MILANO.

Intanto si pubblicava il seguente manifesto da chi dirigeva la

rivoluzione, onde mantenere vivo l'ardimento nel popolo ed eccitarlo a

persistere nella lotta incominciata:

«CITTADINI

«Il Generale austriaco persiste; ma il suo esercito è in piena

dissoluzione. Le bombe ch'egli avventa sulle nostre case sono l'ultimo

saluto delle tirannide che fugge.--I nostri bamboli non cresceranno

nell'orrore della schiavitù.

«Molti ufficiali si danno prigioni. Interi corpi atterrano le armi

avanti al tricolore italiano. Alcuni, trattenuti dall'onor militare,

domandano un istante a deliberare, supplicandoci frattanto di

sospendere il vittorioso nostro fuoco.

«Cittadini, perseverate sulla via che correte.--Essa è quella che guida

alla gloria ed alla libertà.

«Fra pochi giorni il vessillo italico poggerà sulla cresta delle Alpi.

Colà soltanto noi potremo stringerci in pace onorata colle genti che

ora siamo costretti a combattere. Cittadini, fra poco avremo vinto. La

patria deciderà de' suoi destini. Ella non appartiene a sè.--I feriti

sono raccomandati alle vostre cure.--Per le famiglie povere provvederà

la patria.

«Lunedì, 20 marzo».

Venne pure pubblicato dal Consiglio di Guerra questo altro avviso onde

mantener vivo il sentimento della generosità nel popolo, e prevenire

luttuosi casi di sangue, in que' momenti di grande esasperazione,

contro i prigionieri, le famiglie degli impiegati e militari

dell'Austria, gli ammalati ed i feriti.

«PRODI CITTADINI.

«Conserviamo pura la nostra vittoria. Non discendiamo a vendicarci nel

sangue di que' miserabili satelliti che il potere fuggitivo lasciò

nelle nostre mani.

«Basta per ora custodirli e notificarli. È vero che per trent'anni

furono il flagello delle nostre famiglie e l'abbominazione del paese.

Ma Voi siate generosi come foste prodi. Puniteli col vostro disprezzo,

fatene un'offerta a Pio IX.

«VIVA PIO IX! VIVA L'ITALIA!»

In egual modo erasi già sin dal mattino espresso Carlo Cattaneo,

allorchè si venne a chiedergli da alcuni popolani se, trovando Bolza,

gli si doveva niegar quartiere. Cattaneo aveva risposto: _Se lo

ammazzate fate una cosa giusta; se non lo ammazzate fate una cosa

santa._

Dopo mezzogiorno Casati pubblicava il seguente avviso, con cui

notiziava l'associazione di altre persone nell'amministrazione della

città; pubblicazione ritardata, e che meglio di ogni altro documento

vale a rilevare lo stato di perplessità, di gravi dubbiezze in cui

lottava lo spirito e la mente del Casati:

«LA CONGREGAZIONE MUNICIPALE

DELLA CITTÀ DI MILANO

«Milano 20 marzo, ore una pomerid.

«Le terribili circostanze di fatto per le quali la vostra città

è abbondonata dalle diverse autorità, fa sì che la Congregazione

municipale debba assumere, in via interinale, la direzione di ogni

potere allo scopo della pubblica sicurezza. Egli è perciò che si fa

un dovere di far noto a' cittadini, che sino a nuovo avviso essa

concentrerà momentaneamente le diverse attribuzioni onde condurre le

cose a fine desiderato dell'ordine e della tranquillità. Ai membri

ordinarii della Congregazione vengono aggiunti in via provvisoria i

seguenti:

Vitaliano Borromeo.

Francesco Borgia.

Alessandro Porro.

Teodoro Lecchi.

Giuseppe Durini.

Avv. Anselmo Guerrieri.

Avv. Enrico Guicciardi.

Gaetano Strigelli.

CASATI, _Podestà_.

BERETTA. _Assessore_.»

