Si assicurò prima che la belva fosse proprio morta, poi prese fra
le braccia il marinaio che non era troppo pesante e lo portò fuori
dalla macchia, raggiungendo in pochi istanti la radura che la luna
rischiarava come in pieno giorno.
Lo depose su uno strato di foglie già preparato dal mozzo e si curvò
sul disgraziato marinaio.
Una smorfia molto significante, gli contorse la bocca.
— Diamine! — brontolò. — Che colpo d’artiglio! —
La ferita del marinaio era orribile. Le unghie della belva avevano
aperto un solco profondissimo nella coscia destra strappando dei
brandelli di carne ed intaccando fors’anche l’osso.
Da quello squarcio che misurava non meno di dieci centimetri, il
sangue sfuggiva in tale quantità da temere che il marinaio morisse per
emorragia,
— Ebbene? — chiese Diaz che conservava una calma ammirabile e che
pareva non sentisse più alcun dolore.
— Bisogna arrestare il sangue, — disse Alvaro.
— Nulla di più facile, — rispose il marinaio. Sono diventato un buon
medico sotto i brasiliani che se ne intendono di ferite.
Scavate un po’ la terra; troverete a qualche piede dell’argilla. La
foresta è umida e non ne mancherà. A voi, prendete il mio coltello.
— Garcia ha il suo.
— Il mio vi servirà per altra cosa. Ecco là un bambù che è grosso come
la mia coscia. Tagliatene un pezzo lungo una ventina di centimetri,
spaccatelo a metà e recidete qualche liana.