CAPITOLO XIII

L'introduzione di monete d'oro e d'argento forestiere a maggior prezzo

dell'intrinseca loro bontá produce alzamento di quelle del paese.

Il far baratti di mercanzie, dando quella che val piú per quella che

val meno, è quel modo di negoziare che piú facilmente, ed a via piú

dritta e breve, conduce al fallimento. Ma e che altro fa un principe

od un governo di qualsivoglia Stato, quando alle monete forestiere,

ancorché d'oro o d'argento di buona lega, permette il corso a prezzo

maggiore di quello che giustamente converrebbesi, se si proporzionasse

l'intrinseca sua bontá e peso alle altre del paese? che altro fa,

dico, che barattar le sue buone a quelle di que' principi forestieri,

che sono meno buone? Sono buone l'une e l'altre, se parliamo in genere

della qualitá del metallo; ma, se, rispetto al prezzo, che si fanno

correre le proprie cosí d'oro come d'argento in ordine al metallo fino

che contengono, si valutano piú le forestiere, chi non vede che i

mercanti forestieri, anzi talora i principi stessi che le hanno

battute, ne manderanno la maggior quantitá che potranno, a baratto di

quelle del paese, che in paritá di prezzo contengono maggior quantitá

di metallo fino?

Non bastarono i tesori d'Atabalipa e di Montezuma e le continue

ricchissime flotte del Perú, del Messico e d'altri sí vasti regni

d'America, che furono di nuovo portati nella Spagna, per supplire alle

magnanime spese di Carlo quinto, che nelle tante e moltiplici guerre,

ch'egli fece e sostenne in sua vita, disperse piú tesori di quello

sapesse a lui portare la fortuna, onde ardirei quasi dire

oltrapassasse quelle d'ogn'altro imperadore, mentre poco meno che

esausto lasciò l'erario, allorché cesse ad altri le redini de' suoi

regni. Erano, dico, sí grandi le sue spese, sí vasti i suoi disegni,

che, non bastandogli le antiche e nuove rendite di tanta parte ch'ei

possedeva del mondo, pensò far nuovo guadagno sulle monete; e del 1540

lo scudo d'oro di Castiglia, Valenza ed Aragona, che prima batteva del

pari con li ducati d'oro veneziani, fiorentini, senesi, ongari ed

altri, che erano allora di tutta bontá di 24 caratti o poco meno,

ridusse a bontá di caratti 21 soldi 18, che a conto veneto si direbbe

«_pezo_ 108 per marca», e ne diminuí eziandio di tre grani il peso,

nel modo che tutt'oggi vediamo le mezze doppie di Spagna, non altro

volendo dire una doppia che una moneta da due scudi d'oro o sia un

doppio scudo d'oro. Ma, veduto dagli altri principi lo svario di

queste nuove monete, e ben conoscendo che, se admettevano le mezze

doppie di Carlo quinto al pari de' zecchini veneziani e fiorentini, si

tiravano addosso un danno irreparabile, perché sarebbono stati portati

fuora de' loro Stati gli scudi d'oro buoni ed introdotti gli altri di

minor peso e bontá, risolsero d'imitarle. Ed allora fu che il

pontefice e gli altri potentati quasi tutti d'Italia cominciarono a

battere li loro scudi d'oro, doppie e doppioni di bontá inferiore non

solo a' primi, ma a que' stessi di Carlo quinto; e la corte romana,

per isfuggire il pregiudizio che portava alle sue entrate la

diminuzione dello scudo d'oro, ha ritenuto dipoi il costume di

valutare lo scudo d'oro di Camera un paolo piú dello scudo d'oro

corrente o sia della mezza doppia.

