Una sorpresa dei selvaggi.
Il _tamanduà_ continuava a salire la riva senza affrettarsi e siccome
in quel luogo il margine della foresta scendeva rapidissimo, l’animale
si aiutava poderosamente colle zampe posteriori che sono assai più
robuste delle anteriori e per di più armate di artigli lunghissimi e
duri come l’acciaio.
Seguirlo era cosa facilissima, poichè i _tamanduà_ sono piuttosto lenti
nelle loro mosse e non conoscono affatto la corsa nè il passo rapido.
Il marinaio di Solis dopo aver osservata e rilevata la direzione che
prendeva l’animale, condusse i suoi compagni attraverso un macchione
e ne raggiunse il margine nel momento in cui il _tamanduà_ stava per
inoltrarsi nella grande foresta.
— Ditemi, Diaz, — disse Alvaro fermandolo. — Sono pericolosi quegli
animali? Quello che ci sta dinanzi se non ha bocca possiede certe
unghie da sventrare facilmente anche un uomo.
— Assaliti si difendono coraggiosamente e non è raro il caso che
riescano a porre fuori di combattimento anche i giaguari che sono i
loro più mortali nemici e anche i coguari, o che almeno li costringano
a rinunciare all’assalto.
Contro un uomo, anche se armato di una semplice mazza, nulla possono.
Potete gettarvi in ispalla l’archibugio. Non vi sarà necessario.
— E dove va ora quella bestia?
— In cerca d’un formicaio. Oh! Non andrà molto lontano! Le termiti
abbondano nelle foreste brasiliane.
— Ah! Guardate! Il _tamanduà_ rallenta la marcia e fiuta l’aria. Sente
la vicinanza del pranzo.
— E noi lo lascieremo pranzare?
— Aspetteremo che demolisca la cittadella delle termiti. Ehi, Garcia!
Se tu tornassi al nostro accampamento intanto, a prepararci del pane?
Hai veduto come si fabbrica e poi sorveglierai nel frattempo anche il
fiume.
— Vado a fare il panettiere, — rispose il mozzo. — La mia presenza qui
è inutile. —
Mentre il bravo ragazzo si allontanava, il _tamanduà_ continuava ad
avanzarsi con una certa precauzione verso un gruppo d’alberi sotto i
quali si scorgevano parecchi coni di terra biancastra, alti poco più
d’un metro e situati, un po’ a casaccio, gli uni accanto agli altri.
— Il formicaio! — esclamò Diaz che pel primo li aveva scorti.
— Ah! Sono là dentro le formiche? — disse Alvaro. — Non farà troppa
fatica a demolirlo, il nostro animale.
— Quei coni sono duri come la pietra, signore, — rispose il
castigliano. — Senza un buon piccone non si sventrano.
— Pare impossibile che delle formiche possano costruire simili
cittadelle.
— Dei formiconi signori e della specie più terribile. Gli abitatori di
quel formicaio devono essere dei _tanajura_, ne sono certo.
— Assai grossi?
— Sono lunghi un pollice ed un quarto.
— Quasi quattro centimetri! Altro che le nostre formiche d’Europa.
— E come pungono o meglio come mordono e come sono voraci di carne
umana! Che sorprendano un uomo addormentato e quel disgraziato se non
si alza subito è perduto.
Miriadi di mandibole lo intaccano da tutte le parti e in dieci minuti
ve lo riducono in un bellissimo scheletro.
— Formiche assassine!
— Dite antropofaghe, signore.
— Sfido io! Sono nel paese dei mangiatori di carne umana! — disse
Alvaro.
— Ecco il _tamanduà_ che attacca la cittadella. —
L’animale si era rizzato sulle zampe deretane e aveva cominciato a
sgretolare il primo cono.
Le sue unghie, più affilate di quelle dei giaguari, strappavano pezzi
grossi come ciottoli, aprendo abbastanza rapidamente un foro di forma
quasi circolare.
Già qualche formicone, inquietato da quel rumore sospetto, cominciava a
mostrarsi, quando il _tamanduà_ interruppe bruscamente il suo lavoro,
guardandosi intorno e alzando dinanzi a sè la sua magnifica coda, a
guisa di scudo.
— Si è accorto della nostra vicinanza, — mormorò Diaz agli orecchi di
Alvaro.
— Allora affrettiamoci ad accopparlo prima che ci scappi, — rispose il
portoghese.
— Avete veduto che non è lesto e potremo subito raggiungerlo. E poi,
non voglio rinunciare alla mia frittura, un manicaretto delizioso, ve
lo assicuro. Aspettiamo ancora un po’.
Il _tamanduà_ stette alcuni istanti in ascolto, manifestando la propria
inquietudine con un incessante agitare della sua magnifica coda,
poi non vedendo comparire alcun nemico e credendo forse di essersi
ingannato, riprese la sua opera di demolizione, allargando il foro.
