III.

Quello che è un bel tratto di serena poesia virgiliana in mezzo a

poemi di bassa latinità ed una tela di Leonardo in una galleria piena

degli ultimi pittori barocchi, è la figura di Galileo tra i suoi

contemporanei. Nella vita privata contrappone al fasto laborioso dei

tempi la semplicità della vecchia Toscana.[2] Quanto a letteratura,

leggendo le sue opere, nemmeno sospettereste che intorno a lui già

farnetica il seicento: scrive colla splendida maestà del secolo

anteriore, innestandovi una scioltezza e una semplicità tutta sua

propria: gli dà noia perfino la squisita ricercatezza del Tasso e non

s'appaga che delle schiette forme ariostee avute già in conto di troppo

neglette dai più.

Quello che fu Galileo nella scienza non si può debitamente e in pieno

conoscere, se prima non si guarda a tutto quello, che di difettivo

aveva essa scienza ne' suoi tempi; e questo tentammo tratteggiare

in iscorcio. Avremmo potuto senza difficoltà moltiplicare gli

esempi e mostrare sempre più come in tutti i rami dello scibile,

così rigogliosamente sviluppati da quel moto di vita che investiva

con impeto nuovo l'età del Rinascimento, due difetti capitali si

riscontrano: cioè sconfinatezza presuntuosa nella estensione del

sapere, sforzo di unità artificiale e confusa. L'ingegno critico di

Galileo li vide, s'oppose a loro e seppe tenersene mondo.

La forma d'unità enciclopedica, che il medio evo avea dato allo

scibile, importava anzi tutto il dominio d'una scienza sull'altra e

della teologia in tutte. Gran disputare si è fatto sulla natura e sui

limiti di questa signoria teologica. A me pare indubitabile che essa

fosse nel medio evo cruda e rigorosa quanto altra mai. S. Tommaso, che

pure è il più largo interprete della dottrina de' suoi tempi e va fino

a domandare nella _Somma_ «_se altra scienza diasi oltre la filosofia_»

è costretto infine a concludere che la filosofia serve alla teologia

_velut ancilla_. Questa ancella poi alla sua volta diventava sovrana

rispetto alle scienze inferiori: anzi a dir meglio, scienze inferiori

propriamente non esistevano, riducendosi tutti gli ordini delle

speculazioni a tante parti della filosofia con questa indivisibilmente

connesse, informate de' suoi princìpi, governate e disciplinate dal

suo metodo. Alcuni ancora rimpiangono quella grandiosa unità; ma noi

pensando che le singole scienze cominciarono a far mirabili progressi

da quando tale unità venne rotta, non possiamo unirci a quel rimpianto.

— I raziocinanti _a priori_ ci dicono: una è la verità, una dee essere

la scienza, e perchè tale si mantenga è necessario che i diversi gradi

delle speculazioni sieno signoreggiati da una specie di disciplina

ideale che ad ognuno di essi imponga leggi e confini; l'ufficio di

tale disciplina spetterebbe alla filosofia come ripensamento de' sommi

veri razionali. Essa invigila il movimento scienziale ne' diversi

ordini di speculazione; ed ove qua e colà si accenni a contraddire o si

contraddica in fatto a qualcuno di que' supremi principi e postulati,

che tiene gelosamente in custodia, è di suo diritto intervenire e colla

autorità propria sconfessare le affermazioni di quella scienza, che si

suppone perturbatrice, e far che rientri nell'ordine ideale da cui con

danno comune aveva declinato.

Così si concepiva la gerarchia delle scienze nel medio evo; gerarchia

che s'è voluta anche oggi da qualche scuola con vecchie e nuove forme

ristaurare. Ma nel medio evo, come oggi, un grave equivoco è fondamento

a questo concetto. Si parla cioè della scienza come di cosa attuale e

compiuta secondo un certo suo tipo perfetto, e si dimentica che essa

semplicemente _si fa_ o diviene nel tempo a poco a poco con laboriosa

lentezza e contrasti molti, divisa in molteplici rami, ognuno de' quali

è affidato come a diversi metodi, così a diversi intelletti bisognosi

di libero movimento speculativo. Anche in questo caso la vaghezza di

una astrazione fa disconoscere la realtà. La verità è una, nessun

dubbio; ma insieme molteplici senza fine sono i veri e variamente

escogitabili nel tempo. Volere una scienza, che possa governare tutto

l'immenso lavoro intellettuale così disparato e disforme nelle sue vie

e ne' suoi fini è, per adesso almeno dannosa, chimera. Come cogliere

le attinenze talvolta lontanissime de' diversi veri? Come vedere sotto

le contraddizioni apparenti le fondamentali armonie e gli accordi

finali? La storia è ricca di esempi che dimostrano essersi temuto e

combattuto come contradditorio ai comuni veri ciò che in seguito si

risolvè in conferma più luminosa di quelli. Codesta vagheggiata unità

è dunque da porsi tra i supremi desiderati, che risguardano, se mai, un

lontanissimo avvenire della scienza, non il suo passato nè il presente.