Questa determinazione postuma della Congregazione municipale non aveva

forse qualche secondario fine, quale quello per esempio d'infirmare

l'autorità del Consiglio di guerra, composto di persone che non

simpatizzavano troppo con Casati e colle sue idee? Non vogliamo

affermare il dubbio: facciam solo presente che Casati e Beretta

dicevano con quell'avviso, in altri termini, al popolo: _Ogni potere

è concentrato nella Congregazione municipale:--si avvertono di ciò

i cittadini per loro norma: questa Congregazione assorbente tutti i

poteri sarà composta di quelli indicati nell'avviso;--cioè esclusi

Cattaneo, Terzaghi, Cernuschi, Clerici._ Da ciò grave si eleva il

dubbio di un sinistro intendimento in Casati e Beretta con quell'avviso.

Ma passiamo oltre.

Il bisogno di far conoscere la condizione de' Milanesi agli abitanti

delle terre circostanti, e l'impossibilità di potervi soddisfare con

mezzi diretti, inquantochè una barriera di corpi umani circondava,

stringeva Milano tutta, suggerì al Consiglio di Guerra di far uso di

palloni che svolazzavano per l'aria portando il seguente proclama:

«A TUTTE LE CITTÀ E A TUTTI I COMUNI

DEL LOMBARDO-VENETO.

«Milano, vincitrice in due giorni, e tuttavia quasi inerme, è ancora

circondata da un ammasso di soldatesche avvilite, ma pur sempre

formidabili. Noi gettiamo dalle mura questo foglio per chiamare tutte

le città e tutti i comuni ad armarsi immediatamente in Guardia civica,

facendo capo alle parrochie, come si fa in Milano, e ordinandosi in

compagnie di 50 uomini, che si eleggeranno ciascuna un comandante

e un provveditore, per accorrer ovunque la necessità della difesa

impone.--Ajuto e vittoria.»

_Il Consiglio di guerra_

CATTANEO--CERNUSCHI--TERZAGHI--CLERICI

Il popolo gioiva di aver riveduti i suoi fratelli che languivano nelle

prigioni politiche, e li colmava di onoranza. Abbiam citati i nomi di

coloro che ritrovaronsi al Tribunale criminale: fra quelli che gemeano

nelle prigioni di S. Margherita (ove vi era la Direzione di Polizia)

annoveravasi il marchese Filippo Villani, Ravizza, Marcora, Ferrabini,

ecc.

Il Ferrabini ritrovavasi propriamente all'infermeria, perchè era

stato ferito nel 18 marzo, e ritrovavasi ancora colla camicia e coi

pantaloni intrisi di sangue, zoppicante, e con bendata la testa e la

mano. Sapendo d'aver riguadagnata la libertà, credette esser guarito:

ma le sue ferite eran troppo gravi; talchè sorretto da due amici si

diresse verso la propria casa onde riveder la propria famiglia. Giunto

però nel vicolo di S. Fedele, il sacerdote don Giuseppe Lattuada non

permise che il Ferrabini continuasse il cammino, temendo avesse a

soccombere per via in causa delle ferite, e lo ospitò quindi in propria

casa.

Ma quali furono le cause e gli autori di quelle ferite?

Gaetano Ferrabini nel 18 marzo, dopo avere preso parte alla costruzione

di parecchie barricate ed eccitato in più luoghi a suonare a stormo le

campane nella fiduccia di guadagnare alla rivoluzione il presidio del

Circondario IIº di polizia in via Andegari, verso le 4 pom., brandendo

con una mano una bandiera e coll'altra una vecchia spada, mettevasi

per quella via gridando==_Viva l'Italia_. Ma giunto sull'angolo della

via detta dei Tre Monasteri, ora Romagnosi, veniva d'improvviso

affrontato dal figlio di Garimberti, che gli gl'intimò l'arresto.

Il Ferrabini si rifiutò di seguirlo ed oppose gagliarda resistenza;

circondato però dalle guardie di Polizia, sopraffatto dal numero,

ferito replicatamente alla testa, nella schiena ed alla mano destra di

cui ebbe mutilato un dito, veniva sospinto dalle punte delle bajonette

entro l'ufficio del Circondario.

Perquisito sulla persona, gli si rinvennero proclami rivoluzionarii.

