Napoleone principiò col dare al proprio paese desideroso di pace una

prova della sua mansuetudine: convocò a Parigi una conferenza: al cui

successo era impossibile che credesse. Il giorno 11 di giugno, a guerra

già decisa, una lettera al ministro degli esteri annunzio le speranze

dell'imperatore nell'avvenire della Germania. Diceva di desiderare un

ampliamento di territorio solamente nel caso che la carta di Europa si

fosse alterata a esclusivo vantaggio di una potenza. Il napoleonide

proclamava e affermava il diritto della Francia di esaminare i disegni

della riforma federale tedesca: diritto, che il principe di Metternich

aveva accordato allo straniero per l'appunto in quei trattati di Vienna

tanto esecrati da tutti i Bonaparte e discendenti! Ma egli lascia stare

in pace il diritto, e si contenta di desiderare, per gli stati centrali,

una federazione più stretta, un'organizzazione più salda e una parte più

importante; per la Prussia, una maggiore omogeneità e potenza nel

Settentrione; per l'Austria, la conservazione della sua posizione

cospicua in Germania.

Questa lettera era una traforeria? La troppo ammaliziata e furba

sgarbatezza di annusare la bugia dietro ogni parola dei potenti, e per

l'appunto poi rispetto al terzo Napoleone, sovente è andata a vuoto.

Falsità senza scopo, facili ed usuali all'essenza diabolica dello zio,

non s'incontrano nella vita del nipote. E quale escogitabile scopo

poteva indurlo a dare pubblicità a opinioni che non nutriva, e proprio

in un momento, in cui ogni giorno che veniva rischiava di scoprirne la

futilità? L'intento di calmare il corpo legislativo sarebbe stato

manifestamente agevole raggiungerlo con espedienti meno pericolosi. No:

la lettera dell'11 giugno diceva la verità. L'autore esprimeva

seccamente di essere nemico della Prussia. Desiderava, insomma, la

triade, vale a dire la Confederazione renana in forma più moderna e la

Prussia risospinta verso Oriente. Né voleva rotta la colleganza

dell'Austria con la Germania, ma, ciò non ostante, non permesso

all'impero danubiano il dominio sugli stati centrali. Come mai il

francese non subodorava proprio nulla dell'enorme significato di una

tale contesa, che poteva aver fine solamente, o con la ributtata

dell'Austria, o con l'assoggettamento della nazione tedesca ai croati e

ai gesuiti! La Prussia poteva ampliare il suo territorio al settentrione

e all'oriente e guadagnare in «omogeneità»: notoriamente, in Francia, la

terra renana non è considerata come un elemento «omogeneo» del nostro

stato. Non era fattibile, dunque, palesare in un modo più ingenuo, che

il sovrano di Francia, il quale nella questione italiana aveva date

tante prove di pensare indipendente, nella politica tedesca, poi, non si

elevava sulle miserabili ombrosità dell'invidia orleanista e sui

pregiudizi tracotanti della media dei francesi. Quale prospetto! la

Germania castrata al Reno, gli stati centrali dominati dalla Francia e,

per soprammercato, rimbastiti in una federazione di lustra con la

Prussia e l'Austria! Come dovevano sentirsi sicuri alle Tuileries,

quando erano cordialmente affidati da orecchio a orecchio tutti cotesti

segreti del cuore! Frattanto il segreto frugacchiare e ribruscolare

della diplomazia francese, e l'ombrosa furbizia delle Tuileries avevano

incontrato la maestra nell'energia della Prussia. Il conte Bismarck

aveva saputo con le sue impareggiabili «trattative dilatorie»,

traccheggiare la corte napoleonica fino all'inizio della guerra. Il

nostro stato maggiore era a giorno delle conseguenze dell'impresa

messicana: a Berlino era noto il trasandamento dei magazzini militari

francesi. Si sapeva, che la Francia non era punto al caso, come

domandava lo squarciavento Girardin, di pronunziare davanti alla guerra

un _il faut en finir_, e che in ogni modo non poteva scendere in campo

prima di varie settimane di armamenti. Ciò bastava, giacché il gabinetto

prussiano contava su un successo rapido, travolgente; senza pensiero

sulla sicurezza del territorio renano, sarebbe intrapresa la marcia

ardita su Vienna.

Subito dopo la battaglia di Königgrätz la Francia si fece avanti con un

tentativo di mediazione a cui, di botto, in modo abbastanza

sconveniente, fu data pubblicità. Parigi andò in gongolo, quando la casa

disperata di Lorena cedé a Napoleone III i suoi dominii italiani: il

popolo francese ritornava a rappresentare la sua parte di _pacificateur

naturel de l'Europe_. Frattanto la Prussia spingeva innanzi la vittoria.

Il 13 luglio, quando la capitale nemica si presentava già come sicura

preda al nostro esercito, la Francia consegnò le sue proposte pei

preliminari della pace: l'Austria si staccava dalla Confederazione,

Venezia era abbandonata agl'italiani, la Prussia otteneva il supremo

comando militare in una federazione germanica settentrionale e il

risarcimento di una parte delle spese di guerra, oltre poi lo

Schleswig-Holstein senza i distretti nordici. Tale sarebbe stato il

premio di una fulgida vittoria, tale la retribuzione sopra quei nemici

implacabili, che meditavano di annientare «l'improvvisazione» di

Federico il Grande! Nel frattempo la Francia incitava incessantemente

alla lotta gli stati meridionali; perfino nel momento che il signor von

Varnbüler era in procinto di partire per Nikolsburg, poté comunicare

alla camera del suo paese un dispaccio aizzante della Francia. Dopo la

spedizione di Mainfeld tutte le corti meridionali, eccetto quella del

Baden, implorarono l'aiuto dell'imperatore; e questo s'interpose

calorosamente per le nazioni della Confederazione del Reno, e due volte

per la Baviera.

Alle proposte del 13 luglio la Prussia non aveva opposto un rifiuto, ma

preteso, che la pace fosse trattata esclusivamente tra le parti

belligeranti. Il 16 luglio Benedetti annunziò dal quartier generale, che

la Prussia desiderava dall'Austria l'assicurazione di «alcuni» acquisti

territoriali nel Settentrione indispensabili al complemento del suo

dominio. Dagli avvenimenti successivi è agevole arguire, che o lo stesso

inviato o certamente la corte delle Tuileries erano all'oscuro sulla

dimensione di questo ampliamento territoriale. Vedevano, comunque, salva

la Sassonia, antica federata del Reno; avevano accordato abbastanza alla

predilezione nazionale per la povera piccola Danimarca; notoriamente

speravano, che la Prussia si sarebbe contentata di una striscia di

terreno tra le sue frontiere sassoni e le westfalesi. Quando in luogo di

tali congetture seguì l'incorporazione degli stati centrali nordici,

Drouin de Lhuys spedì a Berlino un disegno di convenzione, che stipulava

la cessione di Magonza. Il prezzo della complicità, che la Prussia non

aveva voluto pagare alla Francia offerentesi di darle mano, avevano ora

la faccia di pretenderlo dal superbo vincitore, il quale doveva il

trionfo unicamente a sé stesso! La risposta fu semplicissima: l'invio

immediato dell'artiglieria pesante sul Reno. Ora finalmente Napoleone

comprese quali enormi errori aveva commessi. Era perduto, se gli

eserciti prussiani si precipitavano sul paese disarmato. Drouin de Lhuys

fu dimesso. Il 12 agosto Napoleone scrisse a Lavalette di lamentare che

quel disegno non fosse rimasto segreto, che si fossero sparse in piazza

voci esagerate di compensi «ai quali noi potremmo aver diritto»; di

essere stato informato da Benedetti del rifiuto di ogni cessione da

parte della Germania, e di volere da ora in poi aiutare con disinteresse

il riordinamento del nostro stato.

