19 marzo 1848, 7 e mezzo antim.

li generale Rivaira disse ai signori dottori Perini e Viglezzi

ch'esso tiene la gendarmeria a disposizione del municipio e di Lei,

incaricato della polizia in conseguenza del decreto del vice-presidente

di governo. Questo è forse il migliore mezzo termine per venire a

tranquillare la città, permettendo che si uniscano ai gendarmi alcuni

cittadini per aumentare il numero della guardia, in modo che questi

cittadini sieno dai medesimi guidati. Sono persuaso che il signor

Torresani non vorrà fare opposizione a questo divisamento, che potrebbe

condurre ad una soluzione pacifica. Io non posso muovermi dal luogo ove

sono; la prego a prendere a petto la cosa; e portarsi da Torresani per

convenire su questo punto, onde non nasca un'opposizione che guasti

tutto. Il maresciallo Rivaira è disposto, eziandio mettere il corpo al

completo immediatamente, coll'aumento di 300 uomini concessi. Affido al

suo zelo questo affare importantissimo. Mi creda

Suo aff. serv. _Gabrio Casati_».

I commenti, vi aggiungeva un giornale d'allora[10], sono superflui:

_mezzo termine; tranquillizzare: speranza che Torresani non vorrà

fare opposizione: soluzione pacifica: convenire con Torresani_.--Si

mormorava: _Tiene egli dunque il piede in due stivali_? Basta; dico che

la lettera fu lacerata.

»All'una paura altra succedeva più grande e attuale. Casati si ripose

a tavolino, e torturato scrisse un nuovo biglietto con cui s'accettava

la gendarmeria. Ma l'ora era avanzata. A sedurlo--bisognò logorare

tutti i ferri del mestiere. E fu troppo tardi.--La lotta impegnata

su tutti i punti, e le comunicazioni interrotte, divenne impossibile

ogni corrispondenza, e quindi anche quella per l'accettazione della

gendarmeria. Così noi dobbiamo riconoscenza al padre della patria, al

conte Casati, d'una vittoria di più: abbiamo combattuto anche gli amici

e fratelli della gendarmeria.»

Le truppe imperiali si diressero da prima verso Porta Comasina e

verso S. Giovanni sul Muro, dove si diramarono in varii drappelli.

Non potendo prender posizioni nell'interno della città, le truppe

cercarono impadronirsi degli sbocchi principali delle corsie sino ai

ponti sul naviglio. L'artiglieria fu spinta ne' borghi di P. Orientale,

di Monforte e di porta Ticinese, nonchè pelle vie di Brera, della

Cavalchina e del Baggio, aprendosi strada colla violenza, col terrore

diffuso da crudeli atti e con numerosi arresti di cittadini che venivan

tratti in Castello, sollecitandosi il lor passo con pugni e con punture

di bajonetta.

La lotta incominciò ben presto: il cannone battette le barricate,

ed, ove le rompeva, i fanti correvano alla bajonetta contro i male

armati cittadini, li scannavano; mentre la cavalleria s'inoltrava

a calpestare sotto le zampe de' cavalli i morenti e i morti. I

cittadini non piegaron per questo: saliti alle finestre e sui tetti,

di là battevan l'inimico coi sassi, colle tegole, colle fucilate:

con grida festose rispondevano alla terribile voce del cannone; col

nome d'Italia e di Pio IX sulle labbra morivan nel combattimento,

non lagnandosi, ma animando gli altri a continuar la pugna. A tanto

eroismo la forza bruta delle armi tedesche non resisteva: ma combattuti

inesorabilmente, senza tregua, dalle barricate, per le strade, dalle

finestre, dai tetti;--incalzati ove piegavano, raddoppiando i colpi

mortali ove i soldati inoltravansi, urtati da cozzo terribile, decimati

da fucilate che non erravan nella mira, dalle tegole che rompevano

i cranii, dai sassi che ferivano ne' visi, i soldati vacillaron nel

coraggio, dubitaron dell'esito, cominciarono a provar il terrore che

la carneficina de' loro sollevava; cedettero, ritiraronsi;--in molti

luoghi fuggirono;--e nella fuga non potendo provvedere alla salvezza

dell'artiglieria, essendo subitaneamente assaltati dai cittadini chè

osservavano la confusione e lo sgomento essersi impossessato de'

soldati, restavano i cannoni agli insorgenti.

Mancata la gendarmeria al Municipio, non gli restarono de' corpi armati

che le guardie di finanza e i pompieri; questi ultimi non armati però

a' quei tempi di fucile.

