Le scienze sperimentali hanno una strana istoria. Nell'antichità
un'infanzia vigorosa e fantastica, alla quale tien dietro subito
decrepitezza lunga e sterile. Che cosa aggiungono infatti i bassi
tempi di Grecia e Roma e tutto il medio evo all'opera d'Aristotile, di
Ippocrate e di Tolomeo? Un incessante lavoro di ripetizione col quale
la scienza, come girando sopra sè stessa, rimaneggiava sempre i vecchi
elementi, apprestati in seguito in forma di autorità non disputabile.
È ben vero che dai fornelli dell'alchimista e dalle combinazioni
dell'astrologo e dalle ricerche di qualche ingegno solitario balzava
talvolta qualche nuovo vero inatteso, chè il lavoro dell'intelligenza
per quanto male avviato, non riesce mai inutile del tutto; ma in quei
veri sparpagliati e fortuiti poco o nulla era ancora di scientifico,
essendo solo scienza dove è «ordine di cognizioni» era soltanto buon
governo di metodo; bensì come una preparazione ed un accenno a'
tempi migliori. La virilità per le scienze sperimentali vien dopo
la vecchiaia e sorge e si stende nel magnifico periodo, che va dal
Rinascimento ai nostri giorni. Studiando quest'epoca del Rinascimento,
si manifesta un complesso di fatti, che è conferma luminosa di ciò, che
sopra dicemmo, sulla vera cagione che tenne inceppato lo studio della
natura presso gli antichi; nè questo complesso di fatti parmi sia stato
ancora, sotto un tale aspetto, meritamente illustrato dagli storici.
I primi ingegni, che cominciano a scuotere il giogo di Aristotile e
della Scuola, vedono anzitutto il bisogno di una riforma nel metodo
della scienza. Questo grido, dapprima solitario e sommesso, s'allarga
mano mano e si rinforza, e diviene infine il grido universale degli
innovatori, il motto d'ordine, si direbbe oggi, della scienza nuova.
Comincia il Nizolio nell'_Antibarbaro_, e dietro lui una lunga schiera
di scrittori, a studiare calorosamente le leggi del metodo, a cercare
le fallacie del metodo antico, a proporre riforme. L'Aconzio già vi
dice, che di 30 anni di studio 20 si vorrebbero impiegare nella ricerca
del metodo, tanta importanza avea già presa nella scienza quella,
che verrà poi chiamata metodologia. Non vi pare egli di essere ormai
vicini ad udire quella sentenza: _la scienza è il metodo_, esagerata
conclusione di un buon principio, alla quale si doveva giungere di
poi? Che che ne sia di tale sentenza dell'Aconzio, il fatto è che in
questo tempo nessun filosofo si mette più a speculare senza lungamente
adoperarsi intorno alla questione metodologica, e le opere di Telesio,
Bruno, Campanella, Sebastiano Erizzo e di tanti altri ne fanno fede.
Da quelle opere si rilevano principalmente due opinioni: la prima,
che gli antichi non conobbero il metodo sperimentale induttivo; la
seconda, che in questa ignoranza degli antichi sta la vera ed unica
cagione della sterilità e delle mille aberrazioni nello studio della
natura. Ne dovevano dedurre a fil di logica, che a sanare le piaghe
della scienza bastava mettere in onore questa miracolosa induzione;
e così fu infatti. Francesco Bacone è disperato della logica antica:
«Logica quæ in abuso est ad errores, (qui in nationibus vulgaribus
fundantur) stabiliendos et fingendos valet potius quam ad inquisitionem
veritatis, ut magnis damnosa sit quam utilis (_Novum Organum Af.
12_).» Il sillogismo, a suo avviso, è strumento debole e fallace, come
quello che è «subtilitati naturæ longe impar» e bisogna cercare altro
strumento, che faccia miglior prova. Questo è l'induzione: _spes est
una in inductione_ (_Ib._). Così fatto modo d'argomentare da Bacone e
dai contemporanei era messo innanzi come una novità, e insieme come una
panacea a tutti i mali della scienza.
