Lasciò il mozzo e risalì la scala che conduceva sul cassero e che
le onde avevano fino allora risparmiata, e tenendosi aggrappato alle
murate si spinse verso poppa, salendo su una cassa per poter meglio
dominare la baia.
Un vero grido di meraviglia gli sfuggì, allo spettacolo che si offriva
dinanzi ai suoi occhi. La tempesta aveva spinto la caravella in una
specie di golfo così splendido, che Correa non ne aveva mai veduto
prima uno più pittoresco.
Era un immenso bacino di trenta e più miglia di circonferenza,
contornato da colline coperte di alberi superbi d’un verde magnifico,
che scendevano dolcemente, formando poi, alla loro base, centinaia e
centinaia di seni graziosi, pure ombreggiati da piante.
A destra serviva di sponda il continente; a sinistra invece una grande
isola[3] tutta coperta di palme e di noci di cocco; nel mezzo invece
s’alzavano numerose isolette le une più pittoresche delle altre, veri
giardini disseminati su quel golfo.
Dei fiumi, cinque o sei, dalla foce molto ampia, si versavano in mare
lottando furiosamente contro le onde che tentavano di respingere le
loro acque.
— Che paese meraviglioso! — esclamò Alvaro, entusiasmato. Non l’avevo
prima osservato; peccato però che queste spiagge siano abitate da
antropofagi ributtanti, che si dice abbiano sopratutto una passione
spiccata per la carne degli uomini bianchi. Già è un piatto piuttosto
raro che non abbonda in queste regioni, almeno per ora.
Saliamo più in alto e vediamo se qualche marinaio è riuscito a salvarsi.
Era ancora rimasto ritto un troncone dell’albero maestro, che sosteneva
la coffa.
Il signor Viana s’aggrappò ad una delle funi e s’inerpicò fino lassù
con un’agilità da far stupire anche il mozzo.
Da quell’altezza si poteva dominare tutta la baia e scorgere anche
distintamente la costa più prossima, la quale non distava più di sette
od ottocento passi.
Un fuoco brillava su quella spiaggia, alla base di un alto scoglio e
seduti intorno vi erano degli uomini quasi nudi, occupati ad asciugare
le loro vesti.
— I marinai della caravella! — esclamò Alvaro, con voce lieta. —
Sono ben felice che quei disgraziati si siano salvati in buon numero,
giacchè ero più che persuaso che le onde li avessero sbricciolati.
Riunì le mani a mo’ di porta-voce, le accostò alle labbra e lanciò per
tre volte un «ohe!» prolungato.
Udendo quelle chiamate, i naufraghi si erano alzati spingendosi
verso la spiaggia, che le onde, sempre altissime, di quando in quando
spazzavano con un rombo continuo.
Erano una dozzina e parecchi zoppicavano. Il vecchio pilota si trovava
fra loro, anzi pareva il meno maltrattato di tutti.
— Signor Correa! — gridò, dopo aver atteso che l’onda si fosse
sfasciata. — Affonda sempre la nave?
— Non si muove più.
— Gettatevi in acqua e cercate di raggiungerci.
— Pel momento mi trovo troppo bene qui e non sbarcherò finchè la
tempesta non sarà cessata, — rispose il giovane.
— Badate che le onde non vi spazzino via. È sempre furioso l’Atlantico.
— Mi guarderò dai colpi di mare.
— Se potete, preparatevi almeno una zattera.
— È quello che farò. Addio pilota e non fatevi sorprendere dai
selvaggi. —
Ridiscese sulla tolda della caravella, dove il mozzo lo aspettava con
ansietà.
— Tutto va bene, finora, — disse Correa. — Cerca una scure e prepariamo
la zattera. L’uragano accenna a calmarsi e forse questa sera potremo
anche noi approdare, senza correre alcun rischio.
— Ve ne sono parecchie di scuri nella cabina del pilota, — rispose
Garcia.
— Ed il legname ed i cordami non mancano qui. Ma mi pare che sarebbe il
momento di stritolare un biscotto.
Spero che troveremo qualche cosa da porre sotto i denti.
— So dove si trova la dispensa, signore. —
Mentre il mozzo discendeva nel quadro, Alvaro fece il giro del ponte
per accertarsi se la caravella si trovava in grado di resistere a quei
continui cavalloni che la urtavano poderosamente e senza tregua.
