Presto signore, il capo vi attende. —

I quattro indiani avevano scoperte le ceste levando successivamente

dei diademi di penne di tucano trattenute da fibre vegetali intrecciate

con pezzetti d’oro, collane e braccialetti formati da denti di caimano,

di giaguaro e di vertebre di serpenti, dei perizomi di pelle di tapiro

frastagliata con un certo gusto e una infinità di sacchetti contenenti

certo dei preziosi amuleti o delle medicine meravigliose.

Gl’indiani, ad un cenno del ragazzo misero le collane ed i braccialetti

al collo ed ai polsi dei due _pyaie_, cinsero loro le sottanine, misero

sulla loro testa un diadema di penne scelte fra le più belle, poi li

invitarono ad uscire.

— Sii serio, — disse Alvaro al mozzo — Un gran sacerdote non deve

ridere, ricordatelo.

— Farò il possibile, signore, — rispose il mozzo.

Una piazza vastissima, circondata da capanne che dovevano aver

appartenuto a qualche tribù vinta, si estendeva dinanzi a loro.

Quattro o cinquecento selvaggi, tutti maschi, quasi nudi o nudi

affatto, ma armati di archi, di gravatane, di mazze e di scuri di

pietra, stavano raggruppati, senza ordine alcuno, tenendosi in piedi od

accovacciati come belve in agguato.

Erano tutti bruttissimi, colle membra secche, le capigliature

lunghissime e arruffate e dipinti in modo spaventevole per incutere

maggior terrore al nemico.

Il capo invece si trovava in mezzo alla piazza circondato da alcuni

sotto-capi i quali pareva che formassero una guardia d’onore intorno ad

un pacco voluminoso e assai lungo.

Vedendo apparire i due _pyaie_ dalla pelle bianca, un clamore

spaventevole che pareva mandato da centinaia e centinaia di belve,

rimbombò nella piazza ma fu subito represso da un grido del capo.

— Che bella compagnia! — esclamò il mozzo. — Che siano uomini o bestie?

Io non so decidermi a crederli esseri umani. Urlano come le belve dei

deserti.

— E camminano come i lupi, — disse Alvaro, vedendo tutti quelli posare

le mani a terra.

— Signor Alvaro, ho il cuore che mi trema. Se quei bruti ci mettessero

invece sulla graticola?

— Non temere: ormai siamo uomini sacri.

— E che cosa guardano quei selvaggi impennacchiati?

— Suppongo che in quel pacco si trovi il cadavere del defunto _pyaie_.

— Che ce lo facciano mangiare per far meglio entrare nei nostri corpi

la sua anima!

— Non rivoltarmi lo stomaco, Garcia. —

Il capo si avanzò verso i due _pyaie_ con dimostrazioni di rispetto

profondo e con un gesto li invitò a seguirlo.

[Illustrazione: La mazza del capo gli aveva fracassato il

cranio.... (CAP. XIX).]

I sotto-capi si erano già messi sulle spalle quel pacco che era involto

in una stoffa ruvida formata probabilmente colla corteccia fibrosa

di qualche pianta e si erano messi in cammino dirigendosi verso la

foresta.

Anche i guerrieri avevano strette le loro file e cominciavano

a muoversi, chi camminando diritti, chi colle mani e coi piedi.

Mugulavano come giaguari o lanciavano di quando in quando delle grida

gutturali assolutamente incomprensibili, strappandosi poi manate di

capelli e percuotendosi il corpo coi pugni.

— Che vadano a seppellire il morto? — chiese Garcia.

— Certo, — rispose Alvaro, — se hanno poi l’abitudine di seppellire i

loro cadaveri! Io ne dubito. —

Sempre mugolando e urlando e picchiandosi maledettamente anche

a vicenda, gli Eimuri si cacciarono sotto i boschi, marciando

disordinatamente.

Un quarto d’ora dopo i sotto-capi si arrestavano sulle rive di un fiume

che in quel luogo misurava almeno mezzo chilometro di larghezza e che

pareva fosse profondissimo.

Il capo si diresse verso una roccia che scendeva quasi a picco sul

fiume e guardò per parecchi minuti le acque.

Alvaro e Garcia, che lo avevano seguito, si provarono ad interrogarlo.

— _Caribi_, — rispose l’Eimuro.

— _Caribi!_ — esclamò Alvaro. — Ah! Devono essere quei certi pesciolini

che per poco non divorarono Diaz. Te ne ricordi, Garcia?

— Sì, il marinaio ci ha parlato dei _caribi_. Che siano venuti qui per

pescarli?

— Ora vedremo, — rispose Alvaro.

Il capo in quel frattempo si era fatto portare un paniere e aveva

levate..... delle membra umane che parevano fossero state recise da

poco, essendo ancora sanguinanti.

Prese un braccio che aveva ancora, intorno al polso, un braccialetto di

conchiglie e lo gettò nel fiume, poi una gamba e una testa che sembrava

avessero appartenuto ad un ragazzo.

— Birbanti! — esclamò Alvaro, facendo un gesto di ribrezzo. — Questi

selvaggi mi fanno paura!

— Andiamocene, signore, — disse Garcia. — Non posso resistere.

— Ti comprometteresti, ragazzo mio. No, dobbiamo rimanere se vogliamo

salvare la pelle.

— _Caribi!_ — disse ancora il capo, indicando ad Alvaro il fiume.

