Quello che è un bel tratto di serena poesia virgiliana in mezzo a
poemi di bassa latinità ed una tela di Leonardo in una galleria piena
degli ultimi pittori barocchi, è la figura di Galileo tra i suoi
contemporanei. Nella vita privata contrappone al fasto laborioso dei
tempi la semplicità della vecchia Toscana.[2] Quanto a letteratura,
leggendo le sue opere, nemmeno sospettereste che intorno a lui già
farnetica il seicento: scrive colla splendida maestà del secolo
anteriore, innestandovi una scioltezza e una semplicità tutta sua
propria: gli dà noia perfino la squisita ricercatezza del Tasso e non
s'appaga che delle schiette forme ariostee avute già in conto di troppo
neglette dai più.
Quello che fu Galileo nella scienza non si può debitamente e in pieno
conoscere, se prima non si guarda a tutto quello, che di difettivo
aveva essa scienza ne' suoi tempi; e questo tentammo tratteggiare
in iscorcio. Avremmo potuto senza difficoltà moltiplicare gli
esempi e mostrare sempre più come in tutti i rami dello scibile,
così rigogliosamente sviluppati da quel moto di vita che investiva
con impeto nuovo l'età del Rinascimento, due difetti capitali si
riscontrano: cioè sconfinatezza presuntuosa nella estensione del
sapere, sforzo di unità artificiale e confusa. L'ingegno critico di
Galileo li vide, s'oppose a loro e seppe tenersene mondo.
La forma d'unità enciclopedica, che il medio evo avea dato allo
scibile, importava anzi tutto il dominio d'una scienza sull'altra e
della teologia in tutte. Gran disputare si è fatto sulla natura e sui
limiti di questa signoria teologica. A me pare indubitabile che essa
fosse nel medio evo cruda e rigorosa quanto altra mai. S. Tommaso, che
pure è il più largo interprete della dottrina de' suoi tempi e va fino
a domandare nella _Somma_ «_se altra scienza diasi oltre la filosofia_»
è costretto infine a concludere che la filosofia serve alla teologia
_velut ancilla_. Questa ancella poi alla sua volta diventava sovrana
rispetto alle scienze inferiori: anzi a dir meglio, scienze inferiori
propriamente non esistevano, riducendosi tutti gli ordini delle
speculazioni a tante parti della filosofia con questa indivisibilmente
connesse, informate de' suoi princìpi, governate e disciplinate dal
suo metodo. Alcuni ancora rimpiangono quella grandiosa unità; ma noi
pensando che le singole scienze cominciarono a far mirabili progressi
da quando tale unità venne rotta, non possiamo unirci a quel rimpianto.
— I raziocinanti _a priori_ ci dicono: una è la verità, una dee essere
la scienza, e perchè tale si mantenga è necessario che i diversi gradi
delle speculazioni sieno signoreggiati da una specie di disciplina
ideale che ad ognuno di essi imponga leggi e confini; l'ufficio di
tale disciplina spetterebbe alla filosofia come ripensamento de' sommi
veri razionali. Essa invigila il movimento scienziale ne' diversi
ordini di speculazione; ed ove qua e colà si accenni a contraddire o si
contraddica in fatto a qualcuno di que' supremi principi e postulati,
che tiene gelosamente in custodia, è di suo diritto intervenire e colla
autorità propria sconfessare le affermazioni di quella scienza, che si
suppone perturbatrice, e far che rientri nell'ordine ideale da cui con
danno comune aveva declinato.
Così si concepiva la gerarchia delle scienze nel medio evo; gerarchia
che s'è voluta anche oggi da qualche scuola con vecchie e nuove forme
ristaurare. Ma nel medio evo, come oggi, un grave equivoco è fondamento
a questo concetto. Si parla cioè della scienza come di cosa attuale e
compiuta secondo un certo suo tipo perfetto, e si dimentica che essa
semplicemente _si fa_ o diviene nel tempo a poco a poco con laboriosa
lentezza e contrasti molti, divisa in molteplici rami, ognuno de' quali
è affidato come a diversi metodi, così a diversi intelletti bisognosi
di libero movimento speculativo. Anche in questo caso la vaghezza di
una astrazione fa disconoscere la realtà. La verità è una, nessun
dubbio; ma insieme molteplici senza fine sono i veri e variamente
escogitabili nel tempo. Volere una scienza, che possa governare tutto
l'immenso lavoro intellettuale così disparato e disforme nelle sue vie
e ne' suoi fini è, per adesso almeno dannosa, chimera. Come cogliere
le attinenze talvolta lontanissime de' diversi veri? Come vedere sotto
le contraddizioni apparenti le fondamentali armonie e gli accordi
finali? La storia è ricca di esempi che dimostrano essersi temuto e
combattuto come contradditorio ai comuni veri ciò che in seguito si
risolvè in conferma più luminosa di quelli. Codesta vagheggiata unità
è dunque da porsi tra i supremi desiderati, che risguardano, se mai, un
lontanissimo avvenire della scienza, non il suo passato nè il presente.
