I due drappelli non si scorgevano più.

— Non se ne sono accorti, — disse, gettandosi la _gravatana_

a bandoliera. — Ora possiamo andarcene senza temere che

c’inseguano. —

Si rituffò senza far rumore e nuotò verso il nascondiglio.

Già non distava che qualche decina di passi, quando un corpo rugoso lo

urtò rigettandolo da una parte.

Quasi nel medesimo istante un acuto odore di muschio si sparse sulla

superficie dell’acqua.

— Un _jacarè_! — esclamò, facendo rapidamente tre o quattro bracciate

per allontanarsi. — Che lo abbia svegliato? —

Si rovesciò sul dorso e si guardò intorno, tenendo nella destra quella

specie di pugnale di _pao de fero_ a due punte.

Un leggiero risucchio lo avvertì che il caimano lo aveva seguito

nuotando sott’acqua.

Riprese l’appiombo spingendo innanzi la mano. Con un grido avrebbe

potuto far accorrere in suo aiuto Diaz, ma non osò farlo per tema di

attirare l’attenzione dei selvaggi che si trovavano forse più vicini di

quanto supponeva.

Preferì far fronte al pericolo da solo. D’altronde non era la prima

volta che si provava a misurarsi con quei mostri acquatici e sapeva

come difendersi.

Non erano trascorsi cinque secondi che vide l’_jacarè_ rimontare alla

superficie.

Il rettile aveva aperte le sue formidabili mascelle, irte di denti

triangolari e acutissimi, e moveva verso la preda colla speranza di

tagliarla in due.

Rospo Enfiato non si era mosso. Agitava solamente le gambe per

mantenersi a galla e conservare la sua posizione orizzontale.

Con un ultimo slancio il rettile gli fu addosso. Pronto come un

lampo, l’indiano cacciò audacemente la mano armata del pugnale fra le

mascelle, in modo che le due punte si appoggiassero contemporaneamente

sulla lingua e sul palato.

Il mostro, credendo di stritolare il braccio, le aveva chiuse

precipitosamente.

Ad un tratto fece un balzo indietro mandando un soffio poderoso

accompagnato da un sordo muggito e si mise a dibattersi con furore

spaventevole.

Le due punte del _pao de fero_ gli si erano conficcate profondamente

nelle mascelle, senza poter più nè riaprirle, nè rinchiuderle. La sua

morte non era ormai che questione di minuti. L’asfissia non doveva

tardare a manifestarsi in causa dell’acqua che gli entrava già in gola.

Rospo Enfiato si era allontanato precipitosamente nuotando fra due

acque, per non ricevere qualche colpo di coda.

Descrisse un largo giro intorno al rettile che non cessava di

dibattersi, sollevando delle ondate e si cacciò sotto i paletuvieri

dove Diaz, udendo quei fragori che non riusciva a spiegarsi, lo

aspettava con angoscia.

— Partiamo subito, — disse l’indiano.

— Le _canoe_?

— Affondate.

— Ed il Tupy?

— Morto.

— Chi produce queste ondate?

— Un _jacarè_ che mi aveva assalito e che sta per spirare.

— Sei un valoroso. —

L’indiano sorrise e prese le pagaie, ripetendo:

— Partiamo subito.

— Non ci scorgeranno gli altri? — chiese Diaz.

— Si provino ad inseguirci ora che sono senza canotti. —

Lasciarono il loro rifugio e si spinsero fuori dalle piante, senza però

troppo allontanarsi dalla riva.

— Ci scosteremo quando avremo raggiunta la punta meridionale, — disse

l’indiano. — Queste piante ci nascondono e anche ci riparano dalle

frecce.

— Dove ci cercheranno?

— Certo fra le macchie.

— Non credevo che questa avventura finisse così bene.

— Andiamo, forza, uomo bianco. —

Continuarono ad avanzarsi radendo i paletuvieri e cercando di fare

meno rumore che era possibile, finchè raggiunsero felicemente la punta

estrema dell’isola.

L’avevano già superata oltrepassandola d’una cinquantina di metri,

quando udirono una voce a gridare:

— Là! Là! Eccoli che fuggono!

— Maledizione! — esclamò Diaz.

Alcune ombre umane si erano precipitate fuori da una macchia,

slanciandosi verso la riva.

— Abbassati! — gridò Rospo Enfiato, udendo sibilare in aria delle

freccie.

Il marinaio di Solis si era già gettato nel fondo del canotto, quando

udì parecchi tonfi.

— Ci assalgono a nuoto! — gridò.

— Ho la mazza, — rispose Rospo Enfiato.

