_Nella caserma di S. Simpliciano._
2 comp. regg. Kaiser a 190 uomini 380
2 squadroni di cavalleria 150 " 300
La riserva del treno 120
_Collegio di S. Luca._
Compagnia dei cadetti 150
Gendarmeria (alle Grazie) 250
Guardia di polizia (a S. Bernardino) 800
------
Totale uomini 13,790
In questo stato di forze non si trovano comprese le armi morte, cioè
quelle non combattenti (chiamate dei Tedeschi planisti), le quali
sommavano a un migliaio. Nei giorni successivi però al 18 marzo,
avendo Radetzky chiamato a Milano altri corpi, l'ammontare della forza
militare tedesca aumentò sino a ventimila.
Tutte queste truppe però trovavansi nel 18 e 19 marzo disseminati
in 52 posti, i quali erano: la gran Guardia in angolo alla piazza
Mercanti, ove erano 2 cannoni;--le undici porte della città;--il
Castello;--le altre undici caserme;--l'Arena;--il General Comando;--il
Genio;--la Cancelleria militare in casa Cagnola;--la casa Arconati in
via di Brisa (alloggio di Radetzky);--i forni militari;--l'Ospitale
militare a S. Ambrogio; i granai militari a Porta Tosa;--le case sul
vicino baluardo presso la Polveriera;--il baluardo del monte Tabor a
Porta Romana;--il magazzino a S. Apollinare;--la Polizia generale e
gli altri suoi uffici di Piazza Mercanti, Andegari, S. Simone e S.
Antonio;--la Casa di correzione;--il Tribunal criminale;--il Tribunal
civile;--il Duomo;--l'Arcivescovado;--la Corte, provveduta anche di
artiglieria;--il Broletto in cui eranvi pure cannoni;--il Demanio; il
Palazzo del Tesoro (Marino);--la regia Villa al giardino pubblico;--il
palazzo di governo;--la Zecca.
La giornata del 18 marzo era piovosa:--sembrava che la natura,
prevedendo le crudeltà che avrebbe commesse una soldatesca straniera,
avversa agli Italiani per la ragion stessa ch'era straniera,
indispettita e resa feroce per l'odio che conosceva esser nutrito
contro di essa non per le nazioni a cui appartenevano i diversi
militari, ma per l'uso a cui eran diretti, cioè a servir di strumento
alla tirannide ultramontana,--sembrava che la natura s'attristisse
nella previsione delle crudeli lotte che si preparavano pei Milanesi, e
pel sangue che si sarebbe versato.--Era giornata piovosa, melanconica,
triste come il cielo sotto cui eran nati que' soldati:--ma in mezzo
alla tristezza della giornata splendeva il raggio dell'entusiasmo
popolare, e i cittadini ricordando i crudeli destini a cui avea
anticamente ridotta la città un tedesco imperatore, dal color della
barba chiamato _Barbarossa_, rammentaronsi ben anco Legnano e la
vittoria ottenuta sull'alemanno oppressore,--e giurarono vincere o
morire, rammemorando l'ingiunzione delle madri spartane ai lor figli
in partenza per la guerra, allorchè, additando lo scudo di cui eran
muniti: _Ritornerai_, dicevano, _o con questo o su questo_: ossia o
vittorioso o morto.
Nell'interno intanto della città gli avvenimenti prendevano una
piega di una gravita straordinaria. Ad un'ora circa pomeridiana,
narra una storia contemporanea[5], comparvero dieci gendarmi di
cavalleria, comandati dal Commesso di polizia Zamara. Entrarono dalla
Piazza Mercanti e si presentarono di fianco alla piazza del Duomo. Il
cavallo del commesso cadde, ed allora un uomo del popolo arditamente
s'interpose fra la squadra ed il suo comandante, togliendo di mano ad
un gendarme la carabina; indi, rifugiandosi dietro una bara caricata di
vino, con cui si fece barriera, scaricò il fucile, spargendo il terrore
e la confusione nei militari, i quali chiesero soccorso ad un corpo di
ussari alla Piazza Mercanti. Quel momento fu il segnale della lotta,
poichè lasciò campo al distaccamento dei granatieri di guardia alla
corte di fare una sortita.
A questo cenno storico però della storia suaccennata, noi dobbiamo
per omaggio alla verità aggiungere che il signor Antonio Zamara in
un suo opuscolo intitolato: _Giustificazione del cittadino Antonio
Zamara sul di lui operato nelle cinque giornate_, ecc. (pubblicato
dalla Tipografia Valentini e C.) volle negare il fatto d'esser stato
lui quello che capeggiava quella pattuglia, cercò giustificare il
proprio servizio nella polizia, asserendo ch'egli era stato soltanto
incaricato per la direzione del corso delle carrozze ed al teatro
della Scala sul palco scenico, e finalmente ritenne giustificare
il suo passato col far professione di fede liberale. Sebbene possa
essere avvenuto benissimo un errore di persona in quello che dirigeva
la pattuglia di cavalleria, dobbiamo però notare sulle altre
giustificazioni che un impiegato di polizia che immediatamente dopo
il trionfo di una rivoluzione soglia proclamare di esser sempre stato
di sentimenti liberali, egli è lo stesso che rendere molto sospetto
quell'uomo, a meno che fosse un praticante soltanto; giacchè l'Austria
allorchè poneva a soldo un impiegato politico, voleva esser ben
garantita che avrebbe potuto far calcolo del suo zelo e della sua
fedeltà. Ma di questi casi di bugiarde professioni ne abbiam vedute
molte; avendo persino veduti commissarii superiori di polizia far
da liberale appena partito il governo austriaco. A questi impostori
diremo di gettar la maschera con cui hanno illuso il popolo e colla
quale se ne sono approfittati per sedere a posti elevati negli ufficii
costituitisi subito dopo la rivoluzione nel 1848, come dopo la
partenza dei Tedeschi nel 1859: gettino la maschera giacchè l'Austria
non promoveva al grado di commissario superiore uomini de' quali non
avesse avute guarentigie sulla loro sincera adesione al dispotismo.
In nuovo governo potevano servire gli antichi impiegati: sta bene!
sarebbesi con ciò compiuta un'opera di conciliazione, avrebbe il nuovo
governo usufruttato delle cognizioni che da una lunga pratica d'ufficio
acquistatasi, avrebbe mostrato doversi ammettere la riabilitazione
dell'uomo: ma io sprezzo coloro che dopo aver servito fedelmente
l'Austria, fecero il cerretano col proclamare di averla tradita: questi
son quelli capaci di disertare bandiere ad ogni volger di casi. La
giustificazione quindi anche del Zamara non può essere rifiutata in
tutto, ma accolta soltanto col beneficio dell'inventario.
Procedendo quindi nella narrazione dei fatti avvenuti nel 18 di marzo,
diremo che, dopo il fatto da noi narrato, circa ad un'ora e tre quarti
nella contrada di Pescheria Vecchia (ora più non esistente, e la
quale era situata nell'area attuale di Piazza del Duomo che da Piazza
Mercanti procede verso la galleria Vittorio Emanuele), comparvero nove
ussari a cavallo, i quali uscivano dalla porta di Piazza Mercanti, che
ora più non esiste, e roteando le sciabole intorno quasi a sfida ai
cittadini, procedevano baldanzosi.
Quel guanto insultante di sfida fu raccolto dal popolo; imperocchè
alcune persone civili e pochi facchini, che videro l'atto provocante,
corsero furibondi contro il picchetto, gridando, imprecando e
lanciando pietre. Il caporale, a briglia sciolta, cominciò a scorazzare
per la via e, roteando la spada, ferì in una spalla un cittadino.
Gli altri soldati, come se non avessero inteso il comando, a lento
trotto seguirono il caporale sino a Campo Santo, che allor chiamavasi
la strada esistente dietro al Duomo, oggidì chiamata pur essa Piazza
del Duomo; colà giunti, nè colla lor baldanza scoraggiando punto i
cittadini, due dei soldati furon rovesciati di sella ed uccisi da due
colpi di fucile, usciti dalle circostanti finestre, e cinque altri
ussari rimasero feriti, e i loro cavalli pure; ma malconci e coi
cavalli zoppicanti potettero ritirarsi.
La lotta era quindi impegnata seriamente, ed era quistion di vita al
governo il tentativo d'ogni sforzo delle armi per reprimere quei moti;
com'era quistion di vita pel popolo il sostenere arditamente la lotta,
poichè ben conosceva dover cercarsi salute nella vittoria, chè nella
sconfitta avrebbe trovato morte sul patibolo chi non l'aveva trovata
nel combattimento.
