Grave compito è quello di stendere spassionata storia, giacchè più
spesso o per malignità della natura umana, o per simpatie che uno
scrittore nutra per dati uomini o per date forme di governo o di
indirizzi morali, o perchè il tempo non abbia permesso che i fatti
venissero dal freddo soffio della storia presentati nella loro nudità
e nella concatenazione che hanno nel movimento cosmico, ne avviene che
le storie sieno o svisate o esagerate o mentite; ragione che suggerì a
Montesquieu quelle dure parole che: _Les histoires sont des faits faux
composés sur des faits vrais, ou bien à l'occasion des vrais_[1].
Noi ci siam preposti di attenerci scrupolosamente al vero, nè di
scostarvici nemmeno per amor di patria o di libertà.
Noi riteniamo che importante sia la storia che presentiamo, perchè è
storia di eroiche gesta di un popolo che, perchè volle,--e fortemente
volle,--seppe riacquistarsi la propria libertà; seppe rivendicare
diritti che la prepotenza del più forte gli aveva rapiti; di un popolo
che dalla disperazione di un grave servaggio seppe inspirarsi a forti
sensi, e vincere,--perchè
_Una salus victis nullam sperare salutem_[2].
Imparino da essa i nepoti le forti virtù del cittadino che ha la
coscienza della propria dignità, dei proprii dritti! Conosca come il
perseverar ne' forti propositi conduca a raccogliere larga messe anche
da arido terreno! Comprenda che non è vivere il trascinare i giorni nel
servaggio, e come non si possa sperare miglioramento nella tirannide
fuorchè da' disperati propositi di un animo ardito, di volontà
perseverante e di un braccio vigoroso; giacchè il tiranno non muta
sensi per ragion qualsiasi:--può simular pentimento nella sventura,
ravvedersi non mai! _Il sangue de' tiranni, cantò Byron, non è sangue
umano: essi, come demonii incarnati, si abbeverano del nostro sino a
che non venga il tempo di renderlo alle tombe:--a quelle ch'essi hanno
tanto popolate_[3].--Veda infine il popolo che santo è il morir pella
patria; giacchè in tal caso si muor nel mondo, ma si rivive ne' cuori,
e s'acquista onor di pianti
_Ove fia santo e lagrimato il sangue
Per la patria versato, e finchè il sole
Risplenderà su le sciagure umane_[4].
La storia delle cinque giornate vivrà eterna in Italia finchè il
sentimento dell'onor nazionale, dell'amor patrio e della gratitudine
a'caduti non sian soffocati colla libertà e colla morte politica della
patria.
Prima però d'intraprendere la storia di quelle giornate riteniamo utile
dare uno sguardo fuggevole agli anni che precedettero quell'epoca: e lo
facciamo.
Sin dal 1815 noi vediamo l'esistenza della setta dei Carbonari e dei
Calderari. Nel luglio 1820 i Carbonari del regno di Napoli principiaron
la rivoluzione che si estese anche alla Sicilia, e che, trionfante,
obbligò quel re a giurare una costituzione che spergiurava ben tosto
e soffocava nel sangue. In Lombardia pure cospirarono i Carbonari,
ma furon repressi con eccessivo rigore; fra questi s'annoverò Silvio
Pellico da Saluzzo, che venne condannato al carcere duro nella fortezza
dello Spielperg in Moravia.
Nel 1821 regnava in Piemonte Vittorio Emanuele I, principe buono, di
mediocre ingegno, di carattere irresoluto: da Napoli penetrata in
Piemonte la rivoluzione per mezzo delle società segrete, essa trovò
appoggio in Carlo Alberto, e vi scoppiò nel marzo di quell'anno.
Vittorio Emanuele, legato colle potenze estere nella promessa di
non concedere costituzione, anzichè darla spergiurando, abdicò
nulla concedendo. Ma la concesse Carlo Alberto, nominato reggente;
annullandola poi tosto Carlo Felice, successo nel regno a Vittorio
Emanuele. Carlo Alberto fu allontanato allora e spedito in Spagna a
combattervi la trionfante insurrezione.