Ciò bastò perchè lo si abbandonasse giacente a terra, perdendo sangue

dalla testa, e gli si niegasse persino la somministrazione invocata di

un po' d'acqua. Nella notte venne trasportato nella infermeria delle

carceri di S. Margherita, ove vi rimase sino al 20 marzo in cui fu

liberato dalla rivoluzione vittoriosa.

I Tedeschi, vedendo che gli avvenimenti prendevano ogni giorno una

piega peggiore per loro, pensarono di trattare un armistizio cogli

insorti onde guadagnar tempo, potersi fornir di viveri, rimarginare i

danni sofferti nelle lor file, procurarsi nuovi rinforzi e preparare

nuovi mezzi di offesa e di difesa. Fu incaricato di questo negozio un

maggiore dei Croati Ottochan; credesi fosse quello stesso Sigismondo

Ettingshausen che trattò qualche mese dopo per la resa di Peschiera.

Il maggiore, presentatosi verso il mezzodì del 20 marzo ad una

barricata, dichiarando esser parlamentario, cogli occhi bendati

fu scortato dai cittadini al Consiglio di Guerra. Il Consiglio lo

indirizzò nella sala della Municipalità onde trattasse direttamente

coll'autorità comunale. Casati propose allora un armistizio di 15

giorni, ma prima d'obbligarvisi pretendeva di conoscere dal Consiglio

di guerra se si sarebbe incaricato di far desistere i cittadini dal

combattimento. Cattaneo, invitato cogli altri suoi colleghi ad esporre

il suo parere, rispose esser difficile lo staccare i combattenti dalle

barricate: diffidare egli molto delle conseguenze dell'armistizio:

tenere compromessa la condizione degli Italiani.

Durante questo diverbio entrò nella sala un prete della chiesa di S.

Bartolomeo, portando la nuova che gli Austriaci avevano allor allora

trucidato il predicatore quaresimale e commesse altre enormità; il

predicatore era don Marino Lazzarini: penetrati gli Austriaci per la

porta dalla canonica, fecero inginocchiare i preti che incontravano;

quindi gridando: _Pei preti niente perdono!_ ne trassero cinque in

arresto: altri soldati frattanto, saliti nell'abitazione del Lazzarini,

lo stesero al suolo con una fucilata, e poscia, non contenti di quanto

avevano fatto, inveirono su quel misero corpo colle punte delle

bajonette. Il maggiore de' croati che si trovò presente alla narrazione

di quel luttuoso fatto, ne rimase commosso. Invitati poi gli estranei

alla Municipalità ed al Consiglio di Guerra a ritirarsi, il Maggiore si

ritirò pure.

Calorosa fu la discussione fra i membri del Consiglio di Guerra e

Casati; talchè prevalendo le ragioni del Consiglio, il quale aveva per

sè le simpatie e la fiducia di tutta la popolazione, dopo un quarto

d'ora di discussione Casati fece rientrare il parlamentario di Radetzky

e gli parlò nel seguente modo: _Signore, non abbiamo potuto metterci

d'accordo. Vogliate dunque rappresentare a sua Eccellenza, da una parte

i sentimenti della municipalità, e dall'altra quelli dei combattenti,

affinchè possa prendere in conseguenza le sue risoluzioni._ Grave

fu l'impressione prodotta da quelle parole sugli astanti, ben

comprendendosi che Casati in tal modo pareva separare la sua causa da

quella della città. «Tale dichiarazione, nota uno storico, con la quale

Casati separava la sua causa personale da quella dei sollevati, avrebbe

posta in pericolo la sua vita, se Cattaneo non l'avesse fatta ignorare

al popolo[17]».

Il maggiore fu allora congedato, ed aspettò in corte che gli si

bendassero gli occhi per esser ricondotto fuori delle fortificazioni

cittadine; ma non gli si volle porre alcuna benda. Visibilmente

commosso dal modo con cui era stato trattato, il maggiore, stringendo

la mano ad uno dei cittadini che lo aveva accompagnato, sclamò col suo

straniero accento: _Addio, brava e valorosa gente!_

Altri tentativi d'armistizio vennero fatti anche al Genio, al Comando

militare ed al Ponte Vetro; ma non approdarono ad alcuna conclusione,

inquantochè il popolo pretendeva che i soldati deponessero le armi.