Dopo un breve indugio la logica dei fatti esercitò anche questa volta la

sua malia sul freddo senso dell'uomo di stato. Egli vide il nuovo stato

tedesco aggrandirsi orgoglioso e sicuro, e il 16 settembre fece

pubblicare la famosa circolare di Lavalette. Era ivi aperto un quadro

grandioso dell'avvenire, benefico pel mondo, se fosse durato: la Francia

riconosceva la necessità di potenti stati nazionali, che un giorno

dovrebbero far fronte ai corpi giganti della Russia e dell'Unione. Solo

che la nazione aveva sentito l'innalzamento della Germania come uno

schiaffo in piena faccia. Né si era rassicurata, quando la Lorena aveva

durante la guerra celebrato il suo giubileo, e patetici discorsi

ufficiali avevano raffrontato la felicità della redenta provincia

francese con le intricate condizioni della Germania. D'altronde anche

molte sdrucite ragioni di tranquillamento del memorabile scritto

rimasero senza effetto. Nessuno credeva, che l'antica Confederazione

germanica coi suoi pretesi 80 milioni di tedeschi era stata più potente

della novella Germania; nessuno, che proprio adesso la coalizione delle

potenze nordiche fosse andata all'aria. Era più plausibile il cenno

consolante alle nuove potenze marittime di secondo ordine sorte in

Germania e in Italia; e un grave ammaestramento alla iattanza nazionale

era riserbato nelle parole: «l'imperatore non crede che la grandezza di

un popolo dipenda dalla debolezza dei suoi vicini; il vero equilibrio

europeo egli lo vede solo nell'appagamento dei desiderii dei popoli».

Luigi Napoleone dové sentire abbastanza amaramente gli affronti fattigli

in pieno viso dalla Prussia; eppure è affatto fuor di dubbio, che dopo

la pace di Praga pensò sul serio talvolta a lasciar tranquillo lo stato

tedesco. Aveva sperato di vincere in facili cimenti un nemico mezzo

trituzzato; ed ora gli stava a fronte la nuova Germania, rigida in

catafratta. Ora una guerra contro la Prussia era una lotta per l'essere

o il non essere; e l'uomo ormai attempato non si sentiva più la forza a

un tale sbaraglio. Né erano i suoi amici quelli che più sonoramente

alzavano il grido di guerra. Sui piani di Lombardia aveva compreso, che

gli erano negate le doti del condottiero; e d'altra parte le stesse

forze fisiche difficilmente gli sarebbero bastate a un'altra campagna. E

un maresciallo francese che dal Reno fosse ritornato in patria col lauro

della vittoria, sarebbe stato per la Casa Bonaparte appena meno

pericoloso di un generale tedesco, che per la terza volta fosse entrato

a Parigi.

Se non che, si era frattanto venuta a formare nel popolo francese una

generale disposizione di animo, profonda, piena di conseguenze, che noi

tedeschi non consideravamo abbastanza nella sua schiettezza. Quella

medesima venefica passione dell'invidia, che noi così spesso abbiamo

rilevata nell'odio di classe della più antica storia francese e nel

fanatismo di eguaglianza della nuova, esercitava anche adesso e sempre

la sua azione nella politica estera dei francesi. Questo popolo aveva

sempre il bisogno di odiare comunque un altro popolo dal profondo del

cuore; e, se vogliamo prestar fede agli storici francesi, una nazione

che si consacra a cotesta passione soave, è torturata perennemente dal

rovello di un'ambizione sterminata. L'odio antico contro l'Inghilterra,

che il secondo impero aveva smorzato, si rovesciò ora con selvaggia

impetuosità celtica contro la nostra patria. Cadde come una folgore sul

mondo parigino la nuova terribile: la più fulgida vittoria del secolo

non era stata riportata dai francesi! Quella stessa Austria, che noi con

fatica e con stento appena vincemmo, ora è soggiaciuta, fiaccata al capo

dalla Prussia, in una guerra di cinque giorni! Era un tegolo sulla testa

dei parigini. Si misero allora a ricordarsi, che la Prussia era stata la

più colpevole tra i vincitori del primo Napoleone: non appena le trombe

della fanteria di Bülow squillarono dietro le siepi di Planchenois, la

giornata della Belle-Alliance fu decisa. L'antico motto «vendichiamo

Waterloo!» cedé al nuovo grido di battaglia «vendichiamo Sadowa!». Ogni

vergogna, ogni senso del diritto andò sommerso nella vertigine

universale. Un uomo rispettabile come Prévost-Paradol scrisse sul tema

«Fummo noi battuti a Sadowa?», e non notò quale ironia fosse già nel

titolo stesso del suo lavoro. Chi ha viaggiato in Francia i primi mesi

del 1867, sa con quanta veemenza si oltraggiava in ogni vettura, in ogni

caffè _l'insolence prussienne_, e che in ogni fiera si dava spettacolo

per pochi soldi del _fusil à aiguille en action_. Solamente i prodigi

del fucile ad ago potevano spiegare il prodigio della vittoria

prussiana. E come era grossolana e, insieme, puerile la gioia dei

francesi, quando l'arme prussiana appariva superata dallo chassepot!