Pel Lombardo-Veneto nel 1821 siedette una commissione terribile in
Venezia, incaricata di redigere i processi de' Carbonari che avevano
agitate le provincie lombarde e venete. La commissione era presieduta
dal conte Guglielmo Gardani, ed aveva per membri Salvotti e Tosetti;
segretario n'era De Rosmini. A Milano arrestavasi, a Venezia si
procedeva. Fra i primi arrestati vi furono Castilia, Palavicini e
Confalonieri: a Venezia fra i prigionieri vi furon da principio
condotti anche Silvio Pellico, Pietro Maroncelli, Canova, il professor
Rossi. Con sentenza 29 agosto 1821 di quella Commissione si condannava
a morte Antonio Solera, D. Felice Foresti, Costantino Munari, Antonio
Villa, Giovanni Bachiega, Marco Fortini (sacerdote), conte Antonio
Oroboni della Fratta, marchese G. B. Canonici, Giuseppe Delfini, Pietro
Rinaldi, Francesco Cechetti, Giovanni Monti e Vincenzo Caravieri, quali
rei di delitto d'alto tradimento.
Nel 27 aprile 1831 salì al trono di Piemonte re Carlo Alberto,
ridestando le speranze di coloro che aspiravano al riscatto delle
italiane provincie dal servaggio. Ma la memoria de' passati disinganni,
l'esagerato sentimento religioso e un carattere irresoluto lo
trattennero dall'aderire a' fini de' rivoluzionarii.
Mazzini, ch'era già stato arrestato a Genova e imprigionato a Savona,
ove concepì il disegno di una nuova forma di società segreta col
nome di _Giovine Italia_, ritornato in libertà, esulò; continuando
a cospirare da terra francese, dove nel 1833 pubblicò gli statuti e
i programmi della _Giovine Italia_, tentò guadagnare Carlo Alberto
alla rivoluzione, e, non riuscendovi, continuò a cospirare: e per
cospirazione fu condannato a morte, lui assente. Rifugiatosi allora
a Ginevra, organizzò la spedizione di Savoja, che fallì per colpa di
Ramorino suo condottiero.
Molte furon le condanne capitali, ma nella maggior parte in contumacia;
moltissime e gravissime le altre condanne dal 1833 al 1846 in Italia.
Ma nel giugno del 1846 veniva eletto a pontefice Giovanni Maria Mastai
Feretti, il quale assunse il nome di Pio IX; e questi, venti giorni
dopo la sua assunzione al trono, accordò larga amnistia ai condannati
per titolo politico; quindi nuove riforme accordò. Ciò rivelò
sentimenti liberali, e il popolo simpatizzò per lui. Lo stesso Mazzini
fu pure lusingato a sperare nel pontefice, e scrisse a tal uopo per
lui apposita lettera, nella quale leggevansi le seguenti espressiomi:
_Unificate l'Italia e la patria vostra ... Non mendicate alleanza di
principi. Seguitate a conguistare l'alleanza dei popoli._
Chi era questo Giovanni Maria Mastai elevato al seggio ponteficale col
nome di Pio IX?
Questi nacque in Sinigaglia nel 13 maggio del 1792 da nobile e agiata
famiglia: educato da padri Scolopi nel collegio di Volterra, vi si
distinse. Cercò nel 1815 d'entrare nelle guardie nobili del pontefice,
ma non l'ottenne perchè infermiccio e affetto da epilessia. Studiò
allora teologia e si fece prete: la sua salute migliorò e l'epilessia
andò svanendo: andò in missione al Chili nel 3 luglio 1823: arrestato a
Palma dalle autorità rivoluzionarie di Spagna per sospetto di missione
politica, rimase prigioniero alcuni giorni: liberato e rimessosi in
mare, fu la nave assalita dai filibustieri, ma potette salvar la vita:
colto da burrasca, pericolò naufragio: finalmente giunse nel 1824 a
Rio della Plata e l'anno dopo arrivò a Santiago del Chili. Nel 1825
ritornato a Roma, Leone XII lo nominò arcivescovo di Spoleto: Gregorio
XVI lo elesse vescovo d'Imola nel 1832, e cardinale nel 1840. Salito al
pontificato, diede riforme liberali e spiegò ostilità contro l'Austria
che gli aveva occupata Ferrara: ciò destò indicibile entusiasmo in
Italia, e il suo esempio fu seguito dalla Toscana che ebbe pur essa
riforme, e il nome di Pio IX divenne parola d'ordine di risorgimento
nazionale. Era giunto così l'anno 1847, e le dimostrazioni contro i
governi dispotici si moltiplicavano nella penisola.