Gli ussari avevano rapportato l'avvenuto, e nuovi drappelli di soldati
furon spediti per le strade. Mezz'ora circa dopo la ritirata degli
ussari, sopravvennero nella stessa via, uscenti pure dalla Piazza
Mercanti, dodici gendarmi a cavallo, i quali furon da prima accolti
dai cittadini con un nembo di pietre lanciate contro di loro; ma
poscia un prete da un balcone cominciò a gridare ai cittadini mentre
batteva le mani: _No! No! essi sono Italiani. Evviva la gendarmeria
italiana!_ A quel grido cessò immediatamente la pioggia di sassi,
ed un gendarme in atto di riconoscenza fece colla spada un segno di
gratitudine al sacerdote. E il popolo rispettandoli perchè italiani, li
lasciò passare incolumi; ed essi senza provocazione alcuna procedettero
oltre e ritiraronsi nella corte reale. Ciò prova quanta generosità
s'annidasse ne' petti milanesi in momenti che l'odio per lo straniero
e la concitazione della pugna lo avevano esaltato nelle sue idee, ne'
suoi affetti, ne' suoi eroici propositi.
In Cordusio si usò un particolare stratagemma. I cittadini deliberarono
di rimanersene più ch'era possibile celati, di lasciar entrare nella
piazza le pattuglie, ma, appena giuntevi, il popolo unanime li
asserragliava con una ben nutrita scarica di sassi da ogni finestra,
ed una compagnia di dieci cittadini armati di pistole dirigeva
incessantemente fuoco sulla truppa.
Circa le due ore e mezza, un drappello di truppa, guidato da un
capitano dei granatieri, portatosi verso Campo Santo, trovò impossibile
procedere oltre, giacchè dai tetti lanciavansi tegole e dalle finestre
sassi in quantità sulla sottoposta strada; dimodochè il drappello
dovette indietreggiare sino agli scalini del Duomo, ove giunto si pose
a far scariche verso il corso e verso i tetti presidiati dai cittadini
armati di tegole. In quel punto il signor Francesco Maglia, dalla
propria casa in contrada dei Borsinari (or più non esistente, e che
era propriamente un piccolo tratto di via tra la Pescheria Vecchia e
la porta di entrata nella piazza Mercanti; porta or pure demolita),
e propriamente dalla casa che allora portava il N. 1029, munito di
un fucile a due colpi, caricato di quadrettoni, fece una scarica sul
capitano, il quale, colto nel petto, premette colla mano la ferita e
ordinò immediatamente la ritirata.
Dalle parte dell'arcivescovado si erano presentati poi i cacciatori
tirolesi, e col mezzo dei loro zappatori sfondarono a colpi di scure il
portello del palazzo arcivescovile nel cortile dei Monsignori. Quindi
a colpi di scure atterrata la porta che dal cortile mette alla via
sotterranea conducente in Duomo, e di porta in porta tutte sforzandole,
potettero penetrare nel Duomo stesso, e di là con facilità salire sullo
spianato superiore, da cui apersero un fuoco ben nutrito sopra i tetti
onde scacciarne i cittadini che vi si erano posti per offendere colle
tegole le truppe pattuglianti nelle sottoposte strade; da quelle alture
mantennero anche vivo il fuoco in direzione della Piazza del Duomo,
del Corso e della via che dal palazzo di corte conduce a Piazza Fontana.
Dopo il ritorno dall'irruzione al governo di quell'immensa moltitudine,
come abbiam già narrato, parte di essa erasi portata di nuovo al
palazzo municipale, ed altra parte, guidata dai lampionai della città
in uniforme, andava dagli armajuoli a sequestrar le armi onde armarsi.
Infatti verso le tre ore buon numero di cittadini portossi alla rinfusa
dall'armajuolo Sassi in contrada di S. Maria Segreta, chiedendo
invanamente armi, allorchè un caso fortuito li obbligò a desistere.
Ciò avvenne in causa dell'uscita dal Castello a quella stessa ora di
tutti i granatieri che vi si trovavano, aventi un generale alla testa;
questa truppa, diretta nell'interno della città, si incamminò per
la contrada di san Vicenzino, avente lo sbocco in piazza Castello;
colà, trovandosi ad un balcone molti signori e parecchie signore,
sbigottiti alla vista di quella truppa e temendo che essa vi si
portasse per intraprendere atti di violenza in causa della lotta che
si era impegnata altrove nella città, quella comitiva signorile fece
atto di rientrare spaventata: ma il generale a cavallo ne li dissuase
coi gesti, quindi colle parole, facendo lor coraggio ed assicurando
che non aveva alcuna cattiva missione da compiere a lor riguardo.
Ciò attestiamo in omaggio della verità, onde dimostrare che non ci
suggeriamo alla passione nello stendere queste pagine, ben riconoscendo
che nell'ufficialità austriaca eranvi pure ottimi elementi, e che
quando trascesero ad atti brutali, in maggior parte devesi far risalire
ogni responsabilità al governo di Vienna che aveva aperto un abisso
di odii fra esso e gl'Italiani; odii che si esplicavano poi contro
l'esercito ch'era ritenuto strumento del despotismo, senza considerare
che l'esercito in mano de' tiranni viene esso pure retto da tale
tirannica disciplina da renderlo macchina e nulla più, e non corpo
morale intelligente e volente. La truppa però che da S. Vicenzino erasi
condotta pella contrada de' Maravigli, e quindi per quella di S. Maria
Segreta, sconcertò i disegni de' popolani ch'eransi colà concentrati
onde forzare l'armajuolo Sassi ad armarli. Alla vista della truppa
la folla che ritrovavasi aggruppata e minacciosa avanti la bottega
d'armi, sorpresa dalla subitanea apparizione si abbandonò alla fuga,
non potendo del resto concepir proposito di opposizione dal momento che
ritrovavasi completamente inerme.
Rimase così libero il passo alla truppa; ma ben altri avean divisato di
disputarle il passaggio, e il conduttore dell'albergo di S. Carlino ne
doveva esserne capo.
Era questi un tal Beretta Costantino il quale accortosi dell'agitazione
ch'erasi diffusa per tutta la città, aveva sin dal mattino tenuta la
casa semichiusa; aveva fatta forte provvisione di mattoni, di sassi
e di quant'altro valesse a recar offesa, ponendosi co' suoi all'erta
di quanto potesse succedere. Allorchè poi la truppa era entrata in
quella contrada ed aveva veduta la fuga dell'assembrato popolo avanti
la bottega del Sassi, essa si era convinta di potere invadere la città
senza il menomo ostacolo e potersi recare ad occupar le posizioni
interne più opportune. Ma allorchè l'albergatore vide spuntar la
truppa in contrada, mandò tre suoi inservienti sul tetto, e altri otto
collocò alle finestre; la moglie stessa del Beretta non volle esser di
meno del marito in coraggio e s'adoperò attivamente al successo della
lotta. Giunta la truppa in prossimità dell'albergo, il Beretta diede
l'ordine a' suoi d'incominciar l'offesa. Spaventoso fu lo spettacolo di
quella contrada! una grandine continua di tegole, di mattoni, di sassi
cadeva addosso ai soldati; e tale fu il fiero ed accanito tempestar di
dure materie dall'alto, che il generale fece ritrarre alquanto i suoi
soldati ed ordinò che aprissero il fuoco contro i rivoltosi.
Terribile fu la lotta:--le scariche dei fucili s'alternavano
rapidamente al grandinar delle tegole:--la polvere prodotta dalle
materie gettate dall'alto, il fumo che s'elevava dalla strada per
l'esplosione dell'armi da fuoco; il rombo delle materie cadenti, e il
fischio delle palle che s'incrociavano nel fulminar la casa, le grida
furiose dell'una e dell'altra parte, produceva un concento diabolico,
e presentava un quadro spaventoso, cui è sol capace di ridurre in
atto l'odio feroce degli uomini che si scannano o si schiacciano
vicendevolmente e senza pietà:--e che si scannano spesso perchè,
ragionevoli come pretendon essere, più irragionevoli si dimostran
de' bruti col trucidarsi a vicenda con furore insano e per causa il
più spesso che non li riguarda davvicino; qual era in fatta la lotta
impegnatasi tra Milanesi e soldati, nella quale le parti più non si
capivano, non comprendendo alcuno che, pugnandosi per la libertà e la
indipendenza da forastiero governo, i soldati inferocivano per causa
non propria nella lotta, anzi in causa di chi li teneva aggiogati sotto
ferrea disciplina;--e i cittadini da lor parte non comprendevano nel
furor della lotta che que' soldati ch'erano contro a loro non eran
altro che giovani strappati colla violenza dal seno di lor famiglie per
tramutarli col più fiero dispotismo d'inumana disciplina in altrettanti
strumenti de' capricci di un uomo.