Il portoghese si curvò sull’orlo della rupe e vide sotto, guizzare fra

le acque che erano limpidissime, miriadi di pesciolini lunghi quanto

una mano, coi dorsi oscuri ed i ventri argentati che battagliavano

furiosamente fra di loro, divorandosi a vicenda.

— È la carne umana che ha gettata il capo che li ha fatti accorrere in

così gran numero, — disse Alvaro a Garcia.

— E perchè li ha fatti venire a galla? —

In quel momento un odore nauseabondo, orribile, si sparse sulla riva

del fiume. —

I sotto-capi avevano tolta la ruvida tela che avvolgeva quel pacco

misterioso ed avevano scoperto il cadavere d’un vecchio indiano già

putrefatto.

— Ci appesta quel morto! — esclamò Garcia, turandosi il naso.

All’inferno tutti gli Eimuri ed il loro stregone!

I sotto-capi passarono sotto le braccia del cadavere due lunghe

liane ben secche, lo trascinarono fino sull’orlo della roccia, poi

lo calarono dolcemente nel fiume, là dove i _caribi_ continuavano a

battagliare.

— Lo danno da mangiare ai pesci, — disse Alvaro.

I _caribi_ si erano gettati furiosamente sul _pyaie_ assalendolo da

tutte le parti con un accanimento impossibile a descriversi.

I loro denti aguzzi e solidi come se fossero d’acciaio, strappavano ad

un tempo lembi di pelle e di carne.

Alcuni erano già scomparsi nel ventre del morto e divoravano i polmoni,

il cuore, il fegato e le budella.

La carne scompariva con rapidità prodigiosa. I muscoli se ne andavano,

triturati da quelle migliaia di bocche e le ossa cominciavano a

comparire.

La distruzione di quel povero corpo non fu lunga. Non erano trascorsi

dieci minuti che non rimaneva nemmeno un brandello di carne su quello

scheletro.

— Altro che gli anatomici! — esclamò Alvaro. — Questi pesci valgono

molto di più.

Ecco un magnifico scheletro, accuratamente spogliato, che farebbe una

superba figura nella vetrina d’un museo. —

1 sotto-capi ritirarono dolcemente lo scheletro del _pyaie_ e lo

avvolsero accuratamente in un’ampia stuoia che poi legarono con

numerose liane e lo deposero su una specie di palanchino costruito

rozzamente con rami intrecciati.

— La cerimonia è finita, — disse una voce.

Alvaro si volse e si vide accanto il ragazzo indiano.

— I _pyaie_ dalla pelle bianca possono ora prendere possesso della

capanna che apparteneva al defunto.

— E delle ossa del morto che cosa ne faranno? — chiese Alvaro.

— Si sospendono ad un albero e si lasciano là finchè cadono. —

Gli Eimuri si erano rimessi in cammino senza dare più alcun segno di

dolore.

Anzi parevano lietissimi e saltellavano agitando le loro pesanti mazze

fingendo di combattere contro dei nemici invisibili.

Talora si scagliavano colla furia d’un uragano come se avessero avuto

dinanzi qualche tribù avversaria, mandando urla spaventevoli e vibrando

all’impazzata colpi disperati, poi si arrestavano di colpo e simulavano

una fulminea fuga, tornando verso i capi.

L’aspetto che assumevano allora i visi di quei selvaggi era orribile.

Non avevano più sembianze umane; parevano piuttosto musi di giaguari o

di coguari.

I loro occhi mandavano baleni, dimenavano le mascelle come se

pregustassero la carne dei vinti e mandavano ruggiti da fiere.

Quando giunsero al villaggio, i guerrieri si dispersero per le vicine

foreste non potendo le capanne bastare per tutti. Solamente poche

dozzine si erano fermate intorno ad una abitazione più vasta delle

altre, che sorgeva nel centro della piazza e che era adorna di pelli

di serpenti appesi alle pareti e di teste di caimano collocate intorno

alla punta del tetto.

— Che cosa c’è in quella capanna? — chiese Alvaro al ragazzo indiano.

— Era la dimora del defunto _pyaie_, — rispose. — Ora sarà la vostra

finchè gli Eimuri si fermeranno qui.

Ho ricevuto l’ordine di condurvi là dentro e di mettermi a vostra

disposizione finchè avrete imparata la lingua di questi uomini.

— E non si potrebbe avere qualche cosa da porre sotto i denti?

— Fra poco si sacrificherà un mio compatriota che è stato giudicato

abbastanza grasso e voi avrete la parte migliore.

— Che mangerai tu, mostro! — esclamò Alvaro indignato.

Il ragazzo lo guardò con stupore, poi disse:

— Ah! Sì, gli uomini bianchi non amano che la carne bianca.

Disgraziatamente qui tutti sono rossi, e non si saprebbe come fare a

procurarvene.

— Noi non mangiamo che carne d’animali e frutta, mi hai capito? La

carne umana ci ispira orrore.

— Avrete del tapiro della testuggine e del mandioca. Entrate e non

uscite finchè non ricevete l’ordine del capo. I _pyaie_ non devono

mostrarsi troppo sovente in pubblico. —

Alvaro e Garcia, dopo una breve titubanza, varcarono la soglia,

prendendo possesso della dimora del defunto _pyaie_.

L'Uomo di Fuoco · 第 44 / 100 题