Però poteva sorgere una difficoltà: conobbero gli antichi teoricamente
l'induzione? Bastava aprire in diversi luoghi i libri di Aristotile
per persuadersi che sì: — «Distinguere vos oportet quot sit species
argumentorum dialecticorum; est autem una quidem Inductio. (Επάγογή)
altera vero Sillogismus (_Dei Topici Lib. I. C. X_).» E negli
_Analitici Priori_ (Lib. 2 C. 25); e altrove l'argomentazione induttiva
viene accennata e descritta da Aristotile come parte importante
della logica e comunemente adoperata nella scienza. Ma quando anche
non ci soccorresse il testo aristotelico, non basterebbe egli per
decidere la questione guardare alla scienza antica, che ci ha dato
(che che se ne dica) meravigliosi frutti d'esperienza, sui quali
come su fondamento si è andato innalzando l'edificio delle moderne
scienze sperimentali? Conobbero adunque gli antichi la induzione
perchè la praticarono; e basterebbe l'esempio di Aristotile, che
nelle sue opere, sia metafisiche sia fisiche, si mostrò profondo
osservatore, e sperimentatore, per i tempi, abilissimo; d'Aristotile
ottimo maestro di cattivi scolari, che al suo _esempio_ anteposero
la sua _autorità_ e la convertirono in giogo di servitù secolare.
E qui al proposito nostro cade opportuno notare come Galileo, del
pari che in tutto il resto, innalzi il giudizio sulla opinione dei
suoi tempi, parlando del filosofo di Stagira. Mentre alle adorazioni
del medio evo succedevano le contumelie, nè v'era omai filosofuccio
arieggiante a novità, che non rompesse la sua lancia impertinente
contro il Maestro, mentre a Bacone pareva forse dir poco chiamandolo
_disertor experientiæ_, è bello sentire come ne parli Galileo:
«Io stimo, che l'essere veramente peripatetico, ovvero filosofo
aristotelico, consista principalissimamente nel filosofare conforme
agli _aristotelici insegnamenti_, procedendo con quei metodi e con
quelle vere supposizioni e principii, sopra i quali si fonda lo
scientifico discorso, supponendo quelle generali notizie, il deviar
dalle quali sarebbe grandissimo difetto. Fra queste supposizioni è
tutto quello che Aristotile c'insegna nella sua dialettica attenente al
farci cauti nello sfuggire le fallacie del discorso, indirizzandolo e
addestrandolo a bene sillogizzare, e dedurre dalle premesse concessioni
la necessaria conclusione... Fra le sicure maniere di conseguire la
verità è l'anteporre le esperienze a qualsiasi discorso, non essendo
noi sicuri che in esse, almanco copertamente, non sia contenuta la
fallacia, e non essendo probabile che una sensata esperienza sia
contraria al vero: e questo è pure precetto santissimo di Aristotile, e
di gran lunga anteposto al valore e alle autorità di tutti gli uomini
del mondo... Voglio aggiungere per ora che se Aristotile tornasse al
mondo, egli riceverebbe me fra i suoi seguaci in virtù delle mie poche
contraddizioni, ma ben concludenti; molto più che moltissimi altri,
che, per sostenere ogni suo detto per vero, vanno espiscando dai suoi
testi concetti, che mai non li sarieno caduti in mente.» (_Lettera a
Fortunato Liceti_).
