Ah! Ma noi dimentichiamo la colazione. Eh! —

Aveva alzato il capo guardando un albero, alto trentacinque o quaranta

metri, col tronco coperto da una corteccia tutta irta di bitorzoli

spinosi.

Era un _paiva_, o albero cotonifero, di dimensioni enormi.

Non erano già le frutta fusiformi della pianta che avevano attratta

la sua attenzione, frutta d’altronde non mangiabili, bensì una specie

di piattaforma, lunga tre o quattro metri e larga quasi altrettanto,

costruita su due solidi rami e sopra la quale svolazzavano cinguettando

numerosi uccelli, grossi tutt’al più come un pivione.

— Ci sarebbe lassù da fare una superba frittata, — disse — se la

paura di accendere il fuoco non ci costringesse a rinunciarvi. Bah! Ci

accontenteremo di sorbire le uova se non saranno troppo passate.

— Che cos’è quella piattaforma? — chiese Alvaro.

— Un nido di tordi tessitori, — rispose il marinaio. — Sono uccelli

singolari che al pari delle passere repubblicane, amano vivere in

società.

Lassù potremo raccogliere parecchie centinaia di uova.

— È solido quel nido?

— Può reggere anche un uomo, tanto sono abili costruttori quegli

uccelli. Eh, Garcia, saresti capace di dare la scalata a questo

_paiva_? I bitorzoli del tronco ti serviranno benissimo di appoggio

purchè tu faccia attenzione alle spine.

— Pronto, marinaio, — rispose il mozzo. — È un affare spiccio.

— Adagio, mio caro, non tanta furia anzi sii cauto quando sarai lassù.

— Che mi cavino gli occhi quegli uccelli?

— No, sono le vespe che pungeranno atrocemente. —

I tordi tessitori costruiscono i loro nidi sulle piante che servono

d’asilo alle mosche cartone per non essere disturbati dai ghiottoni che

mirano alle loro uova.

— E stringono alleanza? — chiese Alvaro.

— Difensiva e offensiva, — rispose il marinaio — Quando i ratti

palmisti od altri minacciano di assalire il nido dei tordi per

saccheggiare le uova, le vespe accorrono in difesa dei loro alleati;

viceversa gli uccelli danno addosso a quei volatili che tentano di

rimpinzarsi di vespe.

— È strana!

— Su Garcia, spicciati e come ti ho detto, fa attenzione alle

mosche cartone. Appena ti sei riempite le tasche di uova, scendi

subito. —

Il mozzo che era un abile arrampicatore, s’aggrappò ai bitorzoli del

_paiva_ ed in pochi momenti giunse sotto il nido.

I tordi, vedendo quell’intruso e sospettando forse le sue intenzioni,

avevano cominciato a schiamazzare per attirare l’attenzione delle loro

alleate ed a volare cercando di beccarlo.

Garcia, che non ascoltava che i brontolî dei suoi intestini quasi

vuoti, con un ultimo slancio si issò sulla piattaforma che era formata

da un numero infinito di buche, ognuna delle quali conteneva un uovo.

Si riempì precipitosamente le tasche, con quattro scappellotti fugò la

banda ciarliera e si lasciò scivolare di ramo in ramo.

Le mosche cartone, udendo i loro alleati a schiamazzare, giungevano in

gran numero, pronte a punire l’audace, ma era troppo tardi.

Il mozzo si era lasciato cadere fra le erbe, restando fortunatamente in

piedi.

Aveva nelle tasche più di sei dozzine d’uova.

Il marinaio ne prese uno e lo guardò attraverso un raggio di sole.

— Sono fresche, — disse, — Garcia ha avuto buona mano nella

scelta. —

S’affrettarono a vuotarle. Non era veramente una colazione capace

di empirli, essendo quelle uova piccolissime, però dovettero

accontentarsi.

Si dissetarono in una pozza, poi ripresero l’interminabile marcia

dirigendosi costantemente verso l’ovest.

Di quando in quando facevano una brevissima fermata per raccogliere

qualche frutto o per prendere un po’ di riposo, poi tornavano a

galoppare spinti dalla speranza di trovare qualche altro fiume.

Tutto d’altronde indicava la vicinanza o d’un corso d’acqua o d’una

savana sommersa: l’umidità crescente del suolo e la presenza di alcuni

trampolieri, dei _gallinago_ che somigliano ai nostri beccaccini, di

_pisoca_ dalle gambe lunghissime e di gallinelle acquatiche dalle penne

turchine a riflessi dorati.

Anche le piante a poco a poco cambiavano. I grossi vegetali

scomparivano e si succedevano invece delle _cuiera_, quelle enormi

piante di zucca che occupano degli spazii immensi e delle _iriartree

panciute_, piante bizzarre che sono sorrette da un gran numero di

radici le quali escono dal suolo per parecchi metri.

Mancava qualche ora al tramonto del sole, quando finalmente scorsero,

attraverso i tronchi degli alberi ed i cespugli, una superficie

luccicante.