Accanto a un tale risveglio di tutte le cattive passioni si rivelarono

vuote parole le verità pacifiche della nuova scienza storico-politica:

l'influenza del lavoro intellettuale tedesco incagliò quasi di botto.

Chi avrebbe potuto biasimare troppo rigidamente il corruccio e la

vergogna dell'orgogliosa nazione, nel vedersi oscurare dalla vittoria

dei suoi nemici antichi la sua propria gloria guerresca? Ma chi poteva

scusare per questo l'urlo senza esempio impudente e incosciente, che

tutti i partiti levavano contro la Germania e contro l'imperatore? _La

France de nouveau bismarquée!_ strillavano e querelavano, ogni volta che

la federazione nordica tedesca faceva un passo avanti. Toccava a

Napoleone sentire dai suoi intimi amici e parenti il ruvido raffaccio di

aver annichililo il _préstige_ della Francia: la lettera della regina di

Olanda rinvenuta alle Tuileries non lascia certamente null'altro a

desiderare in chiarezza di linguaggio. L'opposizione colpì con zelo la

favorevole opportunità di manifestare le sue patriottiche ambasce. Il

vecchio Thiers era inconsolabile della giornata di Königgrätz; Giulio

Favre si sciolse in lacrime di commozione pel re dei guelfi;

Prévost-Paradol dichiarò che, se l'unità germanica si effettuava, una

sola via rimaneva aperta alla Francia: perire nella lotta contro cotesta

unità! E tutti questi reazionari, che combattevano le giovani forze del

secolo con le idee chiuse di una politica di gabinetto decrepita,

tronfiavano col minaccioso frasario di libertà corrente nel paese. Non

cade dubbio, che anche nei suoi ultimi anni, e i più malfermi, Napoleone

III era sempre più saggio, più moderato dell'enorme maggioranza dei suoi

compatrioti: il suo ministro Rouher in mezzo ai retori belligeri del

corpo legislativo parve sovente il solo uomo pensante in un branco di

forsennati.

L'imperatore sentiva già vacillarsi il terreno sotto i piedi; gli

toccava di appagare comunque la gelosia irritata della nazione. Prese

opportunità dagl'imbarazzi finanziari della corte olandese per vedere di

conquistare alla Francia il Lussemburgo. La scelta non era infelice,

perché la guarnigione prussiana in cima al vecchio dirupo non poteva più

appellarsi a un titolo indubbio di diritto. Se i francesi, con

l'acquiescenza del re granduca, vi si fossero inerpicati all'improvviso,

non sarebbe stato poi facile alla Prussia oppugnare il fatto compiuto.

Ma la crescente ritrosia di azione dell'imperatore lo ritenne, lo

attenne a intavolare quelle negoziazioni diplomatiche, che poi gli

giocarono il disegno. E con quale cinismo l'affare fu trattato! Che cosa

è più stupefacente, il lordo negozio con la degenerata casa bancaria

degli stessi Orange, oppure il perfido dispaccio francese del 28

febbraio 1867, il quale innocentemente opinava, che certamente la

Prussia avrebbe trasferito più volentieri alla Francia la fortezza di

Lussemburgo, anziché all'Olanda? Non ostante la partigianeria dimostrata

dalle grandi potenze all'albagia francese, i maneggi terminarono con un

altro smacco dell'imperatore, che nemmeno questa volta si trovò l'animo

bastante alla riscossa. La Prussia rinunziò, è vero, al suo diritto di

presidio del Lussemburgo, ma Napoleone vi rimise insieme la sperata

rappresaglia di Königgrätz e la sua riputazione di uomo di stato.