Da questo passo si rilevano due cose importanti alla conoscenza
dell'ingegno di Galileo. La prima, che in mezzo alle furiose
intemperanze degli amici e nemici d'Aristotile, egli, tanto bersagliato
da questi ultimi, sapeva mantenere moderazione di giudizio; segno
questo di grandezza d'ingegno e d'animo insieme: può di fatti
osservarsi in tutti i tempi, che i più miti propugnatori d'una causa
di scienza o d'arte sono quasi sempre coloro, che più la professano
onoratamente. Se Galileo fosse stato un galileiano, l'avrebbero gridato
galileiano fiacco e pauroso. La seconda, e di maggior momento, si è
che Galileo non attribuiva lo smarrimento delle scienze sperimentali ad
ignoranza di buoni principii metodici, che fosse in Aristotile e negli
antichi; dunque a qualcosa altro di più intimo e profondo. E quale
fosse la sua opinione su questo punto vedremo in seguito.
Intanto io mi chiedo: perchè la massima parte degli sperimentatori,
da Aristotile in poi, invece di seguire la via segnata da lui, o si
fermarono in un tritume di ripetizioni, o si lanciarono a bizzarrie
ipotetiche senza fondamento? Perchè, in altri termini, avendo
Aristotile prescritti, ai diversi ordini delle speculazioni, diversi
e accomodati metodi, gli scolari suoi, dei processi del maestro,
non ritennero che il deduttivo, e a quello forzatamente sottomisero
tutto lo speculare umano? — E la ragione di questo fatto io trovo in
una specie di ferrea necessità, che dovea tiranneggiare la scienza
e trascinarla a male vie, una volta che per essa si era trascurato
quel sommo criterio di metodo, che chiameremo _cronotesiaco_, dopo
l'applicazione del quale si rendeva solo possibile assegnare e
distinguere direttamente gli uffici della induzione e della deduzione.
Senza di ciò la confusione era inevitabile. Mancava all'ingegno umano
come la bussola nautica per orientarsi nell'immenso pelago della
scienza. Infatti che giovava dire al filosofo: _sperimenta bene_;
_guardati dalla fallacia_; _va dai particolari agli universali_;
_non dare assenso che al vero veduto_, ecc. ecc. quando poi allo
sperimentare si ponevano confini così smisuratamente vasti, che
l'ingegno umano, anco privilegiato dello sguardo e dell'ali del genio,
non li avrebbe potuti percorrere in molti e molti secoli? Avveniva
ciò, che è facile immaginare. O l'ingegno umano comparava a dovere
l'ampiezza e l'arduità del cammino alle sue forze, e ne riusciva
scorato e scettico: o poneva fede in queste ultime troppo più che non
ne meritassero, e allora doveva gettare coraggiosamente da sè quelle,
che Gioberti chiama «le grucce dell'analisi», e adattarsi alle spalle
le ali d'Icaro, e volare, volare finchè la cera non sentisse al vivo
i raggi del sole. A questo secondo partito pieno di vaghezza e di
lusinghe, s'appigliarono gli antichi. Ecco perchè fu messo il metodo
deduttivo a governo di ogni speculazione dai dotti, e riuscirono alle
entelechie, agli orrori ed agli amori della natura, agli spiriti ed
alle proprietà occulte dei corpi, alla finalità invocata ad ogni tratto
a spiegare il fenomeno, agli almanacchi sul moto perpetuo, a tutto
insomma il vecchio e bizzarro corteggio della fisica insegnata nella
Scuola. Nessuno si meravigli e rida per ciò. L'ardimentosa e sottile
epoca delle _Somme_ doveva necessariamente venire a questo; era il
tentativo immaturo della unità, era un gigantesco sforzo enciclopedico,
impotente perchè precoce, che mettevano in piedi sull'arena quel
grandioso e ruinoso edifizio.
La più valida prova che i primi autori del Rinascimento ed i
contemporanei di Galileo non colsero nel segno quando vollero studiare
il difetto fondamentale del metodo l'abbiamo da questo, che molti di
essi, con tanto ostentato amore di novità, continuarono gli errori
antichi e poco sperimentarono di importante e di nuovo.
Che valse a Francesco Bacone l'avere tanto predicata l'esperienza?