All'unità camminiamo tutti e sempre, volenti o no, ma per libere vie,

come tanti rivi disgiunti verso un unico fiume lontano. — Chi teme in

questa libertà la dissoluzione, mostra di non aver fede nelle leggi

del pensiero, che occultamente, e dirò quasi, amorevolmente governano

il lavoro delle menti e lo fanno convergere al suo termine naturale.

Chi per quella tema o per amor sconsigliato dell'ottimo s'induce a

desiderare la supremazia e il sindacato d'una scienza su tutte, non

s'accorge che pauroso della licenza, invoca la tirannide e vuole

inceppate le più vitali energie pel pensiero e rintuzzati i liberi

ardimenti anche nel trasmodare fruttuosi, per riposarsi in una larva

d'ordine stracco e infecondo, che è negazione di vita vera. _Et ubi

solitudinem faciunt, pacem appellant._

Galileo è stato il primo a porre col fatto questa autonomia delle

diverse scienze, professando la sua senza guardare a destra o a

sinistra, fidandosi esclusivamente a' suoi naturali criteri, esperienza

e riflessione. Ma sul principio della via s'imbatteva subito a due

potenti autorità, che pretendevano guidarlo a loro posta: la teologica

e la filosofica. Come adoperarsi con loro?

L'epoca del Rinascimento italiano meriterebbe un esame accurato e

profondo solamente per istudiarvi il modo originale, con che le menti

si atteggiarono in faccia alla questione religiosa, che in quel torno

si agitò con tanta forza per tutta Europa.[3] La Riforma non ebbe fra

noi che rari seguaci e spicciolati: direste che all'indole dell'ingegno

paesano essa aveva intimamente alcun che di repugnante. Era troppo, o

troppo poco. Che sono infatti le negazioni di fra Martino e di Zuinglio

a petto di quelle di Bruno e dei Socini? — Da noi, o si traeva alle

ultime conseguenze la dottrina del libero esame o si rimaneva fermi

alla unità cattolica. — Frattanto il bisogno di libertà da una parte,

e dall'altra la signoria teologica sulle scienze, l'ombroso riguardare

di Roma a tutto quell'improvviso risveglio delle menti, le minaccie

dell'Indice a cui tenevano dietro i fatti dell'Inquisizione, spargevano

intorno una segreta inquietudine, che si rivelava in quel linguaggio

avviluppato di timide reticenze, e qua e colà in segni di ribellione

mal dissimulati e repressi. Dovevano naturalmente dar fuori su questa

materia delle teorie monche, a ripiego, adoperantisi a conciliare la

sicurezza della discussione coll'omaggio all'autorità; soliti mezzi

termini in un'epoca di passaggio a più radicale ordinamento. Vediamo

infatti il Pomponazzi predicare la massima, potersi dare verità

nell'ordine della scienza umana, che sia in contraddizione colla

scienza rivelata, e viceversa. Strano paradosso a dir vero, ma l'aver

esso trovati molti sostenitori, prova che rispondeva appunto a un

segreto bisogno degli animi, chè la voga acquistata da una dottrina,

qualunque essa sia, è sempre argomento autorevole di alcune particolari

condizioni dell'epoca. Altri moltissimi, col Cremonini a guida,

s'appigliavano a più comodo partito: pensarla internamente come detta

la propria ragione, ma stare cogli atti esterni alla credenza comune.

Il loro motto era: _intus ut libet, foris ut moris est_.

Galileo soltanto seppe cogliere nel suo vero punto la questione.