Le termiti, furiose di essere disturbate, si presentavano minacciose,
affollandosi dinanzi all’apertura e muovendo rapidamente le loro
tenaglie, pronte a mordere.
Il _tamanduà_ punto spaventato, allungava prontamente la sua lingua
vischiosa e assorbiva tranquillamente le combattenti le quali
scomparivano rapidamente entro quello strano tubo che serviva da bocca.
Quantunque l’animale operasse con una velocità sorprendente, non
riusciva però a tener testa alle falangi che accorrevano alla difesa
della cittadella.
Un gran numero di _tanajura_ riusciva a fuggire, disperdendosi per la
foresta.
— Ecco il momento buono, — disse il marinaio.
Imboccò la _gravatana_ entro la quale aveva già cacciata una freccia
avvelenata col _vulrali_, mirò per qualche istante, poi soffiò con
forza.
Il sottile e terribile cannello partì senza rumore e andò a piantarsi
in una delle zampe deretane del _tamanduà_ e così delicatamente che
il ghiottone, completamente assorto nel riempirsi il ventre, non si
accorse nemmeno di essere stato colpito.
Non erano però trascorsi cinque secondi, tanto è rapida l’azione
prodotta da quel potente veleno, quando lo si vide alzare bruscamente
la testa e tremare in tutte le parti del corpo.
Spazzò due o tre volte il suolo colla coda, poi cadde fulminato in
mezzo ai battaglioni delle termiti.
— Occupatevi del _tamanduà_ e fuggite subito se non volete provare i
morsi delle formiche, — disse il marinaio.
Balzò rapidamente innanzi, tenendo in una mano un pezzo di foglia secca
di palma che poteva servire da spatola e nell’altra il sacco di pelle e
saltò in mezzo alle termiti.
Con pochi colpi ne raccolse parecchie dozzine che rinchiuse subito nel
sacco poi fuggì a tutte gambe seguito da Alvaro che si era gettato in
ispalla il _tamanduà_.
— All’accampamento e presto, — disse il marinaio. — Le tanajura possono
prendersela con noi e seguirci. —
Si slanciarono a corsa sfrenata attraverso la foresta e un quarto d’ora
più tardi giungevano all’accampamento.
— Le gallette? — chiese Alvaro, vedendo il mozzo affaccendato dinanzi
al fuoco.
— Vanno a meraviglia, signore, — rispose Garcia che sudava. — Sono
diventato un panattiere di prima forza, ve l’assicuro. Ne ho già
preparate una quindicina.
— E gli Eimuri? — chiese Diaz.
— Non ho veduto nessuno apparire sulla riva opposta.
— Allora prepariamoci il pranzo. —
— Ah! E la pentola? Mi ero dimenticato che quella che avevo si è rotta.
Bah! La surrogheranno con altra cosa.
Signor Viana, scuoiate il _tamanduà_ finchè vado a cercarne una.
Prenderò due piccioni ad una fava.
— Che uomo meraviglioso! — esclamò Alvaro, guardandolo mentre si
dirigeva verso il fiume. — Ha fatto una bella scuola sotto i selvaggi!
I selvaggi! Eh! Ne sanno più di noi e possiamo, per ora, chiamarli
maestri.... degli europei. —
Aveva terminato il scuoiare il _tamanduà_ che era coperto da un
vero strato di grasso come un piccolo maiale od un orsacchiotto ben
pasciuto, quando vide il marinaio tornare portando fra le braccia
una testuggine lunga quasi mezzo metro, col guscio color brunastro,
chiazzato di macchie rossastre ed irregolari, composto di tredici
lamine poste superiormente.
— Ma dunque non finirete più di arricchire la nostra dispensa? — chiese
Alvaro.
— Oh! L’avrei lasciata andare se avessi avuto una pentola che potesse
servire per la nostra frittura. — Rispose il marinaio. — L’avevo
adocchiata quando noi spiavamo, sulle rive del fiume, le mosse del
_tamanduà_.
— E come potrà servirvi da pentola?
— Il guscio surrogherà quella che mi manca.
All’opera, cuochi! Nemmeno gli imperatori romani avranno mangiato così
bene. Me lo direte poi. —
Mentre Garcia continuava a cuocere gallette di mandioca e Alvaro si
occupava dell’arrosto, sorvegliando una superba coscia del _tamanduà_
che arrosolava lentamente, il marinaio aveva spaccata, dopo molti colpi
formidabili, la testuggine.
Mise da una parte la carne della povera bestia che doveva offrire più
tardi un altro arrosto gustosissimo, pulì il guscio superiore e lo mise
sulla cenere calda gettandovi dentro dei grossi pezzi di grasso del
_tamanduà_ affinchè si sciogliessero.