Nessuna scoperta fisica di gran rilievo sappiamo di lui; sappiamo
invece che e' combatteva il sistema di Copernico come assurdo, quando
parecchi in Italia e fuori l'avevano abbracciato e lo dimostravano; e
ne' suoi libri, allorchè viene alla pratica minuta dello sperimentare,
dice e fa a sproposito il più delle volte. La scolastica, l'abborrita
scolastica, lo tiene ancora pel suo robone di Cancelliere. Rispetto
ai nostri più illustri italiani Telesio, Campanella e Bruno, tutti
sanno che il primo molto propugnò l'osservazione, poco seppe con
frutto adoperarla. Fondò l'accademia Cosentina, che dovea rigenerare
la fisica, ma nei suoi atti ebbe poche glorie a raccontare e nemmeno
in questo può essere paragonata a quella posteriore del Cimento,
genuina derivazione della scuola di Galileo. Nella vita il Campanella,
osserva molto giustamente Alessandro D'Ancona (_Vita_), che egli nei
primi passi sta al rigore del metodo, ma come la speculazione comincia
a farsi complicata difficile, tutto a un tratto balza fuori dalla
esperienza e comincia ad universaleggiare tranquillamente, come uno
scolastico nè più nè meno. Quell'arditissimo ingegno di Giordano Bruno
mostra le qualità più disparate e cozzanti: in alcune sue opere egli
si collega a Raimondo Lullo, alla Kabbala, a quanto di più vieto e
bizzarro hanno la scolastica, la teurgia e la divinatoria: in altre è
mente rigorosa e sublime; tocca speculando altezze nuove e precorre ai
progressi della scienza di qualche secolo. È noto che alcuni anni prima
di Galileo egli combattè Tolomeo, e difese la teorica Copernicana;
ma si badi agli argomenti che ve lo indussero. Ogni dilettante di
matematica è in grado di conoscere ora la debolezza e gli errori dei
calcoli, coi quali Bruno tenta sostenere Copernico; il vero argomento
della verità di quel sistema egli lo trae dalla sua metafisica, e ci
tocca andar seco a trovarlo lontano, ben lontano dall'ordine induttivo.
L'universo, dice Bruno nella _Cena delle Ceneri_, è come un tutto
divino; non ha limiti e versa in perpetuo movimento; dunque la terra
non può essere suo centro, non può essere immota. E nel primo dialogo
_Della Causa Principio et Uno_: «Se la terra, dice, non istà immobile
nel centro del mondo, non ha nè centri nè fini: allora l'infinito si
trova già di fatto nella visibile creazione della immensità degli spazi
celestiali: allora finalmente il complesso indeterminato degli esseri
forma una unità illimitata, prodotta dalla primordiale unità, che è
causa delle cause.» Colla prima argomentazione il sistema di Copernico
è posto _a priori_ da Bruno come conseguenza della sua ontologia; colla
seconda e' fa del medesimo sistema una prova di questa; che bisogno vi
è omai più d'esperienza? Essa viene naturalmente esclusa da tal cerchia
di speculazioni trascendentali.
Questi due aspetti della filosofia del Bruno noi riscontriamo in
tutta la scienza di quell'epoca. Per un verso si vede lo sforzo
dell'ingegno umano a raccogliersi in sè, ordinarsi, disciplinarsi,
rattemprarsi nello studio del vero, abbandonando le vane investigazioni
e i traviamenti della fantasia; è la filosofia di Leonardo da Vinci,
di Cartesio, di Galileo che vuol trionfare. Ma, d'altra parte, voi
non trovate tempo più di quello innamorato delle scienze occulte,
dell'ipermisticismo e di tutte le altre capestrerie dello spirito: è
il tempo aureo dei Paracelso, degli Agrippa e di tanti altri impostori
o sognatori, tantochè vi paiono e in gran parte sono rinnovate tutte
le più pazze cose dell'epoca Alessandrina. In mezzo a questi due
estremi ondeggiano, come spinti da una forza misteriosa, quasi tutti
gli ingegni del Rinascimento. Essi accolgono in sè le contraddizioni
più strane. Giambattista La Porta, sottile e giusto sperimentatore,
precursore di Galileo in iscoperte di gran momento, viaggia tutta
Europa per raccogliere i segreti degli astrologhi e degli alchimisti
in cui ha vivissima credenza. Campanella e Bruno, mentre che rendono
servigi sommi alla scienza, il primo studia i modi dell'estasi, il
secondo cerca, e dice aver trovata la ricetta con cui stregare gli
uomini a distanza. Cardano s'illustra nelle matematiche e nella fisica,
e fa profezie, l'ultima delle quali gli costò, dicono, la vita. (_V.