Tanto narra il Bodino nel piú volte accennato trattato, sebbene io

vedo tuttora aver corso doppie e mezze doppie di Ferdinando e

d'Isabella re di Castiglia, che sono di peggior lega e peso delle

ordinarie di Spagna: onde ho dubbio grande che il male non cominciasse

da Carlo quinto, ma bensí fosse da lui imitato nuovamente. Nel che è

ben degno da avvertire che, avendosi gli altri principi, col battere

li suoi scudi d'oro anch'essi d'inferiore bontá, in gran parte difeso

dal danno che poteva loro avvenire se admettevano gli scudi d'oro di

Castiglia a valuta eguale de' suoi primi (perché, in questo caso,

potevano i ministri di Cesare incettare per tutto gli scudi d'oro

dagli altri, e ribatterli in scudi d'oro di Castiglia, con quel

guadagno che porta lo svario della mezza doppia all'ongaro, ch'è sopra

dieci per cento), non restò perciò che in tutti i luoghi non alzassero

di valuta le monete. Mentre, admesso per gli Stati di Cesare ed altri

ancora il suo scudo d'oro a quel numero di lire immaginarie che in

ciascun paese valevano prima, lo scudo d'oro veneziano, detto

«zecchino», che religiosamente è stato sempre dalla veneta sapienza

custodito e mantenuto alla solita bontá e peso, ha dipoi sempre valuto

sin tre paoli di piú dello scudo d'oro o sia mezza doppia di

Castiglia; e li zecchini gigliati di Firenze hanno lungo tempo

mantenuto dipoi con decoro il valore vantaggioso in pari modo sopra

quelli di Spagna, sebbene, trasandato da quelle zecche di piú

batterne, è restato a poco a poco abolito: ma l'ongaro e ducato

d'Allemagna ed Ongheria, ch'è stato alquanto dalla perfetta bontá

primiera peggiorato, è anco restato al disotto del zecchino giusta la

sua intrinseca proporzione. Cosí l'imperadore fece guadagno per una

volta tanto di dieci per cento in circa sopra tutta la moneta d'oro

che correva per li suoi regni; ma, se avesse fatto meglio i suoi

conti, averebbe veduto che quest'utile gli veniva contrapesato con la

perdita di dieci per cento di tutte le sue entrate in perpetuo,

conciossiacché con le stesse monete da lui spese una volta venivano

ogn'anno pagate le loro contribuzioni da' suoi sudditi.

Ma passiamo ad altri esempi piú evidenti e piú moderni. Non si può con

penna spiegare i gravissimi danni, che ha cagionato a' turchi l'aver

admesso ne' loro paesi le monete di Francia da soldi cinque, dette in

Turchia «temini», a prezzo maggiore la metá di quello che

intrinsecamente valevano, perché l'industria de' mercanti francesi ed

italiani ha saputo cosí ben valersi dell'occasione, che n'hanno in

Turchia di cristianitá asportato quantitá incredibile di milioni, a

pregiudizio di tutto il Levante.

Il Taverniere, nel racconto de' suoi viaggi, ne narra la storia per

quello tocca a' turchi e francesi, dal quale aveva io molte notizie

per quello aspettava ad altre zecche italiane, ed è tale.

Era giá introdotto in Francia l'uso di batter le monete col torchio a

bilancia, ch'è un istromento nel quale il conio s'imprime mediante una

vite poco differente da quella de' stampatori de' libri; se non quanto

questa vite sostiene di sopra un ferro traverso grande a guisa di

bilancia, impennatovi in mezzo e sostenutovi in equilibrio, il quale,

lungo sette in otto piedi alle estremitá sue, vien caricato di due

gran palle di piombo al peso di cento e cinquanta e piú libbre l'una,

nello stesso ferro infilzate e ferme. Sta il coniatore a sedere basso

sotto il giro di questa bilancia, esponendo ad una ad una le monete

sotto il conio, e sta al di fuori un uomo robusto, che va scagliando

quella bilancia in giro; sicché, spinta con forza, colpo per colpo,

girando la vite, stringe vigorosamente fra due conii la moneta, e le

dá cosí vivo e bello impronto, che, lasciando lustri i fondi

all'intorno delle rilevanti figure, sembrano piú tosto ben lavorate

medaglie che monete ordinarie di zecca. Il che nelle doppie di

Francia, massimamente nuove, molto bene s'osserva.

Battevansi del 1657 in Francia con questo stromento non solo le monete

d'oro, ma quelle ancora d'argento, e fra le altre alcune picciole

monete da cinque soldi l'una, di bontá poco inferiore alla pezza da

otto di Spagna, ma di peso a dodici per una pezza da otto. Fu pensiero

d'un mercante di Marsiglia di tentare a mandare in Turchia di questa

sorte di monete, e n'inviò come per un saggio due o trecento scudi a

un suo fattore a Smirne; il quale seppe sí ben valersi della curiositá

de' turchi, che d'un subito di cosí bella moneta s'innamorarono, che

le fece loro passare per reali da otto alla pezza, benché in fatti al

peso ne andavano dodici. Ed era ben ridicola cosa vedere come, per

esser cosí tonde e ben fatte a paragone de' piccioli reali di Spagna,

mal tagliati e peggio improntati, i turchi piú volentieri ricevevano

quelli che questi, dicendo che quelli di Francia erano intieri e non

erano stati tosati come quelli di Spagna. Gran carestie di bilance! Ma

di piú, avendo per costume le donne di Levante, particolarmente

nell'Asia, di adornarsi il capo attaccando alle loro cuffie zecchini

nuovi pendenti intorno al viso, cominciarono le meno ricche ad

adornarsi con queste d'argento; e si diffuse sí fattamente la moda,

che ormai pareva che in tutto il Levante fosse ogn'altra moneta, fuori

che questa, affatto discreditata e poco meno che bandita: onde narra

il Taverniere predetto che, ripassando di Persia in Turchia, fu, non

so in qual luogo, cosí da certe femmine pregato per questi temini, che

non poté aver da mangiare per altra sorte di monete.