— Afferra le pagaie!

— Le freccie volano e sono certo tinte nel _vulrali_. —

Diaz, a rischio di riceverne qualcuna alzò la testa riparandola dietro

la parte larga e piatta del remo che poteva, fino ad un certo punto,

servire da scudo e guardò verso la riva.

Otto o dieci indiani balzavano come se fossero indemoniati, lanciando

di quando in quando qualche freccia che si piantava sui bordi della

_canoa_ quantunque la distanza fosse già considerevole.

Altri sei o sette si erano gettati in acqua e nuotavano vigorosamente

per assalire l’imbarcazione.

Si servivano d’una sola mano poichè nell’altra tenevano le mazze.

— Ah! Canaglie! — gridò Diaz.

— Vengono? — chiese il Rospo.

— Sono a breve distanza.

— Fuggiamo! —

Afferrarono le pagaie e approfittando del momento in cui gl’indiani

rimasti sulla riva s’aprivano un varco fra i paletuvieri per

diminuire la distanza e rendere più efficaci i tiri delle frecce, si

allontanarono d’una trentina di passi, distanza sufficiente per essere

fuori di portata.

Tre Tupy però, più lesti degli altri, li avevano seguiti da vicino,

anzi uno con un ultimo slancio aveva posata una mano sulla poppa

tentando di issarsi nella _canoa_. Diaz che lo aveva veduto, afferrò la

mazza del compagno e gli assestò sul cranio un tale colpo da cacciarlo

sott’acqua per sempre.

Nel medesimo tempo il Rospo lanciava una freccia contro il secondo,

colpendolo in mezzo al petto.

Il terzo, spaventato, s’immerse, imitato tosto anche dagli altri che si

trovavano più lontani.

— Voga! Voga! — gridò il marinaio, — Ora non ci prendono più! —

Senza occuparsi delle urla furibonde degl’indiani rimasti a terra e

che avevano assistito, senza nulla poter fare, alla sconfitta dei loro

compagni, diedero dentro ai remi allontanandosi velocemente verso il

sud-est.

Cominciava allora a spuntare l’alba. Le tenebre si diradavano

rapidamente ed il cielo si tingeva d’un rosso vivissimo, annunciando

l’imminente comparsa del sole.

Le acque della savana sommersa, poco prima nere come l’inchiostro,

cominciavano a scintillare con striature d’oro, mentre la brezza

mattutina le increspava lievemente.

La _canoa_, sotto la spinta delle due pagaie, volava sulla superficie

della immensa laguna, lasciandosi a poppa una bianca scìa.

Gli uccelli acquatici cominciavano a risvegliarsi, alzandosi

rumorosamente dagli isolotti e dai banchi pantanosi e salutando con

grida gioconde il ritorno del sole.

— Rospo Enfiato, — disse il marinaio di Solis. — Siamo sulla buona via?

— Non temere, uomo bianco, — rispose l’indiano.

— Verremo ancora inseguiti?

— Con quali scialuppe? Le ho affondate tutte.

— Che lo spirito malvagio si porti nella notte eterna quei Tupy.

— Taci e voga. Siamo ancora lontani ed i tuoi compagni sono

forse in pericolo. Ogni colpo di remo aumenterà la probabilità di

salvarli. —

Rospo Enfiato che conosceva la savana e che sapeva orientarsi senza

difficoltà, mise la prora della _canoa_ verso il sud, arrancando con

gran lena.

A mezzodì giungevano all’estremità meridionale della savana, di fronte

ad un secondo fiume, più largo del primo, che pareva scendesse da

levante.

Si riposarono qualche ora mangiando qualche frutto raccolto sugli

alberi che coprivano le rive, quindi imboccarono il fiume salendo

contro-corrente.

Anche Diaz cominciava a riconoscere quei luoghi che aveva percorsi per

lunghi anni. Si trovavano sul territorio dei Tupinambi, territorio che

egli non aveva creduto si trovasse così vicino avendo perduto, nelle

sue lunghe fughe attraverso le foreste, ogni direzione.

Verso sera la _canoa_ giungeva dinanzi ad un grosso villaggio formato

da parecchie centinaia di _carbets_ vastissimi, capaci di contenere

ognuno venti famiglie. Era la grande _aldèe_ di Tulipa, la più grossa

che possedevano i Tupinambi, capace di mettere in arme non meno di

cinquecento guerrieri.

In quell’epoca i Tupinambi erano ancora potentissimi ed estendevano il

loro territorio fino sulle rive dell’oceano, là dove oggidì sorge la

città di Bahia.