All'unità camminiamo tutti e sempre, volenti o no, ma per libere vie,
come tanti rivi disgiunti verso un unico fiume lontano. — Chi teme in
questa libertà la dissoluzione, mostra di non aver fede nelle leggi
del pensiero, che occultamente, e dirò quasi, amorevolmente governano
il lavoro delle menti e lo fanno convergere al suo termine naturale.
Chi per quella tema o per amor sconsigliato dell'ottimo s'induce a
desiderare la supremazia e il sindacato d'una scienza su tutte, non
s'accorge che pauroso della licenza, invoca la tirannide e vuole
inceppate le più vitali energie pel pensiero e rintuzzati i liberi
ardimenti anche nel trasmodare fruttuosi, per riposarsi in una larva
d'ordine stracco e infecondo, che è negazione di vita vera. _Et ubi
solitudinem faciunt, pacem appellant._
Galileo è stato il primo a porre col fatto questa autonomia delle
diverse scienze, professando la sua senza guardare a destra o a
sinistra, fidandosi esclusivamente a' suoi naturali criteri, esperienza
e riflessione. Ma sul principio della via s'imbatteva subito a due
potenti autorità, che pretendevano guidarlo a loro posta: la teologica
e la filosofica. Come adoperarsi con loro?
L'epoca del Rinascimento italiano meriterebbe un esame accurato e
profondo solamente per istudiarvi il modo originale, con che le menti
si atteggiarono in faccia alla questione religiosa, che in quel torno
si agitò con tanta forza per tutta Europa.[3] La Riforma non ebbe fra
noi che rari seguaci e spicciolati: direste che all'indole dell'ingegno
paesano essa aveva intimamente alcun che di repugnante. Era troppo, o
troppo poco. Che sono infatti le negazioni di fra Martino e di Zuinglio
a petto di quelle di Bruno e dei Socini? — Da noi, o si traeva alle
ultime conseguenze la dottrina del libero esame o si rimaneva fermi
alla unità cattolica. — Frattanto il bisogno di libertà da una parte,
e dall'altra la signoria teologica sulle scienze, l'ombroso riguardare
di Roma a tutto quell'improvviso risveglio delle menti, le minaccie
dell'Indice a cui tenevano dietro i fatti dell'Inquisizione, spargevano
intorno una segreta inquietudine, che si rivelava in quel linguaggio
avviluppato di timide reticenze, e qua e colà in segni di ribellione
mal dissimulati e repressi. Dovevano naturalmente dar fuori su questa
materia delle teorie monche, a ripiego, adoperantisi a conciliare la
sicurezza della discussione coll'omaggio all'autorità; soliti mezzi
termini in un'epoca di passaggio a più radicale ordinamento. Vediamo
infatti il Pomponazzi predicare la massima, potersi dare verità
nell'ordine della scienza umana, che sia in contraddizione colla
scienza rivelata, e viceversa. Strano paradosso a dir vero, ma l'aver
esso trovati molti sostenitori, prova che rispondeva appunto a un
segreto bisogno degli animi, chè la voga acquistata da una dottrina,
qualunque essa sia, è sempre argomento autorevole di alcune particolari
condizioni dell'epoca. Altri moltissimi, col Cremonini a guida,
s'appigliavano a più comodo partito: pensarla internamente come detta
la propria ragione, ma stare cogli atti esterni alla credenza comune.
Il loro motto era: _intus ut libet, foris ut moris est_.
Galileo soltanto seppe cogliere nel suo vero punto la questione.