Dopo sedici anni di lavoro enorme egli era approdato a questo, che,

tanto di qua, quanto di là dalle frontiere, il suo regime incontrava

un'altra volta la stessa diffidenza universale, come nei primi tempi

susseguenti al 2 dicembre. La morbosità dello stato francese aveva

procurato all'intero continente il malessere di una tensione angosciosa,

che non era degna del nostro secolo altamente incivilito. Napoleone,

come del resto il noto scritto del marchese di Gricourt riconosce

apertamente, era in sommo grado sorpreso e conturbato dalla opposizione

della Prussia. Si era lusingato di conservare, con una conquista la più

possibilmente modesta, la pace tra i due popoli vicini; e adesso anche

questo proposito andava a monte per l'orgoglio della Prussia! Anche i

francesi più miti e assennati parteciparono a cotesto avviso; come

apprendiamo dalla lettera di Renan a Davide Strauss. In senato Persigny

domandò con espressioni di somma ira, se il Lussemburgo non appartenesse

per avventura al re di Prussia. «Questo evento», conchiuse, «solleva il

velo di un futuro, dal quale non ci è lecito oltre distogliere i nostri

sguardi!».

Per conseguenza, nei circoli militari francesi la guerra fu tenuta

inevitabile. Il colonnello Stoffel compendiava la gravità della

situazione nella proposizione seguente: la Prussia vuole estendere il

suo dominio sulla Germania meridionale; la forma è indifferente; la

Francia vuole impedirlo; dunque bisogna venire alla guerra. In effetto,

la Prussia non aveva accolto subito gli stati meridionali nella

federazione nordica, per non privarli del respiro necessario al

raccoglimento e alla preparazione. All'opposto, i francesi stimavano la

linea del Meno come un confine inviolabile; la _nation wurtembergeoise_

e gli altri rampolli del ghiribizzo del primo Napoleone dovevano

serbarsi alla loro libertà. Per loro, la nazione germanica era tuttora

una chimera di tattamellanti professori, un'artificiosa trovata della

cupidigia territoriale prussiana. Al napoleonide, dopo quanto era

accaduto, erano ancora aperte due vie per appagare l'ambizione del suo

popolo. O sobillare la Prussia ad avanzare prematuramente verso il

Mezzogiorno; giacché, dato l'umore titubante e di tanto in tanto affatto

abbindolato del popolo meridionale, dato il sentimento non patriottico

delle corti di Stuttgart e di Darmstadt, non pareva affatto

inconcepibile, che la Francia, alleata con la Germania meridionale,

distruggesse la federazione nordica. Oppure Napoleone doveva ammettere,

che non era più possibile contrastare l'unificazione di tutta quanta la

Germania, e rifare il proprio stato incorporandosi il Belgio. Su cotesto

acquisto i suoi cupidi sogni avevano almanaccato indefatigabilmente.

Agli occhi di ogni francese il Belgio era nient'altro che una provincia

naturale della Francia, e la vivacità dei valloni e l'indolenza dei

fiamminghi non facevano di meglio che preparare a fondo il terreno della

conquista. Solo che il disegno sarebbe potuto riuscire di sorpresa, con

la più energica risolutezza. Se Napoleone avesse inondato il Belgio coi

suoi eserciti, e poi dichiarato: noi ci poniamo sul terreno del diritto

di nazionalità; vi riconosciamo l'unità della Germania e domandiamo per

noi questa terra francese; allora la Prussia si sarebbe trovata in una

posizione difficile, tanto più che forse non vi era da aspettarsi alcuna

opposizione da parte della pacifica Inghilterra. Se non che, una volta

manifestato precedentemente, il disegno era già bello e rotto. Come mai

si poteva sperare di conseguire il consenso della Prussia? Che cosa la

Francia aveva da offrire alla Prussia? Nient'altro che l'assentimento

all'impero germanico, che, presto o tardi, era destinato a risorgere, e

che si sarebbe potuto impedire soltanto nel caso, che la Prussia in

ignobili negoziazioni con la Francia avesse demeritato la fiducia del

popolo tedesco.

