CAPITOLO XII

Danni che dall'alzamento delle monete provengono

all'erario del principe ed alle borse de' privati.

Quegli uomini, che, caduti talora in cattiva disposizione di salute,

non ponno soffrire le regole che loro prescrive il prudente fisico, e

che anzi tutto ciò che loro piace si figuran salubre, e come diceva

Tacito: «_Imminentium periculorum remedia putant ipsa pericula_», onde

si bevono poco a poco volontariamente la morte e per lo meno si

rendono perpetua l'infermitá, sono, per mio credere, poco dissimili a

quei principi, che, pensandosi far guadagno sulle lor zecche, si

lasciano indurre, dalle offerte de' partitanti o da' ricordi di poco

in questa parte intendenti consiglieri, a dar mano a quel presente

lucro che sembra loro evidente e palpabile, e permettere errori

massimi nelle zecche medesime e nelle monete, che fanno balzar di

subito le valute d'ori e d'argenti piú alto; e non si avvedono esser

molto maggiore il pregiudizio che a' lor popoli ed al proprio erario

ne risulta, di quello che sia stato l'utile che ne hanno incautamente

ricavato.

Per render chiara questa proporzione, ch'è quella che dá il peso a

tutta questa opera, mi basta portar alcuni de' piú freschi esempi, de'

quali non per anco è smarrita dalla mente degli uomini la memoria.

Erano, del 1658, terminate le guerre de' svezzesi, brandemburghesi e

transilvani contro la Polonia; e, ritornato Casimiro su quel trono,

poco prima quasi perduto, attendeva nella pace a risarcire dalle

passate tempeste l'abbattuta nave di quel regno. Era l'erario regio

esausto, eran vuote le borse de' nobili, falliti e dispersi gran parte

de' mercanti, le campagne per piú anni incolte non avevano reso alcun

tributo a' suoi signori; il regno tutto insomma, fra le orridezze

delle passate incursioni e campeggiamenti, involto in orrido

squallore. Il peggior de' mali si era un corpo numeroso di soldatesca,

creditore di molte paghe del passato e di non poca e pur necessaria

spesa in avvenire, malcontenta e strepitante. Per far danaro da

soddisfarla, fu pensato dar mano a batter nuove monete, e perciò

destinati nuovi zecchieri; e da questi e da altri fu proposto al re il

dannoso ricordo di batter moneta con le solite impronte, ma di lega

inferiore, affine di continuare, e col guadagno della prima battuta

comprar argenti e, coniandoli in monete, crescendo gli utili,

provvedere con essi a' bisogni del regno. L'occasione di comprar

argenti era pronta, perché i nobili, che per ritornare alla corte e

comparir con decoro erano esausti di soldi, dissotterravano le

argenterie loro, giá sepolte avanti la guerra per esentarle dalle

rapine nemiche, e supplivano con esse alle necessitá in che gli aveva

posti la mancanza delle loro raccolte ed entrate, onde le portavano in

abbondanza alla zecca. Nondimeno s'opposero molti, e fra gli altri i

danzicani, che, sí per esser la cittá loro il maggior emporio di

Polonia, sí per esser su' confini, di dove ogni loro negozio era da un

lato bensí con i polacchi, ma dall'altro con svezzesi, danesi,

ollandesi ed altre estere nazioni, meglio degli altri intendevano i

danni che avvenire ne potevano, perché prima degli altri li provavano;

e con scritture sensatissime (alcuna delle quali ho appresso di me)

rappresentarono al re dover esser questa una nuova rovina del regno.

Ma, o non intese le ragioni o cosí forzato dalla necessitá, crudel

tiranna anco de' regi, batté Casimiro per piú milioni di tali monete;