Il 20 fu giornata di combattimenti; e noi li riepilogheremo in brevi

cenni.

A porta Romana alcuni Croati, che si trovavano nella polveriera di S.

Apollinare, essendo stati posti in fuga da un drappello di cittadini,

riuscirono sul far della notte a fuggirsi nelle ortaglie di Quadronno.

Ma inseguiti pur là, il popolo arrestossi alla casa di un ortolano,

dalla quale uscivano grida strazianti e invocazioni di pietà: entrativi

i cittadini, vi arrestarono cinque Croati, e vi rinvennero orribilmente

mutilati una donna e tre suoi adolescenti figli.

A porta Tosa il numero dei combattenti aumentò, e vi compirono atti

di grande valore e gravi sacrifizii; rimanendo intrepidi in faccia

all'artiglieria che continuamente vomitava palle enormi e mitraglia,

stringendo il nemico da tutti i lati, facendo avanzare le barricate

mobili. Fuori della porta i contadini fecero altrettanto, tagliando

le strade e molestando la truppa. Si combatteva nell'interno lungo

il corso, pel borgo di Monforte, nelle ortaglie e nelle contrade

circostanti al Conservatorio. I Croati e la cavalleria percorrevano

e facevano fuoco dai bastioni, stretti anche là da vivo fuoco di

fucileria degli insorti. Due volte il nemico cercò di rinforzare la

porta con due altri cannoni che tentava condurre da porta Orientale,

ma due volte fu respinto dal continuato fuoco del valoroso cittadino

Vernay. L'ingegnere Cardani col conte Archinto figlio, coi fratelli

Modorati e con altri perseguitò e danneggiò fortemente la truppa.

Finalmente Vernay secondato da una mano di intrepidi popolani tentò

l'assalto alla porta Tosa.

A porta Nuova si aumentarono le fortificazioni rivoluzionarie;

specialmente in capo alla contrada di S. Giuseppe verso Brera, ove

alle ore 8 ant. fu costrutta una barricata per impedir la ritirata

alla guardia del Genio e precludere al presidio del Comando militare

ogni via di soccorrerla. In seguito i tiratori milanesi, fra le

acclamazioni dei cittadini che dalle finestre eccitavanli a combattere,

avanzaronsi intrepidi verso il palazzo del comando militare, presidiato

da una compagnia di granatieri ungheresi e da un'altra del reggimento

Reisinger; e, continuando un vivo fuoco, tentarono l'assalto del

palazzo.

L'intrepidezza, l'audacia, la fermezza spesso atterriscon più che il

numero: questo fu l'effetto morale prodotto sul presidio del Comando

militare, il quale tentò con perfida arte trarre i giovani guerrieri

in agguato. Sulla porta del palazzo militare comparve un ufficiale con

bandiera bianca, chiedendo pace; ma essendosi uno degli insorgenti

presentato a parlamentare, conobbe tosto l'insidia ordita, e gridò al

_tradimento_. E quel grido diffondendosi pella contrada, echeggiando

per cento labbra, pose gl'insorgenti in guardia. Nè si sbagliaron essi,

poichè ben tosto sbucava truppa dalla contrada dei Fiori, aprendo vivo

fuoco di fucileria; ma senza frutto.--Nello stesso dì, verso le ore

3.30, un drappello di soldati sfondò le porte dell'antica osteria di

Brera, situata sull'angolo che quella contrada fa con quella del Monte

di Pietà, ed entrativi, misero tutto a sacco e ruina sotto il comando

del proprio colonnello.

A porta Comasina (ora porta Garibaldi) un maggiore degli ungheresi

tentò sorprendere la buona fede del popolo colla solita menzogna di

sospensione d'armi, ed agitando in aria un fazzoletto bianco nel mentre

si avanzava al Ponte Vetro, assicurò aver ordinato anche altrove a'

suoi di sospendere il fuoco, e propose di recarsi alcuno con lui in

Castello per un accomodamento. Il sacerdote don Pietro Mauri, della

parrochia di S. Tommaso, si presentò al maggiore e si offerse a

parlamentario di pace; ma più non ritornando, si arrestò una guardia

di polizia e si notiziò la truppa che la si sarebbe scannata se non

ritornava il prete; e la minaccia valse, giacchè poco dopo ricomparve

don Pietro Mauro, dichiarando ch'erasi ordito tradimento. Tradimento

che si tradusse ben presto in atto con un ben nudrito fuoco di

moschetteria da parte della truppa e con frequenti colpi lanciati di

spingarda.

