzarmi un'ora prima, differire di bere o di mangiare,
ancorchè affamato od assetato, e via via[25].» Così fu e sarà sempre.
La conquista del bene è cosa ardua, e la virtù, se non è operosa
a tempo e a tempo battagliera, è una ciurmeria bella e buona, che
ne porta l'apparenza ed il nome. Essa deve combattere contro delle
forze malevole, che sono innegabilmente in noi, deve fare impeto
contro i ribelli istinti, che tumultuano nel nostro cuore e contro
gli allettamenti esterni d'ogni sorta, che c'invitano al male. In
Grecia e in Roma la _ginnastica del sacrifizio_ si riduceva a sistema,
indurando i corpi nelle fatiche e nelle privazioni, le volontà negli
ostacoli; però ricorrono frequenti nelle biografie di quei grandi
antichi le ricordanze del modo deliberato con cui essi s'avvezzavano a
soffrire la fame, la sete, il freddo ecc. Il medio evo adoperò cilici e
mortificazioni spietate, ma non può negarsi che colle esaltazioni e gli
avvilimenti del misticismo fiorirono allora anche grandi virtù private
e pubbliche. La virtù facile e piana, la virtù in panciolle e sempre e
solo sorridente, è trovato moderno; e tale è l'albero, tali i frutti.
Massimo d'Azeglio si tenne al vecchio metodo; però debitamente quando
gli si vuol tribuire una lode, che dica molto in poco, lo si chiama
un'anima antica.
Come ognun vede io non dò un sunto de' _Miei Ricordi_. È un libro,
a mio credere, che non si riassume. Fu mio intendimento cogliere da
esso qualche riflessione opportuna e far rilevare in esso qualche
tratto distinto ed esemplare dell'illustre autobiografo. Massimo
d'Azeglio, così colla vita come negli scritti, ebbe sempre di mira il
bene d'Italia e degl'italiani, e non è pagina di questo libro dalla
quale non possiamo trarre un ammaestramento. Si apre raccomandando a
noi la più necessaria delle virtù civili «quella dote preziosa, che
con un solo vocabolo si chiama _carattere_;[26]» la virtù che meno
d'ogni altra abbiamo, e la cui mancanza ci procacciò e ci procaccia
i più grandi mali. Esso si schiude raccomandandocela con tutta
l'autorità e l'affetto sacro d'un moribondo; «ricordo agli italiani
che l'indipendenza d'un popolo è conseguenza dell'indipendenza dei
_caratteri_.» Il libro poi è senza interruzione una conferma di questo
voto del suo cuore: ed egli poteva arrogarsi il diritto di ammaestrarci
e rimbrottarci, egli, la cui vita privata fu un modello di umana e
civile dignità, la cui vita pubblica si può riassumere nella pratica
di quella sua sentenza: «ricordiamo che l'amore della patria è un
sacrificio, non un godimento[27].»
Resterebbe in ultimo a dire alcuna cosa sulla forma dell'opera. Io,
a costo di perdere per sempre la speranza di diventare accademico
della Crusca, confesso d'aver dimandato a me stesso, quanti libri
si sieno scritti in Italia bene come questo, dal Gozzi in poi; indi
aver concluso che pochi, pochissimi. E questo per una ragione assai
semplice: nella lettura de' _Miei Ricordi_ io non mi sono mai imbattuto
ad un pensiero, che vada faticosamente in traccia della parola e della
frase che deve esprimerlo. Di quanti libri si può dire altrettanto?
Anche qui domina quell'aurea spontaneità che dicemmo essere sembrata a
noi la nota luminosa del carattere dell'Autore. — Sulle opere d'arte di
Massimo d'Azeglio, sui suoi romanzi come sui suoi dipinti, la critica
ha omai fatto un aspro lavoro, che è, pur troppo, non ancora compiuto.
Ma il libro de' suoi Ricordi rimarrà, non solo come un gran documento
storico, ma come una delle prose migliori del nostro tempo; nè mai,
cred'io, ebbe migliore dimostrazione quel pensiero di Giacomo Leopardi
in cui afferma che, parlando o scrivendo di sè stessi i grandi autori
appaiono sommi e i mediocri s'avvicinano ai grandi.