La Lombardia non rimase ultima in que' moti che rivelavano
l'aspirazione a libero reggimento. Nel settembre 1847, essendo morto
l'arcivescovo Gaisruck, di nazionalità tedesca, l'imperator d'Austria
lo aveva rimpiazzato con Bartolameo Carlo Romilli da Bergamo, già
professore di religione nel patrio liceo, indi parroco di Trescorre,
poscia vescovo di Cremona. Il popolo volle cogliere occasione del suo
ingresso per fare qualche dimostrazione contro il governo.
E l'ingresso del nuovo arcivescovo avveniva nella domenica del 5 di
settembre 1847; il popolo e il municipio avean fatti grandi preparativi
per celebrare l'ingresso con inaudita pompa: alla sera fuvvi generale
illuminazione per le vie. Nel dì 8 seguente, in cui ricorreva la
Natività di Maria Vergine, alla quale è dedicato il Duomo, si
rinnovarono manifesti segni di convulsione popolare; questa volta collo
scriver con carbone sui muri: _Wia Pio IX e W. l'Italia_, e col cantare
l'inno appositamente fatto da altri in onor del pontefice, e dalla
polizia vietato: una grande luminaria venne fatta in piazza del Duomo e
in piazza Fontana, ove s'innalza il palazzo arcivescovile.
La polizia non volle starsene cheta spettatrice di quella festa
popolare: molte guardie, in apparenza inermi, mandate per quei luoghi
dal conte Bolza, tutto a un tratto sguainarono le sciabole che sotto i
cappotti ascondevano, si avventarono in mezzo alla moltitudine festosa
e, rotando i ferri, si misero a ferire a dritta e a manca. La folla
spaventata fece per fuggire, l'un l'altro premeva, urtava, spingeva:
molti agli urti cadevano, e la folla fuggente li calpestava. Le guardie
di polizia potettero così comodamente soddisfare alla sete di sangue,
ferendo a lor bell'agio gl'inermi: i popolani che più lungi stavano dai
poliziotti, inviperiti di lor prepotenze, si posero a gridar morte ai
Tedeschi: ciò inviperiva di più i poliziotti: ma d'un tratto essendo
comparso sulla porta del suo palazzo l'arcivescovo, riuscì a far
cessare le prepotenze tedesche e a far isciogliere la folla. Pattuglie
però di dragoni imperiali continuarono a correr la città in quella
sera e nel dimani; pur essi divertendosi nel maltrattare e ferir le
persone. Più di sessanta vennero in quell'occasione ferite più o meno
gravemente: diversi furono anche i morti.
Questi fatti diedero argomento all'autorità militare ed alla polizia
per domandare a Vienna lo stato d'assedio, il giudizio statario e tutti
gli altri rigori:--volevasi soffocar la voce della giustizia, far
tacere la legge, limitare l'autorità dello stesso governo, onde suprema
vi regnasse l'autorità militare e della polizia.
Ma nel sangue non si spense il principio di libertà: il sangue ne lo
rafforzò anzi in ogni cuore; e il sangue anzichè gettar spavento nelle
popolazioni, le inasprì invece nell'odio contro la tedesca dominazione,
e le rese tenaci nei propositi di combatterla.
Nel settembre, essendosi aperto in Venezia il congresso degli
scienziati italiani, le discussioni scientifiche snaturaronsi in
politiche, e il Bonaparte che entusiasmò il congresso con calde
parole, fu fatto partire pei confini dalla locale polizia: il fatto
diede argomento alla stampa periodica nostrale e straniera di elevar la
voce contro l'arbitrario procedere della polizia austriaca.