che, non considerate, a principio furono ricevute e spese, come se la

mala condizion loro nulla importasse, mentre a quel prezzo correvano a

cui dalla regia autoritá erano state tassate. Né si dolsero tampoco le

soldatesche, se non quando, men d'un anno dipoi, cominciarono le nuove

monete col proprio rossore a confessare il loro mancamento, e tutt'a

un tempo vedersi il regno esausto quasi del tutto d'ogni altra moneta

buona, mercé che, non accettata la nuova moneta dagli esteri se non

per quanto valeva, che era appunto la metá di quanto in Polonia era

valutata, chi aveva a portar soldi fuori di Polonia, cercava ongari,

taleri e urti vecchi, che perciò quasi tutti fuori di regno erano

ormai passati; anzi que' pochi ch'erano restati, chi ne aveva bisogno,

li pagava molto piú del primo valore. Ed in questo modo si alzarono le

monete buone in breve tempo a tal segno, che finalmente l'ongaro, che

prima sei fiorini valeva, giunse a valerne dodici. Allora fu che

s'accorsero non aver piú in tutto il regno se non la metá delle

sostanze che prima vi erano in contanti, perché que' fiorini, che

erano stati ricevuti per la sesta parte d'un ducato d'oro o sia d'un

ongaro, erano divenuti la duodecima parte del medesimo; e perciò erano

restati di valore solo la metá di prima. Concorreva alla rovina delle

monete, e per conseguenza del regno tutto, la malizia di molti ancor

esteri, che, veduto il guadagno grande che faceva da principio il re

su quelle monete, ne batterono quantitá incredibile di nascosto con

gli stessi impronti e della stessa lega; onde non era possibile di

ricusarle per false, né distinguerle da quelle del re medesimo, perché

erano della stessa bontá. Anzi continuarono gli svezzesi a mandar de'

loro scilinghi, ch'è moneta bassissima, la quale, sebbene era con

l'impronto svezzese, correva però ormai copiosa per la Polonia,

introdottavi a poco a poco fin da' tempi avanti le guerre, che non era

possibile bandirla senza grandissimo pregiudizio di tutta la povertá,

che non averebbe sofferto d'esserne priva. Cosí dunque, asportato

fuori del regno quasi tutto il buon metallo, restò la Polonia, e i

suoi abitanti tutti, con la metá solo del primo valsente; mentre i

fiorini ed altre monete regie ed i scilinghi giá non valevan piú che

la metá di prima, mentre per aver un ongaro d'oro o un talero di buon

argento vi bisognava il doppio di quella piú trista moneta. Per

figurarsi qual fosse il danno e quanta la confusione di que' popoli in

un sí strano emergente, basta solo concepire ciò che sarebbe, se

d'improvviso ci fosse la metá delle borse e de' scrigni di ciascuno

levata. Li mercanti, particolarmente lucchesi, fiorentini ed altri,

che colá dimoravano trafficando con drapperie italiane ed altre merci,

furono forzati alzar di prezzo le loro mercanzie. Ma, prima d'alzarle,

ne patí strane convulsioni la mercatura stessa: mentre, avvezzi li

nobili a pagar sei fiorini l'auna la drapperia di seta per vestirsi,

non potevano soffrire di pagarla dodici, con tutto che prima e poi

fosse sempre un solo ongaro, né poteva il mercante darla per meno;

onde gran parte, e massime de' piú poveri, se la passava senza

comprarne. Li nobili stessi, che riscuotevano le entrate loro a

fiorini, trovavansi con la metá delle primiere entrate, mentre per far

1000 ongari bastavano giá seimila fiorini d'affittanze, ed ora meno di

dodicimila non ci volevano a farne il cumulo. Le pubbliche gravezze,

che pure a fiorini si contavano, non rendevano piú al re ed alla

repubblica se non la metá di prima; ed il volerle crescere a quei

popoli, pur troppo afflitti dalle passate guerre, era, per lo timore

di sollevazioni e tumulti, cosa impossibile. Le soldatesche, che si

videro restato lo stipendio, benché sotto nome della stessa quantitá

de' fiorini, la metá sola del suo valor vero primiero, s'ammutinarono

e diedero campo alle discordie intestine, ben fastidiose di quel

regno, che tanto angustiarono l'animo di quel buon re Casimiro. Anzi,

ne' progetti d'aggiustamento fra esse milizie ed il sovrano,

proponevano sempre per primo capitolo delle pretese soddisfazioni le

teste degli italiani zecchieri ed altri ministri, creduti autori della

trista moneta. Della serie di quelle turbolenze non accade giá farne

racconto, perché ella è ormai nota nelle storie appresso piú autori,

essendosi alla malcontentezza delle soldatesche per le monete

mescolata l'ambizione e l'interesse de' grandi, con pericolo di total

sovversione del governo. Insomma le debolezze, nelle quali s'andò

precipitando da questi disordini quell'importante e vasta monarchia,

benché cominciate dalle guerre svezzesi, non hanno finito senza la

perdita della Podolia e dell'Ucrania, di cui s'impadronirono i turchi

con piú fortuna che valore, mentre ebbero a fronte un regno che altre

volte, sano ed unito, averebbe ben facilmente fiaccate le corna alla

lor luna. Ma che? in questo stato d'infermitá e disunione, non poté se

non cedere una parte per non perdere il tutto.

Ma egli è cosí universalmente vero che l'alzamento delle monete

apporta infiniti danni a' principi ed a' popoli insieme, che io, senza

addurne altri esempi in questo luogo (perché ne' seguenti capitoli

averò nuova occasione di farlo), non voglio con altro provar la mia

proposizione, che con ridurla a calcolo, e mostrarne, come suol dirsi,

col dito manifesti gli effetti.

Le gravezze, tributi, decime, dazi ed ogn'altra imposizione, che i

principi da' suoi popoli riscuotono universalmente, sono costituite in

moneta minuta o immaginaria del paese. Se pagano estimo i campi, devon

per quelli pagarsi tanti soldi o tante lire o tanti baiocchi al campo,

allo stiolo, biolca o tornatura di terreno. Se il vino, se il formento

paga dazio, contasi questo in ragione di tanti soldi o quattrini la

libbra. Le mercanzie tutte, terriere o forestiere che siano, pagano a

tanti soldi la libbra o tante lire il cento. Se si paga un tanto per

bocca, come sul Padovano pagano i contadini, ed è chiamato il «dazio

del boccatico», assegnato dalla serenissima repubblica per dote dello

Studio pubblico, pagano quei contadini 28 soldi per testa l'anno. Che,

se tanto pagavano quando il zecchino valeva cento soldi quant'ora

ch'egli ne vale 400, è manifesto che non si cava ora che un quarto

dell'oro che anticamente soleva ritrarsene. Insomma sempre sono

contate l'entrate del principe a ragione di monete minute o

d'immaginarie, che torna lo stesso. Se dunque le monete reali

d'argento e d'oro crescono di valutazione, che altro è quanto che

scemar di valore (come nell'antecedente capitolo si mostrò) le valute

immaginarie e le monete inferiori, e per conseguenza scemar le

pubbliche entrate? Non è egli vero che, se con uno scudo d'argento di

dieci paoli io pagai in Modona, mia patria, molt'anni sono, il dazio

della macinatura di 4 sacchi di grano, in ragione, per esempio, di 45

di que' bolognini il sacco, in tempo che lo scudo valeva nove lire:

ora, ch'egli ne vale undici e cinque bolognini, con un simile scudo

pagherò il dazio per cinque sacchi? E, se cosí è, non ha egli quel

principe serenissimo perduta la quinta parte di quell'entrata nel suo

Stato a causa dell'alzamento, che hanno fatto nel suo Stato istesso le

monete d'argento e d'oro da quel tempo in qua? che pure non è molto,

perché ho memoria che del 1648 lo scudo predetto non valeva che otto

lire sole, ed ora val, come dissi, undici lire ed un quarto. Ma e le

altre gabelle, le altre entrate tutte di quel principe non sono elleno

da quel tempo in qua scemate con la stessa proporzione che è cresciuta

la valuta delle monete? Or vadano i suoi ministri, e quelli in

particolare, se vivi fossero, che, giá tempo, tante volte hanno

consigliato affittare ad ebrei o ad altri partitanti battiture d'un

tanto di monete di lega peggiore del consueto, allettandosi il

principe con l'offerta che faceva il partitante di qualche migliaio di

doppie al suo erario; o quelli che hanno indotto il principe stesso a

far batter in proprio conto, additandogli il profitto ch'era per

trarne su la liga del metallo: e scandaglino bene se l'utile, si può

dir momentaneo, che ne trassero per una volta sola que' principi, che

allora vivevano, sia paragonabile al danno che n'hanno ricevuto in

perpetuo nelle loro entrate.