Pensò che a districare davvero la scienza dagli impicci teologici
bisognava adoperarsi a collocarla in così fatto modo che non
presumesse di signoreggiare la fede ma si mettesse in luogo da
non esserne signoreggiata: nè conflitto, nè sudditanza. Breve; la
scienza per Galileo è semplicemente _fuori_ dalla fede, non sopra,
non sotto. Tale soluzione, che compone dissidi senza danno delle
parti, ignota all'antichità, così poco compresa anche oggi, è il più
profondo concetto che sia mai balenato alla mente di Galileo: e ad
esso bisognerà pur sempre ritornare. — La sua lunga lettera _alla
Granduchessa Madre_ (Cristina) è tutta piena di tale concetto. — Il
vero rivelato e l'umano, dice egli, se è vero che derivano da una unica
fonte, non vi può mai essere lite tra loro: anzi dai veri umanamente
meditati e scoperti, verrà conferma ed illustrazione ai sommi princìpi
religiosi. Cessi adunque ogni dissidio e diffidenza. Lasci l'autorità
religiosa che le scienze liberamente vadano per loro cammino, non
pretenda regolarle, perchè esse vanno con la natura, che è per sè
ottima guida; non si adombri di apparenti antinomie, che in accordi
finali dovranno sicurissimamente comporsi.
Non è necessario che noi ci fermiamo a studiare minutamente le parti di
questa lettera: un teologo troverebbe forse da ridire quà e là sulla
sua ermeneutica, e la ragione moderna farebbe più d'un appunto alle
sue dichiarazioni; ma il filosofo della storia che guarda all'uomo e ai
tempi, dee tenere in grandissimo conto questo documento in cui per la
prima volta si pongono e s'affermano nazionalmente i preliminari della
libertà scientifica.
Quanto all'autorità filosofica delle scuole, notammo più sopra come
Galileo giudicasse sapientemente Aristotile, distinguendo il suo
merito individuale dall'abuso, che se ne era fatto convertendo la sua
autorità in _criterio assoluto_ di scienza. Oppositori di Aristotile
s'erano dimostrati molti prima di lui e intorno a lui, e quanto
appassionati non è a dire. Ma nessuno ancora s'era levato ad un vero
concetto critico della autorità scientifica, affine di ridurla nei
suoi legittimi confini. Difatti, o s'abbatteva Aristotile per mettere
in suo luogo Platone, o si procedeva vagamente in questa materia
così rilevante, senza fissare un canone universale di critica, che
persuadesse alle menti che l'autorità non era nè una guida da seguirsi
con cieca confidenza, nè un giogo da gettare via senz'altro, ma un
valido aiuto da adoperarsi _secondo ragione_. Galileo si leva a questo
concetto generale e lo predica frequentemente nelle sue opere. Però
si lagna cogli aristotelici perchè: «non vogliono mai sollevare gli
occhi da quelle carte (i libri d'Aristotile) quasi che questo gran
libro del mondo non fosse scritto da natura, che per essere letto da
altri che da Aristotile, e che gli occhi suoi avessero a vedere per
tutta la sua posterità.» L'energia critica delle quali parole non può
essere pienamente compresa se non si ha riguardo ai tempi in cui furono
scritte e al giudizio rispettoso e indipendente, che le informava. Nei
_Dialoghi dei massimi sistemi_ (Giornata II), dopo essersi provata
con esperienze di fatto la contraddizione in cui cadono sovente i
ciechi seguaci d'Aristotile, dimanda _Simplicio_: «Ma quando si lasci
Aristotile, chi ne ha da essere scorta nella filosofia? — C'è bisogno
di scorta, risponde il _Salviati_, ne' paesi incogniti e selvaggi,
ma nei luoghi aperti e piani i ciechi solamente hanno bisogno di
guida; e chi è tale è bene che si resti in casa. Ma chi ha gli occhi
nella fronte e nella mente, di quelli si ha da servire per iscorta;
nè perciò, dico io, che non si deva ascoltare Aristotile, anzi laudo
il vederlo e diligentemente studiarlo, e solo biasimo il darsegli in
preda in maniera, che alla cieca si sottoscriva a ogni suo detto, e,
senza cercarne altra cagione, si debba avere per decreto inviolabile.»
Ecco proclamata l'autorità della ragione, la legittimità e sicurezza
della esperienza individuale, senza cadere nello isolamento psicologico
voluto da Cartesio.
