Milano entro la cerchia del naviglio era quasi tutta liberata; pochi
luoghi rimanevano a guadagnarsi.
Il Tribunale criminale era stato con grave pericolo dell'ordine
pubblico abbandonato dalla truppa sin dal giorno precedente: avean
potuto le guardie carcerarie contenere i detenuti all'obbedienza
nascondendo loro la partenza della truppa; ma, occupato il Tribunale
dal popolo, nel suo entusiasmo ritenne dover essere suo primo atto
quello di aprir le prigioni dei detenuti politici e di rimetterli in
libertà; come ne li pose bentosto. Essi erano: Filippo Villani, Luigi
Ancona, Gallardi, Enrico Rivolta, Zanelli Francesco, Acerbi Giovanni,
Filippo Fornara, Manfredo Camperio, Andrea Ponzio, Giovanni Grassi,
Alessandro Borgazzi, Ercole Salvioni, Sac. Giuseppe Brambilla, Carlo
Scanziani, Achille Volpi, Carlo Seldati, Pietro Cova, Giovanni Barbieri
e Angelo Maroni.
Occorreva però di provvedere acciò nel parapiglia non fuggissero gli
altri detenuti per delitti, poichè essi eransi già accinti a procurarsi
la libertà. Accorsovi però l'avv. Pier Ambrogio Curti, membro del
Comitato di Pubblica Sicurezza, impugnando una sciabola nella destra
e una pistola nella manca, come ebbimo in eguale atteggiamento già a
vederlo nella contrada di S. Damiano, si affacciò arditamente alla
porta d'uscita, minacciò d'esploder l'arme da fuoco sul primo che
s'avanzasse, cercando con altre parole poi di persuadere i detenuti
che si avrebbe tenuto grande calcolo della loro sottomissione; che
egli impegnava la sua parola d'onore che l'instruttoria sarebbe stata
accelerata, rimessi in libertà gli assoluti, ritenuta pei condannata
una circostanza molto attenuante quella di aver ottemperato in quel
momento all'ingiunzione di rientrare in carcere. E tanto disse e tanto
fece, che quegli uomini, che pur sentivano amor di patria, deposero le
armi che già stringevano e rientrarono nella prigione. A questo fatto
vi concorse poi anche la presenza di coraggiosi cittadini che accorsero
ad assecondare l'opera e gli sforzi del Curti.
Il Genio militare era uno dei pochi luoghi ancora occupati dalla
truppa, ove vi si distinsero fra i molti il Sottocorno, l'ingegnere
Suzzara ed Augusto Anfossi, di cui abbiam già parlato a pagina 76.
Francesco Pagnoni, che erasi adoperato fino del primo giorno (18)
come lettore di tutti i proclami che circolavano per la città e
nel persuadere le mogli e le madri a lasciare che i loro mariti e
figli prendessero parte all'insurrezione, con coraggio e con gravi
sacrifizii prestossi nei combattimenti di contrada di Brera e del
Monte di Pietà a tenere indietro i soldati austriaci che tentavano
di oltrepassare le barricate per portarsi al Genio onde salvare il
presidio che in quel palazzo stava rinchiuso. Ma per quanto impetuosi
fossero gli assalti dei soldati pure ogni lor tentativo veniva
paralizzato e reso frustaneo da una pioggia di tegole e di sassi che
cadevano da ogni punto del tetto della casa Passalacqua. I Tedeschi
vedendo tornar vani i loro sforzi, ripiegarono al Comando Generale
e saliti sul tetto di quel palazzo diressero quantità di colpi di
spingarda sugl'insorti, senza che alcun di loro però ne rimanesse
ferito. Mezz'ora dopo ritornarono all'assalto delle barricate: ma i
difensori di esse, riparati sui fienili, con una ben nudrita pioggia di
tegole, e di ogni sorta di macerie di cui erano ben provvisti, di nuovo
li fecero retrocedere. Il combattimento durò dalle 11 ant. alle 4 pom.,
dopo di che si recarono al Genio.
Alla presa del Genio, il Pagnoni fu tra quelli che vi penetrarono, e
vi ebbe campo di salvare una cameriera addetta alla famiglia del conte
Neuperg e la condusse salva a' di lei parenti.
La presa del Genio venne ben tosto notificata al popolo col seguente
avviso: