Stavano per lasciare la riva quando a breve distanza udirono risuonare
per l’aria un lamento che si ripetè parecchie volte di seguito:
— A... ih!... A... ih!...
— Chi è che si lagna? — chiese Alvaro, guardandosi intorno.
— Non vedo nessuno signore, — rispose il mozzo.
— Che sia qualche scimmia che si diverte a spaventarci? Non mi
stupirei. Hanno delle grida così strane i quadrumani che abitano queste
foreste! —
Un altro grido più lamentevole, più lugubre si udì e questa volta non
pareva che risuonasse verso il suolo bensì in aria.
Alvaro ed il mozzo alzarono gli occhi e scorsero fra i rami d’un
nespolo che cresceva isolato, e già privo delle sue frutta che sono
grosse come le mele e assai gustose, una massa informe di peli lunghi
e grigiastri che si teneva aggomitolata all’estremità d’un ramo,
lasciando pendere una coda lunga più di mezzo metro.
— Ecco le costolette! — esclamò Alvaro. — A qualunque specie
appartenga, quell’animale non lo lascierò sfuggire e lo metteremo sui
carboni.
Badiamo che non ci sfugga, Garcia.
— Mi pare che non ne abbia il desiderio signore. —
Si accostarono alla pianta tenendo gli archibugi puntati su quello
strano animale il quale continuava a lamentarsi con degli _a-ih!_
sempre più lugubri.
Vedendo avvicinarsi i cacciatori non faceva alcun tentativo per
evitarli. Si manteneva ostinatamente aggrappato al ramo, muovendo
appena appena e quasi a fatica, la coda.
— Che abbia le zampe rotte? — chiese il mozzo. — Una scimmia non
rimarrebbe lì ad aspettare i nemici, anzi.
— È poi una scimmia? — disse Alvaro.
— Sia una scimmia o no, quell’animale si lascierà ammazzare colla
miglior buona grazia. Sarà forse contento di offrire a due uomini
affamati le sue bistecche. —
Erano giunti sotto la pianta che era pochissimo alta, e quello strano
essere non aveva fatto ancora alcuna mossa per rifugiarsi almeno sui
rami superiori.
Assai sorpreso Alvaro si era messo a osservarlo curiosamente, credendo
che qualche grave ferita gl’impedisse di fuggire.
Sembrava una scimmia, ma aveva anche molto del tasso ed un po’ anche
del gatto.
Non era più alto di mezzo metro, colle membra sproporzionate, la
testa rotonda traforata da due occhietti neri e malinconici ed il
corpo avvolto in un pelame fitto, lungo, grigiastro e assai ruvido. I
suoi piedi erano armati di tre sole unghie, larghe e ricurve al pari
d’uncini e così anche le dita delle mani.
— Non ha alcuna ferita e non fugge! — esclamò Alvaro. — Proviamo a
farlo cadere. —
Afferrò il tronco del nespolo che non era più grosso del braccio
d’un uomo e lo scosse vigorosamente. Fatica inutile! Il quadrumane
non voleva saperne di lasciare quel ramo a cui pareva incollato e
manifestava solamente la sua collera con degli _a-ih!_ sempre più
lamentevoli.
— Non vuole scendere, signore, — disse il mozzo.
— Andrò a gettarlo giù io, — rispose Alvaro. — Deve essere un gran
poltrone questo quadrumane.
— Badate che ha delle unghie assai lunghe.
— Non s’incomoderà ad adoperarle.
Salì lestamente sull’albero e si spinse sul ramo tenendo in pugno la
scure. Il quadrumane vedendolo accostarsi si mise a soffiare come un
gatto in collera e ad arruffare i peli senza però staccare gli artigli.
Alvaro che sentiva l’odore delle costolette con un colpo della sua
piccola scure gli spaccò il cranio e lo gettò al suolo, dicendo:
— Pigraccio, va!
Pigraccio! era il suo vero nome poichè quel quadrumane è il più grande
poltrone che esista sulla terra.
Era un bradipo, meglio conosciuto dai brasiliani sotto il nome di _ay_,
così chiamato dagl’indiani pel suo grido. Sembra che quegli animali
formino l’ultimo anello delle vere scimmie coi tassi e anche coi
gatti, quantunque sia ben lungi dal possedere neanche in minima parte
l’agilità degli uni e degli altri.
Vivono per lo più fra i rami delle _palme ambuibe_ delle cui foglie
sono ghiotti e anche fra i mazzi di bambù della cui polpa si cibano, ma
quanta fatica costa a loro salire su quelle piante! Prima di issarsi
lassù, impiegano delle giornate, non muovendo le loro zampe e le loro
braccia che dopo un lungo riposo.
Raggiunti i rami d’un albero non li lasciano più finchè non hanno
divorata l’ultima foglia, poi, per risparmiarsi la fatica di
ridiscendere, quei pigroni si lasciano cadere al suolo da qualunque
altezza si trovino.
Anche a terra sono d’una lentezza incredibile e malgrado tutti i loro
sforzi, anche se tormentati, non riescono a percorrere più di quattro o
cinque metri all’ora.
Alvaro ed il mozzo, quantunque avessero desiderato qualche cosa
di meglio d’un quadrumane, s’affrettarono a scannare l’animale che
era ancora agonizzante malgrado quella spaventevole ferita, avendo
l’esistenza tenacissima, lo infilzarono nella bacchetta di ferro
d’uno degli archibugi che appoggiarono su due rami infissi nel suolo e
accesero il fuoco.
— Mentre sorvegli l’arrosto, io andrò a far provvista di frutta ed
a cercare del canape o qualche cosa che possa surrogarlo, — disse il
signor di Correa. — Non avrai paura a rimanere solo!
— Oh no, signore, — rispose il mozzo. — Il mio archibugio è
carico. —
Alvaro s’allontanò dirigendosi verso la foresta il cui margine si
trovava a più di cinquecento passi.
Dei bellissimi alberi che crescevano a gruppi, e che prima di allora il
portoghese non aveva mai veduti, ingombravano il suolo che si estendeva
fra le rive della palude e la foresta vergine. Erano di forme eleganti,
non più alti di sei o sette metri, col fogliame d’un bel verde cupo e
carichi di frutta gialle, grosse e lucenti come zucche e che per una
strana particolarità invece di pendere dai rami uscivano dai tronchi
delle piante.
Erano delle _jabuti cabeira_, comunissime nelle foreste brasiliane e
assai apprezzate per le loro frutta le quali, attorno ad un nocciuolo
grossissimo, hanno una polpa carnosa, delicata e assai saporita.
Il portoghese avendone assaggiate alcune che erano cadute al suolo e
avendole trovate eccellenti, ne fece una buona raccolta, poi proseguì
la via facendo fuggire immensi stormi di _tico-tico_, specie di
passere che non sono meno ciarliere delle nostre e di _azulae_ dalle
belle penne azzurre. Attraverso le foglie secche, ancora imperlate
della rugiada notturna, Alvaro vedeva ancora saltellare quelle brutte
_parraneca_, dalle lunghe gambe, che la sera prima avevano invaso la
radura della _summameira_ e anche, non senza un profondo ribbrezzo,
certe serpi color verde, sottili come liane e appunto perciò chiamate
dai brasiliani _cobra cipo_ ossia serpi liane, che è facile confonderle
fra il caos di vegetali che ingombrano le foreste vergini.
Aveva già raggiunto l’orlo della foresta sempre cercando qualche pianta
che gli potesse dare qualche materia fibrosa da surrogare il canape
necessario alla riparazione del canotto, quando la sua attenzione fu
attirata da un crepitìo incessante come se delle palle o delle zucche
cadessero al suolo spaccandosi.
— Che vi siano degl’indiani qui? — si chiese, appiattandosi dietro un
cespuglio.
Guardò attentamente verso il luogo ove si udivano quei crepitìi e vide
cadere da un albero colossale che si ergeva venti passi più innanzi,
delle frutta enormi che nello spaccarsi lanciavano intorno certe specie
di mandorle.
— Chi può farle cadere? — si domandò. — Vengono lanciate con troppa
forza e non piombano verticalmente. —
Alzò gli occhi verso quel colosso e scorse fra le fronde delle
bruttissime scimmie che staccavano destramente le frutta e che le
lanciavano a terra a tutta forza onde si spaccassero.
Era una truppa di brachieri calvi, i più brutti quadrumani che forse
esistono, colla testa completamente calva, il muso rosso come quello
degli ubbriaconi impenitenti e raggrinzato, che dava loro un aspetto
decrepito ed il pelame lunghissimo giallo rossastro.
Gettata al suolo una grande quantità di frutta, le scimmie scesero
lestamente e sedutesi attorno all’albero si misero a divorare
avidamente le mandorle che erano balzate fuori da quelle noci enormi.
Un movimento del portoghese le avvertì della presenza d’un nemico.
Raccolsero frettolosamente le frutta e fuggirono come frecce,
cacciandosi in mezzo ai festoni foltissimi delle liane, entro i quali
non tardarono a scomparire.
Alvaro si era avanzato verso l’albero, raccogliendo alcune di quelle
noci enormi le quali, dalle fessure mostravano certi filamenti che se
non valevano un buon canape, potevano in qualche modo essere utili.
— Ho trovato quello che cercavo, — disse. — Singolare caso!... delle
scimmie che indicano a degli uomini ignoranti come me, dove posso
trovare quello che mi occorre. —
Spaccò una di quelle noci e fra il guscio e le mandorle vide che vi
era uno strato di filamenta. Se avesse meglio conosciuto l’albero ne
avrebbe potuto trovare ben di più sotto la scorza, ma il portoghese
ignorava completamente le ricchezze delle piante brasiliane.
Soddisfatto di aver del canape fece ritorno alla palude, giungendovi
nel momento in cui il mozzo stava levando dal fuoco il bradipo.
— Cotto appuntino? — chiese Alvaro che fiutava il profumo squisito che
esalava quella carne.
— Il cuoco della caravella non avrebbe potuto far di meglio, modestia
a parte, — disse Garcia, ridendo. — Ho sorvegliato l’arrosto come un
cuciniere perfetto.
— Bravo, ragazzo.
— Gli è che...
— Che cosa vuoi dire?
— Non vi pare che questa scimmia rassomigli ad un fanciullo cucinato al
forno?
— Può essere, Garcia, — rispose Alvaro, colpito dalla giusta
osservazione del mozzo. — Trovandoci però noi in un paese abitato
da mangiatori di carne umana, cerchiamo di non mostrarci troppo
schizzinosi.