E la lotta fu accanita da entrambi le parti, e durò molto. Il generale
stesso fu colpito da un vaso di terra sulla testa, e fu così malconcio
dalla ferita da dover esser trasportato da quattro soldati in Piazza
Mercanti.
De' militari non si conobbero i dettagli sulle perdite e sui danni,
poichè si ebbe cura di trasportare i feriti in Castello.
Il vicinato, atterrito da quella lotta, molto si lagnò coll'albergatore
pell'imprudente attacco che poneva in pericolo tutti gl'inquilini
delle circostanti case; ma la lotta terminata poco prima delle quattro
ore colla vittoria cittadina rianimò anche i pusillanimi, rinfrancò
i dubbiosi, assicurò i protestanti contro il Beretta. La folla che
aveva tentato di impossessarsi delle armi dell'armajuolo Sassi, e che
si era ritratta all'apparir della truppa, essa fuggente riacquistò
animo e ritornò all'impresa contro la bottega del Sassi; questa volta
con miglior fortuna; poichè, riuscita ad atterrarne la porta, essa vi
penetrò, requisì tutte le armi e le distribuì secondo il bisogno.
Dalla parte del Genio militare, ch'era situato nella via del Monte
di Pietà, e propriamente ove ora sorge il palazzo della Cassa di
risparmio, due compagnie di linea avevano fatta una sortita ed eransi
dirette pella contrada del Monte Napoleone. La via era deserta, cupa,
chiuse le botteghe e le griglie; allorchè, giunta quasi alla casa
Melzi, un colpo di fucile partito da una finestra stese cadavere un
soldato e un altro lo ferì. Il mistero che circondava le fucilate
del popolo, non vedendosi da dove partissero, intimorì la truppa,
paventando di cadere in qualche agguato se procedeva; talchè risolvette
di retrocedere, come retrocedette infatti, seco trasportando il soldato
ferito.
Alla ritirata della truppa temendo i cittadini non ritornasse essa alla
riscossa con rinforzi, barricarono la via con quanto fu a lor dato.
Dalla chiesa di S. Francesco da Paola levarono tutti gli attrezzi e le
canne dell'organo che era in costruzione, adoperandoli per barricare
il corso di Porta Nuova, appoggiando la barricata alla casa Merini.
Lo sbocco del Monte Napoleone venne chiuso con un carro da botti e
col carretto del vicino lattivendolo. Per assicurare que' paraggi,
barricaron pure gli sbocchi della Croce Rossa e della corsia del
Giardino. Dalla parte poi della contrada dell'Annunciata costrussero
barriera colle tavole e colle travi che servivano alla fabbrica della
casa D'Adda. Finalmente asserragliarono i portoni di Porta Nuova con
una carrozza capovolta.
Verso le quattro ore uscì dalla Direzione di Polizia una pattuglia
di 20 ussari a cavallo; ma un drappello di operai-tipografi, diretto
da Luigi Camnasio, che sino dalla mattina era stato incaricato di
sorvegliare la Direzione di polizia, salito sul tetto della casa
esistente di contro a quella, perseguitò la pattuglia di cavalleria
con sassi e con tegole che dall'alto lanciava nella sottoposta via.
Due ussari essendo stati feriti, gli altri soldati scaricarono le armi
da fuoco contro le finestre, e quindi spronarono i cavalli verso il
teatro della Scala. In capo però alla contrada di S. Margherita, dal
lato della piazza del teatro, trovarono chiusa la via dalla catena
che a' quei tempi usavasi porre attraverso di sera onde impedire il
passaggio delle carrozze per quel punto, e che in quel giorno era stata
stesa dai cittadini onde servir di barriera contro la cavalleria. Tentò
la pattuglia di superar l'ostacolo, ma altri cittadini, appostati
nell'atrio del teatro, la bersagliarono coi fucili da caccia; talchè la
pattuglia dovette retrocedere in disordine onde ripararsi nel locale
della Direzione di polizia. Ma giunta ivi, trovovvi chiusa la porta; e,
mentre dal tetto della casa prospiciente lanciavansi tegole, gli ussari
inferociti dal pericolo si posero a percuoter la porta colle sciabole
e ad urtarla con forza coi cavalli che vi spingevano indietreggiando.
Gli sforzi, commisti alle bestemmie, non valsero a sfondare nè a farsi
aprir la porta; anzi una scarica di fucili fatta dal locale di polizia
rovesciò di sella un ussaro. Era una scarica fatta dai poliziotti che,
temendo per sè nello aprire, vollero allontanare i proprii fratelli
d'armi col ferirli. Ma gli ussari, circondati dai projettili lanciati
d'ogni parte, raddoppiarono gli sforzi, sinchè riuscirono a sfondar
finalmente la porta della polizia e ricovrarvisi.
Dal locale di polizia si aperse fuoco allora in ogni direzione: i
soldati accortisi che una mano di cittadini stava dai tetti gettando
sassi e tegole, salirono pur essi sui tetti del locale di polizia e
diressero il fuoco a quei punti culminanti. Bersagliati dalle fucilate,
dovettero i popolani ritirarsi da' quei tetti e scendere a combatter
per le strade.
Nello stesso giorno e alla medesima ora veniva affisso ai muri della
città e diffuso anche a mano il seguente bando:
«POPOLO DI MILANO!
«L'Europa ha gli occhi su di noi per decidere se il lungo nostro
silenzio venisse da magnanima prudenza o da paura. Le provincie
aspettano da noi la parola d'ordine. Il destino d'Italia è nelle nostre
mani; un giorno può decidere la sorte di un secolo.
«ORDINE! CONCORDIA! CORAGGIO!»
Al dopo pranzo alcuni giovani avevano tentato di costruire barricate
a Porta Ticinese; ma il loro eccitamento non era stato secondato,
perchè, rotte com'erano le communicazioni coll'interno della città,
nessuno voleva credere alla notizia dello scoppio della rivoluzione
nelle altre parti di Milano. Le svariate, esagerate, contradditorie
notizie che i novellieri cialtroni usano nei momenti di lotte cittadine
inventare od esagerare per farsi credere conoscitori degli avvenimenti,
avevano infiltrata quella diffidenza che scoraggia e paralizza i forti
propositi.
La Congregazione municipale continuava intanto le sue sedute in
Broletto, ove accorrevano in folla i cittadini ad inscriversi nella
Guardia civica. Presiedeva a quest'operazione il generale Teodoro
Lecchi e l'impiegato municipale Luigi Manzoni. Le inscrizioni
procedevano più regolarmente ch'era possibile, ma al momento della
distribuzione delle armi si diffuse la notizia che esse mancavano
perchè Torresani non aveva voluto ottemperare agli ordini di O'Donell,
ritenendo invalida ogni determinazione da lui emessa sotto la coazione
della prigionia. E invero Torresani rifiutò recisamente la consegna
dei fucili delle guardie di polizia. Non restavan quindi per armare il
popolo che le poche armi prese nelle officine di Sassi e di Calabresi,
state poi pagate dal Municipio, ma che non bastavan del certo alle
esigenze del bisogno. Essendo stato nominato Bellati a reggere la nuova
polizia, in seguito al decreto di O'Donell, col quale scioglieva la
polizia antica, ogni trattativa non approdò a qualsiasi favorevole
risultato.
Radetzky pure aveva dichiarato di ritenere come nullo ogni ordine di
O'Donell, valutandolo come estorto dalla pressione esercitata nella sua
cattività per parte dei rivoluzionarii. Anzi il maresciallo, convenendo
pienamente nell'operato di Torresani, invece di armi spedì armati.
Un forte drappello di granatieri fu da lui mandato al Broletto, ove
giuntovi, entrò dalla parte di S. Nazaro Pietrasanta (ora via Giulini),
irruppe per le scale che conducevano agli ufficii della Delegazione,
arrestò quanti incontrò e fece per tradurli seco in Castello. Se non
che i granatieri trovarono opposizione in una mano di giovani armati
di fucili e di qualche vecchia alabarda. Scesi in corte i soldati, si
trovarono da un drappello di altri popolani minacciati alle spalle;
talchè, senza poter condurre gente arrestata con sè, studiaron modo di
ordinatamente ritirarsi.
Appena partiti, il popolo conobbe il pericolo di venir di nuovo invaso
quel luogo e ne chiuse le porte, lasciando aperto il solo sportello
dalla parte di S. Nazaro.
Infatti Radetzky, indignato dalla forzata ritirata de' granatieri,
pensò al modo di riprender più tardi quel luogo stesso.
