Sulle coste del Brasile.
— Terra dinanzi a noi! Scogliere a babordo! —
A quel grido, lanciato con voce tuonante da un gabbiere, che era
salito fino alla coffa, nonostante le spaventevoli scosse che subiva la
caravella, i volti dei marinai si erano fatti pallidi.
Una costa, in quel momento, fra quelle onde formidabili che incalzavano
e sbattevano in tutti i sensi la piccola nave, invece della salvezza,
rappresentava più che un pericolo, anzi una morte sicura.
Nessuna speranza di sfuggire ad una triste sorte rimaneva a quei
disgraziati. Anche se le onde li avessero risparmiati, la terra contro
cui li trascinava la tempesta era più da sfuggirsi che da cercarsi,
perchè sotto i suoi immensi boschi vivevano ancora i formidabili
antropofagi, che già tanti equipaggi avevano massacrati e poi divorati.
Tutti i marinai si erano slanciati, come un solo uomo, verso l’alto
castello di prora, interrogando ansiosamente il tenebroso orizzonte.
— Dov’è la terra che hai veduta? — gridò un vecchio marinaio,
alzando il capo verso il gabbiere che si teneva stretto all’albero di
trinchetto onde resistere alle furiose raffiche che lo investivano.
— Là!... dinanzi a noi... una costa... delle isole... delle scogliere...
— Camerati, — disse il vecchio con voce commossa. — Preparatevi a
comparire dinanzi a Dio.
La caravella non governa più, e le vele vanno a brandelli.
— Si è spezzato anche il timone? — chiese un giovane alto e muscoloso,
dai lineamenti fieri e dall’aspetto signorile, che contrastava
vivamente coi volti ruvidi e abbronzati dei marinai.
— Sì, signor Alvaro; un’onda l’ha portato via un momento fa.
— E non potete sostituirlo?
— Con questi cavalloni? No, signore, sarebbe una fatica inutile.
— E come ci troviamo già dinanzi ad una costa?
— Non lo so; la tempesta ci trascina da tre giorni e sempre verso il
sud.
— Sapreste almeno dirmi quale terra abbiamo dinanzi?
— Suppongo che sia il Brasile. —
Il giovane fece una smorfia assai significante.
— Non era la mia destinazione, — disse con vivo malumore. — Il Brasile
non è Portorico, nè S. Salvador, nè il Darien, signor pilota.
Mi si aspettava nel golfo del Messico e non qui. Non ho affari con
questi selvaggi, che hanno la pessima abitudine di mettere allo spiedo
gli uomini di razza bianca.
— Temo, signor Alvaro de Correa, che coloro che vi aspettavano non vi
vedano mai più a giungere.
— Eh! Non siamo ancora naufragati nè mangiati. Cercate almeno che la
caravella non si fracassi completamente.
— È quello che tenteremo di fare, quantunque dubiti assai di
riuscirvi. —
Il vecchio pilota aveva ben ragione di non avere molta fiducia di
salvare la piccola nave.
Un mare spaventevole s’offriva agli sguardi dei disgraziati, che
parevano ormai votati ad una morte certa ed erano tre giorni che la
durava a quel modo.
Montagne d’acqua si rovesciavano le une addosso alle altre con muggiti
assordanti, muovendo tutte all’assalto del povero legno che non poteva
più offrire, a quegli urti incessanti, dei fianchi solidi.
Non si creda già d’altronde che fosse una grossa nave, anzi tutt’altro.
Nel 1535, epoca in cui si svolge questa veridica istoria, tutte le navi
mercantili, eccettuati i galeoni, avevano proporzioni modestissime.
L’enorme tonnellaggio delle navi moderne era affatto sconosciuto.
Quando una ne stazzava trecento era già molto e quelle da cento non
esitavano ad intraprendere viaggi immensi, spingendosi fino in America
e anche nell’India orientale.