Pensò che a districare davvero la scienza dagli impicci teologici

bisognava adoperarsi a collocarla in così fatto modo che non

presumesse di signoreggiare la fede ma si mettesse in luogo da

non esserne signoreggiata: nè conflitto, nè sudditanza. Breve; la

scienza per Galileo è semplicemente _fuori_ dalla fede, non sopra,

non sotto. Tale soluzione, che compone dissidi senza danno delle

parti, ignota all'antichità, così poco compresa anche oggi, è il più

profondo concetto che sia mai balenato alla mente di Galileo: e ad

esso bisognerà pur sempre ritornare. — La sua lunga lettera _alla

Granduchessa Madre_ (Cristina) è tutta piena di tale concetto. — Il

vero rivelato e l'umano, dice egli, se è vero che derivano da una unica

fonte, non vi può mai essere lite tra loro: anzi dai veri umanamente

meditati e scoperti, verrà conferma ed illustrazione ai sommi princìpi

religiosi. Cessi adunque ogni dissidio e diffidenza. Lasci l'autorità

religiosa che le scienze liberamente vadano per loro cammino, non

pretenda regolarle, perchè esse vanno con la natura, che è per sè

ottima guida; non si adombri di apparenti antinomie, che in accordi

finali dovranno sicurissimamente comporsi.

Non è necessario che noi ci fermiamo a studiare minutamente le parti di

questa lettera: un teologo troverebbe forse da ridire quà e là sulla

sua ermeneutica, e la ragione moderna farebbe più d'un appunto alle

sue dichiarazioni; ma il filosofo della storia che guarda all'uomo e ai

tempi, dee tenere in grandissimo conto questo documento in cui per la

prima volta si pongono e s'affermano nazionalmente i preliminari della

libertà scientifica.

Quanto all'autorità filosofica delle scuole, notammo più sopra come

Galileo giudicasse sapientemente Aristotile, distinguendo il suo

merito individuale dall'abuso, che se ne era fatto convertendo la sua

autorità in _criterio assoluto_ di scienza. Oppositori di Aristotile

s'erano dimostrati molti prima di lui e intorno a lui, e quanto

appassionati non è a dire. Ma nessuno ancora s'era levato ad un vero

concetto critico della autorità scientifica, affine di ridurla nei

suoi legittimi confini. Difatti, o s'abbatteva Aristotile per mettere

in suo luogo Platone, o si procedeva vagamente in questa materia

così rilevante, senza fissare un canone universale di critica, che

persuadesse alle menti che l'autorità non era nè una guida da seguirsi

con cieca confidenza, nè un giogo da gettare via senz'altro, ma un

valido aiuto da adoperarsi _secondo ragione_. Galileo si leva a questo

concetto generale e lo predica frequentemente nelle sue opere. Però

si lagna cogli aristotelici perchè: «non vogliono mai sollevare gli

occhi da quelle carte (i libri d'Aristotile) quasi che questo gran

libro del mondo non fosse scritto da natura, che per essere letto da

altri che da Aristotile, e che gli occhi suoi avessero a vedere per

tutta la sua posterità.» L'energia critica delle quali parole non può

essere pienamente compresa se non si ha riguardo ai tempi in cui furono

scritte e al giudizio rispettoso e indipendente, che le informava. Nei

_Dialoghi dei massimi sistemi_ (Giornata II), dopo essersi provata

con esperienze di fatto la contraddizione in cui cadono sovente i

ciechi seguaci d'Aristotile, dimanda _Simplicio_: «Ma quando si lasci

Aristotile, chi ne ha da essere scorta nella filosofia? — C'è bisogno

di scorta, risponde il _Salviati_, ne' paesi incogniti e selvaggi,

ma nei luoghi aperti e piani i ciechi solamente hanno bisogno di

guida; e chi è tale è bene che si resti in casa. Ma chi ha gli occhi

nella fronte e nella mente, di quelli si ha da servire per iscorta;

nè perciò, dico io, che non si deva ascoltare Aristotile, anzi laudo

il vederlo e diligentemente studiarlo, e solo biasimo il darsegli in

preda in maniera, che alla cieca si sottoscriva a ogni suo detto, e,

senza cercarne altra cagione, si debba avere per decreto inviolabile.»

Ecco proclamata l'autorità della ragione, la legittimità e sicurezza

della esperienza individuale, senza cadere nello isolamento psicologico

voluto da Cartesio.