— Una savana sommersa! — esclamò allegramente il marinaio. — Ecco una

vera fortuna! Signor Viana, noi potremo finalmente riposarci e anche

cacciare. —

Affrettarono il passo e giunsero poco dopo sulle rive d’una vasta

palude, dalle acque nere ed ingombre di piante palustri e di minuscoli

isolotti che altro non dovevano essere se non banchi melmosi coperti di

erbaccie grasse.

Ad una grande distanza si scorgeva la foresta che si stendeva sulla

riva opposta.

— Che cosa contate di fare ora? — chiese Alvaro al marinaio, il quale

osservava attentamente gli isolotti che emergevano in gran numero.

— Rifugiarci su una di quelle terre e attendere colà che gli Eimuri si

siano allontanati, — rispose Diaz.

— E chi ci condurrà? Non vedo alcuna barca io.

— Una zattera si costruisce presto. Non è ciò che mi preoccupa. Dubito

della solidità di quegli isolotti. Temo che non abbiano consistenza

e vorrei accertarmene presto. Costruiamo per ora una piccola zattera,

capace di sostenermi e lasciate che vada ad esplorare la palude.

Il sole sta per tramontare e gli Eimuri si saranno anche essi arrestati

e prima di domani non giungeranno qui.

— Temete che non possiamo trovare un palmo di terra solida? — chiese

Alvaro.

— È un po’ difficile scoprirne nelle savane sommerse. Ve ne sono molti

però degli isolotti e non dispero.

Se tardassi a tornare, non inquietatevi per me. Dormite tranquilli

senza preoccupazioni. Conosco le savane e i _jacarè_ non mi fanno

paura.

— Vi daremo uno dei nostri fucili e munizioni sufficienti, — disse

Alvaro.

— Grazie, non rifiuto un’arma da fuoco. —

Approfittando del brevissimo crepuscolo, tagliarono un certo numero

di grossi rami ed un paio di giovani alberi e servendosi delle liane

costruirono alla meglio un galleggiante, sufficiente a sostenere un

uomo.

Prima però d’imbarcarsi, il marinaio, che era veramente instancabile,

provvide un po’ di cena ai suoi compagni, raccogliendo nella foresta

parecchi grappoli di _pupunha_, portanti delle frutta grosse come

pesche, di sapore eccellente e delle _araca_, somiglianti alle susine e

più acidule.

— Mentre vi riposate io cercherò il rifugio, — disse, nel momento

d’imbarcarsi. — L’esplorazione sarà lunga però come vi dissi, anche se

non tornassi prima dell’alba, non pensate male di me. —

Prese il fucile del mozzo, balzò sulla leggera zattera e si spinse al

largo, scomparendo ben presto fra le tenebre.

— Ecco un brav’uomo! — esclamò Alvaro, quando non lo vide più. — Lascia

noi pigroni a riposare, mentre va a rischiare la pelle per trarci in

salvo. Che resistenza ha quel diavolo di marinaio!

— Che torni presto? — chiese Garcia. — Che cosa volete? Presso quel

mezzo selvaggio che sa tutto e che indovina tutto, mi sento più sicuro.

— Ed io non meno di te, ragazzo mio, — rispose Alvaro. — Speriamo che

la sua esplorazione non duri molto e che possa trovare un isolotto che

ci regga.

— Lo aspetteremo svegli?

— Approfittiamo per dormire invece, — rispose Alvaro. — Tu non devi

essere meno stanco di me.

— Non posso tenere quasi più gli occhi aperti.

— Gli Eimuri non ci inquieteranno, almeno per questa notte. Coricati

presso di me e dormi. —

Alvaro stava per imitarlo quando la sua attenzione fu attirata da

alcuni grossi volatili che venivano dalla parte della savana e che

svolazzavano intorno all’albero sotto il cui fogliame si era sdraiato.

Che razza di volatili sono? — si chiese. — Non ne ho mai veduti di così

grossi eppure devono essere dei pipistrelli. —

Ne avevano infatti le forme, ma erano ben più grossi di quelli europei.

Le loro ali, riunite, non dovevano misurare meno di ottanta centimetri

ed il loro corpo per lo meno venti.

Se il portoghese avesse conosciuto un po’ meglio il Brasile, si sarebbe

ben guardato dall’addormentarsi, malgrado la sua estrema stanchezza.

Non sapendo quanto erano pericolosi quei volatili, non ci fece caso e

si appoggiò al tronco dell’albero socchiudendo gli occhi.

Garcia già russava beatamente, segno evidente che gli Eimuri se li era

affatto dimenticati.

Per qualche po’ Alvaro lottò col sonno, poi vinto dall’eccessiva

stanchezza si abbandonò.

Non erano trascorsi dieci minuti quando uno di quei grossi pipistrelli

che svolazzavano intorno all’albero, sotto cui dormivano i due

naufraghi, si abbassò silenziosamente volando per qualche po’ sopra la

testa di Alvaro.

Non era un semplice pipistrello, bensì un _vampiro morugo_, dalla testa

grossa e sporgente che terminava in una specie di trombetta, dal pelame

fitto e morbido d’una tinta bruna.