La sua immersione si era arrestata e pareva che si fosse incagliata
così bene da non temere che venisse nuovamente spostata. Che potesse
però opporre una lunga resistenza alle onde, vi era da dubitare.
I suoi fianchi, sconquassati, a poco a poco cedevano ed i madieri
si spostavano sempre. Anche i corbetti dovevano essersi infranti in
parecchi luoghi.
Degli squarci si erano aperti specialmente sul tribordo e le acque,
volta a volta vi penetravano con un cupo rimbombo riempiendo la stiva
e rimuovendo il carico, per uscire poi, in forma di cascate, dalle
aperture di prora.
— È destinata a sparire, — disse Alvaro. — Sarà questione di qualche
giorno se non di ore.
Peccato! Coi suoi rottami si sarebbe potuto ricostruire una grossa
scialuppa e guadagnare le Antille.
Che cosa faremo noi su queste spiaggie così lontane da quelle abitate
dagli uomini della nostra razza? Vorrei sapere come finirà, tutto
ciò. —
Scrollò le spalle e fece buon viso al mozzo che risaliva in quel
momento portando un canestro contenente dei biscotti e del lardo.
— È tutto quello che ho potuto trovare, signor Alvaro, — disse il
ragazzo.
— I tuoi camerati sarebbero felici di poter avere altrettanto, —
rispose Viana, — quantunque le piante da frutto non manchino sulle
coste brasiliane. —
Stavano per sedersi su un barile, quando verso la spiaggia udirono il
pilota a urlare.
— Signor Correa! Signor Correa! —
La voce del vecchio marinaio era improntata al più vivo terrore.
Alvaro era balzato in piedi, slanciandosi verso la murata di babordo,
da cui poteva distinguere la spiaggia senza risalire fino alla coffa.
In quel medesimo istante, urla terribili s’alzarono fra le piante che
ingombravano la costa. Erano ululati che parevano uscire da gole di
belve, poi urla acutissime che terminavano in veri ruggiti.
Alvaro, pallido, angosciato, aveva volti gli sguardi verso lo scoglio
alla cui base poco prima aveva scorto i naufraghi attorno al fuoco.
Non vi erano più. Fuggivano disordinatamente lungo la spiaggia,
gridando a squarciagola:
— Aiuto!
— I selvaggi!
— Signor Alvaro!
— Stanno per piombarci addosso! —
Delle freccie si vedevano volare per l’aria e piantarsi nei dorsi o nei
fianchi dei fuggiaschi.
— Signore! — gridò il mozzo che era diventato pallido come un cencio di
bucato. — Uccidono i nostri compagni!
[Illustrazione: Alvaro, sul cassero di prua, tagliò con lo
spadone la miccia e l’accese. (CAP. III).]
Una torma di uomini semi-nudi coi capelli lunghi, sciolti sulle spalle
e adorni di mazzi di penne variopinte, era sbucata sulla spiaggia
continuando a urlare spaventosamente.
Quegli uomini, una cinquantina per lo meno, erano di statura superiore
alla media e ben complessi, colla pelle color del mattone a striscie
rosse e nere che davano loro un aspetto pauroso, ed il viso ornato
di penne disposte come baffi, trattenute da qualche mastice ed
erano armati di clave lunghe sei piedi e larghe uno, colle coste
frastagliate a guisa di denti di sega, armi certamente formidabili
che dovevano ammazzare un nemico con un colpo solo. Altri invece
tenevano certe specie di bastoni entro i quali soffiavano lanciando
delle sottilissime freccie, intinte forse in qualche sostanza velenosa,
poichè ogni marinaio che veniva colpito cadeva al suolo contorcendosi
disperatamente e per non più rialzarsi.
I brasiliani, vedendo i naufraghi a fuggire, si erano slanciati a loro
volta a corsa sfrenata, temendo forse che cercassero d’imbarcarsi.
Con un tremendo colpo delle loro mazze fulminavano i feriti dalle
freccie, fracassando loro il cranio, poi continuavano la corsa per
dare addosso agli altri che tentavano di trovare un rifugio fra le
scogliere.
Il signor de Correa, assisteva inorridito al massacro, senza nulla
poter tentare. Vi erano bensì a bordo dei fucili ma a nulla avrebbero
potuto giovare, avendo le armi da fuoco in quell’epoca una portata
limitatissima.
