Ad una notte cupa in cui le nubi ritornarono brutto tempo, successe un
giorno piovoso, e in cui il continuo tuono del cannone e l'incessante
suonare a stormo delle campane, commisti a cozzo d'armi ed a grida de'
combattenti, davan terribile aspetto alla città.
All'alba di quel giorno, in una sala di casa Taverna stava Casati
circondato da molti che si sforzavano a persuaderlo di costituire un
governo provvisorio, e sembrava nello stesso tempo che que' cittadini
avessero cura di sorvegliar Casati, qual prigioniero, onde non
fuggisse. Entrato sull'alba anche Cattaneo in quella sala, concorse pur
egli a dimostrar la necessità di costituire un'autorità cittadina che
rappresentasse il paese, dirigesse la rivoluzione, avesse mandato di
trattar con que' di fuori di Milano. Casati seccamente vi rispondeva
di non voler uscire dalla legalità, e non voler egli esser altro che
il capo del municipio. Sollecitavalo anche a chiamare gli officiali
veterani per dirigere i combattimenti, e citavansi i nomi di varii; ma
Casati pregava non lo inviluppassero con uomini già compromessi, perchè
alcuni di essi avean compartecipato alla congiura militare del 1815.
Non potendosi indurre Casati ad un governo provvisorio, egli si
determinò soltanto a nominare alcuni _Collaboratori al Municipio_,
affidando la polizia a Bellati; e perchè questi non ritrovavasi
presente, essendo stato arrestato dai Tedeschi in Broletto e richiuso
in Castello, così gli deputò un supplente. Nel ridurre in scritto tale
deliberazione onde promulgarla per la città, Casati cercò di attenersi
sempre ad un principio di legalità fuor di luogo; diamo senza ulteriori
commenti l'ordinanza pubblicata allora:
«LA CONGREGAZIONE MUNICIPALE
DELLA CITTÀ DI MILANO
«Milano 20 marzo 1848, ore 8 ant.
«Considerando che per l'improvvisa assenza dell'Autorità politica
viene di fatto ad aver pieno effetto il Decreto 18 corrente della
Vice-Presidenza di Governo, col quale s'attribuisce al Municipio
l'esercizio della Polizia, non che quello che permette l'armamento
della Guardia Civica a tutela del buon ordine e difesa degli abitanti,
s'incarica della Polizia il signor dottor Giovanni Bellati, o in
sua mancanza il signor dott. Giovanni Grasselli Aggiunto, assunti a
collaboratori del Municipio il conte Francesco Borgia, il generale
Lecchi, Alessandro Porro, Enrico Guicciardi, avvocato Anselmo Guerrieri
e conte Giseppe Durini.
«CASATI, _Podestà_.
«BERETTA, _Assessore_.
Il Municipio ha già decretato lo scarceramento dei detenuti politici,
che avrà luogo immediatamente.
«CASATI, _Podestà_.
Gli uomini d'azione del quartier generale rivoluzionario, vedendo con
mal occhio quel modo così pauroso di agire e di esprimersi in faccia al
pericolo, raccolti in altra stanza per creare il Consiglio di Guerra
proposto nella precedente notte, tutti affidarono a Cattaneo la scelta
degli uomini sulla lista preparata dai votanti: egli allora ritenne i
primi quattro inscritti (ne' quali era egli pure) come costitutori di
quel Consiglio, e, tirato un tratto di penna sugli altri nomi, scrisse
in testa al foglio: _Consiglio di Guerra composto per ora dei primi
quattro inscritti_. Deliberossi poscia di non assumere alcun colore
repubblicano nè monarchico, onde rimuovere qualunque occasione di
dissenzione fra i cittadini, ma di porre in fronte a tutti gli atti:
_Italia Libera_.
Primo compito del Consiglio fu di collegare tra loro gli sforzi
tutti della città ad un concetto unico, armonico, concorrente ad un
piano generale. Costituito così quel Consiglio, esso si consacrò
immediatamente al lavoro con infaticabile zelo.
Passiamo al campo di battaglia.