Giunte e diffusesi per Milano le nuove delle riforme piemontesi del
30 di ottobre, esse produssero un po' d'agitazione non troppo ben
celata. Nazari, deputato presso la Congregazione centrale, espose
allora al governo con particolareggiato rapporto il malcontento che
le gravose tasse e la licenza militare e gli arbitrii polizieschi
avevano sparso nel popolo. Il governatore gli rispose che si rimanesse
la Congregazione centrale nei limiti di sue attribuzioni, e non le
trascendesse in cose riferentsi alla politica. Il fatto del Nazari
bastò per cattivare a lui la popolare simpatia, e si aperse una
sottoscrizione onde erigergli un busto. E per rispondere al governator
di Milano, che voleva persino niegare il diritto alla Centrale
Congregazione di provocare riforme dal governo, il popolo usò il
linguaggio e i mezzi del cospiratore: la stampa clandestina eccitò le
passioni politiche: si inventò un linguaggio misterioso di segni, che
venne rapidamente appreso ed usato dal popolo, e servì per comunicare
le disposizioni dei segreti dirigenti del moto liberale. Non essendo
possibile rifiutare il pagamento delle tasse dirette, giacchè colla
forza si sarebbero con maggiori danni dei contribuenti percette, si
ideò di ricusarsi alle tasse indirette, astenendosi dal fumare e dal
giuocare al lotto: con ciò si sarebbe danneggiato l'erario imperiale,
e sarebbe stato questo un mezzo per mantener vivo il sentimento
d'opposizione liberale e per abituare il popolo all'unione de'
propositi.
Sopravvenne intanto il 1848, e al 2 di gennajo di quell'anno più
nessuno si incontrava fumando per le vie, eccettuati gli agenti di
polizia e il militare. Ciò diede luogo a parziali collisioni, poichè
intorno ai fumatori si aggruppavano i popolani gridando: _Abbasso il
sigaro_, e li fischiavano. Durante quel giorno la polizia lasciò fare,
comprendendo che le opposizioni alle dimostrazioni non facevano che dar
loro maggior importanza e rendere più tenaci gli oppositori. Sul far
della notte però le cose non si soffermarono a pacifica opposizione,
giacchè i soldati cominciarono a reagire ed a maltrattare la folla.
Vuolsi anzi che dall'autorità militare si dessero zigari alla bassa
forza onde fumasse in pubblico e provocasse in tal modo disordini,
nello scopo di prender partito da quei fatti per levare i poteri
all'autorità civile e concentrarla tutti in quella militare.
Il podestà Casati, che si trovava in strada cercò di intromettersi in
quella reazione militare, riprovando gli atti violenti dei soldati e
dei poliziotti da una parte, e consigliando il popolo dall'altra ad
usar prudenza. Ma vicino alla piazza dei Mercanti Casati fu fermato dai
soldati e tradotto alla Direzione di polizia. Ciò valse a cattivargli
le popolari simpatie, ed una folla compatta di gente l'accompagnò da
lontano sino a S. Margherita, ove siedeva quella Direzione politica. Fu
invero questo un atto che fece onore a Casati, sebbene, di carattere
debole e incerto, più amante di nuovo principe che di vera libertà,
dovesse poi in seguito smentire il giudizio che di lui si era formato
il popolo.
Casati simpatizzava pel sovrano di Piemonte. Allorquando nel 1842 il
principe Vittorio Emanuele di Carignano andò sposo coll'arciduchessa
Maria Adelaide, figlia dell'arciduca Ranieri vicerè del regno
lombardo-veneto, Casati progettò di presentare alla real coppia
un'anfora con bacile d'argento. Lavoro artistico di cui fu l'opera a
cesello allogata a Bellezza, nome celebrato in cesellatura; il disegno
nella parte ornamentale affidato a Ferdinando Albertoli; il disegno
della parte figurativa al consigliere Sabatelli; la modellatura
infine a Benedette Cacciatori. Essendosi il Casati portato a Torino a
presentare il dono, n'era ritornato decorato ed entusiasta ammiratore
di Carlo Alberto e della Casa di Savoja.
L'arresto di Casati in piazza di Mercanti aveva da parte degli
assessori municipali provocata una protesta a Torresani, capo della
polizia, contro la licenza militare.