Atroce fatto, narra Tettoni, successe nella casa di certo signor

Torelli, verso S. Marco, nella quale tenevasi osteria. Gli Austriaci

sforzarono la porta, ed, entrati, uccisero il cuoco ed altre tre

persone dopo averle martirizzate in ogni modo; poi, arrostiti vivi due

bambini e cacciata nel ventre ad una donna incinta a varie riprese la

bajonetta, diedero fuoco alla casa, ritirandosi quindi nel palazzo del

Generale Comando[18]. Non facciamo commenti: riproduciamo la notizia e

basta!

A S. Bernardino alle Monache (ora via Lanzone) la caserma omonima che

acquartierava le guardie di polizia cedette al valor degli insorgenti,

i quali, esposti ad un grandinar continuo delle palle nemiche,

riuscirono a dar fuoco alla porta del quartiere. Le guardie però che

ritrovavansi al Circondario di polizia di S. Simone, vedendosi a mal

partito, spiegarono bandiera bianca e, simulando di fraternizzar col

popolo, scaricaron poscia i loro fucili verso il popolo ingannato.

Il cannone non cessava mai di tuonare dal dazio di porta Ticinese

tanto verso il ponte, come dal bastione verso Viarenna. Però le palle

non arrivavano sino all'ortaglia delle monache; fu per ciò che il

lattivendolo G. Meschia con pochi suoi compagni potettero appostarsi

nella contrada delle Vetere; dalla quale con carabine di precisione

fulminarono i cannonieri che stavano al dazio; e furon sì aggiustati

i colpi, che non uno andò fallito, in modo che mano mano che gli

artiglieri avvicinavansi al cannone per darvi fuoco, essi cadevano

colpiti dai tiri di quegli animosi.

Altri soldati penetrarono nel borgo di Viarenna (oggidì Via Arena) e

di là nella stretta Calusca, ove abbandonarono al saccheggio quelle

case e vi commisero ogni sorta di orrori. Là vi trucidarono pure tre

cittadini che furono: Giuseppe Gambaroni, d'anni 58 circa, venditor

di rotelle di corteccia, (in milanese _robioeul_); Antonio Piotti,

d'anni 28, fabbro ferrajo; e Giuseppe Belloni, cuojajo; i quali, tratti

in una vicina ortaglia, dopo averli straziati in ogni modo, moribondi

li copersero di paglia a cui appiccaron fuoco; semivivi abbruciandoli,

e respingendo nelle fiamme chi tentava sottrarvisi.

Nella caserma di S. Eustorgio si trovò una panca su cui eravi sangue

raggrumato, e sotto la panca vi si osservò un paja di scarpe civili.

Ciò tutto induceva a ritenere l'esistenza di un assassinio.

Nel vicolo del Sambuco vi si rappresentarono nuove scene di orrore.

I soldati che passavano sul vicino bastione si vedevano ridotti a

bersaglio di un fuciliere nascosto in una casa esistente nel vicolo

del Sambuco; e i colpi non erravano in quell'umano bersaglio, ma tutti

miravano giusto! I soldati allora precipitaron dal bastione nella

casa ove ritenevano partire i colpi, e, penetrati nell'osteria della

Palazzetta, vi pretesero da mangiare e da bere, vi ferirono l'oste e

sua moglie; quindi gli abbruciarono.

In tutta la giornata però non vacillò il coraggio de' cittadini, ma

nelle prove s'assodò, si rinforzò, dilatossi. Siccome però il popolo

doveva invadere pubblici edificii per scacciarne il nemico; e doveva

poi anche custodire le proprietà devolute alla patria, così venne

pubblicato il seguente proclama

Storia delle cinque gloriose giornate di Milano nel 1848 · 第 21 / 50 题