Il difetto d'armi facendosi sentir troppo fortemente, non si lasciò

intentato mezzo qualsiasi onde procurarsele, non badando se fossero

da taglio o da fuoco, vecchie o nuove. Persino le private gallerie

d'armi vennero spogliate; fra le quali quella in contrada Pantano,

appartenente ad Ambrogio Uboldo; la quale costituiva il più bel

monumento del medio evo, e che veniva visitata da ogni forastiero. Ma

la patria prima di tutto e sopra tutto! e il sacrificio fu consumato.

Nè l'Uboldo, che amava come parenti quelle reliquie d'un'età remota, si

dolse del gravoso sacrifizio che la patria gli domandava, e volonteroso

cedette le armi al bisogno imperioso della sua terra ... Furon pure

spogliate le sale d'armi antiche e moderne (di molto valore) di

Pezzoli, l'armeria degli I. R. Teatri, ecc.

Difettose eran l'armi da fuoco all'uso della guerra, ma difettose ben

più eran le munizioni; in un momento però si cercò provvedervi nel modo

e colle forze che si avevano. Il chimico Calderini, in casa Borromeo,

altri in casa Calvi, in Bocchetto, fabbricavan polvere: lo speziale

Ballio, alla corsia della Palla, preparava cotone fulminante e buona

polvere. Altrove fabbricavansi palle. Il tutto distribuivasi poi ai

combattenti.

Distinzioni sociali non dividevano il popolo: il ricco fraternizzava

coll'operajo: ognuno attendeva colle provvisioni che aveva a preparar

cibi pei combattenti non solo, ma pelle famiglie loro ben anco.

Il Codice penale era scritto sui muri: MORTE AI LADRI! MORTE ALLE SPIE!

E la rivoluzione di Milano si mantenne illibata da ogni rapina, da

ogni furto: si invadevano i pubblici uffici onde prenderne possesso:

ma nulla si toccava, niuno osò mai appropriarsi il valore di un soldo.

Anzi moltissimi sono gli esempi di valori ritrovati da poveri operai e

scrupolosamente consegnati all'Autorità.

Il sentimento religioso rafforzava gli animi nello sfidar la morte,

perchè la rivoluzione era stata benedetta dal pontefice Pio IX e

dall'arcivescovo di Milano. Il clero lombardo dimostrò sentimenti

eminentemente liberali, e si prestò come ogni altro cittadino in

que' supremi bisogni della patria. Ciò valga a sbugiardare coloro

che gridan la croce contro il clero in genere, senza distinzione di

reazionarii e di veri ministri di Dio. Ci basti citare alcuni nomi

di questi per suffragare la nostra asserzione. Giovanni Besesti,

coadjutore nella parrochia di S. Calimero, animava i combattenti alla

pugna e raccoglieva i feriti nei luoghi ove più accanita disputavasi la

lotta di sangue. Giuseppe Volonteri, cappellano di S. Celso, ajutò a

scacciare i Croati dalla caserma di S. Apollinare. L'abate Malvezzi non

curò i pericoli delle fucilate nel soccorrere i feriti e nel sorvegliar

la costruzione delle barricate. Il canonico Vimercati ed i sacerdoti

Groppetti, Airoldi, Zerbi, Marcionni, Mauri, Bianchi e molti altri

condivisero col popolo la difesa delle barricate. I sacerdoti Carlo

Ferrario, Lorenzo Denna e Ambrogio Decio consacraronsi a ricoverare

le famiglie fuggenti dalle case devastate dal cannone tedesco, ed a

provvederle di pane. Il sacerdote Lattuada si consacrò alla cura de'

feriti. Nella contrada di S. Romano, allorchè gli Austriaci s'accinsero

ad atterrare le porte di casa Tinelli, un canonico di S. Babila fece

schioppettate contro i militari, uccise l'ufficiale che li comandava

e li obbligò a ritirarsi. I seminaristi risposero all'appello della

patria col trasportare in strada i loro letti, cassettoni, orinaliere

ed ogni altro mobile, costruendo fortissime barricate al largo di Porta

Orientale, e ponendovisi poscia a difenderle.

Gloriosi esempii di amore, di sacrifizii, di coraggio diedero pure le

donne.