Casati venne allora ridonato a libertà, e sembrava essersi racquetati
alquanto gli spiriti, allorchè il conte Neuperg, ufficiale austriaco,
ridestò negli animi popolari il rancore, che, non spento, era soltanto
assopito. Neuperg aveva distribuito tabacco a sue spese ai soldati onde
girassero per le strade fumando e provocando il popolo: egli stesso
attraversò la folla collo zigaro in bocca, colla spavalderia negli atti
e nello sguardo, urtando l'uno, insultando l'altro: ciò fu causa di
pubblica indegnazione: ciò fu sfida al popolo: ciò ridestò nella città
un fremito d'ira, ed aumentò l'odio per l'Austria.
Vicino alla galleria De Cristoforis lo stesso consigliere don Carlo
Manganini, amico di Torresani, antico inquisitore in una commissione
contro i Carbonari, vecchio di 74 anni, avendo riprovato il contegno
della truppa, un soldato l'afferrò e lo uccise con quattro sciabolate
alla testa e due al braccio destro. Il delirio di sangue era giunto al
colmo che non si risparmiavan più nemmeno i partitanti dell'Austria.
Più di 60 furono tra feriti e morti trasportati all'ospedale, non
contati quelli che furono portati e curati alle case loro.
Apparvero allora epigrammi sui muri delle case, tra i quali leggevasi
la seguente strofa:
_Hanno il zigaro fra' denti
Solo i birri e i confidenti;
Cittadini, state attenti
Se vi preme il vostro onor_.
Ad inasprire maggiormente la concitazione pubblica, Torresani ordinò
numerosi arresti.
Nel giorno dopo, 3 gennajo, il Comando militare, fatti ubbriacare
i soldati, distribuito a loro trentamila zigari e diviso fra loro
qualche migliaja di lire, verso sera li sguinzagliò per la città;
molti condannati furon tolti dalle prigioni e gettati per le vie con
zigari e furono associati alla truppa che in comitive di venti, trenta,
quaranta, ubbriachi di acquavite, scorrevano la città provocando
con laide parole i cittadini, maltrattandoli ove sorgeva in loro il
mal talento. La popolazione erasi limitata a rispondere a que' modi
insultanti coll'emettere fischi e qualche evviva all'Italia. Ma gli
ebbri soldati desiderando emozioni di sangue, snudarono le sciabole
e si abbandonarono a disperdere quanto incontravano, menando colpi
alla cieca, non avendo riguardo a donne, a' ragazzi, a' vecchi; talchè
molti cadevano feriti o morti. Sembrava la città esser convertita in
una landa selvaggia ove l'odor del sangue attira gli antropofagi!
lo spavento fu generale, generale l'indegnazione pubblica, e sulla
violenza di que' giannizzeri del dispotismo maggiormente germogliò
l'odio contro la dominazione straniera; e il sangue di tanti sventurati
inaffiò l'albero della libertà.
Gravi eran le condizioni d'Italia nel 1848:--le aspirazioni nazionali
si eran diffuse per tutta Italia, soccorse dagli scritti di coraggiosi
patriotti:--fra questi non possiam sottacere Mazzini che dall'esiglio,
con mille sacrifizii, col senno, col consiglio, cogli scritti che
diffondeva dovunque, coll'esempio di virtù private e cittadine mantenne
vivo per molti lustri il fuoco di libertà negli animi italiani.
Riepilogando i fatti di quell'anno, noi vediamo le sette politiche,
dissenzienti nei mezzi, armonizzare tutte nello scopo;--quello di
rovesciare il tarlato trono di re Ferdinando;--di cui eran accusa
le fallite promesse, le condanne capitali e gli esigli, l'insolenza
del militare, la burbanza de' ministri, la corruzione generalizzata.
Cominciò disegno di attuazione di sommossa nel 12 gennajo di
quell'anno, ma venne scoperta perchè Giuda, che si era appiccato, aveva
lasciati nepoti, ed uno si rivelò in un congiurato che ogni cosa scoprì
all'autorità, la quale popolò le galere di coloro ch'eran sfuggiti al
carnefice. Ma nel sangue e nei bagni non si soffocano i principii,
e l'idea nazionale ripullulò più prosperosa dovunque: da ciò nuovi
arresti, nuovi procedimenti, nuove condanne, nuove fatiche al boja:
quarantatre furono i condannati nella congiura di Monteforte!
La scintilla rivoluzionaria si diffuse allora per tutta Italia, e noi
imprendiamo a narrare la storia della rivoluzione milanese.