Passando ad altro punto della città, abbiam veduto che O'Donell era
stato condotto in ostaggio in casa Vidiserti al Monte Napoleone, dove
pose sede il quartier generale dell'insurrezione. Si potrà censurare
la disposizione delle due sedi, municipale e quartier generale
rivoluzionario, così distanti l'una dall'altra: ciò non può essere
obbietto di censura quando si conosca la ragione che obbligò a trovarsi
così distanti quei due ufficii dirigenti della rivoluzione. Abbiamo noi
ommesso di dire che allorquando il conte O'Donell veniva scortato come
ostaggio in potere del popolo insorto, egli veniva diretto al palazzo
municipale; ma, giunta la comitiva nella via del Monte, si scontrò con
un centinajo di soldati che fece una scarica contro di essa. Il podestà
col prigioniero rifugiossi allora nella casa Vidiserti, e fu per
questo fortuito caso che l'autorità municipale, ricapito dei cittadini
e quartier generale dei combattenti, si trovò in luogo così remoto
dalla sua sede. Ed è per questo che Radetzky, ignorando tal fatto, e
ritenendo O'Donell prigioniero in Broletto, diede tanta importanza
all'occupazione militare del Broletto.
Terribile era intanto l'aspetto di Milano!... Barrate le strade,
scoverti i tetti, un grandinar continuo di tegole dall'alto, uno
scagliarsi violento di sassi dalle finestre, il sibilo delle palle
della moschetteria, il rombo del cannone, le grida di gioja furente
del popolo insorgente, gli urli e le bestemmie di una soldatesca
inferocita nella lotta, un cupo cielo coperto di nubi, e che di quando
in quando mandava acqua,--tutto ciò rendeva terribile l'aspetto della
città ... Ma ciò che infondeva un cupo sentimento di malinconia era il
monotono squillo delle trombe del popolo che cupamente echeggiava per
l'aere già cupo:--erano desse le campane suonate a stormo! Era il suono
terribile a' despoti, e che fece lor sempre rintronare all'orecchio
che anche il popolo ha la sua forza; anch'esso i suoi colpi di Stato:
talchè quando Carlo VIII, re di Francia, usufruttando delle italiane
debolezze scese per l'Alpi e passò a Firenze, dove accolto come amico
nel 1494 volle di poi dettar patti da conquistatore, Pier Capponi
mentre il segretario del re leggeva il tenor degli oltraggiosi patti
dell'assemblea dei cittadini stupiti ed angosciati, Pier Capponi sorse,
strappò di mano al segretario la carta, la fece in pezzi, sclamando
al re con fiero accento: _Ebbene! voi suonate le vostre trombe e
noi suoneremo le nostre campane;_--e bastò la tremenda minaccia per
fiaccare l'orgoglio del re e fargli mutare i patti.
E a Milano la voce di un popolo irato si fece udire negli squilli a
stormo di sue campane: un popolano era salito sul campanile di S.
Pietro Celestino, aveva afferrato il battaglio della maggior campana,
e cominciò a martellare. Risposero tosto allo stormo la chiesa di S.
Carlo e quella di S. Babila; e quindi, a brevi intervalli, quelle degli
sgombri quartieri. E questo suono che sempre più si propagò e non cessò
che col cessare delle offese nemiche, mentr'esso infondeva terrore nel
nemico, nello stesso tempo incorava gl'insorgenti, dando certezza ai
lontani che quella chiesa, quel rione erano sgombri.
Sull'Angelo di S. Paolo quindici giovani armati di fucili da caccia
guardavano quel punto e fecero retrocedere le truppe accorrenti per
impadronirsi della corsia, e ricacciarono la guardia che si trovava al
tribunale criminale, la quale aveva pur tentato di farsi strada pella
corsia. Vittima in quell'eroica difesa fu Tomaso Barzanò, giovane di 23
anni, ricco, patentato ragioniere da poco tempo, da una palla tedesca
fatto cadavere al posto ove il bisogno della patria lo aveva collocato.
Un amico di Barzanò gli tenne compagnia in altra vita. Fu questi
Ferranti Cadolini, ventenne appena, studente universitario, orfano di
padre e conforto alla vedova madre, che armata la mano di carabina,
ove fuvvi pericolo accorse, timor non conoscendo si battette da forte,
finchè, collocato a difesa dello sbocco della contrada di S. Raffaele,
fu da uno de' Tirolesi, appiattato fra le aguglie del Duomo, ucciso con
una fucilata in una gamba.
Intanto scorrevano le ore pomeridiane fra eroici fatti di gente quasi
inerme che si scontrava contro agguerrite schiere: e mentre
_Lo giorno se n'andava e l'aer bruno
Toglieva gli animai che sono in terra
Dalle fatiche loro[6]...._
non ristavano i prodi dalle incominciate imprese e non si curavan di
riposo; ma d'altra parte le truppe inferocite dalla resistenza e dai
disagi, e dall'odio che lo straniero idioma sollevava, non ozieggiavano
in brutali atti. Anzi narran le storie contemporanee che sul far della
sera una pattuglia di croati scortando prigioniero in castello un
giovane milanese, perchè questi protestava di innocenza e s'opponeva
conseguentemente alla traduzione e resisteva co' pugni, i soldati
lo strangolarono e l'appiccarono ad una lampada. Nè i superiori,
conosciuto il fatto, lo riprovarono, ma risero sanguinosamente
all'inumano dramma ed eccitaron le truppe a riprodurlo in altri.
Aggiungon poi quelle storie che otto detenuti politici che si trovavano
degenti nella Rocchetta del castello vennero fucilati per ordine del
supremo comandante, e che alcuni cadaveri di quegl'infelici vennero
barbaramente gittati nella fossa che trovasi nella terza corte del
castello.
Parziali scaramuccie eransi verificate nel vespero di quel giorno;
le più sostenute da parte del popolo colle sole armi dei sassi o con
qualche fucile da caccia.
Nei _Martiri della rivoluzione lombarda_[7] rileviamo che una forte
compagnia del reggimento fanti Baumgartten, venendo dal ponte di Porta
Romana, fu di contro alla chiesa di S. Nazzaro accolta con una tempesta
di sassi. I soldati vi risposero colle schioppettate; ed il popolo
centuplicò la sua mitraglia. L'ira traboccava da ogni animo, ed ogni
soldato che cadeva era accompagnato dal grido di: _Viva l'Italia_, e
da un batter di mani. Gioia invero feroce quella di gioire sulla morte
di un uomo, a qualunque nazione appartenga od a qualunque opinione,
ma è un necessario effetto di quella terribile concitazione che vien
generata in una lotta di sangue. La lotta non fu allora tanto breve:
perduti un ufficiale e quattro soldati, il capitano riordinò la
compagnia e le comandò di avanzare verso la contrada Larga. Giunta la
compagnia nella contrada Velasca, dopo aver lasciati due altri soldati
morti all'angolo del teatro Lentasio, essa dovette soggiacere a nuove
perdite; imperocchè dalla casa Borgazzi all'angolo di Poslaghetto
i fratelli Longhi, con tutti gli amici che si trovavano in casa,
apersero un vivo fuoco co' loro fucili da caccia contro la truppa, la
quale tenne fermo per quasi mezz'ora, rispondendo alle fucilate con
ben nutrite scariche di fila; finchè, decimata, sgominata, si aperse
un varco per la contrada di Pantano, ad ogni rumore sostando incerta
e paurosa, giungendo finalmente senza molestia sulla piazza di S.
Ulderico. Quivi una barricata interruppe il suo cammino: barricata
assai estesa, che dall'angolo della via degli Osti si appoggiava
all'altro lato della piazza. Un colpo di fucile scaricato dalla casa
Biumi da un certo Cesana, praticante in legge, e un vaso di fiori
lanciato in pari tempo dalla casa di contro, ferirono due soldati,
uno de' quali mortalmente, e furono il segnale di un nuovo attacco.
Ma non rispose troppo energicamente la truppa, la quale consacrò ogni
studio ad aprirsi un varco attraverso la barriera, e con soverchia pena
potette ripararsi sotto il _Cascinotto_, or più non esistente, formato
allora da un'ampia tettoja, d'onde poi si partirono. E molestati ad
ogni passo, decimati, di numero, stremati di forze, scoraggiati da
quella lotta misteriosa e di nuovo genere, raggiunsero il palazzo di
Corte e vi si ripararono.
Partiti appena i soldati dal _cascinotto_, irruppero dalle case molti
ardimentosi cittadini, corsero a quel punto, e con attività prodigiosa
si posero ad abbattere quella tettoja onde non avesse più a servir di
riparo a nuove truppe sopravvenienti.
In contrada del Bocchetto pur si combattette: fu lotta di un'ora, ma
lotta di leoni: de' soldati molti furon feriti e quattro morti: de'
Milanesi si lamentò la perdita di Giovanni Tazzini, giovane di 23 anni
circa, bene educato, impiegato nella cavallerizza vicereale. Spazzata
la via per un istante, il popolo l'asserragliò di poi, adoperando
in gran parte i libri bolletarii presi nell'ufficio del Bollo, ove
trovavansi in grande quantità.