Ma l'avere rimosso questi, che diremo gli impedimenti esterni alla

scienza, non sarebbe bastato a Galileo, perchè egli si potesse levare,

come fece, a tanta altezza di speculazioni naturali. — Bisognava

togliere l'impedimento fondamentale, che consisteva (l'abbiamo detto

più volte) nella strabocchevole compressione, che andava da una

scienza ad ogni scienza, che attutiva, stemperandola, l'energia degli

intelletti e facendo loro perdere in intensità tutto quel soverchio,

che volevano acquistare in estensione. Bisognava raccogliersi entro

un ambito di studi ristretto e contentarsi di fare passo passo ciò,

che fino allora si era voluto fare a volo d'aquila. Opera questa

difficilissima, avvegnachè l'intelletto umano non faccia mai più arduo

esperimento delle proprie forze come quando egli tenta di raffrenarsi

e disciplinarsi.

Galileo adunque tenne via del tutto opposta a quella de' suoi

contemporanei. Con uno sforzo di mente e di volontà, che noi alla

distanza di tre secoli possiamo difficilmente misurare, si distrigò

da tutte le abitudini e preoccupazioni scientifiche del suo tempo.

Cansa con ogni riguardo le questioni generalissime, nelle quali

tanto si perdevano i suoi contemporanei, caccia quanto più può le

metafisicherie fuori del regno della fisica, sta ai fatti e alle

esperienze, procedendo modestamente e sicuramente. Oggi studia la

caduta dei gravi, domani le oscillazioni del pendolo, poi le leggi dei

corpi galleggianti, e così via via, senza guardare ad altro che alla

questione che lo tiene occupato e alle _immediate_ attinenze di essa.

Sta ai fatti, cioè ai fenomeni, studiandoli in sè e per sè, cercando

di coglierne le parvenze e le leggi, che è quanto basta. Messo alle

strette da domande, ha il coraggio di confessare, che non vede più in

là; che per es. le essenze delle cose sono per lui piene di mistero.

— Così scriveva nel 1640 al vecchio Liceti: «Me lo farò a leggere (un

libro mandatogli dal Liceti) colla speranza di essere in breve ora per

intendere quello, in che pensando molte e molte centinaia di ore, non

mi è succeduto di restar capace: parlo della essenza della luce, di che

sono stato sempre in tenebre, e riputerò a mia somma ventura, quando

essendo fatto capace che cosa sia il fuoco e il lume, potrò intendere

in qual modo in un pugnello di polvere di artiglieria fredda e nera,

si contengano venti botti di fuoco e molti milioni di luce... Qui non

vorrei che mi fosse detto, che io non mi quietassi sulla verità del

fatto, poichè così mi sembra succedere la esperienza, la quale potrei

dire che in tutti gli effetti di natura, a me ammirandi, mi assicura

dello _an sit_, ma guadagno nessuno mi arreca del _quomodo_.» L'_an

sit_ e il _quomodo sit_: ecco una semplice distinzione, che adottata

poi come regola di metodo, ha sollecitato i progressi di tutta la

fisica moderna, nè della fisica solamente, meglio che i molti volumi

scritti intorno alle questioni metodologiche.

Galileo non si stanca mai di ribadire la massima, che bisogna poco

presumere dello intelletto umano, a fronte della infinita varietà delle

cose escogitabili, e per le difficoltà, che s'oppongono al perfetto

intendimento della benchè menoma cosa. «Estrema temerità mi è parsa

sempre quella di coloro, che voglion fare la capacità umana misura di

quanto possa e sappia operar la natura, dove che all'incontro e' non è

effetto alcuno in natura, per minimo che ei sia, alla intera cognizion

del quale possano arrivare i più speculativi ingegni. Questa così vana

presunzione d'intendere il tutto, non può aver principio da altro, che

dal non aver inteso mai nulla, perchè, quando altri avesse sperimentato

una volta sola a intender perfettamente una sola cosa ed avesse gustato

veramente come è fatto il sapere, conoscerebbe come della infinità

delle altre conclusioni niuna ne intende.» (_Dialoghi dei Massimi

Sistemi._ Giornata I, _in fine_). — Quanto a sè egli si attribuisce

un ufficio modestissimo nella scienza; e la modestia sua, in mezzo

agli sperticati vantamenti dei contemporanei, è quasi strana. Sarà

pago, dice nel trattato _Delle macchie solari_, se potrà raccomodare

qualche canna «nell'organo scordato della scienza.» Sotto questo

aspetto considerato, Galileo può dirsi il padre dello _specialismo_

moderno senza le gretterie che così spesso lo rendono sterile, senza

le prosunzioni, microscopicamente colossali, che oggi vediamo andare

in volta e che darebbero dei diversi uomini e delle diverse scienze un

così ridicolo concetto.

