L'autore poco tempo prima di morire aveva ben ragione di scrivere
all'amico Rendu: «Je suis toujours ici brochant mes mémoires, qui
m'amusent a écrire. Ils auront toujours amusé quelqu'un!» Una nobile
vita è dolce contemplarla dal suo tramonto. È bello ricordare una
vita così piena di pensieri, d'affetti e variamente operosa, ove si
è sperimentata ogni sorta di umane vicende, assaporata ogni sorta di
gloria, e ove a ciascun passo la memoria s'imbatte in pugne e trionfi
della volontà pel bene. La biografia di Massimo d'Azeglio, fatta
debita parte alle fralezze della umana natura e della sua, ci mostra
un uomo potentemente signoreggiato dalla idea del dovere; e questo è
l'essenziale. Il pittore, il romanziere e il ministro vengono dopo, e
se anche la critica dovesse essere con loro acerbissima, il principale
valore dell'uomo e del libro rimane intatto.
Anche questo costume di scrivere la propria vita, è nato e fiorito
fra noi. Gli antichi non ne lasciarono che pochi esempi, e tutti di
narrazioni riferibili ad uno speciale ordine di fatti, non escluso il
grande libro del vescovo d'Ippona. Dante, che pur tanto disse di sè
nelle sue opere, ha notato nel _Convito_ (Trat. I. Capitolo II.) a
quanti pericoli s'esponga un autore parlando di sè: «perchè parlare
non si può di alcuno che il parlatore non lodi o non biasimi quello
di cui egli parla; le quali due cagioni rusticamente stanno a far
parlare di sè nella bocca di ciascuno. E per levare un dubbio che qui
sorge, dico, _che peggio sia biasimare che lodare..._ La ragione si
è che qualunque cosa è per sè da biasimare, è più laida che quella
che è per accidente. _Dispregiare sè medesimi è per sè biasimevole,
perocchè all'amico dee l'uomo lo suo difetto contare segretamente;
e nullo è più amico che l'uomo a sè._ Onde nella camera de' suoi
pensieri sè medesimo riprendere dee e piangere li suoi difetti, e non
palese.» Non direste, che anche scrivendo questo passo, il Poeta aveva
in cospetto l'avvenire? E veramente nel secolo passato, e nella prima
metà di questo, crebbe a tal segno la voga delle _memorie_ e delle
_confessioni_, che, tra vere ed apocrife, ne avremmo da costituire
una vera letteratura autobiografica; materia in vario modo importante
e dilettevole ai filosofi, agli eruditi ed ai curiosi. In essa pur
troppo si riscontrano sovente i difetti temuti dall'Alighieri, ed il
peggiore di essi in ispecie; vo' dire la franchezza cinica o sguaiata
nel rivelare e descrivere altrui ciò che fuvvi nella propria vita di
men buono; e cose sulle quali starebbe forse bene invocare per sè con
Temistocle la scienza del dimenticare, o almeno dagli altri il silenzio
e l'oblio. Ma egli è che si trova un'acre e sottile voluttà in queste
rivelazioni non richieste, ed ecco il segreto del vederle così spesso e
compiacentemente praticate. L'orgoglio, il più sofistico de' sentimenti
umani, vi si diletta, e ne trae forza per prendere una rivalsa sopra
interne umiliazioni che la coscienza inflisse; allora dai misteriosi
penetrali del cuore umano si leva un senso di inesplicabile vanità, che
fa vedere una bastevole espiazione ai mali, e, se non basta, un merito
nella superba lealtà d'una confessione.