Pachta che durante la lotta interna erasi rintanato in un nascondiglio
del proprio appartamento, verso le sei ore pomeridiane erasi affacciato
alla finestra del secondo piano al rumore di truppa pattugliante,
chiamò il comandante di essa, e, tenendo per mano la contessa di
Spaur, si fece da' soldati scortare al bastione e quindi in castello,
approfittando dell'oscurità, inquantochè le dense nubi che ingombravano
il cielo avevano anticipata la sera.
Trenta furono le vittime cittadine--furon trenta martiri pella
patria,--perchè tutti caddero per essa e col nome d'Italia sulle labbra.
Le figure più salienti in quel giorno furon Cattaneo, Cernuschi e
Casati.
Di Casati e di Cattaneo ecco come ne parla uno storico: «Due
personaggi d'indole diversa si distinsero nei cinque giorni della
memorabile lotta che i Milanesi sostennero. Il conte Casati, uom
timido, misurato, spinto a mescolarsi nei pubblici affari dalla sua
qualità di primo magistrato del Municipio, piuttosto nemico della
dominazione austriaca che partigiano di libertà, e non curante meno di
sè che della patria, aveva, in tempi varii e secondo i casi, ricevuto
onori dall'imperatore d'Austria e dal re sardo; perocchè, prevedendo
la nimistà che doveva bentosto dividerli, non sapeva da quale parte
tenersi, ed attendeva con ansia gli eventi per gettarsi dal lato del
padrone che vedesse dalla fortuna favorito. Era altr'uomo Cattaneo.
Profondo filosofo, abituato a vita meditativa, capo del partito
nazionale, metteva il dispregio forse troppo assoluto di ogni interesse
di casta o di corte fra i doveri del suo amor per la patria. La sua
energia era grande, immensa l'influenza del suo nome sul popolo, ma
non agguagliava Manin, mancandogli il talento pratico di costui,
la temerità, il genio vero delle rivoluzioni. Egli dava alle idee
un'importanza che non hanno, credendo che dispongano del mondo; però,
là dove Manin agiva e trascinava dietro di sè le masse ignare, Cattaneo
dava consigli e temeva esser solo a volere[8]».
Cernuschi era giovane ardito, intelligente, energico, amante di
Cattaneo: vestiva sempre abito nero, talchè gli si diede sopranome
di abate milanese, con cui, e non altrimenti, fu dal popolo chiamato
nei primi giorni. Quando egli appariva in pubblico, ognuno salutava
festosamente l'abate, ritenendolo foriero di vittoria: facile oratore,
pronto ad espedienti, premuroso ne' consigli, freddo nei pericoli,
audace nella pugna, egli inspirava fiducia a tutti:--il suo sguardo di
fuoco poi elettrizzava, magnetizzava.
Epigrammi e versi non pur mancavano all'occasione: alla piazza Mercanti
furon trovati affissi i seguenti versi:
_Se tu senti alcun che è spia
Di': È un raggir di polizia
Per distrugger l'influenza
Di fraterna confidenza._
Questi versi alludevano ai raggiri della polizia austriaca di far
credere come suoi confidenti gli eccellenti patrioti onde screditarli
presso le masse popolari. Per dare un esempio di ciò, citeremo le
notizie diffamatorie diffuse su molti profughi, tra i quali il dottor
Belcredi, onesto padre e marito e medico assai studioso; nonchè sul
conto del conte Vittaliano Crivelli, decoro e tutela operosissima di
Milano. A queste cabale della polizia alludevano poi anche i seguenti
versi che giravano manoscritti in quei giorni:
_Era bella testè la confidenza
Che i figli avean tra lor di Lombardia;
Formava quell'universal credenza
Il massimo terror di polizia.
Che fece? ella gittò la diffidenza,
I più caldi spacciando oggi per spia;
Ma noi, squarciando i tradimenti suoi,
Tornar sapremo in union fra noi._
All'invasione avvenuta del Broletto, la Congregazione municipale ne
aveva fatto chiedere a Radetzky per lettera la ragione, inquantochè
ritenevasi il municipio nelle vie legali dopo i decreti di O'Donell.
Ma il maresciallo non dava valore alcuno a decreti firmati in uno
stato di prigionia; anzi ritenendo per certo che nel Broletto vi si
trovasse il podestà, il quartier generale dell'insurrezione ed O'Donell
prigioniero, voleva ad ogni costo impossessarsi di quel luogo. Egli
rispose quindi alla Congregazione municipale colla seguente nota,
che spedì accompagnata da una mezza divisione (una compagnia) di
granatieri:
«Il Maresciallo Radetzky alla Congregazione Municipale della regia
città di Milano.
«Dal Castello di Milano, 18 marzo 1848.
«Dopo gli avvenimenti della giornata non posso riconoscere i
provvedimenti dati per cambiare le forme del Governo e per riunire e
per armare una Guardia civica in Milano. Intimo a codesta Congregazione
Municipale di dare immediatamente gli ordini pel disarmamento dei
cittadini, altrimenti domani mi troverò nella necessità di far
bombardare la città. Mi riservo poi di far uso del saccheggio e
di tutti gli altri mezzi che stanno in mio potere per ridurre
all'obbedienza una città ribelle. Ciò che mi riuscirà facile, avendo a
mia disposizione un esercito agguerrito di 100,000 uomini e 200 pezzi
di cannone. Aspetto al momento un riscontro alla presente intimazione.
«RADETZKY, Maresciallo.»
Quella lettera spedita alle ore 8 di sera, fu poco dopo ricevuta
dall'assessore Greppi, che vi rispose come doveva un rappresentante
di un popolo risorto che aveva tutta la dignità della personalità
conculcata ed oltraggiata.
Ma, portata al maresciallo la risposta, un colpo di cannone partito
dal Castello rese avvertiti i difensori del Broletto che altra
determinazione non vi era a prendersi che cedere o combattere
disperatamente.
Tutti conchiusero per la pugna:--tutti gridarono esser pronti a morire
per la patria!... Pochi erano i difensori ch'entro vi si trovavano, ma
tutti risoluti a vender cara la vita ed a non capitolare col nemico.
Eranvi fra i difensori molti ragazzi, i quali mostrarono come per la
libertà anche l'adolescenza sappia morire.
Nel cortile del palazzo civico sopraggiungeva in quel mentre, portato a
braccia, un ferito: era un prode popolano il quale, assalito al ponte
Vetero da più Croati, si era difeso con una pistola, e, ferito da colpo
mortale alla testa, era caduto. Ma il popolo era accorso a risollevarlo
da terra e lo aveva trasportato nel Broletto, ove rendette lo spirito
al Creatore, confortato da' suoi fratelli.
Molta truppa s'incamminava alla volta del Broletto. Un battaglione
di Boemi, capitanato dal maggior Lillia, e altre truppe procedevano
dal ponte Vetero per la contrada del Broletto; ma giunti i soldati
alla chiesa di S. Tomaso, una grandine di tegole, di sassi e di
schioppettate li obbligò a ritirarsi, lasciando sul terreno parecchi
de' loro.
Altra vittima di quel fatto fu Antonio Boselli, ch'era accorso alla
difesa del palazzo civico. In mezzo al trambusto di quegli istanti
che precedettero l'assalto dei croati, fu udito gridare: _Alle
finestre! Alle finestre!_ Fu quindi osservato affacciarsi egli ad
una finestra, mettervi fuori la canna di un fucile, aggiustarne la
direzione sul nemico ed esploderlo; ed, esploso, ricaricarlo e per più
volte esploderlo sui soldati. Ansioso di combatterli più da vicino,
abbandonò la finestra e scese in strada: vi uscì coraggioso coll'arme
in pugno, nè lasciò raffreddarsi la canna del fucile; ma non per molto,
che un croato gli fu sopra e lo ferì d'un colpo di bajonetta presso
all'inguine. Ferito, cercò riparo dietro una barricata; ma poco dopo
due colpi di moschetto lo colpirono e lo ferirono nuovamente. Ferito
com'era, tentò trascinarsi sino alla sua abitazione, situata nella
contrada de' Clerici, e riuscì a condurvisi. Addolorò sino alla mattina
di lunedì e spirò confortato dalla moglie e da due sue bambine.
Al Broletto si conobbe allora esser venuto il momento di una resistenza
disperata:--e tutti furon pronti a sostenerla.
Riteniamo molto proficuo di dare la descrizione della difesa e
dell'assalto del Broletto colle parole stesse di uno che vi si trovava
dentro; il bravo medico Luca Cozzi.