Guadagnavano adunque i mercanti francesi 50 per 100 su queste monete;

e perciò ne mandavano giá incredibili somme, tirando di lá non piú

sete o altre mercanzie, ma pezze da otto, che di nuovo, convertite in

temini, colá rimandavano. Ma, non potendo star occulto cosí gran

traffico, furono ben presto imitati dagl'inglesi, ollandesi ed

italiani. Fu dei primi in Italia un principe di Toscana, al quale ne

diede il ricordo un mercante ebreo, al nome del quale ne passarono

molte cassette a Livorno, una delle quali finalmente, trattenuta colá

per non so qual ragione di contrabbando, diede fors'ella il primo

motivo a quel granduca di fabbricarne anch'esso. Ed io mi trovai ben

piú volte a consulte col zecchiero d'allora per trovar modo di far

quel torchio a bilancia che usavano in Francia, di cui non avevano che

debole notizia e solo quasi in embrione allora in Firenze; e non era

facile averne disegni né modelli, perché anco in Francia era tenuto

segreto. Cosí, dopo molte prove e superate molte difficoltá, si giunse

a fabbricare i temini di bellezza niente inferiore a quelli di

Francia. Ed allora fu che, battendosi a furia di tal sorta di monete,

se ne inviavano a Livorno per cinquanta e sessantamila, e talora fino

a centomila pezze da otto la settimana: né altro talvolta arrestava il

corso che la mancanza d'argenti, che però per ogni via si

proccuravano. Avevano molte altre zecche contrafatto totalmente il

conio di Francia, per non incontrare, con la differenza, difficoltá

nello spenderli in Turchia; ma la zecca di Firenze volle batterle col

vero impronto e nome del suo principe, solo intanto rassomigliando a

quelle di Francia, in quanto da un lato avevano le francesi la testa

del suo re coronata di corona francese, e queste la testa del granduca

coronata della corona di Toscana; quelle dall'altro lato lo scudo di

Francia con tre gigli, e queste un simile scudetto con la palla

superiore di quelle de' Medici ornata di tre gigli; e le lettere

intorno palesavano sinceramente il nome del principe.

Ma finalmente, riempito di questa moneta il Levante, sicché non

trovavansi quasi piú pezze da otto, ma per tutto correva temini,

cominciarono a dolersi gli altri mercanti d'Europa che non potevano

ne' loro contratti ricevere a prezzo di loro mercanzie monete di tanto

scapito: onde, sebbene a qualche rumore che ne mosse il bassá del

Cairo fu provveduto con buoni donativi a lui medesimo, nondimeno, non

potendo piú a lungo durar occulta la cosa, ne giunsero finalmente al

gran visir le doglianze, il quale ordinò subito, ma tardi, che non

fossero ricevute né spese che a ragione di 12 alla pezza da otto,

altrimenti restassero proibite. E cosí restarono di piú batterne le

zecche maggiori.

Ma li francesi ben tosto trovarono nuovo ripiego per farci guadagno,

battendole a lega piú bassa; nel che ebbero fortuna, ché per qualche

tempo i turchi non conobbero la frode, bastando loro vedere quel bel

conio. Ma, perché non potevano i mercanti francesi battere cosí

alterate tali monete nelle zecche del loro re, s'avvisarono d'andare a

farle battere in altre zecche di piccioli principi, che, con qualche

porzione del profitto, ne diedero loro il comodo; ed il Taverniere

nomina quella della principessa di Dombes, quella d'Oranges e quella

d'Avignone, sebbene la croce improntata su quella d'Avignone non

piacque a' turchi. Ed in Italia dice egli che ne furono battute a

Monaco, Massa ed in altri luoghi di quei feudi imperiali che sono

intorno al Genovesato. Ma l'ingordigia del guadagno fece sí che la

lega a poco a poco fu di tal modo abbassata, che, arrossendo ben

presto di vergogna le monete, scoprirono a' turchi la frode, che da'

