Un combattimento fra antropofagi.
Una settimana era trascorsa dal loro approdo in quell’isoletta, senza
che nessun avvenimento avesse turbata la loro esistenza.
La ferita del marinaio si cicatrizzava rapidamente, mercè frequenti
unzioni di succo resinoso dell’_almescegueira_, pianta che era stata
trovata su un’isoletta poco discosta e dei Caheti non avevano avuto
fino allora più alcuna notizia.
Non avevano fatto altro che mangiare e dormire beatamente e bere _matè_
in quantità, avendolo trovato di loro gusto anche i due portoghesi.
Alvaro però cominciava ad affermare che la noia a poco a poco lo
prendeva e che ne aveva un po’ troppo di questa vita così calma e che
avrebbe desiderato tornarsene nei grandi boschi anche per variare un
po’ i loro pasti che ormai si erano ridotti a uccelli acquatici ed a
frutta.
_Tatù_ non se ne trovavano altri su quell’isolotto; altri animali non
ne avevano veduti; i tuberi erano pure finiti e se delle testuggini
si erano mostrate fra le acque melmose della savana, non si erano però
lasciate prendere malgrado i pazienti tentativi del mozzo.
— Io non sono nato per vivere eternamente su un isolotto, — ripeteva
ogni mattina ed ogni sera. — Mi sembra di essere un topo in trappola.
Torniamo nella foresta.
— Aspettate che io sia completamente guarito, — rispondeva il marinaio,
— poi ci metteremo in cerca dei Tupinambi.
— Lasciatemi fare una sola corsa per variare la nostra tavola.
— Non commettete imprudenze, signore. I Caheti possono sorprendervi.
— Se non si sono più mostrati vuol dire che se ne sono andati.
— Non fidatevi: conosco quei selvaggi, e so quanto sono pazienti.