«Deliberata la resistenza, senza che il municipio più se ne ingerisse,
si attese prestamente a preparare la pugna. Chiuse le porte,
ammucchiati davanti ad esse i sacchi delle granaglie che, come in
luogo di mercato, ivi si trovavano; barricate le porte stesse, per
maggior sicurezza, e chiuso anche lo sportello. Un colpo di cannone
del Castello rispondeva a tali procedimenti; ed a quel colpo tutti
intrepidamente si fecero innanzi, pronti a sostenere l'assalto.
«Non più che 50 erano i fucili; e molti, che pure avrebbero bene
adoperate l'armi, ne erano privi. Più scarse ancora erano le munizioni;
avevamo poca polvere, e le poche cartucce trovate nel corpo di guardia
dei pompieri. Questi, in piccol numero rimasti in Broletto, ajutarono
alla difesa; e principalmente guidarono sui tetti quelli che avevano
a gettar le tegole. Le finestre del Broletto, che guardavano verso
strada, furono accomodate a feritoje, tranne quelle della famiglia del
delegato. Di questa guisa e con tali provvedimenti, si potè combattere
per ben due ore. L'inimico non tardò a venire all'assalto.
«Irrompevano gli Austriaci da ogni lato. Il Broletto era investito
dalle contrade, bersagliato dai soldati che s'erano impadroniti dei
tetti delle case vicine. I colpi di cannone spesseggiavano dalla
contrada di S. Marcellino e dall'angolo del Rovello. Alcuni pontonieri
mandati innanzi ad atterrare le porte, cadevano percossi dalle tegole.
Poco frutto invero faceva anche il cannone; i colpi arrivavano
obbliqui. Ma indi a poco, occupate tutte le contrade vicine, il nemico
piantava di contro alla porta i due cannoni. Ma l'angustia della via
non gli consentiva di adoperarli così da presso. Continuava colla
moschetteria, e intanto sfondava due botteghe che erano dirimpetto
alla porta, e vi faceva entrare a coperto i due cannoni. Procacciato
a questo modo anche maggiore spazio ai cannonieri, dava opera a
colpire la porta. Pareva che l'edificio ruinasse dalle fondamenta. La
porta cedette a quella furia; una breccia fu aperta; l'inimico poteva
agevolmente entrare.
«Il Broletto sonava intanto la sua campana a stormo; inutilmente! era
impossibile al popolo, per quelle vie anguste, affollate di nemici,
avvicinarsi al luogo del combattimento. Rispondeva il nostro fuoco
dalle finestre, ma scarsi erano i tiri, le munizioni mancavano. Ci
ajutavamo colle tegole, con ogni oggetto atto a percuotere. Con
cinquanta fucili combattemmo, dalle ore 7 alle 9, contro a due o tre
mila Austriaci. Nessun disordine avvenne durante la difesa. Tutti
obbedivano quasi per istinto e senza bisogno d'indirizzo. A caso
ivi si trovava il general Teodoro Lecchi, il quale rimase quasi
inoperoso. A dir il vero, qualche consiglio per la difesa aveva dato
in principio, ma visto il soverchiante numero degli assalitori,
proponeva una capitolazione. Nessuno accettò. Come abbiamo detto, a
nulla più servivano le armi, perchè finita la polvere. La resistenza
tornava inutile; ma la capitolazione pareva troppa vergogna. Certi
di veder entrare il nemico, pensammo a nascondere i fucili per non
lasciarci cogliere coll'arma in mano. Alcuni non vollero aspettare gli
Austriaci, e, mentre questi irrompevano dall'una banda, si calavano
con corde dalle finestre nelle vicine case. Altri volevano con l'armi
in mano farsi strada. Ercole Durini era fra questi. Tuttavia prevalse
l'opinione dei più, quella cioè di restare immobili, poichè la difesa
era impossibile, ma senza scendere a pratica d'accordo.
«Più tardi così avveniva a Roma; e fatta ragione della varia grandezza
del caso, osserveremo che il popolo sente allo stesso modo la propria
dignità. I pochi Milanesi chiusi in Broletto, come il fiore d'Italia
in Roma, si rassegnarono a un fatto; ma non lo suggellarono con
ignominiosi accordi.
«Entrava furiosamente la truppa ad occupare i cortili. Erano
all'incirca 2000 fra boemi e croati; avevano modi feroci, scaricavano
i fucili contro le finestre; menavano colpi all'aria; nelle sale
guastavano gli arredi. Gli usci che trovavano chiusi, sfondavano
colle scuri dei guastatori. Alcuni percotevano gli inermi; altri
strappavano loro di dosso persino le vestimenta. Altri più feroci,
andati sui tetti, e trovati quivi alcuni ragazzi, li precipitarono
nella via. Il sangue cittadino si versava da una soldatesca ebra di
furore, mentre nessuna resistenza più si opponeva. Noi, che assistemmo
a quella scena spaventosa, non vi possiamo ripensare senza un fremito
di dolore e d'ira; cacciati da stanza a stanza, i più de' nostri
s'erano rifugiati nell'appartamento del regio delegato (Bellati);
appartamento che venne pure invaso, e sfrenatamente saccheggiato. A
raffrenare quelle turbe indisciplinate non valeva la presenza di un
maggiore di croati Ottocani, uomo d'indole men bestiale degli altri,
e che pure s'ingegnava d'acchetare i più furiosi. Nè meglio valeva la
presenza dello stesso delegato, nè quello di sua moglie circondata dai
figliuoletti, uno dei quali, ancora infante, le pendeva dal collo. Il
maggiore da noi mentovato dichiarava tutti i raccolti nelle sale del
delegato esser prigioni di guerra; dimandava l'immediata consegna delle
armi; al qual uopo aveva condotti seco due carri per trasportarle. E
non è a dirsi la sua meraviglia, allorchè vide co' suoi occhi tutte le
armi raccolte non oltrepassare il numero di quaranta fucili.
«Alcuni dei nostri ripararono nella sala di consiglio, tramutata in
infermeria. Io mi trovava in quel luogo, e come medico, con altro
compagno, attendeva alla cura dei feriti. Questi erano in tutto otto
o dieci tra i quali un caporale boemo. Ivi fummo pure raggiunti da
altri che fuggivano il primo impeto dei soldati furiosi; udivamo farsi
vicine sempre più le loro grida; c'intronavano l'orecchio i colpi
furiosi che davano agli usci, i quali cedevano sfondati sotto le scuri.
Irruivano finalmente i soldati nella sala, ma in luogo di trovare
uomini armati, vedevano alcuni materassi accomodati alla meglio, sui
quali agonizzavano i feriti. Il coadjutore di S. Tomaso, con la stola e
l'olio santo, andava confortando qualche moribondo. Alle sue preghiere,
mormorate tra il terrore d'una morte imminente anche per lui, si
mescevano le bestemmie croate e boeme. Tuttavia quella vista valse per
qualche istante e frenare l'impeto di que' truci, e a inspirar loro
men fieri sensi: ma passato quel primo stupore, gli officiali salirono
in nuovo furore, esclamando: «Come? anche ambulanza? dunque tutto qua
preparato!» E stavano per inveire con noi, che medicavamo i feriti. Per
buona ventura, il caporale ferito potè mitigare la stolta ira di quegli
officiali, dicendo come fosse stato umanamente accolto. Dichiarati
prigionieri di guerra, ci udimmo annunciar prossima la nostra partenza
dal Broletto al Castello. Otto guardie rimasero alla porta della sala
per custodirci.
«Intanto s'avanzava la notte; durante la quale, avemmo la visita d'un
officiale d'artiglieria. Notava i nostri nomi, la nostra condizione e
il nostro domicilio. Quell'ufficiale usò verso di noi modi scortesi
e minaccevoli. Indi a poco, altra visita ci veniva d'un commissario
di polizia, il quale ripeteva le stesse interrogazioni. Ma ciò che
maggiormente ci dava fastidio erano le crudeli villanie dei soldati di
guardia, i quali non rispettavano i sani nè i moribondi. Uno dei nostri
stava spirando, e nella stretta della morte mandava qualche gemito.
Incredibile a dirsi! il rantolo d'un morente era colpa avanti a quei
soldati ubbriachi che lo ferirono di bajonetta.