Quella coppa che resiste anche alla fiamma per un certo tempo, serviva
a meraviglia, senza bruciarsi.
Quando il marinaio vide che l’arrosto era quasi pronto e che il grasso
si era già ben liquefatto, disse:
— Preparatevi per la frittura che formerà il primo piatto. Il
_tamanduà_ verrà poi. —
Aprì il sacco e lo vuotò nel guscio. Le povere termiti, che erano delle
belle e grosse formiche, più lunghe d’un pollice, caddero nel grasso
bollente, dibattendosi per qualche istante disperatamente.
Un profumo squisito, come di pesce fritto, si sparse per l’aria.
Quando il marinaio le giudicò ben cotte, le ritirò servendosi d’una
spatola di legno che aveva lì per lì fabbricata e le depose su una
bella e profumata foglia di palma.
— Ecco la frittura! — gridò allegramente. — Servitevi, signori! —
Si erano seduti tutti tre intorno alla foglia, ma Garcia ed Alvaro
esitavano.
Quel fritto di formiche non li tentava affatto.
— Assaggiate dunque, signor Viana, — disse il marinaio.
Alvaro, quantunque arricciasse il naso, finalmente si decise.
— Corpo d’un elefante! — esclamò quando ne ebbe mangiate alcune. — Sono
più delicate e più gustose dei gamberetti di mare![9] Mangia Garcia ed
impara ad apprezzare la cucina dei selvaggi brasiliani. —
La frittura scomparve in pochi minuti.
— Avanti l’ar..... — stava per gridare il marinaio. Ma l’ultima parola
gli morì fra le labbra.
Una freccia aveva silenziosamente attraversata la piccola radura,
piantandosi nel tronco d’un albero che cresceva vicino ad Alvaro.
— _Carracho!_ — esclamò il marinaio, che si era alzato
precipitosamente. — Gli Eimuri! Gambe! Gambe! —
Sull’opposta riva del fiume erano improvvisamente comparsi alcuni
selvaggi che il marinaio aveva subito riconosciuto pei suoi accaniti
persecutori.
Quei bricconi che dovevano aver finalmente trovate le tracce dei
fuggiaschi, si preparavano a tempestarli di frecce.
Alvaro che non voleva abbandonare tutto, d’un balzo prese l’arrosto
e si slanciò dietro al marinaio che filava come un cavallo, seguito
a breve distanza da Garcia che si era impadronito della carne della
testuggine.
Gli Eimuri, fortunatamente pei naufraghi, si trovavano
nell’impossibilità d’inseguirli.
Quel fiume, quantunque guadabile, era per essi un ostacolo enorme ed
un ponte non era facile a costruirsi in pochi minuti, specialmente per
uomini che non possedevano che delle scuri informi fatte con grosse
conchiglie o con pezzi di selce.
— Rallentate un po’, marinaio, — gridò Alvaro, vedendo che gli Eimuri
non osavano mettere i piedi in acqua. — Volete farmi scoppiare? E poi
non siamo inermi, ringraziando Iddio e le munizioni non ci mancano.
— Non fermiamoci, signore, — rispose Diaz. — Approfittiamo per
frapporre fra noi e quelle canaglie il maggior spazio possibile.
Corrono come cervi e quando avranno costruito un ponte, ci daranno una
caccia furiosa, senza lasciarci un momento di tregua.
— Il ponte non l’hanno ancora costruito.
— Lo faranno, non dubitate. Si sono cacciati in testa di prendermi e
non mi lascieranno, ve lo assicuro.
Gambe, signore e avanti finchè avremo forza.
— Briganti! — esclamò Alvaro che era di assai cattivo umore. — Potevano
giungere a pranzo finito! —
Ripresero la corsa, inoltrandosi sempre più nell’interminabile foresta
la quale diventava sempre più folta e più selvaggia e la continuarono
fino a che si sentirono incapaci di fare un passo più innanzi.
Tutti tre, specialmente il mozzo, erano completamente esausti.
— Prendiamo un po’ di riposo e consigliamoci, — disse Alvaro. — Abbiamo
percorso una mezza dozzina di miglia e forse gli Eimuri non sono ancora
riusciti a costruirsi il ponte ed a valicare il fiume.
Non devono essere troppo abili in simili costruzioni quei bruti. Che
cosa ne dite, Diaz?
— Che pel momento siamo al sicuro, — rispose il marinaio. — Il fiume
è largo e un albero di quaranta o cinquanta metri non si abbatte
facilmente con delle scuri di pietra o di conchiglia.
Però domani o questa sera saranno qui di certo.
— E siamo ancora lontani dai villaggi dei Tupinambi?