All'alba la confusione regnava nel palazzo reale: il presidio che
vi si trovava, e con esso molte famiglie, dietro avviso di Radetzky
si disposero ad effettuare una ritirata in Castello, preceduti dal
generale Ratt. Il popolo diede addosso alla truppa che si ritirava, e,
veduto che un corpo di guardie di polizia era penetrato nel palazzo
abbandonato dalla truppa, irruppe egli pure nel palazzo. Le guardie,
spaventate dalla furente invasione, si nascosero in una cantina. Il
popolo si diede a frugare per ogni banda, per ogni sala, cercando in
esse delle armi; ma non vi trovarono che venti alabarde dei trabanti.
Le guardie vedendo che a momenti poteva scoprirsi il lor nascondiglio e
riuscire impossibile qualunque difesa, dietro suggerimento del parroco
e del tesoriere di Corte salirono dalla cantina e deposero le armi.
Nelle infermerie del palazzo eranvi molti feriti abbandonati dalla
truppa nella lor disordinata ritirata: essi temettero per un istante di
lor vita e si nascosero sotto i letti; ma il popolo, fiero nella pugna
quanto generoso nella vittoria, li assicurò che niun male sarebbe stato
a lor recato, ed anzi li fece scortare all'ospedale, preceduti da un
vessillo coll'iscrizione: _Rispetto ai feriti_.
Nulla fu toccato nel palazzo: nulla asportato, fuorchè sei cavalli
condotti via nel trambusto e restituiti poi pochi giorni dopo.
Casati intanto pubblicava quest'altra ordinanza:
«LA CONGREGAZIONE MUNICIPALE
DELLA CITTÀ DI MILANO.
«_Milano 20 marzo 1848._
«In aggiunta dell'avviso 18 corrente, col quale venivano invitati tutti
i cittadini dai 20 ai 60 anni che non vivono di lucro giornaliero, sono
novellamente invitati i buoni cittadini, compresi in quella categoria,
affine che il numero sia sufficiente a garantire la sicurezza pubblica.
Sono invitati egualmente a portar seco le armi tutti quelli che ne
avessero.
«Le riunioni delle Guardie si faranno presso ciascuna Parrochia,
ove si organizzeranno in compagnie di cinquanta, ed eleggeranno
provvisoriamente il lor capo, il quale si metterà in corrispondenza col
Municipio per le successive disposizioni.
«CASATI, Podestà.
«BERETTA, Assessore.
Poco dopo la partenza delle truppe dal palazzo vicereale, la guglia
maggiore del Duomo presentò il vessillo tricolore sventolante da
quell'altura: ve l'aveva piantata Luigi Torelli di Valtellina e
Scipione Bagaggia di Treviso. La cattedrale unì allora il suono a
stormo delle sue campane al martellar generale degli altri campanili.
Le guardie della Direzione di Polizia avevano seguito l'esempio del
presidio della corte ed avevano abbandonato quel locale. Il popolo
strappò immediatamente lo stemma austriaco dalla porta, e penetrò nel
palazzo di S. Margherita. Si perlustrò allora ogni camera, ogni angolo
onde rintracciarvi i capi più odiosi della Polizia: ma Torresani non vi
era più; travestito da gendarme, ed unitosi alla cavalleria, erasi già
riparato in castello, abbandonando nel locale di polizia la moglie, le
figlie e la nuora. Penetrati i cittadini nell'abitazione di Torresani,
in un gabinetto vi trovarono una giovane signora, vestita di seta nera,
stringendosi al seno una bambina, con a lato una cameriera; entrambe
pallide, tremanti. Esse stavan ginocchioni allo irrompere della folla,
e la signora emise uno straziante grido all'apparir del primo popolano,
credendosi vicina ad esser sacrificata al furor della plebe. Era dessa
la giovine contessa Giovio, vedova di un figlio di Torresani. Ma il
primo entrato rassicurò quella donna che niun male le si sarebbe
recato, e che il popolo combatteva accanitamente i suoi nemici armati,
ma rispettava gl'inermi e non recava onta alle donne. Caddero poscia
in mano del popolo la moglie stessa di Torresani ed una concubina di
Radetzky; ma tutte altrove tradotte, furono amorevolmente trattate e
rispettate.
Fiutavasi ansiosamente da ognuno il nascondiglio del Bolza: scorsero
alcune ore prima di scoprirne traccia alcuna; ma finalmente fu scoperto
nascosto nel fieno sulla soffitta, in un ripostiglio vicino alla
sua dimora. Vi fu trovato pallido, contraffatto, coi capelli irti,
supplicante pietà e misericordia. Perquisito sulla persona, non gli si
rinvennero armi nè scritti, ma le tasche piene di pane e di formaggio;
provvista che aveva fatta per que' momenti difettosi di alimenti.
