li generale Rivaira disse ai signori dottori Perini e Viglezzi
ch'esso tiene la gendarmeria a disposizione del municipio e di Lei,
incaricato della polizia in conseguenza del decreto del vice-presidente
di governo. Questo è forse il migliore mezzo termine per venire a
tranquillare la città, permettendo che si uniscano ai gendarmi alcuni
cittadini per aumentare il numero della guardia, in modo che questi
cittadini sieno dai medesimi guidati. Sono persuaso che il signor
Torresani non vorrà fare opposizione a questo divisamento, che potrebbe
condurre ad una soluzione pacifica. Io non posso muovermi dal luogo ove
sono; la prego a prendere a petto la cosa; e portarsi da Torresani per
convenire su questo punto, onde non nasca un'opposizione che guasti
tutto. Il maresciallo Rivaira è disposto, eziandio mettere il corpo al
completo immediatamente, coll'aumento di 300 uomini concessi. Affido al
suo zelo questo affare importantissimo. Mi creda
Suo aff. serv. _Gabrio Casati_».
I commenti, vi aggiungeva un giornale d'allora[10], sono superflui:
_mezzo termine; tranquillizzare: speranza che Torresani non vorrà
fare opposizione: soluzione pacifica: convenire con Torresani_.--Si
mormorava: _Tiene egli dunque il piede in due stivali_? Basta; dico che
la lettera fu lacerata.
»All'una paura altra succedeva più grande e attuale. Casati si ripose
a tavolino, e torturato scrisse un nuovo biglietto con cui s'accettava
la gendarmeria. Ma l'ora era avanzata. A sedurlo--bisognò logorare
tutti i ferri del mestiere. E fu troppo tardi.--La lotta impegnata
su tutti i punti, e le comunicazioni interrotte, divenne impossibile
ogni corrispondenza, e quindi anche quella per l'accettazione della
gendarmeria. Così noi dobbiamo riconoscenza al padre della patria, al
conte Casati, d'una vittoria di più: abbiamo combattuto anche gli amici
e fratelli della gendarmeria.»
Le truppe imperiali si diressero da prima verso Porta Comasina e
verso S. Giovanni sul Muro, dove si diramarono in varii drappelli.
Non potendo prender posizioni nell'interno della città, le truppe
cercarono impadronirsi degli sbocchi principali delle corsie sino ai
ponti sul naviglio. L'artiglieria fu spinta ne' borghi di P. Orientale,
di Monforte e di porta Ticinese, nonchè pelle vie di Brera, della
Cavalchina e del Baggio, aprendosi strada colla violenza, col terrore
diffuso da crudeli atti e con numerosi arresti di cittadini che venivan
tratti in Castello, sollecitandosi il lor passo con pugni e con punture
di bajonetta.
La lotta incominciò ben presto: il cannone battette le barricate,
ed, ove le rompeva, i fanti correvano alla bajonetta contro i male
armati cittadini, li scannavano; mentre la cavalleria s'inoltrava
a calpestare sotto le zampe de' cavalli i morenti e i morti. I
cittadini non piegaron per questo: saliti alle finestre e sui tetti,
di là battevan l'inimico coi sassi, colle tegole, colle fucilate:
con grida festose rispondevano alla terribile voce del cannone; col
nome d'Italia e di Pio IX sulle labbra morivan nel combattimento,
non lagnandosi, ma animando gli altri a continuar la pugna. A tanto
eroismo la forza bruta delle armi tedesche non resisteva: ma combattuti
inesorabilmente, senza tregua, dalle barricate, per le strade, dalle
finestre, dai tetti;--incalzati ove piegavano, raddoppiando i colpi
mortali ove i soldati inoltravansi, urtati da cozzo terribile, decimati
da fucilate che non erravan nella mira, dalle tegole che rompevano
i cranii, dai sassi che ferivano ne' visi, i soldati vacillaron nel
coraggio, dubitaron dell'esito, cominciarono a provar il terrore che
la carneficina de' loro sollevava; cedettero, ritiraronsi;--in molti
luoghi fuggirono;--e nella fuga non potendo provvedere alla salvezza
dell'artiglieria, essendo subitaneamente assaltati dai cittadini chè
osservavano la confusione e lo sgomento essersi impossessato de'
soldati, restavano i cannoni agli insorgenti.
Mancata la gendarmeria al Municipio, non gli restarono de' corpi armati
che le guardie di finanza e i pompieri; questi ultimi non armati però
a' quei tempi di fucile.