«Come medico, fui richiesto quali fossero i feriti in condizione di
essere trasportati all'ospitale. Accennai i meno gravi, cercando di
porre in mezzo ad essi anche alcuni di quelli che, giunti in Castello,
avrebbero corso pericolo di essere immediatamente moschettati. Intorno
a un moribondo rimasi io col prete, non più liberi degli altri, ma
solo per compiere il supremo dei doveri. Nè potrò obliar mai la scena
dolorosa di cui dovetti essere attore. Coloro che venivano trasportati
in Castello, fra i quali erano amici miei o conoscenti, credendomi
lasciato libero, mi caricavano di messaggi per le famiglie loro. Erano
figli, padri, fratelli, che, ignari del destino che li aspettava in
Castello, pregavano andassi a confortare i parenti, a ragguagliarli
del loro caso. Era un testamento quasi che affidavano alla mia memoria;
nè sapevano che io pure aveva a correre più tardi lo stesso periglio.
«I prigionieri furono condotti in Castello in due stuoli. Primi ad
avviarsi furono quelli che eransi côlti nelle sale del delegato e nei
cortili: erano da centoventi; furono fatti discendere verso mezzanotte,
ed ordinati in fila, a due a due, uscirono, preceduti e seguiti da
cannoni e da una triplice siepe di soldati. Dipoi si facevano uscire
allo stesso modo quelli côlti nell'infermeria: quaranta circa. Tennero
nell'andare in Castello le vie S. Nazaro Pietrasanta, Rovello e Cusani.
Durante il tragitto ebbero a patire offese d'ogni maniera; si mandavano
innanzi a furia di percosse; si manacciava loro la fucilazione, la
forca. I croati, storpiando la nostra favella, andavano gridando:
«Subito piccara.» I feriti che mal potevano camminare, quelli che pel
selciato smosso o per l'ingombro delle tegole inciampavano, erano
mandati innanzi a calciate di fucili, o a pugni sul volto. Ed era
tanto quel pazzo furore, che quei soldati i quali, per la lontananza,
non giungevano a percuotere i prigionieri, lanciavano loro addosso
frammenti di tegole e manate di fango. I più lontani urtavano i
compagni, perchè l'urto andasse a cadere sui prigionieri. Insomma la
via dal Broletto al Castello fu un cumulo di strazii e vituperii; una
nuova via di passione.
«Uscita la maggior parte dei prigionieri, il Broletto venne occupato
militarmente. Si appostarono soldati alle porte, alle finestre, nei
corridoi, perfino sui tetti. Nei cortili, nelle sale municipali, i
soldati si posero a bivacco. Non è a dirsi qual mostra facessero
di sè quei ceffi bruni, lordi di sangue, ebri di vino e di furore:
guastavano, rompevano armadii e suppellettili, e ciò che non poteva
portarsi via si gettava nel fuoco. Bestemmie e vituperii accompagnavano
quella scena. L'infermeria era assiduamente vigilata. Il prete era
quello che più aveva a patire per i mali trattamenti dei soldati. Per
essi egli rappresentava Pio IX; nè valeva che egli si gettasse ai piedi
di quei soldati bestiali, onde ammansarli. Nè i feriti erano trattati
meglio; le sentinelle li frugavano per ogni canto: li derubavano di
quanto ancora veniva loro alle mani. Ma la maggior briga era per le
armi nascoste. Alcuni dei nostri, prima d'andare al Castello, avevano
celato tra i materassi qualche pistola; e allorchè i soldati le
trovavano, vomitavano minaccie di morte contro il prete o il medico.
Gli stessi ferri della mia professione non poterono andar salvi dalla
rapina. Senza dar retta alle loro minaccie, ancorchè privo de' miei
ferri, badava al mio dovere. Vennero poi alcuni officiali a visitare i
prigionieri rimasti, e quasi per derisione vantavano umanità. Ma di
qual sorte la si fosse, io lo vidi cogli occhi miei nelle camere del
delegato.
«Erano tramutate in caserma. Senza badare a sua moglie, ad un vecchio
fratello, ai figli, tutti ancora bambini, gli officiali se ne stavano
sdrajati sui letti nelle guise più sconcie, senza darsi pensiero alcuno
della presenza d'una famiglia. In mezzo allo spavento delle donne, ai
sospiri dei moribondi, al rumore delle moschettate, qualche officiale
si mise perfino a suonare il cembalo quasi a scherno.
«Dal Broletto uscivano spesso compagnie di soldati per fare
provvigioni; giravano nelle vicinanze a disfar barricate e tenere
aperta una communicazione col Castello. Il Broletto era divenuto il
quartier generale che doveva tenere la città.
«Era la domenica; ignoravamo ciò che seguisse nelle altre parti della
città: pioveva a dirotto, ma in mezzo al tempestar del cielo udivasi
l'incessante spesseggiar della moschetteria e più lontano il cannone.
Il popolo combatteva dunque ancora. Udimmo il suono delle campane di S.
Nazaro Pietrasanta e di S. Tomaso, vicinissime. L'insurrezione fremea
dunque ben presso ai nostri nemici. Erano spesso portati in Broletto
nuovi feriti austriaci. Le fucilate del popolo penetrarono persino
nelle nostre sale.
«I soldati, impauriti, erano tutti alle finestre per rispondere
al fuoco. Il Broletto era accerchiato da tutte le bande. Le
communicazioni, rotte col resto della città, rimanevano aperte solo
dal lato del Castello, e anche queste erano minacciate di chiudersi
tra le spire delle crescenti barricate. Tennero consiglio, e decisero
di riparare in Castello, trascinando seco anche i pochi prigionieri
rimasti. Sonava l'ora della partenza: ora trista per noi, perchè non
ci lasciava vedere la vittoria del popolo, ed anzi ci metteva in balia
della vendetta tedesca. Era verso le sei del mattino del lunedì (terzo
giorno). Ci raccolsero tutti in una cucina al terreno, ed ivi, mentendo
come al solito, annunciavano che, per occupare essi tutto il palazzo,
dovevano condurci cogli altri in Castello!
«Uscimmo preceduti dai cannoni, in mezzo alle file dei soldati, ora
dimessi e paurosi. Io mi trovava con un altro medico e il prete, al
quale non valsero, per esimerlo da quello strazio, le convulsioni che
lo avevano assalito. Io portava meco una bambina di tre anni, che la
moglie del delegato, piangendo, mi poneva tra le braccia. Mi seguiva il
cognato della signora, vecchio, mal fermo. Passavamo per S. Nazaro, il
Rovello e Contrada Cusani.
«Regnava all'intorno un silenzio di morte, rotto soltanto da colpi di
fucile e da continua pioggia di tegole e di sassi che i cittadini
facevano cadere sopra i soldati, e quindi anche sovra di noi, perchè il
bujo non permetteva loro di raffigurarci. La moglie del delegato cadde
sfinita a terra. I soldati la fecero rialzare a calciate. Così eravamo
tra due pericoli; i colpi dei nostri fratelli, che credevano ferire
soltanto i nemici, e quelli dei Tedeschi, che vendicavano sugli inermi
le offese degli armati.
«Tuttavia, a consolarci, vedemmo, durante il tragitto, starsi
minacciose le barricate nella contrada dell'Orso e de' Cavenaghi. Anche
il Castello alla sua volta veniva accerchiato dal popolo. Giunti nella
piazza, vedemmo alla porta del Castello dodici e più cannoni, puntati a
semicircolo, e li artiglieri colle micce accese.
«Così entrammo prigionieri, con l'unico conforto di aver veduto il
popolo occupare di nuovo il suo palazzo; e il pallore e lo sgomento
sulle fronti delli austriaci fuggitivi. Io ignorava quale sarebbe stata
la mia sorte; ma portava intera fede in quella della mia città. La fuga
degli austriaci attestava la vittoria del popolo.»
Alla sera del 18 marzo fu fatto circolare il seguente bando:
«CITTADINI!
«Le prime prove d'oggi dimostrano che in voi è ancora il valore
de' Padri vostri. Perchè queste non siano infruttuose bisogna che
proteggiate quello che già avete fatto. Conviene adunque che neppure la
notte vi stanchi e v'inviti a riposo, perchè il nemico veglia contro di
voi. Difendete le barricate; armatevi, e vittoria e libertà sono con
voi.
«ORDINE! CONCORDIA! CORAGGIO!»
E il popolo milanese non si fece replicare l'avviso: nessuno
defezionò al proprio posto: cittadini d'ogni condizione, d'ogni età,
d'ogni sesso,--le donne persino,--vegliarono alle barricate, altri
presidiarono i tetti, pieni d'entusiasmo, di ardimento, di gioja. Il
breve riposo, che si alternavano gli uni cogli altri, si prendeva al
posto del combattente:--alla barricata,--sui tetti:--la refezione
si faceva agli stessi posti:--le donne confezionavan le vivande e
arditamente le trasportavano al posto di guardia.