Il serenissimo Francesco secondo, vivente, intese giá ne' primi anni

del suo felice governo che al passo del fiume Panaro su' confini di

Modona e di Bologna, ch'è di sua ragione, facevano que' barcaiuoli

pagare un testone ogni carrozza da nolo, che erano allora tre lire e

tre bolognini di quella moneta; ma che questo dazio o pedagio non era

stato da' principi anteriori costituito se non in 45 bolognini soli, e

che la varietá da' 45 a' 63 era nata perché a que' primi tempi il

testone non valeva che 45 bolognini; e, sebbene il testone è moneta

bolognese, non modonese, avevano que' passatori sempre esatto un

testone e non 45 bolognini: onde, sebbene avevano sempre esatto solo

un testone e non piú, nondimeno era cresciuto il dazio da 45 a 63,

contandolo a moneta minuta modonese. Né valse alcuna rimostranza

d'interesse, che facesse qualche ministro a quell'ottimo principe,

benché giovanetto allora di quindici anni; ché ordinò che non si

facesse pagar piú de' soliti 45 bolognini, e fosse qual si volesse il

danno dell'erario. Giusto insieme e pio principe! Ma frattanto, se si

fosse mantenuta all'antico posto la valuta de' testoni e delle altre

monete d'argento, egli averebbe tuttora, d'ogni dieci carrozze che

passano quel fiume, una doppia d'oro; che, sostenendo a 45 bolognini

l'una il pedagio, non bastano 14 carrozze: onde ha perduto poco meno

del terzo di quell'entrata.

Ora lo stesso, che di quello Stato ho fatto vedere, di tutti gli altri

può dirsi, ne' quali tanto scemano le entrate pubbliche sempre, quanto

crescono le valute delle monete d'oro e d'argento. E non è solo danno

del principe questo accrescimento, ma della maggior parte de' sudditi

ancora; anzi non so quasi se fra tutti ne sieno altri che non ne

sentano il danno, fuor di que' mercanti, che stanno su l'incetta delle

monete e che ne attraggono a se medesimi il profitto nel modo che si

dirá piú avanti. Conciossiaché tutti quelli che posseggono censi,

livelli ed altre entrate annue, che sono loro pagate a contanti, vanno

del continuo perdendo tanto delle entrate loro effettive quant'è

l'accrescimento delle monete.

Fu comprato da un mio antenato un censo di 3000 scudi di Modona, da

lire cinque e soldi tre l'uno, in tempo che la doppia valeva 22 lire e

mezza della stessa moneta, e fu pattuito col censario che egli ne

pagarebbe il frutto in ragione di sei per cento all'anno: onde era

un'entrata di 180 scudi all'anno in moneta suddetta. Fu sborsato il

prezzo in doppie d'Italia, e importò lire 15.450, che erano doppie 686

e lire 15, e li frutti importavano 927 lire l'anno, che erano doppie

41 e piú lire 4 e mezza. Se fosse al presente nelle mie mani quel

censo, io trarrei le stesse 927 lire all'anno, come prima; ma, perché

le doppie oggidí vagliono 34 lire l'una, mi pagarebbono con doppie 27

con piú lire 9, che sarebbono doppie quasi 14 ch'io averei di meno

all'anno d'entrata di quel censo. E, volendo i censuari francarlo,

potrebbono farlo con sole doppie 454 e piú lire 14: che farebbero

bensí la somma di prima di lire 15.450, ch'ei fu pagato a moneta

immaginaria; ma sarebbono 232 doppie effettive in circa di meno del

primo pagamento. Ecco dunque quanto scemano le entrate che si

riscuotono in livelli, pigioni, censi ed altri simili pagamenti. E

frattanto quel gentiluomo, che deve mantenere con quelle il decoro

della sua nascita, spende la stessa quantitá d'oro in vestirsi e far

le sue livree che prima spendeva, e per conseguenza tante di quelle

lire di piú quante piú l'oro stesso ne vale; mercecché il mercante,

che di fuori fa venir sue mercanzie, non le può dare in minor prezzo

in ragion d'oro di quello che prima valevano.