Ma questo intendimento di Galileo si mostrò più aperto all'occasione

in cui Tomaso Campanella, ammirato delle tante sue scoperte, gli

scriveva nel 1614: «In vero non si può filosofare, senza un accertato

sistema della costruzione dei mondi, quale da lei aspettiamo, e

già tutte le cose son poste in dubbio, tanto che non sappiamo se

il parlare è parlare.» Ecco al solito un filosofo che spera rimedio

allo scetticismo, che già invadeva gli animi, in un solito sistema

universale della natura.

Galileo all'incontro che vedeva appunto in quella smania sistematica

la sorgente del male, si niegò reciso all'inchiesta. Della sua risposta

così ci parla Orazio Rucellai in uno de' suoi _Dialoghi fisici_ «Quanti

pensieri, quante proposizioni venivano a quell'ingegno meraviglioso

ed esimio, le quali avevano tutte del verosimile! S'elle fossero

venute in animo ad altri, ed eccotele subito poste in luce come una

nuova e ben fondata filosofia. Ma al padre Campanella che di ciò il

consigliava, che credete voi che ei rispondesse? — Ch'ei non voleva

per alcun modo, con cento e più proposizioni delle cose naturali,

screditare e perdere il vanto di dieci o dodici sole da lui ritrovate,

e che sapeva per dimostrazione essere vere.» Con la quale risposta

al Campanella, Galileo risponde di conserva alla critica di Cartesio

citata in principio di questo studio, e mostra come quel certo limite

di speculazioni in cui si contenne, e del quale gli fa rimprovero il

filosofo olandese, fosse da lui deliberatamente voluto per alto fine. A

lui piacque tenere questa via, e, non che fargli rimprovero, noi glie

ne sappiamo grado di tutto cuore. Immaginiamo di fatto che Galileo,

invece di tenersi allo studio de' singoli fenomeni naturali, si fosse

messo corpo ed anima dietro ad una o due di quelle tante questioni,

che erano il martello degl'ingegni d'allora, per es. se la natura _agat

consulto, vel inconsulto_, argomento di tante veglie a Marsilio Ficino;

quale vantaggio, dimandiamo, ne sarebbe venuto alla scienza?... Avremmo

opinioni di più sul misterioso problema, e chi sa come ingegnose! Ma in

cambio cento teoremi di meno su quanto più importa sapere della natura

e delle sue leggi.

Ma infine potrà dimandarsi: Galileo ebbe egli mai alcun pensiero ad

un compiuto sistema filosofico? La domanda è legittima trattandosi di

ingegno così altamente comprensivo; e in lui al certo non doveva tacere

il bisogno di scienza compiuta, bisogno più potente che mai nelle

grandi anime. Sappiamo infatti, o almeno abbiamo argomenti per credere,

che Galileo divisava di scrivere a tarda età un libro di scienza

universale. (V. _Libri Storia delle Matematiche_). Le vicende e la

morte fecero restare inappagato questo suo desiderio. Quanto all'opera,

credo senza alcun dubbio sarebbe riuscita degna di quell'ingegno; ma

ciò che mi piace notare qui si è che con tale opera Galileo intendeva

fare l'ultima prova della sua vita studiosa o, come si direbbe oggi,

l'incoronamento dell'edificio. Comunque ella fosse riuscita, v'avesse

anche messo dentro le più matte cose che mai possono cadere in mente

di filosofo, tutte le verità, per lo innanzi scoperte da Galileo, non

correvano alcun pericolo, perchè non erano legate ad alcun sistema.

Insomma, dove gli altri finivano, egli incominciò, e voleva finire dove

gli altri avevano cominciato. In questa inversione nell'ordine degli

studi, in questo capovolgimento di processo inquisitivo sta la capitale

importanza dell'opera di Galileo, la profonda originalità del suo

metodo. — E tutto questo, considerato come opposizione all'andazzo dei

tempi, è argomento di uno dei più vigorosi ingegni critici che abbiano,

osiamo dire, illustrato il mondo.

«_Vicisti Galileie!_» Allorchè il Keplero lo salutava con questo grido

trionfale e quasi apocalitico, io penso ch'egli intendesse volgersi a

qualcosa di più grande che allo scuopritore delle fasi di Venere e dei

satelliti di Giove. Galileo, come iniziatore di tutte le vittorie della

scienza universale nei tempi moderni, meritava quel saluto glorioso.

Teste quadre · 第 9 / 41 题