Quante e quante volte durante la lunga pace i francesi avevano cantato

strepitando e minacciando: _et du Nord au Midi la trompette guerrière a

sonné l'heure du combat?_ Fino a quando il gagliardo inno ammoscì in una

frase sdrucita. Dovevano provarlo adesso, ciò che è una guerra di

popolo. Sorse la Germania, risoluta come un solo gagliardo, unanime

dalle Alpi al Belt, e seguì esultante le aquile di Rossbach e della

Belle-Alliance. Quando la boria del più superbioso dei popoli fu

castigata con una ignominia senza esempio, il giudizio cadde allora

anche sull'eletto del popolo. Levato in alto dalle moltitudini, dal

capriccio dell'animo popolare, soggiacque per l'insensatezza delle

stesse moltitudini. La perplessità dello sdegno di Parigi lo ritenne dal

compiere quella marcia da Châlons alla capitale, che forse poteva ancora

salvarlo, e lo spinse sulla via di Sédan, giù, alla perdizione. Ed è

singolare, come nella loro ultima impresa campale rassomiglino tra loro

il primo e il terzo Napoleone, salvo che il nipote apparve infinitamente

più meschino dello zio; come ambedue prima della guerra siano stati

ancora una volta levati sugli scudi dalle moltitudini, ambedue

strapazzati di corpo e di animo, ombre ormai di sé stessi, ambedue

sull'ultimo campo di battaglia impediti dall'innata volgarità del sangue

dal cercare una nobile morte, ambedue, infine, condotti ad assaggiare la

sconfinata infedeltà del loro popolo.

VII.

Sopravvenne una nuova rivoluzione, la più miserevole insieme e la più

risibile della storia francese, a spazzare adunque gli ultimi rottami

del secondo impero: sotto i nostri occhi si è terribilmente adempiuta la

parola ammonitrice, che francesi di alto animo avevano da anni rivolta

ai propri compatrioti: la Francia non può più tollerare rivoluzioni, non

una più! La menzogna tessé sempre più fitto il suo velo intorno al capo

dello sventurato popolo, sempre più vuoto e sfrenato crebbe il fragore

della frase, sempre più lenti divennero i legami che incatenano la

bestia nell'intimo dell'uomo, e in mezzo al mostruoso scompigliamento

una sola cosa stava salda: che la Francia aveva bisogno della tirannide.

Al despota eletto Napoleone, che aveva cercato di frenare la passione

della nazione, seguì il despota Gambetta, che si elesse da sé e che

scatenò tutti gli istinti selvaggi delle anime, fino a che non la

propria forza dei francesi ma la spada germanica venne a detronizzare il

tiranno. Vedemmo appresso con raccapriccio, come i vinti si sbranassero

in una orrenda carneficina sotto gli occhi del vincitore, e come il

partito trionfante usasse del suo ufficio di carnefice con una fredda

crudeltà, appetto alla quale i misfatti del 2 dicembre parvero un

innocente trastullo. E mentre la nazione si gloriava di essersi

disimpegnata per sempre del bonapartismo, levò sul suo trono

repubblicano il gran bugiardo Thiers, il padre della leggenda

napoleonica! Prima della guerra germanica una mente politica doveva

desiderare la durata della dinastia napoleonica, e in verità non certo

pei Bonaparte, ma per la libertà. Se la Casa regnante si fosse

consolidata, sarebbe stato sempre concepibile un progresso verso forme

statali più libere. Ma ora, che era riprincipiato novellamente l'antico

sciagurato circolo corrente dall'anarchia alla tirannide, noi eravamo

delusi anche nei nostri desiderii. Governasse pure un quarto Napoleone,

un nipote di Filippo Égalité, un Gambetta o un qualsiasi altro despota

repubblicano, nessuno avrebbe steso lealmente a noi tedeschi la mano

della riconciliazione. Comunque possa chiamarsi la sua forma di

stato, è palmare che la Francia rimane il paese della polizia,

dell'amministrazione dispotica, della soldatesca degradata in servizi di

birri, dei tribunali partigiani, del protezionismo, della frase

parlamentare, dell'abbrutimento popolare, del fanatismo cattolico; in

una parola, il focolare della reazione europea. È questo, in succinto,

il costrutto di dieci rivoluzioni!

Percorriamo in ispirito la città profanata, che fu un tempo la più

ospitale della terra e che oggi nessun tedesco dignitoso può visitare

più. Sconcertati dalle impressioni contraddittorie che a ogni pie

sospinto assalgono il passeggiero, cerchiamo un rifugio tranquillo dove

ci sia dato respirare e riprendere animo sull'avvenire di questa

nazione. Noi camminiamo attraverso lo strepito dei boulevards, dove oggi

si pavoneggia l'impudenza, non più il fasto del vizio. Traversiamo la

piazza Vendôme: era qui la superba colonna, che tanto spesso contemplò

dall'alto i battaglioni pronti a partire per la guerra. Il _vive

l'empereur!_ che è qui risonato, ci richiama tristemente il saluto di

schiavi dei gladiatori morenti; ma più atrocemente ci passa il cuore

l'ululo furibondo dei giovinastri, che rovinarono il monumento della

gloria nazionale. Andiamo avanti, al giardino delle Tuileries, davanti a

quella statua di Spartaco, che suscitò un tempo l'ammirazione di Börne.