Il difetto d'armi facendosi sentir troppo fortemente, non si lasciò
intentato mezzo qualsiasi onde procurarsele, non badando se fossero
da taglio o da fuoco, vecchie o nuove. Persino le private gallerie
d'armi vennero spogliate; fra le quali quella in contrada Pantano,
appartenente ad Ambrogio Uboldo; la quale costituiva il più bel
monumento del medio evo, e che veniva visitata da ogni forastiero. Ma
la patria prima di tutto e sopra tutto! e il sacrificio fu consumato.
Nè l'Uboldo, che amava come parenti quelle reliquie d'un'età remota, si
dolse del gravoso sacrifizio che la patria gli domandava, e volonteroso
cedette le armi al bisogno imperioso della sua terra ... Furon pure
spogliate le sale d'armi antiche e moderne (di molto valore) di
Pezzoli, l'armeria degli I. R. Teatri, ecc.
Difettose eran l'armi da fuoco all'uso della guerra, ma difettose ben
più eran le munizioni; in un momento però si cercò provvedervi nel modo
e colle forze che si avevano. Il chimico Calderini, in casa Borromeo,
altri in casa Calvi, in Bocchetto, fabbricavan polvere: lo speziale
Ballio, alla corsia della Palla, preparava cotone fulminante e buona
polvere. Altrove fabbricavansi palle. Il tutto distribuivasi poi ai
combattenti.
Distinzioni sociali non dividevano il popolo: il ricco fraternizzava
coll'operajo: ognuno attendeva colle provvisioni che aveva a preparar
cibi pei combattenti non solo, ma pelle famiglie loro ben anco.
Il Codice penale era scritto sui muri: MORTE AI LADRI! MORTE ALLE SPIE!
E la rivoluzione di Milano si mantenne illibata da ogni rapina, da
ogni furto: si invadevano i pubblici uffici onde prenderne possesso:
ma nulla si toccava, niuno osò mai appropriarsi il valore di un soldo.
Anzi moltissimi sono gli esempi di valori ritrovati da poveri operai e
scrupolosamente consegnati all'Autorità.
Il sentimento religioso rafforzava gli animi nello sfidar la morte,
perchè la rivoluzione era stata benedetta dal pontefice Pio IX e
dall'arcivescovo di Milano. Il clero lombardo dimostrò sentimenti
eminentemente liberali, e si prestò come ogni altro cittadino in
que' supremi bisogni della patria. Ciò valga a sbugiardare coloro
che gridan la croce contro il clero in genere, senza distinzione di
reazionarii e di veri ministri di Dio. Ci basti citare alcuni nomi
di questi per suffragare la nostra asserzione. Giovanni Besesti,
coadjutore nella parrochia di S. Calimero, animava i combattenti alla
pugna e raccoglieva i feriti nei luoghi ove più accanita disputavasi la
lotta di sangue. Giuseppe Volonteri, cappellano di S. Celso, ajutò a
scacciare i Croati dalla caserma di S. Apollinare. L'abate Malvezzi non
curò i pericoli delle fucilate nel soccorrere i feriti e nel sorvegliar
la costruzione delle barricate. Il canonico Vimercati ed i sacerdoti
Groppetti, Airoldi, Zerbi, Marcionni, Mauri, Bianchi e molti altri
condivisero col popolo la difesa delle barricate. I sacerdoti Carlo
Ferrario, Lorenzo Denna e Ambrogio Decio consacraronsi a ricoverare
le famiglie fuggenti dalle case devastate dal cannone tedesco, ed a
provvederle di pane. Il sacerdote Lattuada si consacrò alla cura de'
feriti. Nella contrada di S. Romano, allorchè gli Austriaci s'accinsero
ad atterrare le porte di casa Tinelli, un canonico di S. Babila fece
schioppettate contro i militari, uccise l'ufficiale che li comandava
e li obbligò a ritirarsi. I seminaristi risposero all'appello della
patria col trasportare in strada i loro letti, cassettoni, orinaliere
ed ogni altro mobile, costruendo fortissime barricate al largo di Porta
Orientale, e ponendovisi poscia a difenderle.
Gloriosi esempii di amore, di sacrifizii, di coraggio diedero pure le
donne.