Cosí dall'alzamento delle monete riceve danno il principe, ricevono

danno i sudditi nell'entrate ed averi loro, e impoverisce la nobiltá,

onde non può far le solite spese, e perciò ne patiscono ancora tutti

gli ordini inferiori, e non solo la mercatura, ma anco le arti; ed

insomma tutto il popolo ne sente gravi pregiudizi, sino talora

all'esterminio delle arti stesse, che sono il mantenimento delle

cittá. Conciossiacché al crescere delle monete non crescono giá i

mercanti il prezzo delle giornate o delle manifatture de' poveri

artigiani, che nella fabbrica di loro merci lavorano. Quel tessitore

di seta, che soleva esser pagato in ragione di tre lire il braccio per

sua fattura del velluto, mentre valeva 9 lire in quel paese lo scudo

d'argento; ora, ch'egli ne vale, per esempio, dodici, ancora è pagato

a tre lire il braccio, sicché gli conviene tessere quattro braccia per

uno scudo, che con sole tre braccia lo guadagnava. E pure le sue spese

per mantenimento della sua famiglia crescono ogni giorno, sí perché

molte mercanzie crescono di valore, sí perché il principe, a cui vanno

di piú passo passo scemando l'entrate, non perde occasione di

aggiungere gravezze, ove possa, per supplire ancor egli alle sue

spese. Cosí non può piú il tessitore mantenersi, se, per far presto,

non tralascia della solita diligenza di sua arte; onde il velluto si

fa peggiore. Scansa quanto può il mercante di crescer salario al

tessitore, perché, pur troppo usati i compratori a provvedersene al

solito prezzo, ricusano di pagarlo piú del consueto; onde, per poter

senza scapito venderlo a quel prezzo, chiude quanto può gli occhi alle

fatture degli operari, purché campino anch'essi: ma intanto, e per

questo e per la caccia che si fanno l'un l'altro i mercanti, dando la

mercanzia a miglior prezzo per esitarla, ella divien a poco a poco

peggiore e si scredita fuor di paese; onde scemano l'occasioni e

l'arti s'abbandonano, ed i mercanti e la cittá tutta ne patiscono. Lo

stesso può considerarsi ne' tintori, che, se seguitano a tingere in

grana a' prezzi di prima e non ne tranno utile proporzionato, scemano

la dose alle tinte e le fanno peggiori; il che ne' cremisi è pur

troppo manifesto. Né sono le altre mercanzie esenti di questo tarlo.

Chi ha memoria ciò che fossero giá i cappelli di tutto-castore 70 anni

sono in Venezia, veda ciò che sono al tempo d'oggi, che vagliono poco

meno ducati immaginari di prima, ma assai meno d'oro; e s'accorgerá

che in quelli, che «di tutto-castore» si chiamano, adesso non è tanto

pelo di castore vero quanto n'era in quelli che «mezzo-castore» si

dimandavano.

Ma non finirei mai, se volessi ad una ad una numerare le cose nelle

quali questo accrescimento delle monete influisce disordini e danni,

perché gl'influisce in tutte; benché io non nieghi ancora che altre

cagioni, e per avventura talvolta piú gravi, concorrano alla rovina

delle arti: di che non è qui luogo di favellare. Anzi, se dritto

guardiamo, anco l'entrate de' terreni stessi e delle possessioni,

all'alzarsi delle monete, scemano non meno a danno del patrone che del

colono; imperciocché quell'uva, que' frutti, que' polli ed altri

comestibili, che vengono alla piazza, non restano di valere il

medesimo numero di soldi che prima valevano, con tutto che tanti soldi

vadano di piú a fare uno scudo d'oro od uno scudo d'argento. La plebe

ed i contadini non sanno distinguere cosí al sottile il loro conto,

come i mercanti, per valutare le sue cose e sue fatiche

proporzionatamente all'oro e non alla moneta bassa ed immaginaria,

contano alle solite sue lire immaginarie; e, ridotte poi quell'entrate

dall'immaginario valore a quello dell'oro e dell'argento, ch'è il vero

e piú essenziale valore delle cose, vagliono meno di prima. E lo

stesso deve dirsi de' pagamenti d'opere a giornata de' poveretti.

Ma qui alcuno mi dirá che il grosso dell'entrate e de' campi consiste

principalmente ne' grani, e che questi non soggiaciono a questa

mutazione di prezzo, perché la mercanzia del formento ha sempre

comunicazione coi paesi confinanti; sicché, quando negli Stati esteri

vicini il formento val piú oro che non vale nel nostro paese, subito

ne concorre parte del nostro in quella parte; il che fa che ancor nel

nostro paese cresca il prezzo: onde, siccome l'altre mercanzie

forestiere crescono di prezzo al crescere delle monete, cosí crescerá

anco il valor de' grani; e però né il patrone, né il contadino averá

in questa parte danno dalle monete. Io rispondo che concedo per vero

che il prezzo del formento non resta piú vile sensibilmente per

crescere le monete; ma, se il contadino dovrá, come pur di spesso

deve, con li danari che cava de' polli, frutti, opere a giornata e

simili, comprarsi il pane, e le monete cresciute hanno fatto crescere

il grano, tanto maggiore è il danno suo, perché guadagna meno e spende

piú.