Ma l'avere rimosso questi, che diremo gli impedimenti esterni alla
scienza, non sarebbe bastato a Galileo, perchè egli si potesse levare,
come fece, a tanta altezza di speculazioni naturali. — Bisognava
togliere l'impedimento fondamentale, che consisteva (l'abbiamo detto
più volte) nella strabocchevole compressione, che andava da una
scienza ad ogni scienza, che attutiva, stemperandola, l'energia degli
intelletti e facendo loro perdere in intensità tutto quel soverchio,
che volevano acquistare in estensione. Bisognava raccogliersi entro
un ambito di studi ristretto e contentarsi di fare passo passo ciò,
che fino allora si era voluto fare a volo d'aquila. Opera questa
difficilissima, avvegnachè l'intelletto umano non faccia mai più arduo
esperimento delle proprie forze come quando egli tenta di raffrenarsi
e disciplinarsi.
Galileo adunque tenne via del tutto opposta a quella de' suoi
contemporanei. Con uno sforzo di mente e di volontà, che noi alla
distanza di tre secoli possiamo difficilmente misurare, si distrigò
da tutte le abitudini e preoccupazioni scientifiche del suo tempo.
Cansa con ogni riguardo le questioni generalissime, nelle quali
tanto si perdevano i suoi contemporanei, caccia quanto più può le
metafisicherie fuori del regno della fisica, sta ai fatti e alle
esperienze, procedendo modestamente e sicuramente. Oggi studia la
caduta dei gravi, domani le oscillazioni del pendolo, poi le leggi dei
corpi galleggianti, e così via via, senza guardare ad altro che alla
questione che lo tiene occupato e alle _immediate_ attinenze di essa.
Sta ai fatti, cioè ai fenomeni, studiandoli in sè e per sè, cercando
di coglierne le parvenze e le leggi, che è quanto basta. Messo alle
strette da domande, ha il coraggio di confessare, che non vede più in
là; che per es. le essenze delle cose sono per lui piene di mistero.
— Così scriveva nel 1640 al vecchio Liceti: «Me lo farò a leggere (un
libro mandatogli dal Liceti) colla speranza di essere in breve ora per
intendere quello, in che pensando molte e molte centinaia di ore, non
mi è succeduto di restar capace: parlo della essenza della luce, di che
sono stato sempre in tenebre, e riputerò a mia somma ventura, quando
essendo fatto capace che cosa sia il fuoco e il lume, potrò intendere
in qual modo in un pugnello di polvere di artiglieria fredda e nera,
si contengano venti botti di fuoco e molti milioni di luce... Qui non
vorrei che mi fosse detto, che io non mi quietassi sulla verità del
fatto, poichè così mi sembra succedere la esperienza, la quale potrei
dire che in tutti gli effetti di natura, a me ammirandi, mi assicura
dello _an sit_, ma guadagno nessuno mi arreca del _quomodo_.» L'_an
sit_ e il _quomodo sit_: ecco una semplice distinzione, che adottata
poi come regola di metodo, ha sollecitato i progressi di tutta la
fisica moderna, nè della fisica solamente, meglio che i molti volumi
scritti intorno alle questioni metodologiche.
Galileo non si stanca mai di ribadire la massima, che bisogna poco
presumere dello intelletto umano, a fronte della infinita varietà delle
cose escogitabili, e per le difficoltà, che s'oppongono al perfetto
intendimento della benchè menoma cosa. «Estrema temerità mi è parsa
sempre quella di coloro, che voglion fare la capacità umana misura di
quanto possa e sappia operar la natura, dove che all'incontro e' non è
effetto alcuno in natura, per minimo che ei sia, alla intera cognizion
del quale possano arrivare i più speculativi ingegni. Questa così vana
presunzione d'intendere il tutto, non può aver principio da altro, che
dal non aver inteso mai nulla, perchè, quando altri avesse sperimentato
una volta sola a intender perfettamente una sola cosa ed avesse gustato
veramente come è fatto il sapere, conoscerebbe come della infinità
delle altre conclusioni niuna ne intende.» (_Dialoghi dei Massimi
Sistemi._ Giornata I, _in fine_). — Quanto a sè egli si attribuisce
un ufficio modestissimo nella scienza; e la modestia sua, in mezzo
agli sperticati vantamenti dei contemporanei, è quasi strana. Sarà
pago, dice nel trattato _Delle macchie solari_, se potrà raccomodare
qualche canna «nell'organo scordato della scienza.» Sotto questo
aspetto considerato, Galileo può dirsi il padre dello _specialismo_
moderno senza le gretterie che così spesso lo rendono sterile, senza
le prosunzioni, microscopicamente colossali, che oggi vediamo andare
in volta e che darebbero dei diversi uomini e delle diverse scienze un
così ridicolo concetto.