Libri. Storia delle Matematiche_). Qual è ingegno libero e gagliardo in
quel tempo, che non si pieghi all'astrologia, e non bamboleggi cogli
oroscopi? Tasso e Guicciardini credono alle streghe; ci crede perfino
Machiavelli, e trova in segni celesti la causa de' fatti civili, egli
che con tanto acume aveva scoperto nelle passioni del cuore umano le
vere sorgenti delle vicende degli uomini e degli imperi! (_V. discorso
sulla prima Deca_). Che più? Persino l'ingegno altissimo di Isacco
Newton piega a queste ubbie e ammette, per esempio che sette sono i
colori dello spettro non tanto per ragioni sperimentalmente accertate,
quanto per il mistico significato del numero sette; perchè sette sono
i sacramenti, sette le trombe dell'Apocalisse etc.
Un così bizzarro miscuglio di scienza nuova e d'opinioni viete,
di libertà filosofica e di superstizioni volgari, che avviluppa il
pensiero in quest'epoca, ha causa dal non essersi ancora introdotto
nella scienza il primo e più sostanziale del miglioramento metodico.
— Vi ha bisogno anzi tutto di chi metta le mani in quella unità
enciclopedica enorme e nebulosa, e ne tragga le diverse scienze per
modo che ognuna di esse, senza rompere i vincoli di fratellanza, viva a
sè, di vita sua, esercitandosi in un ordine di ricerche proporzionate
all'indole e al fine proprio. La fisica stia contenta allo studio dei
corpi; l'astronomia alla osservazione degli astri, dei pianeti, delle
comete e degli altri fenomeni celesti: la medicina alla cura dei morbi,
e via via, cacciando dalle singole scienze quelle fastidiose questioni
metafisiche, che ad esse le hanno come impigliate e le tengono da
secoli sospese nel vuoto e ne impediscono il libero svolgimento. È
il gran principio della divisione e della libertà scambievole delle
scienze, che bisogna applicare. — In secondo luogo è necessario
formarsi un concetto della potenza dell'ingegno umano, meno superbo e
lusinghiero al certo, ma più giusto e conducente a pratica utilità. Non
è dato a mente d'uomo abbracciare tutto e di tutto rendersi ragione:
molte volte è sapienza il confessar d'ignorare, e Socrate di tale
sapienza andava lieto.