Quella che la tempesta stava per scagliare contro le coste del Brasile,
terra allora poco nota, perchè scoperta solamente un trentacinque
anni prima e per pura combinazione, da Cabral, era una modestissima
caravella portoghese di novanta tonnellate, col castello di prora
ed il cassero molto alti, il ponte invece assai basso, che le onde
spazzavano facilmente, con due alberi sostenenti vele latine e vele
quadre e che ormai il vento aveva sbrindellate in tale modo da renderle
assolutamente inservibili.
Da tre mesi aveva lasciate le coste del Portogallo diretta alle Indie
Occidentali, con ventisette uomini d’equipaggio ed un passeggiero,
ma come accadeva purtroppo sovente in quell’epoca lontana, in cui
la navigazione era molto indietro nonostante l’audacia dei marinai
spagnuoli, portoghesi ed italiani, aveva deviato molto al sud, muovendo
incontro alle spiagge brasiliane.
La sorte della povera nave, che la tempesta aveva ridotta in
tristissima condizione, sgangherandola completamente, ormai non pareva
più dubbia, malgrado l’ottimismo del giovane Alvaro de Correa.
Senza timone, senza velatura, col ponte fracassato, le murate
strappate, il cassero sfondato, non era più in grado di resistere alla
furia delle onde e dei venti, i quali la spingevano inesorabilmente
verso la costa segnalata dal gabbiere.
Quella terra nessun altro l’aveva veduta, poichè i lampi erano cessati
ed una oscurità profondissima avvolgeva il mare, rendendo l’orizzonte
impenetrabile agli sguardi dei marinai. Poteva darsi che il gabbiere
si fosse ingannato, nondimeno la situazione non poteva migliorare. Le
ore della caravella erano ormai contate: se non la sfracellavano le
scogliere, il mare non doveva tardare ad inghiottirla.
Il pilota, vecchio marinaio che aveva già attraversato più volte
l’Atlantico, non si faceva soverchia illusione sulla fine del legno.
Nondimeno, essendo uomo esperimentato, s’era affrettato a prendere le
disposizioni necessarie per rendere il naufragio meno disastroso.
Aveva fatto armare le due scialuppe, mettendovi dentro dei viveri
e sopratutto delle armi, non ignorando che in quell’epoca le coste
brasiliane erano abitate da tribù bellicose e antropofaghe, poi aveva
fatto abbattere i due alberi onde rendere la caravella più leggiera e
per servirsi d’uno di essi da timone o meglio da remo.
Tuttociò era stato fatto precipitosamente, temendo che l’urto dovesse
accadere da un momento all’altro, fra un trambusto, un gridìo, una
confusione indescrivibile perchè pareva che più nessuno avesse la testa
a posto. Cioè tutti no: Alvaro de Correa, malgrado la sua giovane età,
non aveva perduta la sua calma ed aveva assistito a quei preparativi
senza che il suo viso dimostrasse troppe apprensioni.
— Siamo pronti, pilota? — chiese con tono scherzevole, quando le due
scialuppe furono armate.
— Sì, signore, — rispose il vecchio marinaio il quale, appoggiato alla
murata prodiera, cercava di discernere la costa.
— Suppongo che non le getterete ora.
— Non abbiamo ancora toccato.
— Che non vi sia proprio alcun mezzo per salvare la caravella?
— Nessuno, signore: ormai è irremissibilmente condannata.
— Splendida prospettiva! Meno male che dovremo menare le mani contro i
selvaggi! Ciò sarà divertente.
— Ah! Non scherzate, signor Alvaro, disse il pilota. Non è il momento
questo.
— Volete che pianga?
— Ci dibattiamo fra le strette della morte.
— Quella signora la prenderemo pel collo e la strozzeremo prima che ci
porti via, — rispose il giovane, ridendo.
Il vecchio pilota lo guardò di traverso.