negozianti italiani particolarmente scoperta, con nuove e giuste

doglianze, al gran visir, furono affatto proibite; sebbene anch'egli

ebbe poi molto che fare a contentare i soldati che militavano in

Candia, co' quali non valse alcuna rimostranza, ancorché vera, del

pregiudizio che portavano quelle monete, ché bisognò farne incettare a

bella posta a Smirne ed altrove per dar loro le paghe, che in altra

moneta non volevano. Ora la quantitá di questa moneta che di

cristianitá passò in Turchia a que' tempi, se vero è, come credo, ciò

che ne racconta il Taverniere, è ben anco prodigiosa, mentre egli

narra che da' soli registri delle dogane de' turchi apparisce non meno

di 180 milioni di scudi esserne stati portati; senza le grandi somme,

che forse non sono meno d'altrettanto, che sono passate in fraude

delle dogane, ben sapendosi quanto facili sieno i contrabbandi delle

monete, quanto destri ed astuti per farli i mercanti di mare ed i

marinari stessi, ciascun de' quali, nel partire da' porti di Francia,

se ne provvedeva di quante poteva in suo particolare per farne

profitto. Dimodoché, asportato di Turchia in cristianitá su' princípi

un terzo delle loro facoltá in contanti, mentre per otto temini

ricevevano una pezza da otto, che pesava dodici, e di poi barattate

queste, che pur erano buone, in altrettante false e di lega

bassissima, può dirsi aver costato piú a que' paesi questa guerra

sorda de' mercanti che la strepitosa e per altro grandissima guerra di

Candia.

Finalmente veniamo alle strette col calcolo, e vediamo in fonte la

radice del male, se vogliamo restar ben persuasi de' danni che porta

seco questo error politico di permettere alle monete forestiere,

quantunque buone, d'argento o d'oro, maggiore valuta ne' propri Stati

di quello lor si conviene in proporzione dell'altre monete. Correva

gli anni addietro in una cittá d'Italia, secondo le pubbliche

terminazioni, la doppia d'Italia per quindici lire, e lo scudo veneto

ed il fiorentino per cinque lire e tre soldi: lo scudo di Milano per

cinque lire. A poco a poco fu da' mercanti introdotto il ducato veneto

per tre lire e soldi 8, e, per accreditarlo, gli stessi mercanti lo

ricevevano ne' pagamenti de' particolari per lo stesso prezzo. Ora

figuriamoci che li mercanti incettatori di monete mandassero a Venezia

scudi di Milano, che in quella cittá costavano cinque lire l'uno ed in

Venezia valevano lire 9.12, e con questi pigliassero a baratto ducati

a lire 6.4, e sia stato, per esempio, il primo capitale, che un tale

incettatore v'impiegava, 5000 scudi. Valevano dunque in questa cittá

5000 scudi di Milano 25.000 lire, ma in Venezia valevano 48.000, con

le quali si potevano aver a baratto ducati effettivi 7741-29/310, che,

portati in quella cittá e spesi a soldi 68 l'uno, importavano 26.322

soldi di 11.7. Ecco dunque che il capitale di lire 25.000 ha

guadagnato lire 1132, ch'è quasi 5-1/3 per 100 in poche settimane, che

a capo d'anno monta assai piú. Dunque un tal mercante può ben anche,

oltre le provvisioni ed aggio che pagherá in Venezia per far il

baratto, che ponno importare al piú uno per cento, incettar lo scudo

di Milano a qualche baiocco di piú; dal che nasce poi la caristia di

tali scudi in quella cittá ed alzamento del loro valore. Ora

supponiamo che in quella cittá fossero prima ben regolate tutte le

altre monete cosí d'oro come d'argento, giusta la proporzione del loro

intrinseco valore e bontá (il che però non era), e che lo stesso

fossero in Venezia tutte le monete: dunque quello svario, che si trova

in quella cittá tra la valuta del ducato e quella dello scudo di

Milano, si troverá con tutte l'altre monete, perché solo il ducato è

stato mal valutato, e per conseguenza con tutte le altre monete può

fare lo stesso guadagno. E però di lá correvano in abbondanza verso

Venezia tutte le monete d'argento e d'oro di giusto peso che v'erano

prima, e di Venezia andavano in quella parte altrettanti ducati, mezzi

e quarti. E questa è la ragione perché in gran parte dello Stato della

Chiesa da qualche anno in qua non si vedevano altro che ducati veneti

e testoni scarsi, perché introdottovi anche l'abuso di lasciar correre

i testoni ed altre monete, anzi le doppie istesse calanti di molti

grani dal giusto peso, non state queste accettate per baratto di

ducati nello Stato veneto. E frattanto chi vuole in que' paesi uno

scudo fiorentino, veneziano e milanese di giusto peso, gli convien

pagarlo a' banchierotti fino cinque lire e cinque baiocchi; ed ora,

che sono introdotti li testoni nuovi scarsi dall'antico peso, sará

ragguagliato il testone col ducato, ma l'altre monete s'alzeranno.

Economisti del cinque e seicento · 第 145 / 180 题