Avevano numerosi villaggi ben popolati e godevano fama di essere

valorosissimi. Ed infatti il loro nome equivaleva a quello di bravi e

valenti, e veramente lo erano, essendo quasi sempre in guerra con tutte

le tribù vicine, specialmente coi Tupy, loro secolari nemici.

La improvvisa emigrazione dei ferocissimi Eimuri, calati nelle selve a

turbe immense, dopo sanguinosissimi combattimenti e lunghe resistenze,

li aveva costretti ad abbandonare le loro _aldèe_ e cercare un rifugio

momentaneo nelle foreste.

Passata però quella tremenda burrasca che aveva travolte un gran

numero di tribù meno resistenti, a poco a poco erano ritornati ai

loro villaggi riedificando quelli che erano stati distrutti, ma erano

tornati ben decimati dai lunghi combattimenti e per di più senza capo,

preso, ferito e divorato dagli Eimuri.

Si può immaginare lo stupore degli abitanti e anche la loro gioia nel

veder sbarcare dinanzi all’_aldèe_ il gran _pyaie_ bianco che era il

personaggio più importante della tribù dopo il capo e che avevano ormai

creduto morto.

Il marinaio, durante i lunghi anni che era vissuto fra quei fieri

selvaggi, aveva saputo acquistarsi la loro stima, insegnando a loro

molte cose utilissime.

Fu quindi con una vera esplosione di gioia che venne ricevuto dai

sotto-capi e dalla popolazione. Fu collocato in un palanchino e

trasportato nella sua abitazione, una casetta di stile spagnuolo che

faceva bella pompa in mezzo all’_aldèe_.

Diaz, che pensava sempre con angoscia ad Alvaro, fece radunare i

sotto-capi ed i vecchi della tribù ed espose senz’altro il motivo che

lo aveva indotto a tornare precipitosamente assieme a Rospo Enfiato.

Con suo stupore s’accorse subito che _Caramurà_ non era sconosciuto

ai Tupinambi. Tutti avevano udito a parlare di quel terribile _Uomo di

fuoco_ possessore del fuoco celeste che tuonava e fulminava; anche le

tribù loro alleate che abitavano al nord del territorio. Il desiderio

di poter avere un _pyaie_ così potente, così invincibile, fece subito

breccia nel cuore dei sotto-capi e dei vecchi.

Coll’_Uomo di fuoco_ i Tupinambi acquistavano una forza straordinaria e

dovevano diventare invincibili.

La spedizione fu subito decisa, tanto più che si trattava di dare un

colpo mortale alla potenza dei Tupy, quegli insaziabili divoratori di

carne umana che tanto male facevano alla tribù.

La stessa sera, quaranta grosse _canoe_, montate da cinquecento

guerrieri armati di mazze, di scuri di selce, di archi e di gravatane

e ben forniti di frecce tinte nel _vulrali_, lasciavano il villaggio

scendendo rapidamente il fiume.

Diaz ne aveva assunto il comando, innalzando Rospo Enfiato alla carica

di aiutante di campo. Non fu che l’indomani sera che la flottiglia

giunse nel secondo fiume, là dove il marinaio ed il Rospo avevano

tratta a galla la _canoa_.

Lasciarono cinquanta uomini a guardia delle scialuppe, poi il

grosso, sotto la guida del Rospo, si spinse attraverso le foreste per

sorprendere l’_aldèe_ dei Tupy.

Erano già giunti presso i margini dei grandi boschi, quando Diaz che

marciava alla testa della spedizione assieme ai sotto-capi, udì in

lontananza a rimbombare degli spari.

— È Alvaro, l’_Uomo di fuoco_! — gridò al Rospo. — Si difende ancora!

Di corsa e armi in mano.

Attraverso le fronde si vedeva un intenso chiarore che rapidamente

aumentava e saliva in aria una nuvola di fumo coi margini rosseggianti.

Urla acute si alzavano nel villaggio dei Tupy miste a spari. Era

il momento in cui Alvaro stava abbandonando il _carbet_ ormai

fiammeggiante.

Diaz, col cuore stretto da una profonda angoscia, incoraggiava i

Tupinambi ad affrettarsi.

Correvano come cervi, colle mazze in pugno, anelanti di carneficina,

assetati di sangue. Il nemico secolare era là e stava forse per

opprimere quel terribile _Uomo di fuoco_, quel semi-dio che possedeva

la folgore celeste.

Attraversano la pianura con slancio irresistibile e piombano sulle

porte delle cinte, non più guardate dai Tupy, che si sono tutti

rovesciati sulla piazza dell’_aldèe_, per opprimere i _pyaie_ dalla

pelle bianca che hanno ucciso il capo della tribù.