Pareva che cercasse il punto migliore su cui posarsi.

Ad un tratto calò dolcemente su una spalla dell’addormentato, agitando

lentamente le ali e applicò l’estremità del muso dietro l’orecchio

destro di Alvaro.

Aspirava pian piano, senza cessare di muovere le ali per mantenere un

po’ di frescura attorno al povero portoghese del cui sangue si nutriva.

Lo schifoso volatile rimase lì parecchi minuti, ingrossandosi a vista

d’occhio, poi quando fu ben sazio riprese il volo senza che Alvaro si

fosse svegliato.

Da un forellino appena visibile, aperto dagli acutissimi denti del

_morugo_, usciva lentamente un filo di sangue.

Mentre il vampiro s’allontanava un altro era calato sul mozzo.

Aveva già cominciato a succhiare il sangue, quando un lieve rumore

che proveniva dalla parte della foresta lo costrinse ad interrompere

bruscamente il pasto.

Degli uomini s’avanzavano camminando come i lupi, scivolando

dolcemente fra i rami, le radici e le liane, senza che le foglie secche

scrosciassero sotto i loro piedi.

Il _morugo_, spaventato, erasi già alzato precipitosamente scomparendo

in direzione della savana sommersa.

Il drappello che era composto di una dozzina d’uomini, nudi come vermi,

e ricchi di pitture, s’avanzò verso l’albero sotto cui, ignari del

grave pericolo che li minacciava, dormivano i due naufraghi.

Un urlo rauco che pareva uscisse più da gole canine che umane, scoppiò

fra quei selvaggi.

Avevano finalmente raggiunta la preda che avevano inseguita con tanta

ostinazione.

Nessuno però aveva alzata la mazza contro i due addormentati, anzi

tutti si erano fermati guardando Alvaro ed il mozzo con un certo

rispetto.

Si scambiarono rapidamente alcune parole, poi improvvisarono con dei

rami due barelle e vi posero sopra i due naufraghi senza che questi,

sfiniti dalle eccessive fatiche e dalla perdita del sangue, si fossero

svegliati.

Raccolsero le armi ed il barilotto delle munizioni che posero su una

terza barella, poi rientrarono nella foresta, correndo a precipizio.

. . . . . . .

Quando Alvaro si svegliò, con suo immenso stupore non si trovò più

sotto l’albero che gli aveva servito d’asilo, nè sulla riva della

savana sommersa.

Era coricato su un soffice e fresco strato di foglie di palma e chiuso

entro una capannuccia formata di grossi tronchi d’albero e senza alcuna

apertura.

La luce però entrava a sufficienza dalle fessure delle pareti sicchè

poteva vedere ciò che si trovava in quella umile dimora.

D’un balzo si era rizzato in piedi, chiedendosi se era in preda ad un

sogno, non potendo ammettere che il marinaio durante la notte e da solo

avesse potuto costruire quel ricovero.

Un grido gli sfuggì tosto scorgendo in un angolo il mozzo, disteso su

un altro strato di foglie e col viso imbrattato di sangue.

— Garcia! Garcia! — gridò, precipitandosi verso di lui. — Che cosa è

avvenuto? Dove siamo noi? Perchè hai il viso insanguinato?

Il ragazzo udendo quelle grida aveva aperti gli occhi e si era alzato a

sedere sbadigliando è stiracchiandosi.

— Ah! Buon giorno, signor Alvaro, — disse. — È tornato il marinaio.

— Ma che marinaio! — gridò Alvaro. — Guarda dove siamo!

— Oh! In una casa! Chi l’ha costruita e vo...... Mio Dio, signore!

Avete del sangue dietro l’orecchio destro e tutta la spalla è lorda.

Chi vi ha ferito?

— Anch’io sono lordo di sangue! E anche tu! —

Si portò una mano dietro l’orecchio e la ritrasse bagnata.

— Chi ci ha conciati in questo modo? — si chiese.

— Che qualche bestia vi abbia punto, signore? Quei formiconi che

abbiamo mangiati fritti, per esempio.

— Io non lo so; il fatto è che mi trovo debolissimo. Quella bestia deve

avermi fatto perdere molto sangue.

— Ed anch’io signore mi sento sfinito, — rispose il mozzo. — E Diaz? E

chi ci ha condotti in questa capanna? Che ci abbia portati lui mentre

dormivamo? —

Alvaro stava per rispondere, quando un urlìo selvaggio, spaventevole

gli giunse agli orecchi.

Quell’urlìo l’aveva udito ancora, sulle rive del fiume, quando gli

Eimuri erano comparsi interrompendo bruscamente il pranzo.

Impallidì e si sentì la fronte bagnarsi prima d’un sudore caldo, poi

freddo.

— Ci hanno presi! — esclamò con voce soffocata, guardando Garcia con

ispavento. — Ora comprendo tutto. Noi siamo prigionieri degli Eimuri!

In quel momento la porta della capanna si aperse e comparve un indiano

armato d’una pesantissima clava.

L'Uomo di Fuoco · 第 41 / 100 题