Anche se si fosse precipitato in acqua a rischio di venire scagliato
fra le scogliere, il suo soccorso sarebbe stato assolutamente inutile,
anzi i brasiliani avrebbero potuto contare una vittima di più da porre
poi sui carboni.
Invano urlava e minacciava. Le grida dei selvaggi ed il fragore delle
onde coprivano la sua voce.
— Fermatevi, canaglie! — gridava. — Fermatevi o quando approderò vi
ucciderò tutti! —
I brasiliani non si erano nemmeno accorti della presenza del portoghese
e del suo giovane compagno, anzi pareva che non avessero nemmeno notata
la vicinanza della caravella, tanto erano accaniti nel perseguitare gli
ultimi superstiti.
La caccia alla preda umana non doveva durare a lungo con quei veloci
selvaggi che correvano più lesti dei daini.
Di dodici marinai non ne erano rimasti che cinque i quali si erano
rifugiati sulla cima d’una scogliera, tentando di respingere gli
assalitori a colpi di pietra. Fra essi vi era ancora il pilota, a cui
l’imminenza del pericolo aveva messo le ali alle gambe.
Con una bordata di freccie i brasiliani ne fecero cadere tre, poi si
scagliarono sugli altri due colle mazze alzate e li fracassarono con
pochi colpi, riducendoli in un ammasso di carni sanguinolenti e di
ossa spezzate. Un clamore assordante salutò la caduta dei due ultimi
portoghesi.
— Miserabili! — gridò Alvaro, inorridito. — Sono belve feroci costoro e
non uomini.
— Signore, — disse il mozzo, con voce tremante. — Verranno a trucidare
anche noi ora?
— Mi pare che non si siano nemmeno accorti della nostra presenza.
— Non facciamoci vedere, signore.
— Vorrei anzi che venissero, — rispose Alvaro. — Ci sono dei fucili, ci
difenderemo e anche vendicheremo i tuoi poveri compagni.
— Non chiamateli, signor Alvaro.
— Eppur darei qualche cosa per fucilarli.
— Che cosa faranno ora dei cadaveri dei nostri camerati?
— Li mangeranno: guarda! —
I brasiliani, raccolti i corpi dei marinai, erano tornati verso lo
scoglio, alla cui base ardeva ancora il fuoco acceso dal pilota.
Mentre alcuni abbattevano delle foglie di cocco, altri raccoglievano
nella vicina foresta rami d’alberi secchi che accumulavano con un certo
ordine intorno alla fiamma.
Avevano allineati i dodici cadaveri presso le cataste, strappando
loro lestamente le poche vesti che indossavano, i capelli e le barbe,
servendosi di certi coltelli formati con pezzi di conchiglie che
dovevano essere taglienti.
Lavati i corpi con acqua marina, costruirono una specie di graticola di
proporzioni gigantesche, adoperando rami verdi, poi vi stesero sopra i
dodici sciagurati, alimentando i fuochi.
Quando videro le fiamme alzarsi intorno agli arrosti, quei ributtanti
mangiatori di carne umana si afferrarono per le mani eseguendo una
danza scapigliata.
Saltavano come capretti, dimenando la testa ed il dorso e urlavano a
piena gola, mentre due o tre, accoccolati presso i falò soffiavano
disperatamente entro certi pifferi che parevano formati con tibie
umane.
— Sembrano demoni, — disse il mozzo stringendosi al fianco di Alvaro,
il quale osservava con un profondo senso di disgusto quei ributtanti
selvaggi.
— Sì, demoni che io sarei ben contento di ricacciare all’inferno a
colpi di cannone, — rispose il giovane. — Io mi domando se anche a noi
toccherà l’eguale sorte.
— Sbarcheremo, signore?
— Ci saremo costretti, se non vorremo morire di fame e di sete o venire
spazzati via dal mare.
— Non potremo noi costeggiare il Brasile fino al golfo del Messico?
— Con una zattera? Eh, ragazzo mio, non si andrebbe molto lungi. E poi
saremmo costretti a sbarcare di quando in quando e ci troveremmo sempre
alle prese cogli antropofagi.
— Sono tutti mangiatori di carne umana, gli abitanti di queste terre?
— Quasi tutti, ragazzo mio.
— Che cosa sarà allora di noi, signore?
— Non lo so di certo, — rispose Alvaro. — Tuttavia possedendo noi dei
fucili, ti prometto che non ti lascierò massacrare senza difenderti.