Napoleone continuava a non avvertire nulla delle forze morali del

movimento unitario germanico, nulla dei doveri che questo imponeva alla

corona di Prussia. Secondo la sua vecchia esausta maniera, scelse di

nuovo la via diplomatica, e subito dopo l'affare del Lussemburgo fece

presentare a Berlino il suo antico disegno belga. Nessun diplomatico ha

negoziato mai più frivolamente e, insieme, più acciarpatamente di quel

pietoso Benedetti, che per poco non fece raggirare la Prussia, e che dal

giorno di Olmütz non aveva mai sentito niente. Lo statista tedesco

baloccò la bramosia francese, ascoltò pacatamente tutti gl'insensati

apprezzamenti sulla Svizzera francese, sul Piemonte, pullulanti in

vicenda turbinosa, e ritenne in propria mano la prova inestimabile della

cupidigia gallica. Da allora ogni mese ci arrecò un attestato del

sentimento di amichevole vicinanza. La cabala della diplomazia francese

si sgrufolava senza tregua nelle nostre piccole corti. Seguì il convegno

di Salisburgo, di cui i tedeschi fiutarono lì per lì l'odore ostile. I

due imperatori, secondo che risulta da una lettera di Rouher rinvenuta

alle Tuileries, s'incontrarono nella risoluzione di non tollerare

l'unità della Germania: tuttavia l'impero e l'esercito d'Austria non

ispiravano alcuna fiducia ai francesi. Susseguirono le trattative per la

legione guelfa, i meticolosi tentativi di sottomettere all'influenza

della Francia le ferrovie belghe, le geremiadi frenetiche del corpo

legislativo sulla ferrovia del Gottardo, che minacciava di porre in mano

alla Prussia l'asse del commercio mondiale. Talora Napoleone sperava

novellamente di placare la nazione corrucciata, e una volta per mezzo di

carte geografiche nitidamente colorite cercò di dimostrare ai

ragazzuomini, che l'equilibrio delle grandi potenze non si era spostato

in disfavore della Francia.

Frattanto l'egemonia sui popoli latini aveva sofferto una nuova scossa

dalla rivoluzione spagnuola; e l'urlo di rabbia rintronante per tutta la

Francia contro il conte Bismarck accusato di essere il macchinatore

dell'insurrezione, provò di nuovo, che i francesi non pensavano tuttora

ad altro che alla guerra alemanna, e ciò appunto perché non erano capaci

di condurre con pacata e grave perseveranza a compimento l'opera della

loro riforma interna. Calmo e saldo lo stato germanico seguitava intanto

il suo grande cammino. Finalmente Napoleone si risolvé di conquistare il

suo Belgio contro la volontá della Prussia. La contesa per le ferrovie

belghe lo aveva indotto ormai nella persuasione, che non avrebbe potuto

acquistare un sol pollice di terreno col consenso della Prussia. Il

maresciallo Leboeuf, pieno d'indubitata fiducia, gli dimostrò la

superiorità della potenza militare francese. Il malcontento

dell'esercito, le pressioni dei vecchi bonapartisti in ansia per le loro

prebende, le esortazioni dei clericali, il caos scatenato dei partiti,

l'insostenibile assurdità della tirannide parlamentare, tutto ciò

condusse a una risoluzione disperata. Fu afferrato con brutalità

inaudita un frivolo pretesto di guerra, giacché soltanto la sorpresa

poteva menare allo scopo; e l'imperatore fu con piena verità in grado di

dire: «tutta intera la nazione col suo _élan_ irresistibile dettò la

nostra decisione». Questo popolo non era mai sceso in guerra con maggior

tripudio; da Perpignano a Parigi, da Marsiglia a Nancy un delirio di

gioia corse il paese; e la menzogna con quella. La guerra era preparata

da un pezzo, le formazioni per l'attacco predisposte in antecedenza,

pronte le nuove armi, ammassate grandi requisizioni di cavalli e

provviste di grano: le truppe anelanti di battersi e talmente prodi, che

nella prima metà della guerra i vincitori avevano sofferto maggiori

perdite dei vinti: la Francia dal 1812 non era mai stata più forte. Ma

da un momento all'altro scoppiò nell'esercito, nell'amministrazione, in

ogni branca della Vita dello stato un orrendo scompiglio, e infedeltà e

indisciplina, che facevano testimonianza non già degli errori di un

sistema, ma della generale decadenza morale del popolo. Come mai lo

stesso bonapartismo avrebbe potuto prefiggersi di assegnare sulle forze

morali? In effetto, esso anche questa volta poteva contare

sull'assistenza delle così dette idee liberali; né cadeva dubbio che il

mondo neutrale, preoccupato come era a favore di quelle, avrebbe

celebrato la vittoria della Francia come una vittoria del liberalismo.

Ma il bonapartismo non sapeva proprio niente dello spirito eroico di un

popolo in armi.

La Francia dal primo impero al 1871. Volume 2 · 第 19 / 20 段