Giangiacomo Rousseau sta a capo di questa schiera e la illustra
di tutto lo splendore del nome e dell'arte sua, in quelle sue
_Confessioni_, che furono chiamate a ragione uno dei più forti
documenti dell'orgoglio umano. «Suoni egli dice, quando vuole la tromba
del giudizio finale; io verrò con questo libro in mano a presentarmi al
sommo giudice e intrepidamente gli dirò: ecco quel che ho fatto e che
ho pensato. Ho detto di me bene e male colla stessa franchezza; nulla
aggiunsi in bene, nulla tacqui in male... Raduna, eterno Dio, intorno
a me la moltitudine infinita dei miei simili... che ciascuno alla sua
volta scopra il suo cuore sinceramente come fo io a' piedi del tuo
trono, e poi che un solo osi dire se n'ha il coraggio: _io fui migliore
di costui!_» Nessuno ignora che cosa venga dietro a siffatto preambolo;
ma nell'opera del Ginevrino, in mezzo alle rivelazioni indelicate e
ai fremiti dell'orgoglio, tu senti lo sprezzo generoso per una società
decrepita, e un desiderio onesto, novo, ravvivatore verso la libertà e
il bene. Spira per entro a queste pagine (come in quelle dell'_Emilio_)
un alito di natura vergine e primitiva fra i miasmi corrotti degli
ultimi anni di Luigi XV. L'eccesso della depravazione qui, come
sempre, è raggiunto dagli imitatori. Che dire poi quando l'imitazione
fu portata dalla storia nel romanzo! Per gran ventura in Italia non
se ne videro ancora che pochi ed oscuri esempi; non discendemmo giù
giù per tutti i gradi della scala fino all'aperta e vantata oscenità
e al ridicolo da trivio; nè avemmo, come in Francia, confessioni di
prostitute, memorie di serve e di portinai ed altre delizie di libri di
simil fatta.[23]
In Italia, a me pare, gli scrittori autobiografici si dividono in due
serie. La prima è di quelli, che deliberatamente o no si modellarono
sulla _vita_ di Benvenuto Cellini, artista, scrittore e mariuolo
di prim'ordine, con tutte quelle braverie e avventure ond'è piena,
che danno dell'uomo e de' tempi un'immagine, non troppo fedele, ma
troppo compiuta. È di questa congrega quella buona lana dell'avvocato
Casanova, che ne' cinque volumi delle sue _Memorie_ (scritte amenamente
in francese) sembra s'adoperi a far parere invidiabile una vita, ove le
più rare doti dell'ingegno e dell'indole vanno sperperate e consunte
in un vagabondaggio avventuroso per le corti d'Europa, e la dignità
del gentiluomo veneto si perde nell'adulatore fortunato, nell'abile
scroccone, e, al bisogno, nel ladro da tavoliere. L'altra serie, per
gran ventura più numerosa e della quale a ragione può vantarsi il
paese, è di quegli scrittori che, narrando di sè, tennero, ad esempio
di Petrarca, modi e stile da far scaturire l'utilità vera e il vario
diletto di che queste scritture sono capaci. Citeremo Raffaello da
Montelupo, G. B. Vico, l'Alfieri, Didimo Clerico e Balbo: a questi
s'aggiunge oggi Massimo d'Azeglio, nè crediamo si potesse chiudere più
degnamente questa galleria d'uomini e scrittori eminenti. Facciamo un
po' d'onore all'ultimo venuto.
Fra gli scrittori citati quello, che più somiglia al D'Azeglio ne' modi
di scrivere la propria vita è l'Alfieri; e tale esterna somiglianza
risulta, crediamo, da altra più sostanziale dell'indole e delle
vicende. Ma al tempo stesso quanta differenza! L'astigiano, dalla prima
all'ultima pagina del suo libro, si pianta fieramente in faccia al
lettore, e quell'alta e superba figura tiene così intenti e fascinati
i suoi occhi, che non può volgerli altrove, tanto ogni altro oggetto
divien piccolo e scolorito intorno ad essa. D'Azeglio invece s'adopera
con gentile sollecitudine a porgere e far gustare ai lettori quanto di
buono e di nobile ha trovato per la sua strada. «Ebbi nella mia vita ad
incontrarmi con grandissimo numero di persone. Volle la mia fortuna che
fra queste si annoverassero uomini di prim'ordine, bellissimi ingegni,
alti cuori e rari caratteri. Io spero riuscire a formare dei loro
ritratti una galleria ricca di nobili modelli. Volesse Iddio ch'essa
ne producesse un'altra ricca egualmente; quella dei loro imitatori...