So che tutti i selvaggi hanno sempre avuto una gran paura delle armi
da fuoco, non riuscendo a spiegare il tuono che producono; può darsi
quindi che anche questi si sgomentino.
— Non sbarcheremo però se non quando quei bruti si saranno allontanati.
— Non sarò così sciocco di andare ad espormi ai loro colpi. M’immagino
che non rimarranno eternamente accampati sulla spiaggia e che
torneranno al loro villaggio. —
Degli ululati spaventevoli interruppero il loro dialogo. I cuochi
incaricati della cottura degli arrosti umani, dovevano aver avvertiti
i loro compagni che gli uomini bianchi erano pronti a servire da
colazione, giacchè si videro tutti quei ballerini interrompere
bruscamente i loro salti disordinati e rovesciarsi verso i bracieri,
con manifestazioni di gioia frenetica.
I marinai vennero levati dalle graticole semi-consunte mediante
delle lunghe aste munite all’estremità di punte di selce e deposti su
gigantesche foglie.
Un vecchio indiano che aveva sul petto molteplici file di denti di
animali feroci e dei braccialetti d’oro, fece un piccolo discorso
d’occasione, poi brandita una scure di pietra si mise a spaccare gli
arrosti, gittando a quei mostruosi convitati a chi una testa, a chi una
coscia, o una gamba od una natica o un polmone od ammasso di costole.
— Canaglie! — esclamò Alvaro che non poteva reggere a quell’atroce
spettacolo. — E non poter impedire simili barbarie! Non guardarli,
Garcia! Vomiterai la colazione. —
Si ritrassero verso la murata di babordo, guardando le onde che
continuavano ad irrompere attraverso la baia, scuotendo sempre
fortemente la caravella, tuttavia di quando in quando non sapevano
frenare la loro curiosità per quanto quella scena di cannibalismo
ispirasse ad entrambi un orrore invincibile.
I selvaggi si erano gettati sulle carni dei marinai coll’avidità di
belve feroci a digiuno da una settimana. Lavoravano così bene di denti,
che dopo qualche ora dei poveri naufraghi non ne rimanevano che i
teschi già vuoti dei cervelli, delle costole spolpate e le ossa delle
braccia e delle gambe.
Gonfi da scoppiare, i banchettanti si erano stesi beatamente, sulla
rena della spiaggia, sotto l’ombra proiettata dalle palme per digerire
pacificamente quella copiosa scorpacciata di carne bianca.
Solamente due o tre, per eccesso di precauzione, si erano seduti sulla
cima dello scoglio guardando più verso la foresta che verso la baia.
Eppure non doveva essere sfuggita ai loro sguardi la caravella, ancora
abbastanza alta per poterla scorgere, malgrado che frequenti ondate la
coprissero.
Era anzi quella tranquillità che non rassicurava affatto Alvaro, il
quale invece avrebbe preferito un assalto. Cinquanta erano molti, ma
con delle buone scariche si potevano tenere lontani o spaventarli in
modo da rinunciare per sempre ad inquietare un uomo che possedeva delle
armi così formidabili.
Egli temeva invece che aspettassero dei rinforzi per cercare di
procurarsi degli altri arrosti.
— Mio povero ragazzo, — disse al mozzo che lo interrogava. —
Guardiamoci dal chiudere gli occhi. Quei furfanti non ci lascieranno
tranquilli.
— Che si siano accorti che ci sono delle persone su questa caravella.
— Non ne ho dubbio.
— E che cosa aspettano per assalirci?
— Probabilmente dei canotti. Il pilota mi aveva narrato che tutti i
costieri brasiliani posseggono delle scialuppe scavate nei tronchi
degli alberi e di cui se ne servono con abilità meravigliosa.
— Ah! Signore! Io mi sento gelare il sangue, pensando che anche noi
dovremo misurarci con quei selvaggi.
— Non è questo il momento di perdersi d’animo, ragazzo mio, — disse
Alvaro. — Se ti preme salvare la pelle, dovrai aiutarmi con tutte le
tue forze. Sai maneggiare un fucile?
— Sì signore, — rispose Garcia. — Sono figlio d’un soldato.
— Allora va a prendere tutte le armi che potrai trovare e prepariamo la
difesa. —
Finchè queste onde non si calmano, per quanto i brasiliani possano
essere valenti canottieri, non oseranno spingersi fino a noi.