Pericolosa era oltremodo la sicurezza del popolo milanese, il quale non
contava in totale in quella notte del 18 al 19 marzo che trecento a
quattrocento fucili, la maggior parte o tolti ai Tedeschi o da caccia;
e pochi anch'essi, poichè molti cittadini, temendo venisse pubblicato
ordine di consegnarli all'autorità, avevanli spediti in campagna.
Ma quello che più rendeva pericoloso il successo della rivoluzione si
era il pericolo in cui versava il suo quartier generale pella posizione
in cui si trovava; cioè in casa Vidiserti nella contrada del Monte
Napoleone.
A scongiurare questo pericolo, Carlo Cattaneo sollecitava gli amici
durante quella notte a trasferire in luogo più sicuro il quartier
generale; per la ragione che quel luogo, essendo posto in mezzo a due
strade, correva pericolo d'essere facilmente assalito e facilmente
preso insieme a tutti quelli che vi si trovavano.
Gli amici di Cattaneo, che vegliavano avanti la casa Vidiserti,
rispondevano che avrebbero combattuto sino all'ultimo istante e
avrebbero ceduta a caro prezzo la vita. Ed essi eran uomini capaci di
compiere quanto promettevano; ma ciò poteva loro ascriversi a colpa,
per la ragione che l'ardimento irriflessivo può compromettere una
rivoluzione; talchè la loro audacia assumeva un carattere delittuoso
come quella del soldato che, comandato di una mossa, non obbedisce
per lanciarsi contro il nemico ad incontrarvi morte, e compromette
così coll'imprudente condotta l'esito di una fazione campale. Cattaneo
insisteva nelle sue idee, e cercava dimostrare che il loro dovere di
cittadini e di patrioti non era quello di sacrificare insanamente la
vita, ma di procurare con tutti i mezzi possibili che la vittoria
rimanesse agli insorti.
Tutta la notte si discusse, e soltanto presso al mattino il consiglio
di Cattaneo prevalse.
Cernuschi si adoperò allora al trasferimento del quartier generale
in casa Taverna, situata nella contrada de' Bigli; la qual via si
presentava più adatta a difesa perchè stretta, tortuosa, più facile
a barrare in qualunque punto, e col giardino confinante con altri,
pel quale era più facile operare una ritirata in caso di bisogno, e
trasferire altrove il quartier generale prima che fosse accerchiato.
Cernuschi provvide allora a preparare nella nuova sede tutti i mezzi
che si presentavano pella difesa e pell'offesa, nonchè pella ritirata;
pella quale ultima si procurò la chiave di un cancello che si apriva
dietro ai giardini, e che corrispondeva colla contrada del Morone,
di faccia alla casa di Alessandro Manzoni. Quindi fece traforare il
recinto del giardino Belgioioso.
Trasferito così in casa Taverna il quartier generale, Cernuschi
provvide alla sorveglianza esterna onde non venir sorpresi. Pose
sentinelle sui muri dei giardini, e provvide alle necessarie barricate.
O' Donell, tradotto m casa Taverna, tentò i propositi audaci de'
combattenti col proporre mediazioni di pace, ostentando il paterno
affetto dell'imperatore:--i cittadini non lasciaronsi però lusingare
dalle seducenti promesse;--francamente le respinsero,--ognuno
gridando: «_No! No! la rivoluzione incominciata dover proseguire
qualunque fosse per riuscirne l'esito: essere pronti i Milanesi ad
incontrare tutti la morte, a ceder non mai alle lusinghe di un governo
che per trent'anni aveali oppressi, scherniti, ingannati: confidare in
lor santa causa, nel lor coraggio e nella protezione de' popoli amici,
i quali sarebbero accorsi in lor ajuto._»
Alla Direzione di Polizia intanto si provvedeva ai possibili casi
di una vittoria, che si prevedeva, da parte degli insorti. Era
costume della polizia austriaca di provvedere alla sicurezza degli
impiegati più devoti ad essa ed a compromettere con artificii satanici
gl'impiegati di cui diffidava ed anche i cittadini più influenti. A ciò
conseguire, Torresani ordinò che s'abbruciassero tutte le carte che
rivelassero i fatti della polizia, e quelle che potessero compromettere
i suoi più fidati funzionarii, facendo nello stesso tempo stendere note
false di delatori coi nomi di cittadini influenti, commisti ai nomi de'
funzionarii che non godevano ancora la sua fiducia: con tale confusione
di nomi di impiegati a cui si notavano fatti falsi, ma odiosi verso la
popolazione, con nomi di cittadini ritenuti nella società per patrioti,
egli sperava giungere allo intento di toglier fede a' proprii impiegati
se passavano nelle file degli insorgenti, e di screditare cittadini
onesti e liberali che avrebbero potuto influire potentemente nella
insurrezione.
In tal modo otteneva un altro intento; quello di gittare la diffidenza,
che dissolve, nelle file de' rivoluzionarii. Questo fatto che ci viene
attestato dagli storici contemporanei e dallo stesso Cattaneo nel suo
Archivio triennale delle cose d'Italia, pur si riprodusse nel 1859,
coprendosi di obblio le opere inique di vecchi impiegati di polizia, i
quali, essendo state bruciate le carte che li riguardavano, potevano
simulare con sfacciata impudenza d'esser stati liberali; comechè
l'Austria promovesse facilmente a stipendio in polizia uomini che
fossero liberali! Col lasciar false note invece di onesti cittadini,
tentava snervar la forza del partito liberale. Il fuoco però che
Torresani appiccò alle carte compromettenti, poco mancò che col suo
fumo non soffocasse i poveri carcerati della polizia, i quali a
squarciagola gridavano che si aprissero le finestre.
Torresani aveva poi impartito ordini iniqui che tristamente lo
caratterizzavano; fra i quali vi fu quello dato al cavalier Paladini,
direttore della Casa di correzione, di scarcerare i 460 detenuti che
vi si trovavano e di armarli al meglio qualora si verificasse il caso
di tumulti popolari; ritenendo anche con tal fatto di discreditare
la rivoluzione per la natura de' suoi elementi, renderla diffidente e
sospettosa, ed obbligarla a distrarre le sue cure dal moto politico
onde sorvegliare gli uomini iniqui che, confusi nel popolo, non
poteva conoscere; convinto Torresani infine che que' condannati
approfittando della libertà, delle armi che tenevano, dello appoggio
che loro accordava la polizia, dell'ignoranza che ognuno aveva intorno
al loro vero essere, si sarebbero abbandonati agli assassinii, alle
depredazioni, agli incendii e ad ogni altro delitto.
Ma il disegno di Torresani mancò di esecuzione in causa di rifiuto da
parte del cavalier Paladini di prestarsi all'iniqua determinazione.
Erasi intanto diffuso fra i difensori delle barricate un canto di
guerra di Luigi Carrer, e che noi riproduciamo come documento storico.
1.
Via da noi, Tedesco infido,
Non più patti non accordi:
Guerra! Guerra! ogn'altro grido
È d'infamia e servitù.
Su que' rei di sangue lordi
Il furor si fa virtù.
Ogni spada divien santa
Che nei barbari si pianta;
È d'Italia indegno figlio
Chi all'acciar non dà di piglio,
E un nemico non atterra:
Guerra! Guerra!
2.
Tentò indarno un crudo bando
Ribadirci le catene;
La catena volta in brando
Ne sta in pugno, e morte dà.
Guerra! Guerra! non s'ottiene
Senza sangue libertà.
Alla legge inesorata
Fa risposta la Crociata;
Fan risposta al truce editto
Fermo core, braccio invitto,
Ed acciaro che non erra:
Guerra! Guerra!
3.
Non ci attristi più lo sguardo
L'abborrito giallo e nero;
Sorga l'italo stendardo
E sgomenti gli oppressor.
Sorga, sorga e splenda altero
Il vessillo tricolor.
Lieta insegna, insegna nostra
Sventolante a noi ti mostra;
Il cammino tu ci addita,
Noi daremo sangue e vita
Per francar la patria terra:
Guerra! Guerra!
4.
È la guerra il nostro scampo;
Da lei gloria avremo e regno:
Della spada il fiero lampo
Desti in noi l'antico ardir.
È d'Italia figlio indegno
Chi non sa per lei morir.
Chi fra l'Alpi e il Faro è nato
L'armi impugni e sia soldato;
Varchi il mare, passi il monte,
Più non levi al ciel la fronte
Chi un acciaro non afferra:
Guerra! Guerra!
5.
Dal palagio al tetto umile,
Tutto, tutto il bel paese
Guerra eccheggi, e morte al vile
Che tant'anni ci calcò.
Guerra suonino le chiese
Che il ribaldo profanò,
Vecchi infermi, donne imbelli,
Dei belligeri fratelli
Secondate il caldo affetto;
Guerra! Guerra! In ogni petto
Che di vita un'aura serra,
Guerra! Guerra!