La marchesa di Lajatico Rinuccini e la sposa di Giorgio Trivulzio con

altre signore si consacrarono in modo ammirabile a curare i feriti,

senza risparmio di sacrifizii e di disagi. In casa Borromeo molte donne

si erano dedicate a liquefar piombo ed a convertirlo in palle. Altre

donne, anche dell'aristocrazia, attendevano con amore e con entusiasmo

a preparar filacce e bende; altre, più coraggiose, correvan per le vie

devastate dalla mitraglia tedesca a portar soccorsi a' bisognosi. Anche

le suore di carità consacravano il tempo che sopravvanzava alla cura

de' feriti nello fonder palle. Due popolane si distinsero molto. Luigia

Battistotti, nativa di Stradella, d'anni 24, ed abitante in Milano

alla Vettabia, fu la prima a costrurre barricata nel suo quartiere:

strappata ad un soldato la pistola che impugnava, intimò ad altri

cinque d'arrendersi e li fece prigionieri: deposta quindi la gonna,

e indossati abiti della compagnia dei fucilieri volontarii sotto il

comando di Bolognini, impugnò il fucile e furiosamente combattette, e

sempre apparve nelle prime file ove maggiore si presentava il pericolo;

e per cinque giorni non abbandonò le armi, nè la pugna.--Giuseppina

Lazzaroni, giovanetta delicata, si sottrasse ai parenti mentre più

ardeva la pugna, impugnò un fucile e, accompagnata dal fratello Giovan

Battista, portossi a Porta Comasina, ove il nemico, numeroso e ben

provveduto di artiglieria, manteneva ardente fuoco di fucileria e

dei grossi pezzi; là ella affrontò le palle e la mitraglia nemica ed

operò prodigiosi fatti di valore. Anche fuor di Milano si dimostrarono

amazzoni valorose, fiere spartane; in Acquate Angela Martelli volò al

soccorso di Milano con altre quindici donne.

Le barricate improvvisate nel dì precedente, aumentarono

considerevolmente nel 19 di marzo e si rafforzarono. Ogni cosa servì

alla loro costruzione: carri, carrozze private e di corte, diligenze,

letti, casse, panche da chiesa, tavole, sedie, pagliaricci. A Porta

Tosa si fecero delle barricate mobili con immensi rotoli di fascine,

il cui disegno si dovette a Carnevali Antonio, già professore di

matematica e strategia alla scuola militare di Pavia sotto il

primo regno italiano, e ch'era stato in que' giorni di rivoluzione

nominato alla direzione delle fortificazioni campali: queste barricate

cilindriche avevano due grandi vantaggi; per la loro forma eran mobili,

potendosi far rotolare in avanti e in dietro; per la connessura di

infinite minime parti assumevano una tale elasticità da togliere ogni

forza alle palle non solo di fucileria, ma ben anche di cannone:

l'incarico di ridurre in esecuzione queste barricate mobili suggerite

dal Carnevali, fu affidato al pittore Gaetano Borgocarati. Tra coloro

che più meritarono dal paese per l'opera prestata nelle costruzioni

delle barricate, non possiam passar sotto silenzio i seguenti: il

piemontese Valenzasca, il pittore Bareggi, l'ingegnere Tarantola, il

geometra Lilliè, i fratelli Carentico, i seminaristi Giulio Rimoldi,

Rosa Verza, Candiani Luigi, Alessandro Ponzoni, e Valentini Gottardo.

In quel giorno cinquecento cittadini milanesi di vita intemerata e

d'alti natali, oltre a molti di provincia, vennero arrestati.

Le disposizioni d'offesa da parte dei Tedeschi erano terribili e

disposte per tutta la città: le riassumeremo in breve. Fuor di Porta

Romana eranvi due cannoni mascherati onde mitragliare l'inerme

popolazione che si radunasse sul corso omonimo, e che a' que' giorni

era stato ribattezzato per corso Pio, a memoria di Pio IX.--Il palazzo

reale e quello di Piazza Mercanti erano ben presidiati, e vi avevan

cannoni a lor difesa. Il primo circondario di polizia, esistente sulla

piazza Mercanti, fu preso a viva forza dal popolo inferocito nella

pugna. La Direzione generale di Polizia era ben presidiata e difesa; ma

fu vinta dalle armi popolane: si cercò di Bolza e di Torresani, ma non

si scoversero allora.

Dei cannoni di Piazza Mercanti, uno era collocato al posto della Gran

Guardia, l'altro all'uscita della piazza verso i Ratti; essi non

ozieggiavano ma vomitavano continuamente enormi palle devastatrici. I

soldati di fanteria, appiattati a tre a tre nelle porte delle contrade

degli Orefici, dei Ratti e dei Fustagnari, sortivano di tanto in tanto

a far fuoco. Quelli del popolo che avevano armi da fuoco in quel luogo,

si posero a bersagliar di preferenza i cannonieri, ed anzi, preparatisi

a dar l'assalto ad un cannone, dopo avervi ucciso tre artiglieri lo

presero. Alle 12,30 ne davan quindi avviso al popolo col seguente

affisso onde rinfrancare il lor coraggio:

Storia delle cinque gloriose giornate di Milano nel 1848 · 第 18 / 50 题