Noi non vediamo l'immagine del libero cittadino nello schiavo che spezza

le catene, come dicono le nere rovine del castello imperiale che

spuntano laggiù dietro gli alberi; né questo crudo contrasto di libertà

e di servitù esaurisce in noi il senso profondo della vita dello stato.

Tiriamo oltre, sulla piazza della Concordia: mostra ivi l'obelisco di

Luxor le sue forme puerilmente senili; monumento eloquente per un

popolo, che lì davanti deve procurare di scordarsi di sé stesso. Ma

troppo sono orride le ombre che salgono su da questo suolo, sul quale un

tempo la ghigliottina eseguiva la sua opera sanguinosa; e solo una

scultura che ricordasse il Nulla potrebbe adornare questo luogo. Noi

arriviamo in fine al palazzo Borbone, dove l'assemblea nazionale della

repubblica non si è ancora arrischiata di riporre il piede, e

c'indugiamo volentieri nel bel vestibolo, dove sono raccolti i grandi

della Francia parlamentare. È qui il generale Foy, il patriota senza

macchia, che nei tempi dileguati della giovinezza e della fidanza sapeva

movere ad entusiasmo i suoi ascoltatori con un sol motto: _la France_. È

qui Casimiro Périer, lo spregiatore altero del favore delle folle. Qui

si avanza potente dalla parete gialla il più grande dei tribuni, e col

braccio alzato scaglia la folgore del suo dire sull'assemblea

ammutolita. Era dunque un sogno di folli, il sogno che animò questi

uomini? Noi sappiamo il perché naufragarono e dovevano naufragare le

speranze di Mirabeau; ma non crediamo che egli sia vissuto invano.

Noi, i vincitori, prescelti ad eseguire sulla Francia moderna il

giudizio della storia, abbiamo innanzi tutto l'obbligo di riconoscere

ciò che la nostra opera politica deve alle azioni, alle idee, agli

errori stessi dei francesi. Soltanto che la vera forza dei popoli non

consiste già dell'inventare, ma nel formare, ritenere e perfezionare le

idee proprie del tempo. Era un francese l'uomo il cui spinto creatore

gittò la traccia più ardita e sicura del protestantismo; e francesi i

sereni eroi della fede, i quali combatterono le prime ardue lotte

dell'idea calvinistica. Eppure la sementa di Calvino, che germogliò

opulenta sul suolo straniero, appassì sul terreno patrio e si perde; e

la Francia non prese parte alcuna dei benefizi della Riforma. Si

ripeterà nella vita politica la dolorosa esperienza? Le idee del sistema

rappresentativo non sono state superate dal bonapartismo; e vale anche

per la Francia la legge storica, che spinge alle forme rappresentative

tutti i popoli del continente. La nazione ha semplicemente la scelta, o

di trasformare lo stato in modo che possa comportare una rappresentanza

popolare, oppure di appassire e irrigidirsi come la Spagna, dominatrice,

un tempo, del mondo. L'Europa non può fare a meno del genio della

Francia. Sarebbe una sventura ineffabile per la civiltà del mondo, se il

popolo di Molière e di Mirabeau avesse sperperata per sempre la sua

potenza creatrice. Noi non rinunziamo punto alla speranza, che la

meravigliosa freschezza di vita dei francesi sia un giorno per risorgere

dalla decadenza profonda, ma la presente generazione non vedrà affatto

la fine di queste contese.

FINE DEL SECONDO VOLUME E DELL'OPERA.

INDICE DEL VOLUME SECONDO

PARTE IV. La Repubblica e il Colpo di Stato.

I. Sgretolamento della Società p. 3

II. La Costituzione repubblicana » 27

III. L'elezione presidenziale » 35

IV. Le lotte parlamentari » 46

V. Il Colpo di Stato » 64

PARTE V. Il secondo Impero.

I. Prospetto » 79

II. La Costituzione. Dominazione del Quarto stato » 91

III. L'Amministrazione » 130

IV. La situazione economica » 141

V. Corruttela dei costumi e Cultura » 177

VI. Politica europea » 205

VII. Conclusione » 259

NOTA DEL TRASCRITTORE

Sono stati corretti i seguenti refusi (tra parentesi il testo

originale):

Napoleone ebbe poco da aggiungere alle leggi eccezionali

[ecceziozionali]

nobili elementi latini e germanici siano stati interamente

[interaramente]

la luce del giorno! La guerra dello Schleswig [Schlewig]-Holstein,

dell'impero ereditario esclude per sé stesso la responsabilità

[responsabilitá]

du grand nombre_; e quando in una massima [massina] sovente

dei _cadres de non-activité_ facilitò l'allontanamento

[allontamento], senza

del 24 novembre 1860, _le décret [decret] sauveur_, come

addirittura intollerabili, da quando alla dipendenza [dipenpenza]

per esempio, nel mantenimento [mantentimento] dei palazzi delle

prefetture

difesa fattane dal _Temps_ e dal _Journal des débats [debats]_,

presuntuosamente [prosuntuosamente] rumorosa della monarchia di

La Francia dal primo impero al 1871. Volume 2 · 第 20 / 20 段