Breve; ad inaugurare i tempi nuovi si richiedevano due massimi
criteri metodici. Uno per le scienze, che rompesse l'artificiosa unità
medioevale, affine di dar luogo a conveniente distinzione e libertà;
un altro per l'intelletto che lo invigorisse mantenendolo ne' suoi
debiti confini, proporzionando l'ambito e l'arduità delle speculazioni
ed esperienze alla capacità delle facoltà speculative e sperimentali,
capacità vista ed accettata sotto i due aspetti; cioè assoluta per
la natura finita dell'intelletto, relativa e _cronotesiaca_, vale a
dire commisurata allo svolgimento storico dello scibile pervenuto a
quei dati termini in quella data epoca. I precursori e contemporanei
di Galileo nulla intesero di questo che era il più essenziale. Qual
è problema infatti nell'ordine della scienza, che essi non si mettano
a risolvere? Qual è mistero nell'universo, dall'Assoluto ai più bassi
fenomeni di natura, che essi non vi spieghino appuntino? Uno scienziato
moderno, che prenda ad esame un'opera di quel tempo, non può a meno di
stupire alla facilità e all'audacia smisurata colla quale vi si tratta
e risolve ogni cosa. — Cardano nella sua famosa opera _De Sublimitate_
si fa dallo spiegare i principii di tutte cose: la materia, la forma,
gli elementi, il cielo, la luce; poi passa a considerare i corpi
misti, le pietre, le piante, gli animali; per questa via giunge
all'uomo, che studia nella pienezza di sua natura, senso, intelligenza
ed anima; viene quindi a trattare degli oggetti, sui quali l'anima
esercita le sue facoltà, le scienze, le arti ecc; infine prendendo la
risalita, Cardano, non senza avere prima toccato dei diavoli, monta
agli angioli, a Dio, all'universo. D'alcune opere basta mostrare il
titolo ad argomento della sconfinatezza di loro contenuto. Un'opera
di F. Patrizi ha sul frontespizio: _Nova de universis philosophia,
in qua aristotelico methodo, non per motum, sed per lucem et lumina,
ad primam causam ascenditur; deinde novo quidem ex peculiari methodo
tota in contemplatione venit Divinitas; postremo, methodo platonico,
rerum universitas a conditore Deo deducitur_. Alla quale vaghezza di
tutto abbracciare e intendere e rinnovare, si mostra preso non meno
degli altri Francesco Bacone: e valga a dimostrarlo la sua maggior
opera — _Instauratio magna_ — il cui solo titolo è un programma di
riforma enciclopedica, il contenuto uno dei più insigni documenti della
baldanza dell'ingegno umano. E basterebbe entrare per poco nella storia
delle singole scienze di quel tempo, per accorgersi come ogni progresso
doveva essere fortemente impedito sì dall'intreccio e compenetrazione
delle diverse scienze fra loro, come dal non essersi mai commisurata
l'arduità dei temi alla capacità dell'ingegno umano in sè stesso
considerato, e rispetto al «momento» storico nel quale versava. — Come
volete, a mo' d'esempio, che la medicina si lanciasse innanzi spedita,
quando nelle scuole, dal XIII al XV secolo, prima di rendersi conto
di una malattia, lo studioso doveva rispondere a cento questioni della
seguente risma: _Utrum complexio et mixtio sint formæ substantiales. —
Utrum intellectus agens et materialis sint idem in substantia. — Utrum
intellectus semper intelligat. — Utrum spiritus vitalis sit subtilior
animali — utrum nervus sentiat per se vel non. — Utrum virtus possit
comprehendi sub aliqua trium potentiarum — utrum anima intellectiva sit
una vel simplex, etc. etc.? (V. Puccinotti, Storia della medicina)._
Il riformatore chiamato a restaurare davvero la scienza sperimentale
ed il suo metodo doveva dunque andare più a fondo che i suoi
contemporanei, e mettere la scure nella vera radice del male. Doveva
anzitutto, col lume della buona critica, apprendere alla scienza una
virtù fino allora sconosciuta o derisa; la virtù della modestia,
derivata da retta conoscenza di quello che può l'ingegno umano in
un dato tempo, di fronte agl'infiniti segreti della natura. Indi,
per mettere armonia di relazioni tra le forze dell'ingegno ed il suo
lavoro speculativo, doveva il riformatore proclamare la divisione
delle scienze, rompendo l'unità farragginosa in cui erano avvolte,
sostituendovi l'unione gerarchica e la scambievole libertà.
Galileo coll'opera e cogli scritti pose questa doppia riforma, così che
in lui potè solamente sistemarsi e compiersi l'opera del Rinascimento.
Egli fece ancora di più: antivide le esagerazioni del suo sistema, e
pensò, come vedremo, a prevenirle e correggerle, abbracciando così
colla potenza meravigliosa del suo ingegno critico il passato e
l'avvenire della scienza.