Finalmente la maggior obbiezione ch'io trovi a questo mio discorso è

per la parte del danno de' principi. Imperocché, affittando essi li

loro dazi a scudi d'oro o a ragione d'altre monete, sebbene fossero

immaginarie, come in Venezia i ducati, nondimeno la cassa del principe

non riceve le monete se non a quel valore ch'esso principe ha per suoi

bandi costituito, qualunque siasi il valore abusivo che il popolo ha

accresciuto alle stesse monete, onde pare non ne venga danno almeno

alla cassa del principe; e se si dice che il daziaro riscuote però a

moneta minuta, rispondono di no, perché anzi anch'egli si fa pagare a

ragione della valuta de' bandi, e non secondo il valore abusivo de'

popoli. E questa è quella ragione che, a guisa di nebbia, toglie la

vista del vero a molti ministri, magistrati e principi stessi. Ma la

veritá si è che, oltre che cadono sempre a danno del principe

l'impoverimento de' sudditi ed i pregiudizi delle arti e della

mercatura, mentre, se queste dall'alzamento delle monete patiscono, ne

patiscono le casse de' principi ancora: dico di piú che anzi, non

ostante le ragioni suddette, patiscono le casse medesime

immediatamente. Per prova di che: non è egli vero che il daziaro,

riscuotendo a picciole somme, non può ricusare le monete minute almeno

in parte, e che al principe deve egli pagare in moneta d'argento o

d'oro? Or queste monete d'oro o d'argento gli conviene cercarle o

comprarle da chi le ha, pagandole al prezzo abusivo corrente, non al

prezzo de' bandi: onde egli ne sente il danno, perché deve sborsarle

poi al prezzo de' bandi. Ciò supposto, e chi non sa che all'incanto

de' dazi gl'impresari o daziari offeriranno tanto di meno d'affitto di

quel dazio quanto è il danno delle monete? Dunque al principe

finalmente tocca soffrire il pregiudizio, perché tanto meno affitta i

suoi dazi. Ma che piú? I principi, ogni volta che s'alzano le monete

ne' loro Stati, proccurano bensí talora con nuovi divieti e bandi

rigorosi sostenerle alle prime valute; ma, perché per lo piú non

vedono il fondo alle cause del disordine, perciò non provvedono a

quelle, il disordine séguita, e talora va crescendo ad onta, si può

dire, delle leggi; e finalmente, se non vogliono esporre a maggiori

mali i suoi Stati, convien loro cedere e autorizzare con nuovi bandi

quegli accrescimenti abusivi. Onde nasce che in Venezia, per esempio,

giá fu battuto il zecchino la prima volta del 1284 per tre lire, ed è

stato tante volte per pubbliche leggi permesso il suo accrescimento,

che del 1605 fu tassato 10 lire, e 60 anni dopo, cioè del 1665, fu

messo a 16, ed ora abusivamente corre sino per 20, ed è sin qui

tacitamente cosí da' magistrati tollerato. Ora figuriamoci che in

Venezia il dazio della carne fosse del 1600 a due soldi per libbra.