Le porte, fracassate, scardinate dalle pesanti mazze dei Tupinambi

cadono sfasciate e Diaz alla testa delle prime squadre irrompe

attraverso i _carbets_ fra un urlìo furioso ed incessante.

L’assalto è così improvviso e così rapido, che quando i Tupy

s’accorgono della presenza dei loro avversarii, questi sono già entrati

nel villaggio.

Un combattimento furioso s’impegna nelle viuzze dell’_aldèe_. I Tupy

accorrono da tutte le parti in difesa dei loro _carbets_, travolgendo

le donne ed i fanciulli fuggenti, mentre altri tengono testa all’_Uomo

di fuoco_ ed al mozzo che sparano all’impazzata presso la capanna

fiammeggiante.

Da tutte le parti si combatte a colpi di mazza e di scure fra un

fracasso infernale. I Tupy, quantunque inferiori di numero e già

demoralizzati dalle fucilate dell’_Uomo di fuoco_, si difendono

coll’energia che infonde la disperazione; ma perdono terreno, dinanzi

agli attacchi fulminei dei Tupinambi.

Diaz che ha udito le fucilate rimbombare sulla piazza, raccoglie un

pugno di valorosi e con Rospo Enfiato si slancia in quella direzione

dove il _carbet_ dei prigionieri fiammeggia sempre come una torcia

colossale spandendo intorno bagliori sanguigni.

Sfondano le linee dei Tupy già sconnesse e si scagliano verso

l’_aldèe_, tutto rovesciando sul loro passaggio.

Un uomo, con a fianco un ragazzo, spara fra i vortici di fumo ed i

tizzoni infiammati che cadono da tutte le parti.

— Alvaro! — urla Diaz. — I Tupinambi! —

Il signor Viana, nero di fumo e di polvere, lascia cadere l’archibugio

e si getta nelle braccia di Diaz.

In quel momento una freccia colpisce il marinaio in un fianco.

— Sono morto! — grida. — Il _vulrali_! —

Si strappa rabbiosamente la freccia, ma cade subito fra le braccia del

portoghese e di Rospo Enfiato.

— Mio povero amico! — esclamò Alvaro colle lagrime agli occhi.

Il marinaio fece un gesto d’addio, poi mormorò:

— I sotto-capi! A me! _Caramurà!_ —

I Tupinambi giungevano da tutte le parti. I Tupy, completamente

sconfitti avevano già evacuato il villaggio fuggendo nei boschi vicini.

Un grido di furore era sfuggito da tutti i petti vedendo il gran

_pyaie_ della tribù a terra. Il disgraziato aveva alle labbra una

schiuma sanguigna e guardava Alvaro cogli occhi semi-spenti.

Colla mano fece cenno ai sotto-capi di accostarsi e additando Alvaro

che piangeva come un fanciullo al suo fianco.

— L’Uomo di fuoco, — balbettò. — Il capo dei Tupinambi...

l’invincibile. —

Prese le mani d’Alvaro e di Garcia e cercò di sorridere un’ultima volta.

— Addio, — mormorò con voce appena distinta. — Il _vulrali_ non

perdona. —

Cercò di rialzarsi poi d’un tratto ricadde.

Diaz, il gran _pyaie_ dalla pelle bianca, era morto!

Conclusione.

Dieci giorni dopo _Caramurà_ veniva nominato gran capo dei Tupinambi e

fondava un nuovo villaggio all’estremità della baia di Reconcavo, nel

luogo ove sorge la città di Bahia.

Per lunghi anni rimase fra i selvaggi che avevano imparato ad

apprezzarlo grandemente, difendendoli contro gli assalti di tutte le

tribù indiane e rendendosi temuto in tutto il Brasile meridionale.

Sposo di parecchie figlie di capi celebri, aveva già fondata una

numerosa famiglia e si era rassegnato a terminare i suoi giorni fra le

foreste del Brasile, quando un giorno una nave normanna andò a gettare

l’àncora nella baia di Reconcavo.

Il desiderio di rivedere il suo paese e gli uomini della sua razza era

diventato tale, che non potè rifiutare le offerte fattegli dal capitano

di ricondurlo in Europa.

Dopo aver promesso solennemente alle sue orde di tornare un giorno,

s’imbarcò conducendo con se Paraguazu, la preferita delle sue mogli,

non osando mostrarsi fra i suoi con una famiglia così numerosa.

Si narra che le altre mogli, vedendolo abbandonare la costa del

Brasile, si gettarono in acqua supplicandolo di condurle con loro e che

parecchie preferirono annegarsi piuttosto che dimenticare l’_Uomo di

fuoco_ che tutti riguardavano come un semi-dio.