Galimberti fu ricercato anche nella sua abitazione in contrada dei
Due Muri (ora non più esistente). Ma le porte eran barrate per di
dentro fortemente: un facchino procurò allora una leva a ruota dallo
spedizioniere Pezzoni, la quale, appoggiata in direzione inclinata
verso la porta, con forza girato il manubrio, potette abbatterla.
Entrativi i cittadini, presso all'ingresso vi catturarono il servo di
Galimberti. Minacciato costui nella vita se non rivelava l'ascondiglio
del padrone, egli promise indicarlo purchè si salvasse a lui
l'esistenza: data la promessa, lo si scortò in una stanza superiore
ov'erasi accovacciato Galimberti, e lo si rinvenne infatti. Intimatogli
d'arrendersi e di costituirsi prigioniero, mordendosi le labbra
cedette[16].
D'un tratto una voce sonora gridò in quel frastuono di voci di gioja:
_E i prigionieri?... Fuori i prigionieri! Libertà ai prigionieri!_ Vi
si trovarono prigionieri uomini, che, levati dalla prigione, sporgevano
la mano supplichevole cercando pane, dichiarando che da quarant'ore
non se n'era lor dato; che da 40 ore non prendevano cibo. A loro si
provvide d'alimenti; ma il popolo gridava: _Ma i prigionieri politici
dove sono?_ Dopo un quarto d'ora si ignorava ove fossero. Allora l'oste
della contrada dei Due Muri, incaricato dalla Polizia di provvedere gli
alimenti pei detenuti, conoscendo per conseguenza ove si trovassero i
prigionieri politici, gridò che si trovavano ai N. 18, 30, 36 e 37; ove
in vero si rinvennero e si liberarono.
Nella Direzione di polizia si trovarono circa 25 armi da fuoco e
un centinajo da taglio, che vennero tosto distribuite al popolo
combattente: armi del certo insufficienti alle straordinarie esigenze
del momento.
Frattanto Radetzky che aveva ricevuta la protesta consolare del giorno
precedente, onde prevenire complicazioni diplomatiche, rispose colla
seguente lettera:
«Signori!
«Accuso la ricevuta del dispaccio dei signori Consoli d'Inghilterra,
di Francia, di Sardegna, del Belgio e della Svizzera, nella quale
manifestano il desiderio di non vedermi prendere misure che non
potrebbero mancare di tornar funeste per la città di Milano, e per
le quali dimanderebbero almeno una dilazione che permettesse loro di
provvedere alla sicurezza dei loro compatrioti. Il governo di S. M.
l'Imperatore e le truppe sotto il mio comando sono state attaccate
all'improvviso, in un modo contrario ad ogni diritto delle genti, senza
che queste avessero fatta alcuna provocazione.
«Si cominciò a saccheggiare il Palazzo di Governo, a sorprendere parte
della debole guardia che vi era posta, per assicurarsi della persona
del capo di Governo, esigere da lui delle concessioni che non era in
suo potere di firmare e che non appartengono che al Sovrano.
«Concepirete da ciò, Signori, che da uomo d'onore e da soldato, non
potrò mai compromettere nè l'uno nè l'altro, come obbliga il mio dovere
verso l'Imperatore.
«Sta in Voi, Signori, se avete influenza sui capi del movimento
rivoluzionario, se potete deciderli ad astenersi da ogni atto ostile;
perchè per tutto quel tempo che sarò attaccato, che i miei soldati
saranno uccisi sotto i miei occhi, mi difenderò col coraggio che
loro inspira il modo con cui furono assaliti, e a me il sentimento
dell'odiosa sorpresa di cui si sono serviti verso di loro.
«Ad ogni effetto, per rispetto al Governo di cui siete l'organo,
sospenderò le misure severe che io mi credo obbligato di prendere
contro Milano sino all'indomani giorno 21, a patto che ogni ostilità
abbia a cessare dalla parte avversa.
«Aspetto i risultati dei passi che farete per mia norma.
«Milano, il 20 marzo, undici ore antimeridiane
«Conte RADETZKY.»
«Ai signori Consoli d'Inghilterra, di Francia, di Sardegna, del Belgio
e della Svizzera