Ma questo intendimento di Galileo si mostrò più aperto all'occasione
in cui Tomaso Campanella, ammirato delle tante sue scoperte, gli
scriveva nel 1614: «In vero non si può filosofare, senza un accertato
sistema della costruzione dei mondi, quale da lei aspettiamo, e
già tutte le cose son poste in dubbio, tanto che non sappiamo se
il parlare è parlare.» Ecco al solito un filosofo che spera rimedio
allo scetticismo, che già invadeva gli animi, in un solito sistema
universale della natura.
Galileo all'incontro che vedeva appunto in quella smania sistematica
la sorgente del male, si niegò reciso all'inchiesta. Della sua risposta
così ci parla Orazio Rucellai in uno de' suoi _Dialoghi fisici_ «Quanti
pensieri, quante proposizioni venivano a quell'ingegno meraviglioso
ed esimio, le quali avevano tutte del verosimile! S'elle fossero
venute in animo ad altri, ed eccotele subito poste in luce come una
nuova e ben fondata filosofia. Ma al padre Campanella che di ciò il
consigliava, che credete voi che ei rispondesse? — Ch'ei non voleva
per alcun modo, con cento e più proposizioni delle cose naturali,
screditare e perdere il vanto di dieci o dodici sole da lui ritrovate,
e che sapeva per dimostrazione essere vere.» Con la quale risposta
al Campanella, Galileo risponde di conserva alla critica di Cartesio
citata in principio di questo studio, e mostra come quel certo limite
di speculazioni in cui si contenne, e del quale gli fa rimprovero il
filosofo olandese, fosse da lui deliberatamente voluto per alto fine. A
lui piacque tenere questa via, e, non che fargli rimprovero, noi glie
ne sappiamo grado di tutto cuore. Immaginiamo di fatto che Galileo,
invece di tenersi allo studio de' singoli fenomeni naturali, si fosse
messo corpo ed anima dietro ad una o due di quelle tante questioni,
che erano il martello degl'ingegni d'allora, per es. se la natura _agat
consulto, vel inconsulto_, argomento di tante veglie a Marsilio Ficino;
quale vantaggio, dimandiamo, ne sarebbe venuto alla scienza?... Avremmo
opinioni di più sul misterioso problema, e chi sa come ingegnose! Ma in
cambio cento teoremi di meno su quanto più importa sapere della natura
e delle sue leggi.
Ma infine potrà dimandarsi: Galileo ebbe egli mai alcun pensiero ad
un compiuto sistema filosofico? La domanda è legittima trattandosi di
ingegno così altamente comprensivo; e in lui al certo non doveva tacere
il bisogno di scienza compiuta, bisogno più potente che mai nelle
grandi anime. Sappiamo infatti, o almeno abbiamo argomenti per credere,
che Galileo divisava di scrivere a tarda età un libro di scienza
universale. (V. _Libri Storia delle Matematiche_). Le vicende e la
morte fecero restare inappagato questo suo desiderio. Quanto all'opera,
credo senza alcun dubbio sarebbe riuscita degna di quell'ingegno; ma
ciò che mi piace notare qui si è che con tale opera Galileo intendeva
fare l'ultima prova della sua vita studiosa o, come si direbbe oggi,
l'incoronamento dell'edificio. Comunque ella fosse riuscita, v'avesse
anche messo dentro le più matte cose che mai possono cadere in mente
di filosofo, tutte le verità, per lo innanzi scoperte da Galileo, non
correvano alcun pericolo, perchè non erano legate ad alcun sistema.
Insomma, dove gli altri finivano, egli incominciò, e voleva finire dove
gli altri avevano cominciato. In questa inversione nell'ordine degli
studi, in questo capovolgimento di processo inquisitivo sta la capitale
importanza dell'opera di Galileo, la profonda originalità del suo
metodo. — E tutto questo, considerato come opposizione all'andazzo dei
tempi, è argomento di uno dei più vigorosi ingegni critici che abbiano,
osiamo dire, illustrato il mondo.
«_Vicisti Galileie!_» Allorchè il Keplero lo salutava con questo grido
trionfale e quasi apocalitico, io penso ch'egli intendesse volgersi a
qualcosa di più grande che allo scuopritore delle fasi di Venere e dei
satelliti di Giove. Galileo, come iniziatore di tutte le vittorie della
scienza universale nei tempi moderni, meritava quel saluto glorioso.