Nella mia lunga carriera io mi sono imbattuto in anime di veri eroi. Ma
intendiamoci. Io chiamo eroi quelli che sacrificano _sè_ agli altri:
non già quelli che sacrificano gli altri a _sè_. Non avrò dunque a
porre in iscena nessun modello che rassomigli neppure alla lontana a
quei grandi tormentatori della nostra specie, che essa adora ed ammira
in ragione diretta del male, che le fanno. No. I miei eroi, la più
parte ignorati, tutti vittime e nessuno carnefice, appartennero ad ogni
classe; chè, la Dio grazia, se l'umanità non è quale dovrebb'essere,
non è neppur composta solo d'inetti o di scellerati, come credono gli
Eracliti di tutte le epoche.[24]» E veramente, dopo aver chiuso i due
volumi di questi _Ricordi_, riandando quanto di bello e di nobile vi
ha incontrato, non sa il lettore (almeno questo è avvenuto a me) se
più amare e ammirare Massimo d'Azeglio, o alcuni di quelli, che egli
ha fatto conoscere, cominciando dal povero Pilade e su fino al Bindone
modello d'amico, al Marchese suo padre, modello d'antico gentiluomo,
ed alla madre sua, anima mesta e affettuosa, previdente nella lieta
sorte, nelle avversità forte di quella fortezza mite ed incrollabile,
che è privilegio della donna, intimamente virtuosa e gentilmente culta;
talchè immagino derivasse da lei nell'animo del figlio quel complesso
di attitudini estetiche così armonicamente contemperate, come dal
padre l'amore delle nobili imprese e la prepotente volontà del bene.
D'Azeglio per altro non è come Silvio Pellico, che riflettendo di fuori
l'umile e bonario ottimismo dell'animo suo, vedeva tutti buoni gli
uomini intorno a lui. Al contrario il Nostro sa molto bene discernere
la virtù vera dalle sue apparenze, ficcando anche, se occorre, que'
suoi occhi miopi e indagatori di sotto le maschere. Ove s'imbatta nella
ribalderia d'ogni forma e colore, sa tartassarla fieramente, adoperando
a tempo l'invettiva alicambea o il sorriso oraziano argutissimo sulle
sue labbra.
Ma presa tutta l'opera insieme, il bene narrato e pensato in essa
supera di gran lunga il male. Sulle viltà e le sciocchezze l'autore
passa descrivendo breve e biasimando incisivo; sui grandi e riparabili
mali del paese e degli individui si stende con cura pietosa a
discorrerne le cause ed i rimedi; quando poi s'imbatte in quella,
che davvero merita il nome di virtù egli è eloquente e diffuso, nè si
stanca di darle rilievo e lumeggiarla per ogni verso. Di qui si parte
quel sentimento generale d'onestà e di consolazione, che tutto vi
ricrea l'animo, notato da ogni lettore dei _Ricordi_, che sperimenta
leggendo un vivo desiderio di farsi migliore. Ecco la moralità vera
dei libri. E notate un fatto: D'Azeglio, per raggiungere questo fine,
comincia coll'essere benevolo verso sè medesimo. Egli si sente uomo
superiore alla comune, e ce lo fa capire con leale franchezza; senza
passare mai i limiti della schietta modestia dice di sè tutto il
bene, e visibilmente se ne compiace; del male si limita a dire senza
ambagi quel tanto che crede. Vorremo biasimarlo? Per me lo biasimerei
invece del contrario. Documenti dell'umana debolezza ne vediamo troppi
intorno e dentro di noi, per desiderare che altri ce ne ammanisca;
se poi quest'_altri_ è un uomo venerabile, cresce la sconvenienza e
il pericolo, pensando quanto la nostra fragilità sia ingegnosa nel
confortarsi d'autorevoli esempi. Credo inoltre che non vi sia più
reo maldicente di chi parla male di sè stesso; modestia orgogliosa e
sfrontatezza vigliacca, che non hanno trovato grazia se non in tempi
poveri di morale dignità.
Per questo qualche lettore de' _Miei Ricordi_ è rimasto, come si
dice, a bocca dolce non trovandovi narrato della vita giovanile di
Massimo nessuna di quelle pagine galanti con cui (confessa l'autore)
si sarebbe potuto mettere insieme un bello e saporoso volume. Io
penso che l'autore avrebbe saputo scriverlo da par suo, cioè con
signorile delicatezza; ma non ha voluto, e tal sia. Fra i disillusi
nell'aspettazione confesso, amico lettore, d'essere stato anch'io: ma
confesso pure che mi sono reso convinto alle ragioni, che l'autore
dà del suo tacersi, e ripentito sinceramente di quell'indiscreto
desiderio. — Vedetele al Capo XV de' _Miei Ricordi_.