Il normanno però, invece di sbarcarlo a Lisbona, come era stato

pattuito, lo condusse in Normandia, mandandolo alla corte di Francia

dove Paraguazu, la bella brasiliana, fece furore e fu accolta con

grandi onori da Enrico II e da Caterina de’ Medici.

Fu anzi battezzata ed ebbe per padrini il re e la regina che la

colmarono di regali.

Se tutte quelle cose lusingavano l’amor proprio di _Caramurà_, sopra

tutto però gli stava a cuore il desiderio di tornare in patria, ciò

che invece non garbava ai reali di Francia i quali avevano formato il

progetto di valersi di lui per tentare la conquista del Brasile.

Trovato però il modo d’informare il re Giovanni del Portogallo e

accordatosi con un ricco armatore francese, riusciva alcuni mesi dopo a

lasciare di soppiatto la corte e fuggirsene a Lisbona.

Qualche anno dopo _Caramurà_, che non aveva dimenticata la sua

tribù e che non voleva mancare alla promessa fatta, s’imbarcava alla

volta del Brasile guidando una grossa spedizione armata da Francesco

Pereira Coutinho a cui il re Giovanni aveva concesso in feudo la vasta

provincia marittima compresa fra il fiume S. Francesco e la Punta

Padram di Bahia.

Era però quel Coutinho un avventuriero senza scrupoli che essendo stato

molti anni nelle Indie orientali, aveva contratto l’orgoglio della

prepotenza e la crudeltà del conquistatore.

Sbarcato nel Brasile invece di seguire i consigli di Caramurà, aveva

cominciato a incrudelire contro gli stessi Tupinambi, senza pensare che

quegli indiani erano i più formidabili guerrieri del Brasile.

Che più? Spinse la sua audacia fino ad arrestare l’_Uomo di fuoco_ e

tradurlo prigioniero su una nave, per fare dispetto ai selvaggi.

Invece si sparse la voce che _Caramurà_ era stato assassinato.

Paraguazu, la bella brasiliana, arma i suoi sudditi ed invoca anche il

soccorso dei Tamoie, altri formidabili guerrieri.

I brasiliani mettono tutto il paese a ferro ed a fuoco. Bruciano i

villaggi portoghesi e le fabbriche di zucchero, trucidano i coloni

e lo stesso figlio di Coutinho e dovunque fanno fronte, con rara

intrepidezza agli avventurieri europei.

Quella guerra durò parecchi anni finchè Coutinho, disperando ormai di

vincerli e perdute tutte le fortezze si vide costretto a salvarsi sulla

nave e fuggire vergognosamente nella vicina capitaneria d’Os-Ilhèos

che cominciava già a prosperare sotto la saggia amministrazione del

portoghese Figuredo.

Aveva però condotto con se Alvaro. Fosse l’influenza di quell’uomo,

fosse il desiderio di vivere in pace dopo tanta guerra, fra gli

emissari di Coutinho ed alcuni capi dei Tupinambi fu fatto un accordo

il quale doveva conciliare l’interesse dei due popoli.

Già stavano per sottoscrivere il trattato, quando l’irascibile Coutinho

avendo ricevuto rinforzi, ruppe le trattative e veleggiò nuovamente

verso Bahia per punire i Tupinambi.

Aveva già imboccata la baia quando una orribile tempesta lo sorprese e

la sua nave si ruppe sulle scogliere di Itaporica.

I Tupinambi che sapevano esservi a bordo _Caramurà_ si armano, salgono

sulle loro piroghe e assaltano la nave dell’ammiraglio e le altre

caravelle.

Coutinho cade sotto le loro mazze ed il suo tronco, privo della testa,

viene portato in trionfo ed i portoghesi caduti vivi nelle mani di quei

fieri e vendicativi selvaggi vengono divorati per celebrare la vittoria

non ostante la presenza di _Caramurà_.

Fu quella l’ultima battaglia.

Alvaro ritornato capo dalle orde dei Tupinambi, non tardò a riprendere

coi suoi compatriotti buone relazioni che non furono mai rotte, nemmeno

all’arrivo della grande spedizione capitanata da Tommaso de Souza che

fu, si può dire, il più grande colonizzatore del Brasile.

_Caramurà_ si spense assai vecchio, lasciando un gran numero di

figli e le famiglie più cospicue di Bahia anche oggi vanno superbe di

discendere da quel fortunato avventuriero.

L'Uomo di Fuoco · 第 95 / 100 题