— Almeno sei o sette giorni di marcia, dovendo noi descrivere un lungo
giro per evitare l’incontro col grosso degli Eimuri.
— Diavolo! — esclamò Alvaro. — Sette giorni e di fuga continua! Potremo
noi resistere?
— Sarà necessario, se non amate meglio farvi divorare, — disse il
marinaio.
— Non potete trovare qualche altro rifugio?
— Un rifugio! Uhm! Sarà un po’ difficile e poi, sarebbe sicuro? Quei
dannati selvaggi, quando si attaccano ad una pista, non la lasciano
più.
Sono più abili dei cani. Bisognerebbe trovare un altro fiume o meglio
ancora una palude od una savana sommersa.
Io non conosco il paese che ora percorriamo o meglio la foresta, ma può
darsi che da un momento all’altro ci troviamo dinanzi a dell’acqua.
Signor Viana, ripartiamo.
— Mille bombe! Ancora?
— Ho corso per undici giorni e con pochissimi riposi, sempre inseguito.
Se le mie gambe avessero ceduto o sarei a quest’ora un pyaie degli
Eimuri o già digerito dopo d’essere stato più o meno arrosolato su una
graticola.
— Diaz! Mi fate venire i brividi! — esclamò Alvaro.
— Che vi daranno la forza di fuggire, — rispose il marinaio, sorridendo.
— Lasciateci almeno il tempo di assaggiare il nostro arrosto. Mi
libererò almeno d’un peso inutile.
— E la mia testuggine? — chiese il mozzo.
— Serbiamola per domani, — rispose Diaz. — Non avremo più il tempo di
cacciare.
— Su, sbrighiamoci! La frittura di formiche non è già un piatto forte
per degli uomini che sono costretti a far lavorare le gambe. —
Affamati come erano, essendo stati costretti ad interrompere il pranzo
in sul principio, non impiegarono molto a far scomparire l’arrosto e le
tre o quattro gallette che avevano avuto il tempo di raccogliere.
Ringagliarditi da quel pasto assai sostanzioso e abbondante se non
variato, i tre europei ripresero le mosse, spronati dal pensiero che
gli Eimuri avessero già trovato il modo di varcare il fiume e che
seguissero già le loro orme.
La foresta era sempre foltissima e costituita da poche varietà di
piante per la maggior parte senza frutta.
Erano macchioni enormi di _isonandra_, di alberi da cui si ricava
oggidì la guttaperca; di _bombonax_ colle cui foglie si fabbricano
degli splendidi cappelli di paglia che poco hanno da invidiare a
quelli famosi di Panama; di _laranjus_ i cui fiori profumavano l’aria
e di persee piante bellissime queste, alte come i nostri peri e che
producono delle frutta grosse come limoni, che intorno al nocciuolo
hanno una polpa verdastra, di sapore nauseante, che sembra burro e
che si mangia, da taluni, volentieri specialmente se condita con sale,
zucchero e vino di Xeres.
[Illustrazione: Il vampiro aspirava pian piano, senza cessare
di muovere le ali. (CAP. XVII).]
Pochi uccelli abitavano quella boscaglia, quasi tenebrosa per la
foltezza delle foglie e umidissima: dei _tanagra_, colle penne azzurre
ed il ventre aranciato; qualche cardinale colla testa rossa e qualche
grosso pappagallo che cicalava a piena gola, noioso come tutti i suoi
simili.
Il marinaio che sapeva dirigersi anche senza bussola e che aveva le
gambe solide, camminava velocemente senza mai deviare, nè esitare,
mettendo a dura prova le forze dei due naufraghi.
— Avanti sempre, senza fermate, se volete sfuggire agli Eimuri,
— diceva sempre. — È così che io sono riuscito a tenerli sempre a
distanza.
— Noi non possediamo dei garretti d’acciaio, — brontolava Alvaro. — Non
siamo vissuti quindici anni fra i selvaggi. —
— È necessario, — ribatteva il marinaio. — Chi rimane indietro è uomo
morto.
E sempre spronati da quella paura, continuavano ad avanzarsi
nell’immensa foresta, passando da un macchione all’altro, sovente
strisciando come rettili, quando non riuscivano a trovare un passaggio
fra quell’immenso caos di alberi, di cespugli e di liane.
Alla sera, esausti ed affamati, si arrestavano sulla riva d’un
torrentello.
— Basta, — disse il marinaio. — Abbiamo marciato come selvaggi
brasiliani, riposiamoci qui.
Anche gli Eimuri dormono; possiamo quindi fare anche noi altrettanto.
Cenarono con alcuni banani, poi si lasciarono cadere al suolo, sotto un
albero immenso che stendeva i suoi rami in tutte le direzioni.
— Dormite pure, — disse il marinaio che era il meno stanco. — Io monto
il primo quarto di guardia. —