— Brutti scherzi, — brontolò. — Vedremo se riderà quando il mare lo
travolgerà od i brasiliani lo metteranno allo spiedo. —
La caravella, spinta da quelle montagne d’acqua che l’Atlantico
scagliava, con impeto formidabile, contro la costa brasiliana,
s’avanzava sempre verso le scogliere che il gabbiere asseriva d’aver
scorte. L’oscurità però si manteneva sempre così fitta, da non poter
ancora sapere se erano lontane o vicine, raddoppiando in tale modo le
ansietà dell’equipaggio.
Ormai non vi era più nulla da tentare per rendere il naufragio meno
disastroso. L’albero calato a poppa onde potesse servire, in qualche
modo, da remo, era stato quasi subito portato via, le vele non
esistevano più dopo che l’alberatura era stata abbattuta, sicchè la
caravella non aveva più alcuna direzione.
Balzava e rimbalzava come una palla di gomma, imbarcando acqua da
tutte le parti, girava su sè stessa come una trottola, si rovesciava
impetuosamente ora sul babordo ed ora sul tribordo, faticando assai a
risollevarsi e ad ogni istante si lasciava indietro qualche pezzo. Ora
era un lembo di murata che i marosi si portavano via; ora un attrezzo
della coperta oppure un pezzo del cassero.
I marinai, terrorizzati, si tenevano aggrappati ai tronconi degli
alberi o alle sartìe che giacevano in coperta, aspettando con angoscia
il momento terribile dell’ultimo urto.
Avevano gli occhi dilatati dello spavento, i visi alterati e
pallidissimi e dalle loro labbra sfuggivano invocazioni disperate.
Facevano voti di portare ceri a tutti i santuarii del Portogallo, di
visitare la Terrasanta, di andare a combattere i Mori dell’Africa, di
andare in pellegrinaggio e scalzi a Roma, tutte promesse che facevano
sorridere l’impassibile giovane, il quale conosceva troppo bene i
marinai per prestarvi fede.
Un’altra mezz’ora era trascorsa così, quando un lampo abbagliante solcò
il tempestoso cielo, mostrando a quei disgraziati l’orrore della loro
situazione.
Quantunque quella luce livida non avesse avuta la durata che di quattro
o cinque secondi, tutti avevano potuto accertarsi che il gabbiere non
si era ingannato.
La caravella era stata spinta entro una profonda baia, cosparsa
d’isolotti e circondata da rupi altissime e da colline coperte da folte
foreste. A destra ed a sinistra erano state scorte delle scogliere le
cui punte aguzze apparivano fuori dalle onde, pronte a sventrare d’un
colpo solo la povera nave[1].
Non ostante il suo coraggio, Alvaro de Correa non aveva potuto
trattenere un’esclamazione di malumore.
— Mio caro pilota, — disse, volgendosi verso il vecchio marinaio. — Mi
pare che questa volta la sia proprio finita e che nessuno dei nostri
andrà a combattere i Mori dell’Africa e tanto meno in pellegrinaggio a
Gerusalemme.
Possiamo preparare i nostri bagagli pel viaggio all’altro mondo.
— Cominciate voi, signore.
— Mi accontento d’una piastra per pagare il passaggio a Caronte e l’ho
già messa in tasca. Badiamo almeno che non sia falsa onde non rimanga
fermo sulle rive dello Stige.
— Scherzate pure... vedremo... Eh! Udite?
— Per bacco! Non sono ancora diventato sordo. Sono le onde che si
rompono contro le scogliere.
— È un colpo di tallone, signore. La chiglia ha toccato.
— Brutto affare; questo povero legno è così sconquassato che andrà in
cento pezzi al secondo urto. —
Il pilota si era slanciato sulla tolda gridando:
— Preparate la scialuppa! Stiamo per fracassarci!
— La paura gli ha sconvolto il cervello, — disse Alvaro. — Non può
resistere la caravella e vuole sfidare le onde con una barca.