La marchesa di Lajatico Rinuccini e la sposa di Giorgio Trivulzio con
altre signore si consacrarono in modo ammirabile a curare i feriti,
senza risparmio di sacrifizii e di disagi. In casa Borromeo molte donne
si erano dedicate a liquefar piombo ed a convertirlo in palle. Altre
donne, anche dell'aristocrazia, attendevano con amore e con entusiasmo
a preparar filacce e bende; altre, più coraggiose, correvan per le vie
devastate dalla mitraglia tedesca a portar soccorsi a' bisognosi. Anche
le suore di carità consacravano il tempo che sopravvanzava alla cura
de' feriti nello fonder palle. Due popolane si distinsero molto. Luigia
Battistotti, nativa di Stradella, d'anni 24, ed abitante in Milano
alla Vettabia, fu la prima a costrurre barricata nel suo quartiere:
strappata ad un soldato la pistola che impugnava, intimò ad altri
cinque d'arrendersi e li fece prigionieri: deposta quindi la gonna,
e indossati abiti della compagnia dei fucilieri volontarii sotto il
comando di Bolognini, impugnò il fucile e furiosamente combattette, e
sempre apparve nelle prime file ove maggiore si presentava il pericolo;
e per cinque giorni non abbandonò le armi, nè la pugna.--Giuseppina
Lazzaroni, giovanetta delicata, si sottrasse ai parenti mentre più
ardeva la pugna, impugnò un fucile e, accompagnata dal fratello Giovan
Battista, portossi a Porta Comasina, ove il nemico, numeroso e ben
provveduto di artiglieria, manteneva ardente fuoco di fucileria e
dei grossi pezzi; là ella affrontò le palle e la mitraglia nemica ed
operò prodigiosi fatti di valore. Anche fuor di Milano si dimostrarono
amazzoni valorose, fiere spartane; in Acquate Angela Martelli volò al
soccorso di Milano con altre quindici donne.
Le barricate improvvisate nel dì precedente, aumentarono
considerevolmente nel 19 di marzo e si rafforzarono. Ogni cosa servì
alla loro costruzione: carri, carrozze private e di corte, diligenze,
letti, casse, panche da chiesa, tavole, sedie, pagliaricci. A Porta
Tosa si fecero delle barricate mobili con immensi rotoli di fascine,
il cui disegno si dovette a Carnevali Antonio, già professore di
matematica e strategia alla scuola militare di Pavia sotto il
primo regno italiano, e ch'era stato in que' giorni di rivoluzione
nominato alla direzione delle fortificazioni campali: queste barricate
cilindriche avevano due grandi vantaggi; per la loro forma eran mobili,
potendosi far rotolare in avanti e in dietro; per la connessura di
infinite minime parti assumevano una tale elasticità da togliere ogni
forza alle palle non solo di fucileria, ma ben anche di cannone:
l'incarico di ridurre in esecuzione queste barricate mobili suggerite
dal Carnevali, fu affidato al pittore Gaetano Borgocarati. Tra coloro
che più meritarono dal paese per l'opera prestata nelle costruzioni
delle barricate, non possiam passar sotto silenzio i seguenti: il
piemontese Valenzasca, il pittore Bareggi, l'ingegnere Tarantola, il
geometra Lilliè, i fratelli Carentico, i seminaristi Giulio Rimoldi,
Rosa Verza, Candiani Luigi, Alessandro Ponzoni, e Valentini Gottardo.
In quel giorno cinquecento cittadini milanesi di vita intemerata e
d'alti natali, oltre a molti di provincia, vennero arrestati.
Le disposizioni d'offesa da parte dei Tedeschi erano terribili e
disposte per tutta la città: le riassumeremo in breve. Fuor di Porta
Romana eranvi due cannoni mascherati onde mitragliare l'inerme
popolazione che si radunasse sul corso omonimo, e che a' que' giorni
era stato ribattezzato per corso Pio, a memoria di Pio IX.--Il palazzo
reale e quello di Piazza Mercanti erano ben presidiati, e vi avevan
cannoni a lor difesa. Il primo circondario di polizia, esistente sulla
piazza Mercanti, fu preso a viva forza dal popolo inferocito nella
pugna. La Direzione generale di Polizia era ben presidiata e difesa; ma
fu vinta dalle armi popolane: si cercò di Bolza e di Torresani, ma non
si scoversero allora.
Dei cannoni di Piazza Mercanti, uno era collocato al posto della Gran
Guardia, l'altro all'uscita della piazza verso i Ratti; essi non
ozieggiavano ma vomitavano continuamente enormi palle devastatrici. I
soldati di fanteria, appiattati a tre a tre nelle porte delle contrade
degli Orefici, dei Ratti e dei Fustagnari, sortivano di tanto in tanto
a far fuoco. Quelli del popolo che avevano armi da fuoco in quel luogo,
si posero a bersagliar di preferenza i cannonieri, ed anzi, preparatisi
a dar l'assalto ad un cannone, dopo avervi ucciso tre artiglieri lo
presero. Alle 12,30 ne davan quindi avviso al popolo col seguente
affisso onde rinfrancare il lor coraggio: