Quel selvaggio era un uomo di alta statura, senza alcun pelo sul viso,
anzi privo perfino delle sopracciglia, ed invece portava i capelli
lunghissimi, neri, grossolani ed arruffati.
Aveva il corpo quasi nudo, dipinto in rosso con striscie nere ed
azzurre alternate e sulla fronte e sulle gote portava parecchie penne
di tucano appiccicate con qualche mastice o con del miele selvatico e
che gli davano un aspetto stranissimo.
Sotto il mento portava il barbotto, formato d’un pezzo di diaspro verde
e sul petto gli pendeva una collana formata di conchigliette bianche,
distintivo dei capi tribù brasiliani.
Appena entrato si era abbassato fino a terra, sporgendo la lingua
e dando segni evidenti d’un profondo rispetto, poi si era rialzato
pronunciando alcune parole rauche, affatto incomprensibili, che
parevano suoni gutturali usciti dalle profondità del petto piuttosto
che dalla gola.
Alvaro, che non si era rimesso ancora dal suo spavento, era rimasto
immobile, guardando con inquietudine la pesante mazza del selvaggio
credendo di sentirsela da un momento all’altro piombare sul cranio.
L’Eimuro, che doveva aver formulata qualche domanda, vedendo che
il portoghese rimaneva silenzioso, si volse verso Garcia che si era
rifugiato in un angolo e pronunciò altre parole che non potevano essere
comprese meglio delle prime.
Vedendo che anche il ragazzo non apriva la bocca, fece un gesto
d’impazienza, poi affacciatosi alla porta mandò un grido che pareva
piuttosto un urlo di belva.
Un momento dopo un ragazzo indiano, che non doveva avere maggior età
del mozzo, entrava fermandosi dinanzi al capo.
Era un bel giovanotto, dall’aspetto svegliato, cogli occhi nerissimi ed
intelligenti e che sembrava appartenesse ad un altra razza.
Ed infatti aveva la pelle assai più chiara di quella del capo, i
lineamenti più fini, i capelli più morbidi ed i tratti del viso più
regolari.
Il capo gli rivolse alcune parole aggrottando parecchie volte la fronte
e facendo qualche gesto di minaccia, poi gli indicò Alvaro.
Con grande stupore, il portoghese udì il ragazzo a dire:
— _Señor_.....
Alvaro e Garcia si erano guardati l’un l’altro, domandandosi per la
seconda volta se sognavano o se erano veramente desti.
Un selvaggio brasiliano che parlava lo spagnuolo, mentre gli spagnuoli
non avevano mai messo piede su quell’immenso territorio, era una cosa
strabiliante, assolutamente incredibile.
— Signore, — riprese il ragazzo. — Il capo degli Eimuri vi ha parlato e
si mostra adirato perchè voi non avete risposto alle sue domande.
— Chi ti ha insegnato a parlare la lingua degli uomini bianchi? —
chiese Alvaro che non si era ancora rimesso dalla sorpresa.
— Il _pyaie_ della mia tribù.
— Diaz!
— Sì, si chiamava così il mio padrone, — rispose il ragazzo. — Mi
ricordo d’averlo udito più volte a dire: Ah! Povero Diaz!
— Dunque tu sei un tupinambo.
— Sì, signore.
— Ti hanno fatto prigioniero gli Eimuri?
— E m’ingrasseranno per mangiarmi, — disse il ragazzo senza manifestare
alcuna apprensione.
— E noi? Che cosa ne faranno di noi?
— Siete fortunati voi, signore. Gli Eimuri non hanno per ora alcuna
intenzione di divorarvi.
— Sai perchè inseguivano il tuo padrone?
— Sì, per farne un _pyaie_. Quello degli Eimuri è morto e bisogna
surrogarlo. —
Una tribù senza _pyaie_ è come un uomo senza testa.
L’avete veduto il mio padrone?
— Sì e l’abbiamo lasciato ieri sera.... —
Un rauco muggito del capo lo interruppe. L’Eimuro cominciava ad
impazientirsi di quel lungo colloquio di cui non riusciva a comprendere
una sola parola e cominciava a guardare minacciosamente il ragazzo.
Gli rivolse alcune parole battendo furiosamente contro il suolo la sua
pesantissima mazza.
— Il capo desidera sapere se siete anche voi dei _pyaie_ nel vostro
paese.
— Tutti gli uomini bianchi lo sono, — rispose Alvaro.
— Egli promette di risparmiarvi a condizione che diventate i _pyaie_
della sua tribù. Se vi preme salvare la vita, non rifiutate.
— Noi stregoni degli Eimuri, di questi ributtanti selvaggi!. — esclamò
Alvaro. — Che cosa ne dici, Garcia.
— Che è meglio diventare maghi piuttosto di finire sulla graticola,
signor Alvaro, — rispose il mozzo. — Intanto guadagniamo tempo.
Se il marinaio sfugge all’inseguimento, sono certo che non ci
abbandonerà.
— Hai ragione, Garcia, — disse il signor Viana dopo un momento di
riflessione. — Sì, Diaz non ci lascierà nelle mani di questi mangiatori
di carne umana. —
Quindi volgendosi al ragazzo, disse:
— Avverti il capo che noi accettiamo. —
Quando l’Eimuro fu informato della loro decisione una gioia pazza
si dipinse nel suo viso ed i suoi occhi nerissimi, dal lampo cupo,
fiammeggiarono.
Gettò lungi da sè la clava e pronunciò alcune parole volgendosi prima
verso Alvaro e quindi verso il mozzo.
— Che cosa dice? — chiese il primo, al giovanetto.
— Che voi sarete il grande _pyaie_ ed il vostro compagno il piccolo
_pyaie_ e che con stregoni così potenti la sua tribù diverrà
invincibile e non mancherà più di carne umana.
— La canaglia! — esclamò Alvaro. Il capo s’abbassò ancora toccando
colla punta della lingua la terra poi uscì accompagnato dal ragazzo.
— Ebbene Garcia? — chiese Alvaro, quando furono soli. — Ti senti in
grado di disimpegnare le funzioni di piccolo _pyaie_?
— Io non so che cosa esigeranno da me questi selvaggi; penso che per
ora la graticola non ci aspetta e questo è l’importante. —
Vi confesso che non sapevo rassegnarmi all’idea di dover avere per
sepoltura il ventre d’un selvaggio.
— E nemmeno io, ragazzo mio.
— Ci lascieranno in questa capanna o ci offriranno qualche cosa di
meglio?
— Non so nulla. Questi selvaggi sono poco noti anche a Diaz che pure
conosce moltissime tribù.
— M’immagino che....
La frase gli fu interrotta dall’improvviso ritorno del ragazzo
indiano. Non era però solo, l’accompagnavano quattro selvaggi d’aspetto
orribile, tutti impiastricciati di colori e di penne di pappagalli e
che portavano due ceste voluminose.
— Che cosa vogliono costoro? — chiese Alvaro.
— Vi portano le vesti e gli ornamenti del defunto _pyaie_. Era ben
provvisto quello stregone e godeva anche molta fama.
Dovrete assistere ai suoi funerali onde una parte della sua anima passi
nella vostra.
— Come! Se mi hai detto che è morto otto giorni fa?
— Non si poteva spolparlo prima d’avergli trovato il successore.
— Spolparlo! Che questi Eimuri spingano la loro adorazione pel morto
fino a mangiarlo?
— Oh no! Non divorano che i prigionieri di guerra e solamente nelle
carestie troppo lunghe mangiano i cadaveri dei parenti.