Dunque ogni cento libbre di carne a macello rendevano al principe un

zecchino, e del 1665 ci volevano 160 libbre di carne per cavarne un

zecchino di dazio. Dunque questo dazio in 60 anni soli, senza che vi

sia diminuzione di popolo, senza tassarlo meno de' soliti due soldi

per libbra, per la sola cagione dell'accrescimento delle monete ha

scemato quasi 40 per cento; e se sará approvato l'abuso corrente di

lasciar a 20 lire il zecchino, sará scemato la metá in 80 anni. Ma non

è lo stesso degli altri dazi e delle altre entrate? Quali sono le

rendite de' principi, che non siano imposte a ragione di soldi o lire

od altre monete immaginarie del paese? Dunque sono tutte scemate alla

stessa ragione. Or questa considerazione è una veste che sta bene

indosso a tutti i principi: vestasela pur ciascun d'essi, e vedrá come

il solo accrescimento delle monete ha diminuito le sue entrate,

danneggiato i suoi nobili, rovinate le arti, impoveriti li sudditi, e

resi in ogni parte di piú infelice condizione i suoi Stati; e intanto

a lui resta, se non impossibile, certamente difficile ed odioso il

rimediarci col rimetter a suo luogo le valute, che io so bene

confesseranno i principi stessi e i loro ministri esser il piú delle

volte affatto impossibile. Vero è che non è questa sola la malattia

che rovina gli Stati: ma dell'altre parlerá chi della politica

universale imprenderá a trattare; perché io, alle sole monete in

questa operetta avendo la mira, piú oltre non m'avanzo di ciò che da

esse dipende e con esse abbia notabile connessione.

Frattanto non è da tralasciare il dire che talora i disordini delle

monete producono, secondo le circostanze de' tempi, cosí funesti

emergenti, che sembrano poco meno che incredibili. E fu ben lagrimevole

quello che scrisse Carlo Molineo, nel suo _Trattato de' commerci_, che

seguí l'anno 1537 in Brettagna di Francia, ove nacque, a causa

d'alzamento di monete e di poco opportuna proibizione d'alcune di esse,

nelle quali consisteva l'aver della plebe, che per questa sola cagione,

avanti che si rimediasse a' disordini, vi morirono di fame piú di 10.000

poveri. E molte volte sono seguite funeste guerre fra' principi per

questa sola cagione, come quella di Pietro re d'Aragona contro il re di

Maiorica, di cui fa menzione nel suo trattato _De republica_ il Bodino.

Cosí Cedreno racconta, che fu di gravissimo danno a' greci l'editto di

Niceforo Foca imperadore, che volle che le monete col suo impronto

valessero piú che quelle de' suoi predecessori, con tutto che in nulla

le avantaggiassero, siasi nella bontá o nel peso. E Procopio cesareense,

nella storia della vita di Giustiniano imperadore, biasima anco in ciò

quell'imperadore (al suo dire, scelleratissimo), perché, oltre

tant'altre tirannie, cangiò valore alle monete in danno de' sudditi

[31]. «_Sed mittendum minime arbitror_--dice egli,--_ut ex terunciis hi

principes eruscarint_--parla d'ambedue i consorti Giustiniano e Teodora,

perché sopra ha in piú luoghi mostrato che l'imperio era piú da Teodora

che da Giustiniano stesso governato.--_Olim nummularii singulos stateres

aureos decem ac ducentis obolis, quos 'pholes' vocant, exactoribus

pendebant: principes, quod sibi fore compendio vident, centum et

octoginta commutari decernunt, scilicet parte sexta cuiuslibet aurei

numismatis subditis omnibus decocta_». Pare non sia senza qualche

difficoltá questo passo di Procopio, ove dall'aver Giustiniano ridotto

gli stateri d'oro a 180 oboli, che prima si cambiavano per 210, sembra

aver egli deteriorato in questo modo a' sudditi ogni moneta d'oro una

sesta parte. Né mi darebbe fastidio che 30 oboli siano la settima non la

sesta parte di 210, perché almeno sono la sesta di 180 residui; ma pare

difficile a capire come a Giustiniano tornasse utile, «_quod sibi fore

compendio vident_», il cosí diminuire il valore alle monete d'oro. Ma

chi averá considerato qui sopra come l'accrescer di valor le monete

d'oro ed argento porta a' principi pregiudizio nell'entrate e dazi,

facilmente ancora potrá capire che porterá loro utile lo scemarle di

valore. Perciocché, se con uno statere aureo, che pesava mezz'oncia,

cioè due _didrachmi_, avevano 210 oboli, co' quali pagavano, per

esempio, il tributo di 21 iugeri di terra; divenuto lo statere solo 180

oboli, non serviva che a pagare per 18, e per conseguenza conveniva loro

aggiungere la sesta parte d'uno statere di piú, per pagar quella

gravezza, che con un solo statere prima pagavano; ond'è verissimo che

d'ogni statere d'oro il suddito ne perdeva la sesta parte.

Economisti del cinque e seicento · 第 144 / 180 题